La vecchia trollata di uno dei babbi di Nathan Never

(Sia ben chiaro che la riesumo non certo per ravvivare l’astio verso l’illustre personaggio, bensì per omaggiare, in qualche modo, il suo sforzo singolare).

Famigerato articolo di Medda.

Topic di commenti su OldgamesItalia, contenente tra l’altro risposte dello stesso Medda agli utenti inferociti. ^_____^

Di solito, quando lurko per i forum e vedo l’usuale thread con decine di utenti impegnatissimi a inveire contro il “mostro” che dall’esterno osa attaccare — la maggior parte delle volte maldestramente, certo — il nostro variopinto orticello… beh, cambio velocemente canale. Mi accorgo solo ora, pertanto, che tutta la polemica sollevata ad arte dallo sceneggiatore sardo ingloba, al contrario, diversi, spumeggianti spunti trollosi! Medda è ovviamente indifendibile nel suo primo articolo, in quanto l’ironia (affilatissima in certi passaggi), sfocia qua e là nell’insulto. Dare dell’epilettico o dell’impotente a casaccio non è certo il massimo, anche stilisticamente.

Alcuni punti, comunque, li centra, sfoderando arguzia, pur non avendo probabilmente mai sollevato un joypad/joystick/pennino in vita sua (la gaffe sui punteggi, certo… però dimostra di conoscere discretamente l’ambiente, come se avesse perfino seguito per un po’ la vita di qualche comunità giocosa, magari grazie alla consorte “appassionata”). È innegabile che nel “videogiocatore medio” (orsù, mi venga concessa la banalizzazione!) sia presente quest’ansia di dover giustificare al mondo la propria passione. D’altronde è comprensibile: già a 10/15 anni si viene aggrediti ferocemente (io stesso infilavo Top Playgames nei mutandoni, per sopravvivere), a 25/30 è normale che il pressing avversario (fidanzate, mamme, ecc.) diventi mooolto più asfissiante. Soprattutto per chi non abita in territorio nipponico, dove il videogioco è socialmente accettato, e considerato che queste attuali sono le prime generazioni di folli idolatratori di pixel in movimento.

Trollata Nathan Never

Anche il “proselitismo spinto”, visto dall’esterno può far sorridere, ammettiamolo. Insomma, l’agire come se il non-videogiocatore fosse un’ingenua pecorella, costretta da una temporanea cataratta a perdersi le migliori esperienze disponibili sulla piazza. Un po’ come se — sprovvisto di mondi virtuali interattivi — l’essere umano risultasse per forza “incompleto”. OK, ammetto che dal mio punto di vista è esattamente così, ma, a naso, non mi sembra che gli appassionati, chessò?, di musica dodecafonica, o di arte contemporanea, o di alpinismo siano altrettanto insistenti nel trascinare gli ignavi a concerti/mostre/scalate. Io, poi, mi scartavetro il fagiolo già a passeggiare per le pianure posticce di Oblivion, figuriamoci la montagna vera, ben più faticosa, non ci tornerei nemmeno sotto tortura. Eppure anche quelle sono esperienze significative che vanno perse. Alla fine sono soprattutto scelte: se dedico centoventi ore della mia vita a strafinire Final Fantasy X in tutte le salse, se sono il dio di PES, beh, dovrò rinunciare a qualcos’altro, banalmente.

La diatriba videogioco-arte vede invece un Medda a tratti chiaramente poco lucido (senza narrazione non c’è arte?? eeh??), e qui viene facilmente smontato dagli utenti più sagaci (e correggerà ragionevolmente il tiro lui stesso in una delle sue risposte — ammettendo tra l’altro la sua ignoranza relativa alla vasta pubblicistica esistente sui videodeogiochi — vi invito a leggerle). Insign (utente di Oldgames), poi, va in gol facilmente ricordando “le campagne fatte sul vecchio Corto Maltese e su Linus pro-fumetto-come-forma-d’arte, in un periodo in cui il lettore di vignette over 20 (escluso Topolino) era spesso automaticamente declassato a ‘immaturo’”. Beh, in effetti, anch’io in gioventù contribuivo non poco al sostentamento di Medda, leggendo (tutti i santi mesi) Nathan Never, Nick Raider e quant’altro. Fumetti buoni per rilassarsi una mezz’oretta, magari semistorditi da una scorpacciata colossale. Ma francamente fatico a vedere tutta questa superiorità morale nei confronti delle creature partorite da Jeff Minter. I suoi ovini, espulsi nello spazio, magari non meriteranno di essere collocati nei musei, ma ci vedo sicuramente molta più originalità, un maggiore slancio creativo. “Perché riusciva a trasmettere attraverso l’interattività una sensazione pazzesca, superdinamica, quasi psichedelica, che ti rimaneva addosso come un sapore stampato sul palato. ” (Ivan Venturi, programmatore della Simulmondo)

Trollata Nathan Never 2


Si può dire la stessa cosa del pur piacevolissimo Nick Raider, con i suoi disegnatori dal tratto spesso convenzionale, le storie candidamente “rippate” dai classici del giallo, i suoi personaggi stereotipati? (Ricordiamoci che secondo Medda il peggior fumetto ha maggiore dignità del più ispirato dei videogiochi!).

Mi fermo qui. Cito solo questo passaggio, che secondo me costituisce la sua migliore stoccata (lasciamo perdere la parte sul punteggio, che infatti ho omesso volutamente), nonché un’osservazione che dovrebbe far riflettere e sanguinare in primo luogo chi i videogiochi li crea:

  «[…] la narrazione presuppone il “patto narrativo”. Presuppone che tu ti lasci andare alle emozioni. Il videogioco ti richiede una cosa diametralmente opposta; ti richiede che a dispetto del frastuono, dei cambi di scenario, della velocità dei movimenti, tu rimanga freddo e razionale. Per quale motivo? Perché giochi in vista di un risultato finale: che è esattamente misurabile […]».