[Retrospec] Alone in the Dark

Prodotto e sviluppato da Infogrames
Piattaforme PC Floppy (MS-DOS), PC CD-ROM (MS-DOS), Mac CD-ROM, 3DO (USA), FM Towns (JAP) | Pubblicato nel 1992

Se Project Firestart fu il primo tentativo di trasporre graficamente una storia terrificante su C64, Alone in the Dark aprì la strada al survival horror moderno, così come lo abbiamo apprezzato giocando a Resident Evil, Silent Hill, Forbidden Siren e quei pochi altri titoli meritevoli del nostro tempo.

Niente illusioni, la trama non è molto originale anche per un videogioco di diciotto anni fa e offre ben pochi colpi di scena: siamo negli anni ’20 e impersoniamo Edward Carnby, un detective assoldato per fare incetta di reliquie di valore nella villa di Derceto, il cui proprietario – tale Jeremy Hartwood – ha abbandonato in seguito al suo misterioso suicidio. Il filmato introduttivo, interamente realizzato con la grafica del gioco, ci mostra il buon Edward introdursi  nella villa e si fregia di abili cambi di inquadratura, rivelandoci la presenza di un inquietante inquilino. Tanto bastava a far inumidire le papille gustative dei videogiocatori cinefili dell’epoca, poiché dopo alcuni istanti ci si era già resi conto di essere di fronte ad una nuova pietra miliare del videoludo.

Era il 1992 e sebbene il videogiocatore medio fosse più abile e meno schizzinoso di quello odierno, non era ancora provvisto di joypad, così gli sviluppatori preferirono affidare il controllo del personaggio a pochi tasti, costringendoci a switchare costantemente tra le varie posture di Edward tramite l’accesso a un menù che interrompe di netto l’azione. A disposizione abbiamo le seguenti azioni: combattere, esplorare, spingere, chiudere. So che può sembrare una soluzione scomodissima, ma a quell’epoca fu una scelta innovativa, tanto da venire adottata in seguito da altri titoli simili.

L’approccio al gameplay di Alone in the Dark a volte offre un po’ di libertà di azione: all’inizio del gioco quando ci si trova in soffitta è possibile ostacolare l’arrivo di un uccellaccio che dopo pochi istanti sfonderà la finestra, spostando un armadio contro di essa, nonché bloccare l’arrivo di uno zombie da una botola trascinandoci sopra un baule.  Nel caso in cui non fossimo stati tanto accorti e celeri dovremo affrontare queste oscenità a mani nude o con qualche colpo di fucile ben assestato, sprecando così le preziose munizioni (rare per tutto il gioco) utili per gli inevitabili scontri nel prosieguo dell’avventura. La carenza di polvere da sparo, medikit e la difficoltà degli scontri a mani nude rappresentano proprio l’essenza ludica di Alone in the Dark e sono parte del DNA del genere survival horror, oggi un po’ andato perdendosi per colpa delle influenze di certi sparatutto in terza persona. Ho parlato di scontri, polvere da sparo e medikit inducendo alcuni di voi ad immaginarlo come un titolo esclusivamente action oriented, ma sarebbe sbagliato: Derceto è ricca di enigmi da risolvere usando l’ingegno e gli oggetti che raccatteremo nelle stanze della magione. Possiamo ricavare degli indizi soltanto dai racconti trovati in giro per la villa, che richiamano sempre in qualche modo le situazioni che affronteremo e che suggeriscono il modo di uscirne attraverso analogie.

Le inquadrature fisse in prospettiva, con personaggi tridimensionali animati realisticamente su sfondi bidimensionali (nel caso di AitD disegnati, mentre nei survival horror a seguire sarebbero fioriti, col tempo, i fondali 3D prerenderizzati) contribuirono a offrire un’immersività senza pari, tanto da dare vita a un intero filone di avventure dallo stesso impianto tecnologico e ludico; i primi che mi vengono in mente sono Ecstatica, Little Big Adventure (seppur isometrico), Bioforge ma anche Time Gate della stessa Infogrames, e ciò dimostra l’innovazione portata dall’azienda francese (oggi Atari), un passo avanti che oserei paragonare a quello compiuto dalla iD Software con Wolfenstein 3D. In quell’anno usciva l’Amiga 1200, ma il PC compieva passi da gigante grazie a giochi come Alone in the Dark e di lì a poco avrebbe soppiantato il gioiello Commodore diventando la piattaforma ludica da scrivania per eccellenza.

A contribuire alla sospensione dell’incredulità ecco il sonoro digitalizzato, con suoni e rumori realistici che tanto ci spingevano a stare sulla punta della sedia. La colonna sonora in midi (di qualità superiore per la versione CD-ROM di un anno più tardi) è raramente fuori posto, ma quasi stride con la sensazione di solitudine che offre la villa  (è quasi meglio giocare senza accompagnamento musicale). Piccola curiosità, mi stupì il lavoro di digitalizzazione effettuato dai ragazzi di Infogrames per la versione audio PC Speaker; all’epoca era un lusso permettersi una Sound Blaster o una Adlib, ma chi giocava usando solo il misero Speaker del PC poteva apprezzare comunque l’audio digitalizzato, sebbene con un effetto inevitabilmente un po’ gracchiante.

Alone in the Dark è ricco di elementi memorabili e non mi è difficile rimembrarne alcuni, anche se sono passati più di quindici anni dal mio ultimo longplay. Tra i miei preferiti cito il quadro indiano assassino in fondo al corridoio, i ragni che cadono dal soffitto, la pianta malefica invincibile nella vasca da bagno, l’angosciante diario di J. Hartwood (da cui rubavo alcuni stralci, per trascriverli sul mio diario scolastico), le trappole disseminate per la casa, il sigaro assassino, lo scontro con il pirata spadaccino, il vermone gigante nei sotterranei, gli zombie nella sala da pranzo che vanno placati offrendo loro un bel pentolone di carne umana. E come dimenticare la porta d’ingresso? Era possibile aprirla per tentare la fuga, salvo poi venire mangiati da una specie di buco nero organico. Ogni stanza di Derceto nascondeva una terrificante sorpresa difficilmente cancellabile dai vostri ricordi. Impagabile la sensazione di sollievo una volta sconfitto il male residente, la magione si svuotò delle presenze malvagie e percorrendo la via di ritorno dai sotterranei fino all’uscita avvertii un misto di soddisfazione e malinconia accompagnati dal solo rumore dei miei passi che echeggiavano nella villa. Mitico il goffo salto di felicità di Edward appena varcata l’uscita, inconsapevole della brutta sorpresa che lo attendeva nel taxi.

Alone in the Dark va ricordato e spiegato alle nuove generazioni. Anche se oggi è quasi ingiocabile per via della lentezza e della macchinosità dell’azione, il suo valore storico è considerevole e andrà tributato fino alla fine dei tempi, con buona pace degli eredi nipponici.

Note e curiosità:

Il gioco  uscì per IBM compatibili in versione floppy, in seguito anche su Mac e con l’avvento del CDROM venne rilasciata una riedizione con musiche di maggiore qualità e un bonus game per pubblicizzarne il seguito.

Alone in the Dark è una creatura di Frédérick Raynal, titolato sviluppatore francese che curò gran parte del gioco, dal lato tecnico a quello del design di storia e personaggi con intuizioni geniali e innovative per il periodo. Abbandonò Infogrames (per fondare la Adeline e dare luce al piccolo capolavoro Little Big Adventure) a metà dello sviluppo del seguito. Per lo sviluppo del gioco prese forte ispirazione dagli scritti di Lovecraft. Le avventure di Edward Carnby diventarono una saga con l’avvento di Alone in the Dark 2, a cui seguirono altri tre titoli che pian piano si sono allontanati dalle atmosfere e dagli stilemi dell’originale, seguendo l’evoluzione di un mercato sempre più ricco di titoli con personaggi bellocci e senza paura.

Il gioco in principio avrebbe dovuto intitolarsi In The Dark e il protagonista sarebbe stato costretto a brancolare nel buio con l’aiuto di soli tre fiammiferi; il progetto venne scartato e mai più ripreso. Il cosiddetto 2,5D sparito dai survival horror odierni si è accasato nel mondo delle avventure grafiche punta e clicca, mercato ancora molto legato a una fascia di hardware datato.

La versione 3DO (uscita solo negli Stati Uniti) è inspiegabilmente lenta e scattosa.

Il titolo è giocabile con due personaggi diversi: in alternativa a Edward Carnby abbiamo Emily Hartwood, nipote del suicida. Non ci sono differenze sostanziali tra i due personaggi.

Outcast: Chiacchiere Borderline – Episodio 01

Altro giro, altro podcast. Oggi vi segnaliamo il rinnovatissimo Outcast, con Sonic in copertina. Pare che i ragazzi che lo conducono siano riusciti a intervistare il famoso porcospino blu, quindi aspettatevi almeno venti minuti di silenzio. Ahem, scherzo. Scaricatelo e state ad ascoltare!
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Outcast: Chiacchiere Borderline – Episodio 01

Terrorizzato dall’annuncio di Sonic the Hedgehog 4, lo staff di Outcast si riunisce attorno a un falò e prova a sdrammatizzare raccontandosi storie dell’orrore. Ed è così, mentre un Bortolotti si assenta un attimo per investire un povero ciclista e un Antonelli affoga nella melma della (non) connettività abruzzese, che nasce il nuovo Outcast. Un Outcast snello, frizzante, croccante, velocissimo e sviluppato da Dimps, ma per conto di Sonic Team.

In questo episodio:
Outcast, le novità [00:42], Sonic the Hedgehog 4 [04:39], i protagonisti timidi [10:30], il Millennium bug di PlayStation 3 [19:47], il marketing di Heavy Rain fa male ai videogiochi [24:32], gli sviluppatori indie sono antipatici [34:23], l’ennesima stronzata di Peter Molyneux [50:25], siamo tutti dei pipponi [55:36], così poco tempo, così tanto da videogiocare [63:52].

Soundtraccia: Losing Hope – Paolo Giacci / Outcast – Andrea Babich / Title Screen – Sonic The Hedgehog OST / Yesterday of Tomorrow – Paolo Giacci / Star Light Zone – Sonic The Hedgehog OST / Marble Zone – Sonic The Hedgehog OST

Per ascoltarci in streaming, clicca su questo coso qua sotto

Altri modi per ascoltarci:
Outcast su iTunes
Il link diretto all’mp3 di questo episodio

Per contattarci:
Scrivi ad Outcast – outcastlive@gmail.com
Il blog di Andrea Babich: The Babich Playground
Il blog di Andrea Maderna: L’Edicola di giopep
Il blog di Elena Avesani: Puffetti rosa
Il blog di Lorenzo Antonelli: Bunker
Il blog di Luigi Marrone: E-Self Electronic Self
Il blog di Mattia Ravanelli: Zave’s

Intervista alla Monica

Monica è una studentessa di 22 anni che frequenta l’università di Roma e come molte sue coetanee è quasi del tutto estranea al mondo videoludico, nonostante sia circondata da amici (maschi) che sono videogiocatori assidui. A seguito di un’amichevole conversazione informale, ho raccolto alcuni spunti interessanti sul triangolo donne/videogiochi/videogiocatori.

E’ nata così l’idea di fare una simpatica intervista nella speranza che ci aiuti ad inquadrare e riformulare alcuni paradigmi del nostro mondo, che spesso diamo per scontati.

Ciao Monica, grazie innanzitutto per il tuo tempo e iniziamo subito: se dico “videogioco”, quali sono le prime tre cose che ti vengono in mente?
Joystick
Fumetti
Polvere

Passi Joystick, posso capire fumetti, ma la polvere?
Io con i videogiochi ci giocavo solo da piccola e la console (Sega Mega Drive) la tenevamo sempre in soffitta, quindi ogni volta che la tiravo fuori era sempre piena di polvere.

E perché hai smesso di giocare? Non compreresti un’altra console oggi? No! Non è il mio genere di divertimento anche se ogni tanto capita di “videogiocare” ma non ho molto spirito, non sopporto di perdere e mi stufo.

Di tutti i tuoi amici/conoscenti/parenti, quanti giocano regolarmente coi videogiochi?
Troppi! E sono seria! Calcolando la fascia di età in cui sono compresi mi preoccupa il fatto che tre miei amici su cinque preferiscano passare un pomeriggio davanti a un videogioco piuttosto che dedicarsi a qualcosa di costruttivo, o qualcosa che abbia un riscontro concreto nella loro esistenza.
Qualcosa che interessi minimamente progetti un po’ più a lungo termine di quaranta ore di gioco, comunque non stiamo parlando di bambini di dodici anni, ecco perché sono troppi!

Sarebbe uguale se passassero quaranta ore a leggere romanzi o a guardare film?
Dipende da cosa può insegnare quel romanzo o quel film. Specifico che io non penso che i videogiochi siano un’assoluta perdita di tempo, li trovo un divertentissimo passatempo, creativo e carino.

Pensi che possano avere qualcosa da comunicare come altri medium o che siano solo intrattenimento?
Dico solo che a un certo punto il libro si chiude, il film finisce e tu esci e vivi la tua vita fatta di praticità, per quanto ti possa sentire affascinato dalla storia che hai letto o visto ne rimani sempre discretamente distaccato, non vai in giro a vantarti di aver ucciso il dragone con la spada di fuoco a 29 anni!
Insomma non ci vedo nulla di male nel videogioco in sé, non trovo sia qualcosa al di sotto del film o del libro, è un passatempo “ricreativo” come altri.

Però se mi senti parlare del dragone e della spada, mi ritieni più “strano” che se mi avessi sentito parlare del risultato della Lazio, dell’isola dei famosi o dell’iPhone? E se sì, perché a parità di tempo speso sulla questione?
No, è l’abuso che mi disturba e che trovo triste! Come per il calcio o per tutto quello che hai appena elencato, è la mancanza di interesse verso tutto il resto a irritarmi, è il volersi chiudere in un mondo surreale e improduttivo.

Quindi, chiaramente secondo le tue esperienze personali, vedi i videogiocatori come persone chiuse in un solo hobby in modo ossessivo?
Sì! ma non do la colpa al videogioco, do la colpa alla mancanza di interessi e all’incapacità di relazionarsi con altra gente (se non quella che condivide la stessa ossessione).

Videogiocatore = persona incapace di relazionarsi o comunque con problemi sociali? O un simile “disturbo” lo associ anche ad altri passioni come sport o lettura?
Non generalizziamo! Io parlo di gente che ne abusa, non di quelli che si divertono in maniera del tutto normale e sana con un gioco. Sarebbe la stessa cosa se stessimo parlando di Fantacalcio o altro.

Descrivi il videogiocatore così come lo conosci.
Ne conosco due categorie: la prima è quella degli appassionati che ne analizzano grafica, storia, intrecci, in pratica quelli che ne fanno un mezzo per incrementare un tipo di cultura che non ha niente da invidiare a quella letteraria o cinematografica. Nel bene o nel male, nonostante spendano molto tempo dietro lo studio analitico possono definirsi persone che semplicemente coltivano un interesse.

Chiamiamoli appassionati allora, e gli altri? Quelli che sostituiscono il videogioco all’uscita pomeridiana con gli amici, persone secondo me non molto felici, perché se preferisci isolarti e scambiare la vita reale con quella virtuale vuol dire che probabilmente non saresti neanche più in grado di poter parlare di altro; non riusciresti a uscire di casa per buttare la spazzatura senza pensare che fuori ad aspettarti c’è il cecchino con il mitra appena sconfitto dopo l’ultimo combattimento.

Però ti viene naturale creare un forte legame tra il medium videogioco e queste persone, credi che questo finisca per influenzare il modo in cui guardi i videogiochi?
Il punto è un altro, a un certo stadio si arriva a odiare sia il peccato che il peccatore.

Pensi che in futuro cambierà la percezione femminile del videogioco e che un’eventuale sfumatura delle caratteristiche prettamente maschili (combattimento, guerra, armi, ecc.) porterà la tua generazione e quella successiva ad abbracciare questa forma in modo più completo?
E’ il concetto di divertimento tra ragazzo e ragazza che è troppo diverso.
Non è vero che le ragazze non si avvicinano a un tipo di divertimento simile, il punto è che non si faranno prendere mai da una cosa tanto da preferirla a quello che possono fare concretamente con la propria vita reale. E’ molto più difficile che si possa verificare il caso in cui una ragazza possa preferire una giornata davanti al videogioco, piuttosto di uscire con gli amici, ma credo che sia proprio una questione di cromosoma y!

Quali caratteristiche dovrebbe avere un videogioco per interessarti?
Non dovrebbe essere ripetitivo, ti faccio un esempio: io ogni tanto gioco ai picchiaduro come Tekken ma il problema è che dopo mezz’ora mi sono già stufata.
Non c’è evoluzione, non c’è contenuto, è una serie di sequenze di tasti da ricordare per vincere, nessun tipo di coinvolgimento logico o mentale, non c’è nulla su cui riflettere.

Parliamo di un gioco prettamente competitivo che non ha evoluzione. Saresti invece interessata a giochi con una componente narrativa più sviluppata?
Sì, certo.

In un titolo di recente uscita ti viene data la possibilità di metterti nei panni di un terrorista che compie una strage in un aeroporto. Saresti curiosa di provare questo gioco?
Non mi attira, non capisco dove sia il divertimento.

Il coinvolgimento è nella storia, dopo la strage si scopre che eri un agente infiltrato! Più che sul divertimento in senso stretto e l’atto dello sparare, l’enfasi è sull’immedesimazione con il terrorista. Ritieni sia una cosa immorale? O una scena pericolosa per chi gioca?
La trovo interessante come tutte le cose che sfidano l’ipocrisia del politicamente corretto. Per il fatto che sia pericolosa, sinceramente mi sembra come quando dicevano di voler ritirare il tamagochi dal mercato perché i bambini si traumatizzavano quando morivano: non prendiamoci in giro, se uno è violento certo non sarà un videogioco a scatenargli la tendenza, è solo un gioco.

Il gioco ti dà la possibilità di sparare o meno ai civili. Tu spareresti?
Si! se il giocatore sa di essere un terrorista, è normale che compia la strage senza rimorsi!

Ma non ti dà fastidio? Anche se in fondo fai parte dei “buoni”?
Se quando inizia la missione so di essere un terrorista, sì, sparerei. Se avessi saputo di essere un infiltrato magari avrei limitato i danni ma avrei sparato! Anzi sarebbe stato meglio se il giocatore avesse dovuto decidere subito se comportarsi da terrorista o seguire la morale da infiltrato e far saltare tutto, per vedere fino a che punto potevi reggere.

Interazione con vari bivi da seguire che fanno cambiare la storia?
Quello è il tipo di videogioco che potrebbe rivelarsi veramente coinvolgente! Soprattutto per categorie di giocatori poco presenti fino ad ora!
Si parla di un videogioco che si evolve in base ai tuoi ragionamenti, alle tue scelte, ha una trama e degli intrecci che tu scegli, la dose di divertimento sale esponenzialmente, in un caso del genere!

Cambiando argomento, da qualche anno a questa parte nei videogiochi ci sono sempre più scene di sesso e nudità – anche omosessuale – più o meno slegate dalla trama, ma solitamente mai fini a se stesse. In Heavy Rain, attesissimo titolo da poco uscito, il giocatore impersona una donna mentre si fa una doccia e subisce un’aggressione a sfondo sessuale. Pensi sia un modo facile di attirare utenza? Potrebbe essere un deterrente per le donne?
Penso che sia scontato dire che è comunque uno dei tanti mezzi per attirare l’attenzione, a pari della trama, della grafica e di tutto il resto.
Non cambia niente da quello che vediamo in televisione, il principio è lo stesso! Per quanto riguarda la possibilità di urtare la sensibilità femminile, non facciamo i buonisti, non si scandalizza più nessuno(e forse a torto! Non lo so). Di sicuro non è che stiano facendo vedere niente di nuovo.

Quindi se vedessi un amico guardare una scena di sesso sul monitor, considerando che non sai in che contesto è presentata, cosa penseresti?
Mi divertirebbe andare a vedere come sono riusciti a creare donne virtuali tanto, ma tanto più belle di quelle vere!

Dopo Lara Croft il mondo dei videogiochi è sempre più povero di eroine. Credi voglia dire che il medium si stia spostando verso i fruitori maschili? Una protagonista femminile potrebbe invogliarti maggiormente a giocare?
No, non credo che il sesso del protagonista del videogioco abbia una qualche influenza sulla mia voglia di giocare.

Se ti dico hardcore gamer e casual gamer, tu mi dici…
Io e te! Io quella che ci gioca due volte l’anno.

E io quello che gioca ogni giorno!
Esatto!

Ti ringrazio per il tempo concessomi, vuoi dire qualcosa ai nerd di Ars Ludica che leggeranno l’articolo?
Andata a lavorare!

Pensavo più al classico “trovatevi una ragazza”.
No, perché anche quella diventa una perdita di tempo!

[Creazioni] La tosse

Le poggiò la testa sul cuscino e lasciò che i lunghi capelli neri fluissero sulle coperte rifatte da poco. L’aria era inumidita dalla mattina che entrava dalla finestra aperta. Le poche auto che passavano in lontananza rompevano brevemente il silenzio che era sceso sulla casa. Dallo schermo del televisore gli sembrava arrivare lo scherno di quel buffo personaggio blu che dalla sua infanzia non lo aveva mai abbandonato. Ogni volta che lo vedeva sentiva nella testa le parole della madre che gli ordinava di smettere di giocare per fare i compiti. Non le aveva mai dato retta e ricordava bene la sua apparente durezza svanire nel chiacchiericcio telefonico. Succedeva sempre così. Maria, Antonella, Lorena… quante amiche aveva? “Perché non sparisci?” L’ultimo pensiero dopo ogni discussione. A irritarlo non era tanto la litigata in sé, quanto l’idea che finisse sempre nell’indifferenza: “fai un po’ come ti pare”, gli diceva girandosi. Poi via. Sembrava ogni volta recitare una parte che non era sua e da cui usciva con un sollievo ben percettibile nel suo modo di muoversi, ma in cui non poteva evitare di entrare.

La leggera tosse che non lo abbandonava da giorni lo distolse dal ricordare. La console era rimasta accesa tutta la notte. Pausa. Perché l’avevano lasciata accesa? Non ricordava neanche dove erano arrivati. Dopo qualche ora di gioco erano usciti. Chiacchiere da bar, risa, birra. Il copione di sempre. “Sembriamo due impiegati – diceva sempre lei – solo che invece di tornare a casa storditi dal lavoro siamo storditi dalla birra e dal rumore”. “Fatti e ubriachi” chiosava lui storcendo la bocca (perché sprecare tante parole?). Lei ridacchiava sempre, anche dopo le battute meno riuscite. Poi gli si faceva sotto per abbracciarlo. Lui si tirava indietro, almeno inizialmente. Non la sopportava quando compiva quei gesti d’affetto automatici, però non poteva fare a meno di cedere. Lei lo prendeva come un modo per giocare. In fondo giocavano sempre. Colpo di tosse.

Si misero insieme per gioco, quasi per scommessa. Una festa, alcol, un bacio “Tu non staresti mai con me”. “Scommettiamo?” Quanto doveva durare? Non lo ricordava più, ma sapeva che erano passati tre anni da quella notte. Anche la prima volta fu per gioco, al mare, di sera, poche ore dopo essersi messi insieme. Un’altra scommessa. Poi la vita insieme.” Vieni a vivere con me?” “No, non credo di essere pronta.” “Hai ragione, non ci riusciresti. Scapperesti via dopo un giorno.” Aveva imparato che se voleva ottenere qualcosa da lei doveva motivarla, trasformarlo in un obiettivo che le desse la soddisfazione di credere di vivere in un costante stato di sfida. Lei amava giocare, qualsiasi fosse il gioco. Colpo di tosse.

Le passò una mano sulla bocca. Non respirava più. Qualche passo per la stanza, qualche immagine confusa. Poi lo sguardo fisso sul suo corpo nudo e insanguinato. Le gettò sopra un lenzuolo. Come l’aveva uccisa? Non lo ricordava. C’era del sangue. L’aveva accoltellata? Probabile, viste le ferite e visto che non aveva altre armi in casa. Perché? Era l’unica cosa che ricordava. Si era girata e stava per abbandonarlo. “Ti lascio” “Non potresti mai” “Scommettiamo?” Poi il black-out.

Prese il cordless, si mise seduto sul divano e chiamò la polizia. Confessò quello che aveva fatto. Senza alcuna esitazione o resistenza, diede l’indirizzo quando gli venne richiesto. Attaccò senza sprecare parole. Afferrò il joypad e tolse la pausa. Il porcospino blu finì subito in un burrone. “Che deficienti che siamo stati – disse parlottando tra sé e sé – abbiamo messo in pausa davanti a un precipizio”.

Foto di: Claudia Perilli