Il secondo contest di Ars Ludica!

Cosa si vince? Nulla (ma no, scherziamo… andate in fondo al post, prima delle immagini, per leggere del premio). L’ultimo contest con premi organizzato qui su Ars Ludica è finito con una partecipazione nulla. Vabbé, era quasi Natale… i premi li ho riciclati senza problemi. Oggi voglio proporvi una sfida diversa. Si tratta di riconoscere i packshot di alcuni giochi piuttosto vecchi (ma neanche tanto).

La modalità di partecipazione è molto semplice, basterà infatti inviare un’email all’indirizzo redazione@arsludica.org con indicati i nomi dei giochi corrispondenti al numero d’ordine inserito in ogni immagine. Sarebbe bene riportare soltanto i numeri dei giochi che si sono riconosciuti.

Esempio (nel caso uno abbia riconosciuto soltanto i giochi 1, 3, 7, 9):

1. Pincopalla game
3. ABS e il suo cane metallico coprofago
7. Who Framed la chioma di Joe Slap?
9. Emack in: “L’allegro spazzino di Napoli”

IMPORTANTE: LE RISPOSTE DEVONO ESSERE COMPRENSIVE DI SOTTOTITOLI, SE PRESENTI.

In caso nessuno riesca ad indovinare tutte le copertine, vincerà chi ne avrà indovinate il maggior numero, partendo da un minimo di 6.

In caso di pareggio faremo incontrare tutti i vincitori, li spoglieremo, gli daremo dei coltellacci e li faremo eliminare in un deathmatch spietato.

A parte gli scherzi, in caso di pareggio proporò qualche sfida per cercare di risolvere la cosa. Ma non pensiamo subito al peggio.

Capito tutto?

Non possono partecipare tutti quelli che fanno o hanno fatto parte della redazione di Ars Ludica.

E il premio? Che ne dite di un gioco su Steam dal valore massimo di 39,99$ (è che sono bamboccione e povero e di più non posso, che ci volete fare…)? Ovviamente dovete avere o dovrete aprire un account su Steam per ottenerlo.

Quale gioco? Beh, a voi la scelta (un solo gioco, mi raccomando, e se quello che vi interessa costa 5$… beh, siete fregati).

Non si tratta di un concorso ufficiale ma solo di un gioco con un premio che pago di tasca mia, quindi non mi denunciate alla finanza per pietà 🙂

La scadenza del contestè fissata improrogabilmente per il 24/02/2008.

Le risposte possono essere postate da subito.

CLICCATE QUI PER IL TOPIC DEL FORUM IN CUI VERRANNO COMMENTATI E POSTATI I RISULTATI A FINE CONTEST

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Teamspeaking

Call of Duty 4 Xbox Live Spazi ristretti (1 vs 1) 09/02/08 00.24 (ora locale) Gamertag : Scaryfarm

Canadese : Hey, Scaryfarm. Where are you from?

Scaryfarm : Mh. Guess.

Canadese : Pakistan.

Scaryfarm : Uhm. ahahahah. No. Italian here.

Canadese : Oh. I hate Americans.

Scaryfarm : …

Pochi minuti più tardi, un’altra partita. Lo vedo che attraversa il piazzale, sereno, con la mente sgombra. E gli sparo in testa una seconda volta. Mi sento antipatico, cerco di rimediare.

Scaryfarm : Oh. Another lucky shot.

Tedesco : Why don’t you shut the fuck up and mind playing the game?

Scaryfarm : …

Assassin’s Creed Altaïr’s Chronicles – Recensione

Prodotto e sviluppato da Ubisoft | Piattaforma Nintendo DS | Rilasciato nel Febbraio 2008 (USA), Marzo 2008 (Europa)

altair.jpgLa versione DS di Assassin’s Creed è la copia di uno degli ultimi Prince of Persia con Altair come protagonista al posto dello sfigatissimo sovrano. Almeno per quanto riguarda le sezioni platform.

Non c’è una città da esplorare, ma solo dei livelli da percorrere. Normalmente si parte da un punto A e si deve arrivare in un punto B per concludere la sotto aree. Nel mezzo ci sono salti da compiere, palazzi da scalare, guardie da eliminare, reti e scale su cui arrampicarsi, spuntoni da evitare, fiamme da appiccare e da schivare e, insomma, tutto il repertorio che dal primo Prince of Persia (in questo caso quello bidimensionale) sino ad oggi ha caratterizzato il genere.

La parte platform è la migliore, nonostante alcuni momenti poco chiari a causa di inquadrature infelici che creano una certa confusione prospettica. Si salta da un tetto all’altro, si cammina su strette travi evitando pendoli letali, si spingono blocchi cubici sopra pulsanti per far aprire passaggi… insomma, niente che non si sia già fatto altrove. E in fondo non è così male.

Purtroppo ci sono anche gli scontri. Assassin’s Creed per DS presenta un sistema di combattimento in cui basta premere a ripetizione un singolo tasto per vincere nella stragrande maggioranza dei casi. Come dite? La stessa cosa avviene nella versione Xbox 360 e PS3? Ma anche in quelle versioni mentre si affronta una guardia le altre stanno a guardare lasciandoci tutto il tempo di massacrarla? Sì?

Beh, questo sistema di combattimento fa letteralmente cagare. E non solo per se stesso. Magari qualcuno può anche divertirsi a premere tasti a ripetizione per vincere sempre.

Il problema è: se i nemici sono così stupidi, che li evito a fare? Nella stragrande maggioranza dei casi si può scegliere se schivare le guardie passando sui tetti o se affrontarle. Il secondo caso è sempre più conveniente perché: come già detto le guardie non offrono alcuna sfida; ucciderle richiede poco tempo ed evita passaggi molto più rischiosi (a causa delle potenziali cadute); ma, soprattutto, ogni nemico ucciso rilascia due globi luminosi, uno rosso e uno blu, che ridanno energia (rosso) e che aumentano le nostre riserve di punti (blu) necessari a potenziare una delle due caratteristiche migliorabili (l’energia e il danno della spada).

Insomma, la furtività non conviene e, a lungo andare, è deleteria… ma il protagonista non dovrebbe essere un imprendibile assassino?

Una nota a parte merita il motore grafico, maestoso per un Nintendo DS ma… poco fluido. Credo sia la prima volta che noto rallentamenti e scatti di un gioco per la console Nintendo. È vero che con Assassin’s Creed si sono voluti superare e probabilmente hanno tirato fuori il meglio dalla console Nintendo, ma scatta. Raramente ma scatta. Scatta scatta scatta. E non è una macchina fotografica.

acds_09.jpgacds_15.jpgacds_minigame.jpg

Commento finale: dimenticate la parola “assassin” nel titolo e prendetelo come viene.

La versione recensita è quella USA

Recensire un casual game. Possibile?


Foto di: 3rd Foundation

Volendo rispondere in questo topic mi sono trovato a pormi una serie di domande che credo meritino uno spazio a parte in modo da poter essere affrontate in modo più esaustivo.

Negli ultimi mesi, EA prima, i Tale of Tales ora e, molto probabilmente, molte altre persone poi, hanno espresso una rimostranza precisa verso la stampa videoludica: i recensori hardcore (chiamiamoli così per comodità), ovvero quelli cresciuti a pane e videogiochi, con una vita sociale limitata, che fanno poco sesso e che, sostanzialmente, conoscono a menadito tutti i titoli usciti da Space Wars a oggi, sono in grado di recensire un casual game che, invece, ha un target di utenza completamente differente?

Vorrei provare a cambiare le carte in tavola.

Ha senso recensire un casual game?

Prendiamo alcuni casi tipici: Picross DS, Neves e un Sudoku qualsiasi (ne esistono innumerevoli versioni per innumerevoli sistemi.

Si tratta di tre giochi diversi nello svolgimento: nel primo bisogna annerire dei quadrati partendo da dei riferimenti numerici, nel secondo bisogno ricostruire delle forme sfruttando un set limitato di pezzi sempre identico in tutti i livelli, nel terzo… beh il terzo lo conoscete perché probabilmente avete provato a giocarci su qualche rivista di enigmistica e non anche se a scuola avevate 2 in matematica (cosa non si farebbe per rimorchiare).

Questi tre giochi hanno in comune poche cose. Quella che ci interessa è che sono tutti e tre giocabili con carta e penna. Si tratta di giochi immediati e molto semplici concettualmente, che possono offrire livelli di sfida progressivi ma che, anche quando offrono schemi complicatissimi che richiedono ore per essere completati, rimangono estremamente semplici nella loro struttura. L’apoteosi dei casual game, insomma.

Giocarli non pone molti problemi. Se a uno piacciono le versioni cartacee dei tre giochi si divertirà anche con la loro versione elettronica. Viceversa, se le versioni cartacee non lo hanno mai attirato, probabilmente non si farà coinvolgere da quelle elettroniche.

Il problema viene quando bisogna recensirli. Dove ci si può aggrappare per giudicare uno di questi tre giochi? Basta vedere lo spettro dei voti assegnati a Picross o a Neves per capire la difficoltà del dover giudicare prodotti del genere, come poi tutti i casual game.

A parte i casi in cui un gioco è realizzato veramente male e mostra dei problemi che vanno al di là del concepibile (ma anche in questo caso si esprime un giudizio sul gioco in se o sulla parte tecnica dello stesso?), è difficilissimo esprimere un giudizio oggettivo e, in verità, è difficile affermare che abbia senso farlo.

La via scelta è, normalmente, quella strettamente quantitativa. In questi casi del gioco quasi non si parla ma si passano in rassegna i suoi numeri (modalità presenti, livelli, personalizzazione ecc). Un po’ quello che si è sempre fatto con i giochi di scacchi in cui è difficile dare un giudizio sull’IA, soprattutto ai livelli più avanzati, e in cui si è sempre preferito mettersi a fare le pulci agli elementi di contorno (set, scacchiere, rappresentazione grafica ecc).

Ma se a uno non importasse niente del contorno e amasse proprio il gioco in se? Se, ad esempio, della quantità dei set in un simulatore di scacchi gli interessasse nulla e volesse soltanto un gioco di scacchi per giocare con gli amici?


Foto di: Könrad

In questi casi viene da chiedersi se il soggetto in questione potrebbe essere interessato a leggere la recensione del gioco che comunque intende acquistare. Ma il punto è un altro: per entrare nel merito il recensore dovrebbe mettersi a giudicare il gioco in se? Ovvero dovrebbe recensire gli scacchi (o Picross, o Sudoku o Neves che sia)?

Si tratta di giochi, in un certo senso, assoluti, ovvero che non ammettono giudizio. Al massimo li si può esaminare culturalmente per cercare di capire la società che li ha partoriti, ma non si può certo stare a discutere se il Sudoku sia divertente o meno. È divertente. Per molti no ma, in generale, vista la storia che si porta alle spalle, non si può mettere in discussione la sua esistenza. Si rischia di apparire ottusi. Lo stesso discorso è fattibile anche per gli altri giochi citati.

Qualcuno potrebbe opporre a questo discorso il fatto che non tutti i casual game si ispirano a giochi classici con una storia alle spalle. Vero. Ma è altrettanto vero che tutti condividono delle meccaniche estremamente semplici difficili da giudicare in quanto tali. Come per i giochi citati è arduo esprimere un giudizio su un Cooking Mama qualsiasi perché è impossibile poter affermare che: “non è divertente”. Anche se il recensore hardcore perdesse un testicolo (o un’ovaia… a seconda del genere) provandolo non potrebbe comunque dimostrare con dati oggettivi che il gioco in se è noioso e, soprattutto, che ha delle meccaniche poco funzionali. Si scontrerebbe sempre con migliaia di altri giocatori che la pensano giustamente in modo differente.

La soluzione potrebbe essere quella di far recensire i casual game ai casual gamer, ma sarebbe un paradosso. Se uno è un casual gamer non può recensire i casual game perché la cosa andrebbe contro il suo essere e lo proietterebbe su un piano differente facendolo trascendere dalla dimensione “casual”. Dovrebbe mettersi a cercare le parole e questo lo perderebbe perché lo costringerebbe, seppure in maniera limitata, a porsi delle domande sul gioco… ovvero a crearsi una coscienza del gioco.

Insomma, è possibile recensire un casual game? Ma, soprattutto, come domandato all’inizio dell’articolo, ha senso farlo?

Retrocrap — Robobolt

Prodotto e sviluppato da Alpha Omega (CRL) | Autore Gary Leach | Piattaforma Commodore 64 | Rilasciato nel 1986

Articolo apparso originariamente su it.comp.software.emulatori il 4/11/2003.

Ributtante Robobolt.

Una cassettina ingiallita, di quelle che un tempo spuntavano fuori come funghi, mettendo l’edicolante alle strette.
Un rapporto problematico [per un po’ di tempo lo ignorai…].
Perfino il nome con il quale veniva presentato alle masse, Scorie, non lasciava presagire nulla di buono, e triste era l’impatto con lo screenshot impresso sull’opuscolo [liquidato con spiegazioni particolarmente sbrigative].
Mi avventai invece con rara ingordigia sugli altri giochini del nastro, arcade fracassoni, caricati al primo colpo.
E si sparava senza pensare.
Il divertimento era liquido, scevro da impedimenti familiari.
Non più il biscottone in cella umida, ma un party circolare tra pareti coloratissime.

Robobolt

Scorie, invece, non ne voleva proprio sapere di farsi stipare correttamente nella memoria di un comune C64.
Strofinai la testina del Datassette fino a farla sanguinare, lottai strenuamente con l’azimuth, armato di cacciavite regolamentare.
Arrivai a sospettare che quel gioco non potesse essere semplicemente confinato in uno spazio tanto angusto, che i programmatori, alla fine, avessero dovuto desistere, impossibilitati a comprimere efficacemente nei byte quei mondi.
Si trattava dunque non di un semplice giochino, bensì di un’idea ben più estesa, di un’intuizione inafferrabile ed estranea al biscottone stesso?
Erano le scorie di un sogno autunnale che proseguiva in lontananza?

L’enorme dubbio, unito al mio spirito da bastian contrario (e al molto tempo libero a disposizione), mi portò a fare un ultimo, disperato tentativo, seguendo, questa volta pedissequamente, certe spiegazioni illustrate.
Proprio quando stavo per scagliare il C2N dalla finestra, ecco un bagliore.
Annunciato da una scorreggia iperbolica, un motivetto mi stava invitando, robosaltellante [Robobolt: rimbombante!].
Linee melodiche primitive, assemblate frettolosamente, venivano lasciate risuonare in libertà su una schermata immota.

Zzap!64 lo stimava

Ma la cruda presentazione fu deflorata dalla quasi inconsapevole pressione del tasto fire.
Il tentativo agghiacciante di bassorilievo metallico dello schermo dei titoli si estendeva fino a ricoprire l’intero gioco, fagocitandolo senza pietà.
Tutto era avvolto in un tremore bidirezionale.
Era un Paradroid con le ali tarpate.
Era come se un malintenzionato si fosse impadronito del codice di Braybrook, divertendosi a farne scempio, per poi distribuire l’orrore ai passanti.

L’inguardabile navicella si agitava vanamente nei budelli di carta stagnola, minacciata da due macchie di colore straziate, destinate a ronzare in coppia per l’eternità.
Se avvicinate, le deformità acceleravano istericamente.
Dopo essere sparite dallo schermo, si ripetevano, senza variazioni [Robobolt, riciclaggio].
Impossibile ogni tentativo di dialogo.

L’arma più inoffensiva e scalcinata della storia dei videogiochi, il pallino nero fluttuante/indipendente, rendeva improbabile ogni seria reazione.
Poco chiare le regole (più o meno: raccogliere dei quadratini e traghettarli entro un tempo limite in un punto dove qualcuno sembrava aver vomitato. L’operazione risultava chiaramente superiore alle forze di chiunque, per tanti motivi).

Robobolt, reset.