Darfur is Dying

Mi chiamo Mahdi, ho undici anni. Vivo in un campo profughi in Sudan, assieme a tante altre persone. Ieri il mio amico Deng è scomparso mentre andava a prendere l’acqua in un pozzo lontano alcuni kilometri da dove mi trovo adesso. Forse l’hanno catturato i Janjaweed, forse ha avuto un malore. Non lo so.
Così, oggi, tocca a me, e mi hanno dato una tanica. Devo raggiungere il posto stando attento a non farmi vedere dalle milizie. Corro, perché bisogna fare in fretta. Vedo un pick-up in lontananza… Sono loro! Devo nascondermi!

Darfur

Darfur is Dying è un gioco in Flash creato per sensibilizzare le masse sul conflitto in atto nella regione occidentale del Sudan: due milioni di profughi e oltre quattrocentomila morti per fame e violenza (inclusa la pulizia etnica).L’esperienza ludica viene immediatamente intrisa del concetto di responsabilità: sta al giocatore garantire la sopravvivenza, oltre che del suo alter ego, del campo profughi nel cui contesto è calato. Prima di cominciare a svolgere una “missione”, bisogna scegliere un “rappresentante” del campo: si nota sin da subito come la maggior parte delle opzioni disponibili consista in bambini o adolescenti; il più vecchio ha 30 anni. In Darfur chi sopravvive molto probabilmente è orfano e la sua speranza di vita non si spinge molto oltre i quarant’anni, come in quasi tutta l’Africa subsahariana, del resto.

Dopo aver selezionato il “personaggio”, ecco il primo compito: cercare di riempire una tanica di acqua. Il problema è che la fonte si trova lontano dalla base, e qui sorge una consistente difficoltà: i Janjaweed che viaggiano su pick-up pattugliano la zona. Dunque bisogna acquattarsi dietro massi, cespugli, carcasse di animali, per sfuggire alla loro vista. Se catturati, compare laconica la scritta: “diverrai molto probabilmente una delle centinaia di migliaia di persone già perse per la crisi umanitaria“. Si può ricominciare daccapo, ma amaramente si scopre un fatto che trovo annichilente nella sua crudezza e semplicità: il “personaggio” precedentemente scelto non è più disponibile, resta solo la sua immagine semitrasparente come se volesse testimoniare il trapasso appena avvenuto. Qui non è come perdere una vita in Ikaruga, qui si ha tristemente la stramaledetta certezza che davvero scompaiano dei bambini, delle madri, intere famiglie come fossero colonie di insetti da sterminare.

Una volta recuperata l’acqua e tornati indietro, inizia la nostra avventura dentro il campo, e il nostro ruolo consiste nell’aiutare la gente tentando di fornire l’assistenza necessaria a sopravvivere – “ogni giorno, i civili affrontano prospettive di uccisioni di massa, torture, abusi, distruzione di villaggi e campi, furti e ogni sorta di violazione dei diritti umani per opera delle milizie Janjaweed, bande di combattenti sostenute dal governo Sudanese“. Se resisteremo per sette giorni “virtuali”, avremo ottenuto l’unico successo possibile, cioé avere una vaga idea di come sia dannatamente difficile l’esistenza laggiù.Ah, dimenticavo: Buon Natale.

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