Quattro chiacchiere con Francesco Lutrario

Ascoltare il prof. Lutrario è sempre piacevole: sin dal primo momento, è in grado di attirare l’attenzione su ciò che afferma creando una situazione confortevole. Ebbi la fortuna di incontrarlo la prima volta due anni fa al Webbit, e da allora ho mantenuto – seppur saltuariamente – i contatti con una persona che reputo importante nel mondo videoludico italiano; alcuni giorni fa gli proposi una nuova “chiacchierata”, della quale l’intervista che segue è una riproduzione.

A cura di Emanuele “[e]MaCk” Colucci

Francesco Lutrario

Sei stato per anni general manager di Ludonet, e adesso fai capo ad Infobyte. Contemporaneamente, hai promosso l’alfabetizzazione videoludica attraverso corsi accademici sul game design a Milano. Cosa ti ha spinto verso queste esperienze?

La convinzione che il gioco è un’attività molto seria ed importante per l’evoluzione stessa dell’uomo e soprattutto la voglia di combattere la discriminazione nei confronti dei giochi e dei videogame, ritenuti inutili e frivoli se non addirittura dannosi. Il gioco invece costituisce lo strumento che la natura ci ha messo a disposizione per adattarci al mondo, per permettere lo sviluppo motorio, cognitivo ed affettivo di un individuo, sia esso bambino o adulto. Inoltre il gioco e le simulazioni hanno molteplici possibili applicazioni (didattica, ricerca, comunicazione) che solo in minima parte sono state esplorate.

Cosa ti aspetti per il futuro in Infobyte?

Di traghettare le tecnologie e le forti competenze tecniche e metodologiche nel campo della realtà virtuale e delle simulazioni visuali real time proprie di Infobyte nel settore dei videogiochi e delle simulazioni a scopo didattico. Contemporaneamente, di conquistare una quota di mercato significativa nei new media (quindi nel settore mobile, della televisione digitale terrestre e della IPTV), sviluppando un’offerta specifica rivolta al target dei bambini in età scolare e prescolare (tramite giochi ed edutainment).

In cosa consiste precisamente il tuo impegno universitario, e come intendi farlo evolvere nel tempo? Pensi che sia un buon viatico verso il mercato lavorativo?

Il mio impegno universitario consiste nel tenere un corso di game design con tutte le attività connesse, che vanno dagli esami al supporto per gli studenti che intendono scrivere tesi legate al mondo del gioco del videogioco e delle simulazioni digitali. Io penso che siano fondamentali tanto le conoscenze teoriche sul gioco come attività e come strumento, quanto quelle metodologiche (a cosa serve e quali obiettivi può raggiungere), quanto ancora quelle legate al project management, ossia l’attitudine alla gestione e direzione di progetti nello specifico videoludici, ed ancora quelle connesse al mercato. Su queste basi vanno innestate e risultano vincenti specifiche competenze tecniche. Lo scollamento tra chi fa il design del prodotto, chi dirige la produzione, chi produce contenuti e chi opera nei mercati e chi, ancora, impiega le tecnologie è uno dei motivi dell’incapacità italiana di primeggiare in questo mercato.

Ritieni che l’Italia investa adeguatamente nello sviluppo dell’industria videoludica? Governi esteri hanno dimostrato esplicitamente una certa attenzione nei confronti del settore.

Sì, Gran Bretagna e Francia pongono molta attenzione allo sviluppo del settore videoludico e di tutto ciò che riguarda le simulazioni digitali. In Italia invece non c’è alcun impegno in questo senso. Tutto è lasciato alla buona volontà di pochi imprenditori e di alcuni accademici illuminati (come il Prof. Marini). In molte facoltà tecniche si continua a parlare di multimedia e ipertesti mentre si ignorano i giochi e le simulazioni nonostante sia evidente come questi rappresentino un mercato enorme e in continua crescita.

Matteo Bittanti, sulle pagine di Videogiochi, rilevava la presenza sempre crescente nella penisola di teorici del videogioco, come da anni accade nei paesi anglosassoni. Condividi?

Dall’inizio del nuovo millennio c’è un interesse crescente, in precedenza quasi del tutto assente, nei confronti del settore videoludico. Questo è dovuto prevalentemente alla dimensione che ha assunto il mercato (in senso economico e di attenzione dei media), e dalla crescita del comparto mobile, in cui l’Italia è una delle nazioni a più rapida crescita (a livello di consumi). Bisogna però dire che l’interesse di questi teorici si dirige più verso la critica piuttosto che verso i temi e la formazione di carattere produttivo-industriale (che ci occorrerebbe di più). In questo modo diventiamo bravissimi a recensire prodotti fatti da altri e in qualche modo ci prestiamo agli interessi dei soliti grandi player. Ossia non sviluppiamo una nostra identità e neanche una capacità critica autonoma perché non sappiamo creare alternative al flusso principale.

Pensi che il mobile gaming abbia margini di miglioramento, sia sul versante del mercato, sia su quello dell’esperienza di gioco?

Effettivamente la quota d’investimento riservata al design dei prodotti mobile oggi è molto bassa: è un mercato ancora agli inizi e dunque frenetico. La vita di ogni singolo titolo è molto breve, causando poche rendite. Questo porta i produttori a risparmiare sul design e a riproporre meccaniche già note (oltre che a scansare i tipi ludici più difficili). Lo sviluppo ci sarà ma il rischio è che gran parte di esso venga assorbito dalle major, che fino a un paio d’anni fa snobbavano questo mercato a cui oggi invece si rivolgono con grande impegno. Si riproporrà la situazione del mercato tradizionale: i grossi nomi, i titoli su licenza, saranno comunque in mano ai publisher più importanti. Ma, trattandosi di un mercato più ampio ed eterogeneo di quello tradizionale, esistono degli spazi dove una produzione italiana può assumere una dimensione interessante.

L’industria odierna sembra emarginare il design originale e approfondito a pochi progetti coraggiosi. Ravvisi delle probabili inversioni di rotta con l’avvento della nuova generazione di console? In particolare, prevedi che Nintendo con Revolution possa apportare innovazioni significative?

Purtroppo temo che la componente tecnologica di un videogioco (cioè mostrare i muscoli attraverso una grafica pompata e un’elevata velocità d’interazione) causerà il riposizionamento degli stessi prodotti in un contesto definito dalle nuove console. Penso che neanche Revolution riuscirà a modificare sostanzialmente tale attitudine.

Raccontare una storia nei videogames è ancora oggetto di dibattiti. C’è chi, come Ron Gilbert, ritiene che le trame debbano essere lineari e rispecchiare la visione dell’autore, e chi, come Chris Crawford o gli autori di Façade, pensa esattamente il contrario. Qual è il tuo parere in merito?

Tutto ciò che è narrativa, o meglio, rappresentazione, tutto ciò che richiama, se vogliamo emula, i media tradizionali, non può essere definito come elemento propriamente videoludico perché sposta il ruolo del videogiocatore verso quello di spettatore. Il gioco è una simulazione a cui sottende un modello, una porzione “in piccolo” di vita, sia essa reale o fittizia, su cui fare esperienza (a basso costo). La vita come i modelli per giochi e simulazioni sono eminentemente interattivi,nascono per dare un risultato. Il gioco come anche il personal computer (da qui la potenza dei videogiochi) esaltano l’interattività. Ritengo quindi che sia necessario muoversi verso la non-linearità, verso storie che evolvono in funzione delle scelte del giocatore lasciando allo stesso la maggior libertà possibile di interpretare il ruolo che il gioco propone.

Vuoi fare una dichiarazione a tema libero?

Io vorrei rivolgere un invito a tutti coloro che in qualche maniera operano nel settore videoludico in Italia: è arrivato il momento di rendersi conto che quello del videogioco è un settore strategico nella crescita dell’economia, e finché l’Italia sarà un Paese di consumo piuttosto che di produzione, saremo sempre più isolati e accumuleremo un tale ritardo da trovarci presto fuori gioco. Dobbiamo aprire gli schemi, rinnovare formazione e industria, correre oggi per non trovarci perdenti già agli inizi della competizione. Come si può dar luogo ad una trasformazione? Attraverso la formazione multidisciplinare (attenta non solo alle discipline tecniche ma che non esulino da queste) e attraverso percorsi che mettano i giovani in grado di fare esperienza in contesti produttivi e di mercato reali. Oggi tutto questo non esiste in Italia e noi, pur avendo buoni tecnici e ottimi designer, non riusciamo ad avere figure professionali complete, di alto livello, in grado di dirigere le nuove produzioni e di conquistare quote di mercato. I migliori cercano fortuna all’estero o vengono impiegati in campi diversi come, ad esempio, le telecomunicazioni.

articolo originariamente apparso su GameProg-Ita.

Elenco recensioni delle Blast (post rieditato periodicamente)

Questo messaggio lo postavo periodicamente su ICSE. Poiché per il momento sono sparito da Usenet, lo tengo qui e cercherò di aggiornarlo periodicamente a ogni nuova recensione. L’ultima volta che l’ho postato su Usenet è questa, risalente al 3 agosto 2004.

Questo è un messaggio periodico (mandato il primo giorno di ogni mese).
L’autore di questo messaggio (Massi cadenti) non è l’autore delle recensioni (Zappa).

NOTA MIA (per i newbie, leggete… anche se è lungo):
(biografia sulla storia delle Blast, del NG e di Zappa. PS: Zappa, se mai le raccoglierai in un libro o in un sito pretendo di fare questa come prefazione ^^)
Le Blast sono delle raccolte di giochi su disco del miglior computer di tutti i tempi, il Commodore 64. Sono state fatte al tramonto del grande computer, e quindi raccolgono in sé una (piccola) parte dello scibile umano che ha lavorato su questa macchina.
Le potete scaricare gratuitamente da Arnold (ftp://arnold.c64.org/ ad accesso anonimo) oppure dal suo mirror italiano (non sempre aggiornato ma le Blast ci sono tutte) sul sito degli studenti del Politecnico di Torino (http://www.poli.studenti.to.it/).
Nel lontano 1999 esisteva un sito chiamato Retroplay (http://www.retroplay.com/, non più esistente) gestito da alcune persone del newsgroup tra cui Zappa. Zappa cominciò quasi per gioco a fare le recensioni delle Blast, sapeva che si trattava di un’opera titanica (le Blast sono 340,) ma non si perse d’animo, e postava le recensioni sul newsgroup ICSE (che all’epoca si chiamava ancora ICE, it.comp.emulatori senza .software in mezzo) dove molti le commentavano appassionati. I suoi commenti ai titoli a me hanno sempre ricordato la spontaneità di uno che guarda al passato con nostalgia e rispetto, e non smette di far ridere e divertire il proprio bambino interiore. Questo vedo in Zappa quando scrive le recensioni delle Blast, e anche se poche volte mi soffermo a rispondere (anche, lo ammetto, perché non mi sento sempre all’altezza) posso assicurare che le leggo tutte, e spesso le rileggo.
Lo stile riesce ad essere scorrevole e mai noioso, e pur essendo necessariamente stringato fornisce comunque a chi vuole cercare informazioni le cose principali, le impressioni, un giudizio globale (espresso numericamente come il livello scolastico da 0 a 10). Inoltre, cosa che ritengo un grandissimo pregio, riesce a fare della sana critica e autocritica, ed anche ad ammettere quando si sente palesemente di parte nel dare un giudizio (cosa che, bisogna ammettere, sono in pochi a fare, sia ieri che oggi).
Quando quest’opera sarà completata si potrà intendere come una sorta di Bibbia del vero fan del C64, una opera omnia su circa 800 titoli (vado a spanna, non li ho contati) che se non sono sempre i migliori sicuramente una buona parte merita di essere vista, per guardare come eravamo ieri, e perché no anche oggi.
Il lavoro che sta facendo comunque (ormai da 4 anni e a questo ritmo ce ne vorranno ben 16 per finire) è giudicato da tutti gli esperti di C64 del newsgroup come un lavoro epico mai visto prima e sicuramente come tra i migliori lavori in lingua italiana in assoluto di sempre, nell’ambito emulatorio. Nel suo piccolo è anche storia del newsgroup; nei reply, che consiglio a tutti di leggere, troverete molti personaggi: alcuni di questi non scrivono più sul NG, ma se li incontrerete rispettateli. Sono tante piccole grandi persone che hanno fatto e fanno grande questo piccolo grande mondo.

NOTA SUL COPYRIGHT:
Questi link sono archivi di Google, sono soltanto stati raccolti. L’unico responsabile del contenuto è Zappa, che comunque se un giorno volesse può chiedermi di non postare più questo messaggio. Il contenuto dei link è proprietà intellettuale di Zappa e non può essere messo altrove senza la sua autorizzazione.
Invece il contenuto di QUESTO mio messaggio, ossia i soli link, è possibile copiarlo e distribuirlo altrove, in articoli su Usenet o messaggi in Mailing List, in siti web ecc., purché:
– non si tragga alcun guadagno (quindi sono esclusi i siti commerciali)
– sia indicato l’autore (Massi cadenti) e la citazione del newsgroup it.comp.software.emulatori *E* del sito http://groups.google.com/ come “fonti dove reperire l’elenco ufficiale”
– se lo si posta al di fuori del newsgroup it.comp.software.emulatori, questo messaggio DEVE essere copiato integralmente, o in alternativa reperire il link su Google del messaggio più recente ed indicarne il link.

ELENCO COMPLETO DELLE RECENSIONI (DI ZAPPA) DELLE BLAST (agg.15/11/2005):
Blast #001 24/02/1999
Blast #002 27/02/1999
Blast #003 27/02/1999
Blast #004 04/03/1999
Blast #005 10/03/1999
Blast #006 14/03/1999
Blast #007 20/03/1999Correzione
Blast #008 24/03/1999
Blast #009 01/04/1999
Blast #010 15/04/1999
Blast #011 04/05/1999
Blast #012 15/05/1999
Blast #013 01/06/1999
Blast #014 07/06/1999
Blast #015 13/06/1999
Blast #016 27/06/1999
Blast #017 01/07/1999
Blast #018 09/07/1999
Blast #019 22/07/1999
Blast #020 13/08/1999
Blast #021 24/08/1999
Blast #022 04/09/1999
Blast #023 14/09/1999
Blast #024 15/10/1999
Blast #025 22/11/1999
Blast #026 30/12/1999
Blast #027 28/01/2000
Blast #028 02/02/2000
Blast #029 03/05/2000
Blast #030 21/06/2000Riflessioni prima di postarla
Blast #031 12/07/2000
Blast #032 23/03/2002 (postuma)
Blast #033 07/11/2000 (link corretto)
Blast #034 12/01/2001
Blast #035 26/02/2001
Blast #036 26/02/2001
Blast #037 19/06/2001
Blast #038 02/02/2002
Blast #039 09/02/2002
Blast #040 23/02/2002
Blast #041 13/03/2002
Blast #042 10/04/2002
Blast #043 06/06/2002
Blast #044 09/06/2002
Blast #045 02/07/2002
Blast #046 21/09/2002
Blast #047 07/10/2002
Blast #048 28/10/2002Precisazione
Blast #049 01/12/2002
Blast #050 15/12/2002
Blast #051 24/01/2003
Blast #052 02/03/2003
Blast #053 01/04/2003
Blast #054 08/06/2003
Blast #055 29/06/2003
Blast #056 09/09/2003
Blast #057 02/06/2004
Blast #058 07/11/2004
Blast #059 10/12/2004
Blast #060 12/11/2005
Blast #061 10/01/2007


マッシ カデンティ – E-mail massi.cadenti(at)tiscali.it <– NEW
Mastro di chiavi della GHOULS
Obiettore di coscienza ufficiale della BOBBLE
Dittatore del gruppo di fansub IBC-CIF (Rebirth)

[Walkthrough emozionali] Crazy Caveman

Commodore 64, Merlin Software, 1983

Lo vedo già morire lì davanti, dopo molti anni, senza neanche essersi allontanato, sposato significativamente, conosce il bar e i suoi frequentatori.
Percorro il corridoio giallo, infarcito di parenti, mia nonna estrae i soldi dal fazzoletto e io urlante.
Il joystick alieno a forma di cupola è ancora al suo posto, illuminato come un albero di Natale, mi aspetta nel negozio, ma incontro molti dinosauri, nemici-amici.
Si rimpiccioliscono se premo al momento giusto, ed escono diligentemente dallo schermo in fila indiana, protestando solo un po’.
Ostacoli, mattoncini, commessi a scorrimento orizzontale, si dileguano verdi dalla rabbia, si susseguono le facce degli edicolanti che hanno già finito Zzap!
L’autofire, sempre azionato, mi aiuta a saltare passaggi, sbrigativamente, a fare piazza pulita.
La nuvola bianca, intanto, viaggia sicura sopra le montagne appuntite, e il mio innominato cavernicolo a forma di sprite salta sereno.
Immutabile, salta le biglie rotolanti, le bigie pietre veloci che regolarmente attraversano questo improbabile scenario, trascurabile spicchio di un passato che Piero Angela non trasmetterà.
Salta invariabilmente, salta ripetutamente, salta ottimisticamente.
Il cielo è azzurro senza preoccupazioni, la grande nuvola bianca è l’unico passeggero inafferrato.

Crazy Caveman

Un’occhiata fugace all’industria. Guest Star: Nintendo

Notizia flash: sviluppare un gioco di “prima scelta” (leggasi: un blockbuster) costa almeno attorno al milione di euro annuo (spicciolo più, spicciolo meno). Dopo aver terminato un prodotto e spesi quattro o cinque milioni di euro (spicciolo più, spicciolo meno), comincia la campagna marketing: un investimento milionario con lo scopo di far primeggiare, nel marasma delle pubblicazioni videoludiche rilasciate ogni settimana, il proprio titolo. Nel 1999, Turok: Dinosaur Hunter godette di sette milioni di dollari di purissima pubblicità. Oggi, con l’inflazionarsi del mercato, le cifre sono anche più alte. Quante copie bisogna vendere prima che il publisher e lo sviluppatore comincino a vedere dei guadagni? Centinaia di migliaia, ad un prezzo medio di sessanta euro. E la situazione non sembra destinata a cambiare, nel breve e medio periodo: c’è chi (come Hideo Kojima) paventa, con la prossima generazione di console, una dilatazione spaventosa dei tempi di sviluppo e un conseguente aumento dei prezzi.

Come riuscire a sopravvivere? Ci sono molte strade, che spesso si intersecano. Si possono pubblicare videogiochi su licenza, si può fare ancora più pubblicità, si possono abbandonare i progetti rischiosi, si può risparmiare sul design, si possono valutare distribuzioni parallele a quella tradizionale (ovverosia, tramite negozi). L’errore non è contemplato, pena il fallimento o la scomparsa sotto l’egida di una major.

Esistono anche altre vie da battere, che al momento attuale assomigliano più a sentieri: supportare il proprio gioco oltre le cruciali otto settimane seguenti il rilascio (durante le quali bisogna tentare di piazzare tutto il piazzabile; life is short, baby, e la gente dimentica presto), senza ricorrere a costosi inserti su riviste o spot televisivi. I MMORPG rappresentano un fulgido esempio: secondo la NPD, durante il 2004 sono stati venduti 45 milioni di titoli per PC, nel solo Nord America. Di questi, la maggior parte erano giochi di ruolo on line, come World of Warcraft, emblema del successo di una strategia. Non stupisce, dunque, perché Microsoft e Sony abbiano deciso di concentrarsi sull’intrattenimento in rete (sebbene la compagnia di Bill Gates parta in vantaggio, col complessivamente soddisfacente servizio XBox Live).
Rimane ancora un’alternativa, che da alcuni mesi acquista sempre maggiore consistenza: espandere il mercato, raggiungendo utenze scarsamente interessate (o del tutto disinteressate) al videogaming. Signore e signori, stiamo parlando di Nintendo. Era già chiaro con l’uscita del DS che la mission della Grande Enne sarebbe stata proprio questa, e Satoru Iwata al Tokyo Game Show 2005 ha reso ancora più esplicito il concetto, presentando l’ormai famosissimo controller del venturo Revolution.

All’atto pratico, come si traduce tale sorta di intenti? L’AESVI ha pubblicato quest’anno un rapporto riguardante la conformazione sociodemografica del videogiocatore italiano, non poi così diverso dai vicini europei, dai parenti americani e dagli esotici orientali. L’analisi ha evidenziato una presenza femminile non trascurabile tra i gamer adulti: addirittura quasi il quaranta percento. Inoltre, ha stimato attorno ai nove milioni di individui i giocatori assidui over-14, che raddoppiano se si considerano anche i cosiddetti “casual gamer”. Stiamo parlando del 36% della popolazione italiana: un’enormità. Si rileva, quindi, che per aumentare il numero dei consumatori occorre innanzitutto tenere bene in conto il pubblico femminile e coloro che trascorrono poco tempo con un pad tra le mani. Proseguendo col ragionamento, si può tentare di coinvolgere nel videogioco anche le persone che gravitano attorno ai gamer, ovverosia gli elementi della famiglia più anziani, o più giovani, o meno smaliziati. Ecco la visione dell’Home Entertainment di Nintendo: il videogioco accessibile a tutti.

Per perseguire un simile obiettivo era – ed è – assolutamente necessario ripensare i criteri secondo i quali gli esseri umani interagiscono col videoludo, concepire cioè una nuova interfaccia, un nuovo sistema di controllo in grado di attrarre sia l’utente più navigato sia il newbie, coinvolgendolo, in pratica, in un nuovo gioco. Il DS incarna “in piccolo” questa filosofia, ed il mercato sembra stia premiando l’ambizione di Iwata e soci, sancendo allo stesso tempo il primato di unità hardware vendute sulla concorrenza (la PSP di Sony) e il raggiungimento di traguardi inediti per il settore handheld: Nintendogs (il quale gode di ottimi e vasti consensi tra le esponenti del gentil sesso), a metà settembre, continuava a stare nelle posizioni più alte della classifica (in Giappone), a dieci settimane dal rilascio.

Revolution incarna quindi tutte le aspettative e le idee innovative non solo di un produttore hardware, ma di un’intera industria. Propone – al momento sulla carta – un’alternativa meno tecnologica e più concettuale del fare e del vivere il videogioco. Gli sviluppatori (interni ed esterni) potrebbero cominciare in massa a prendere in considerazione design originali piuttosto che apparati grafici ultrapompati, con l’implicito vantaggio di una sensibile diminuzione dei costi. E Nintendo potrebbe trovarsi colma di esclusive non strappate con accordi finanziari, ma grazie alla specificità della sua piattaforma. Tante sono le variabili in gioco, ma una cosa rimane certa: il verdetto non sarà ambiguo.

[Retrospec] Little Big Adventure 2 (e 1)

Prodotto da Electronic Arts | Sviluppato da Adeline Software International | Piattaforma PC | Rilasciato nel maggio 1997 (EU)

Non riesco a concepire Little Big Adventure 2 senza salvataggi e senza walkthrough; a meno di ammettere l’esistenza di superuomini dalla grande pazienza.

Il gioco avvince e impegna, ma talvolta frustra. Vengono meno, rispetto al precedente capitolo, la frustrazione di dover sottostare ai salvataggi automatici e quella di non poter correre senza tirare facciate ovunque, ma questo non è altro che una presa di coscienza della Adeline di fronte a un fatto: il gioco è sleale. Era sleale il primo capitolo per taluni motivi, è sleale questo seguito per talaltri.

Non sono cambiati: il metodo di controllo, che vi farà odiare gli sviluppatori quando vi ritroverete invischiati in sezioni platform (comunque peggiori che nel primo capitolo, anche per colpa del nuovo motore grafico per gli ambienti esterni); l’interazione con i malvagi, compresa l’alta probabilità di entrare nel circolo vizioso delle botte e perdere tutte le vite senza riuscire a scappare o reagire; per finire, la difficoltà di prendere la mira nella visuale isometrica. Quello che si è aggiunto è una maggiore confusione, da cui la quasi necessità di avere sottomano un walktrough.

La sensazione di confusione è dovuta prima di tutto alla trama, che poco aiuta a capire cosa bisogna fare e perché (soprattutto perché); e se avete l’ardire di usare la pessima traduzione italiana, l’effetto è amplificato (tanto per gradire, cambia il nome a tutte le nuove razze, quindi non riuscirete a collegare il parlato con lo scritto). Non bastasse la trama, molto gioca anche un aspetto squisitamente tecnico, cioè l’introduzione, negli ambienti aperti, di questa visuale tridimensionale immatura, brutta (più brutta della visuale isometrica) e fuorviante: in più occasioni la telecamera impedisce di scovare il luogo in cui vi dovete recare, o boicotta le vostre faticose acrobazie nelle sezioni in stile platform.

INTERMEZZO

Ci troviamo di fronte a un gioco originale, con una innegabile parentela con Alone in the Dark ma a tutti gli effetti dotato di uno stile proprio, inconfondibile; il suo predecessore fu probabilmente di ispirazione per diversi altri titoli, ma per quanto si aguzzi lo sguardo, i due episodi di Little Big Adventure rappresentano forse un caso isolato di un certo approccio al videogioco (almeno in ambito PC), ed è forse per questo che sono rimasti fermamente nel cuore dei giocatori, nonostante tutti i difetti.

Quale approccio?

Fin quasi dal primo istante di gioco del primo episodio, vi rendete conto di trovarvi in un mondo-giocattolo. Potrebbe sembrare una questione puramente estetica, ma non stiamo parlando di effetti speciali eye-candy per distogliere l’attenzione del giocatore da magagne che stanno altrove (sebbene la risoluzione VGA fosse, all’epoca del primo episodio, un piacevole passo avanti); il gioco invece vuole, senza farvene accorgere, riportarvi indietro nel tempo, a quando maneggiavate automobiline di plastica e animali di peluche, e non c’era altro al mondo all’infuori di quello. Giocando a Little Big Adventure respirate autoironia, nell’osservare personaggi e oggetti che assomigliano a giocattoli per bambini, ma anche una nobilitazione del gioco infantile, e un riappacificamento del videogioco con il suo anziano, ma non superato genitore. Il videogioco come mezzo d’intrattenimento per adulti è stato sdoganato; Little Big Adventure cerca di far passare la frontiera anche a quel genere di giochi che… forse, a dire il vero, sono infantili solo per convenzione.

Il platform “semplificato”: Donkey Kong Jungle Beat

Prodotto e sviluppato da Nintendo | Piattaforma GameCube | Rilasciato nel febbraio 2005 (EU)

“Un platform che si gioca con i bonghi?!?” È facile immaginare quale stupore e quale diffidenza colga chi apprende dell’esistenza di Donkey Kong Jungle Beat. Gioco stupido, gioco semplicistico, questi i primi pensieri che vengono alla mente. In realtà siamo di fronte a uno dei più grandi platform degli ultimi anni, un platform che non sfigura nella lunga tradizione Nintendo, e che prepotentemente prende posto tra i giochi “di tendenza” dell’ultima generazione, i cosiddetti stylish-game.

I controlli di gioco sono un aspetto cruciale per un’esperienza divertente e coinvolgente nei giochi d’azione. Ciò da cui lo sviluppatore partiva era un paio di bonghi e un microfono: costruire un gioco moderno su un’interfaccia così “primitiva” non deve essere stato facile. Eppure Nintendo EAD Tokio ha trovato la soluzione migliore, declinando in salsa scimmiesca l’antico paradigma del jump & run.
Bongo destro, corsa a destra; bongo sinistro, corsa a sinistra; un colpetto su entrambi, e il nostro primate salta: il gioco si basa su fondamenta tanto semplici quanto solide, ma la sua vera grandezza sta nell’eccezionale cura nella meccanica di gioco (come vedremo in seguito).

Oltre all’essenzialità, un sistema di controllo del genere presenta problemi di precisione; non sono rari colpi che vanno a vuoto, salti mancati per questioni di coordinazione, oppure difficoltà dovute alla marcata inerzia del personaggio: ecco allora che viene in aiuto il microfono. Invece di assegnare al lato sonoro dell’interfaccia il semplice controllo degli attacchi dello scimmione, un applauso del giocatore (o di chi gli sta vicino) genera una poderosa onda d’urto.
Un’onda d’urto doppia, in realtà: quella verde, la più esterna, si espande per buona parte dello schermo e non fa altro che stordire i nemici; quella rossa, più interna, rappresenta il “raggio d’azione fisico” del gorilla, e permette di afferrare banane, nemici, liane e quant’altro. Tali onde, permettendo di agire a distanza, hanno il chiaro scopo di controbilanciare l’intrinseca mancanza di precisione del controller; inoltre, poiché associano molteplici azioni ad un solo comando, espandono le possibilità di un sistema di controllo solo apparentemente limitato.

Donkey Kong Jungle Beat 2


Come ci si può aspettare, la meccanica di gioco si basa sugli stessi princìpi. Tutto il gameplay ruota attorno ad un solo elemento, i punti ritmo, che svolgono numerose funzioni:

  • indicatore a schermo
  • punteggio, ovvero banane raccolte e combo effettuate
  • energia di Donkey Kong
  • metro di bontà della performance del giocatore, che viene premiato al raggiungimento di una quantità di punti prefissata tramite medaglie
  • condizione di sblocco dei livelli successivi

Parimenti, esiste un solo collectable nel gioco, ovvero le banane. Anche qui l’apparenza inganna, poiché il calcolo del numero di banane raccolte si fonde con un profondo sistema di combo, di cui le banane sono solo la punta dell’iceberg. È’ sul sistema di combo che si basa l’anima stylish di Jungle Beat. Ogni livello è infarcito di molle, liane, respingenti, strumenti travestiti da fiori o scimmiette, piazzati ad arte con lo scopo di far restare in aria il gorilla per più tempo possibile. Infatti il sistema di combo, che permette di moltiplicare il numero di banane raccolto, si basa su un semplice principio: se tocchi terra, ricominci da zero. Ecco che quindi il gioco svela la sua anima, la spettacolarità; cos’è un gioco stylish, se non un gioco che cerca di unire l’estetica alla meccanica?

A ciò si aggiunge la presenza di eventi non ripetibili, che costringono ad esempio a seguire una certa traiettoria al primo tentativo, stimolando la ricerca della “partita perfetta”; un level design certosino stupisce per la cura riposta in progettazione e per l’estrema varietà degli ambienti visitati e delle situazioni di gioco; i replay a fine livello stimolano il nostro palato da esteta mostrando passaggi chiave o combo estreme, col fine di far crescere la voglia di conoscere a fondo ogni livello; tutto concorre all’obiettivo estetico/ludico: la raccolta delle medaglie, le battaglie contro i boss…

Donkey Kong Jungle Beat dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, che è possibile costruire giochi complessi anche su interfacce semplificate. E voi, che guardate con perplessità al Revolution… fareste meglio a sorridere.

[Walkthrough emozionali] Warcraft II: Tides of Darkness

286Da poco prelevato il PC nuovo (un Pentium 133 chiamato a sostituire un 286 ormai in disarmo, tormentato da Prince of Persia e dai virus), e già m’interrogavo.

Tra un frame e l’altro di Nascar Racing, avevo intravisto mio cugino trastullarsi.
Dirigeva i primi orchetti, seguivano pelosi il domatore, così vivi e pulsanti.
Traiettorie incerte — solo in apparenza casuali — ma a lui era piaciuto Megarace.
A un certo punto, però, si presentò a casa mia sudando.
Sembrava nascondere qualcosa di veramente grosso, direi la Sorpresona.
Farfugliava, indecente, esplorava tiretti senza autorizzazione, il volto segnato da sessioni leggendarie di PC e di seghe.
Lo picchiai in un angolo, facendogli sputare confezioni gigantesche.
Le sommai rapidamente agli oggetti già accumulati nell’inventario.
Nel mucchio, brillava il nuovissimo Duke Nukem (per il mio coinquilino era già “ancora un altro gioco con la pistola”).
L’atto si consumò tra pile ingiallite, torri traballanti di Tutti Frutti, K e The Games Machine che si sfaldavano ogni giorno pericolosamente.
Volevo capire che cosa ci trovassero di tanto interessante in quell’arcana gestione, soprattutto giacevo sprovvisto di giochi seri.
Continuai, però, per un po’, come se nulla fosse, interamente sommerso [preoccupazioni].
Organizzavo partitone, lucidavo per le grandi occasioni i classici bulk blu dell’Amiga.
A un certo punto, umiliare il mio coinquilino tra spruzzi di cioccolata del discount mi venne a noia.
Sarà stato l’abuso dello schema “pallonetto dx – colpo di testa all’incrocio sx”, o la rituale supplica per un doppio a Blood Money, per poi cozzare contro il muretto eretto dalle macchine verdi, le malefiche del terzo livello (stavolta era lui a dribblare indisturbato nella porzione superiore).
Buttai Sensible per curarmi.
Avrei voluto sanarmi nell’orto più vicino, ma il nuovo Supergioco mi trascinò con sé nel suo tunnel variopinto.
Le animazioni prelibate, la Super VGA fumettosa che ormai spediva i pixel grossolani dei titoli avversari all’Inferno.
Comprai le casse molto tardi, solo per orientarmi tra gli scontri in GP2.
Ancora non potevo percepire bene il sonoro, tanto reclamizzato, ma il brutal delle cuffie si amalgamava benissimo (anche al gusto Dùm).
La prima volta mi capitò per caso in un negozio, mentre sognavo le confezioni: trovai le musiche magistralmente eseguite, ma un po’ troppo hollywoopacchiane per entusiasmarmi.
Non lo rivelai mai al commerciante, tutto bagnato.
Comandare a bacchetta quegli orchetti sfornati dagli edifici (l’idea di scegliere gli umani, già antipatici nella realtà, ovviamente non la presi nemmeno in considerazione).
Selezionarli con sadismo mi faceva sentire un uomo migliore, più onnipotente, ma forse anche un po’ più responsabile.

Warcraft 2 bis

Onnipresente, curavo i contadini, squartavo i montoni senza un vero motivo.
Forse per ripulire l’area, circondavo con i miei poveri niubboni il temutissimo paladino! Disarmato contro gli eventi, inaspettatamente invaso da umani più evoluti, che già mi abbrustolivano il villaggio coi loro poteri strani.
Altri intanto insorgevano, nel riquadro.
Svuotavano le miniere in lontananza, aggrediti, presto avvolti dalla fog of war.
Emettevano gemiti sempre troppo distanti, e la CPU ne digeriva sulla neve i resti sanguinanti.
I velieri raffinati che si spostavano con eleganza sulla mappa sembravano anticaglie vere, fuoriuscite per l’occasione dalla bottiglia.
Sparavano perlopiù a intermittenza a qualche sfigato sulla costa, con grande discrezione e imprecisione.
Walter al telefono illudeva le colleghe, dipingendo sapientemente un futuro con le sue cazzate, ma poi in realtà passava le nottate in situazioni non raccontate in Facoltà.
In breve tempo, arrivò addirittura ai draghi.
Un’ora intera alla ricerca del villano terrorizzato, spacciato, paralizzato con la legna, nascosto chissà dove che doveva solo morire.
L’espansione non mi elargì mai grosse soddisfazioni.