I videogiochi sono arte?

Già una volta parlai di come nel mondo del cinema non si è arrivati mai a dire “il cinema è arte” in modo perentorio e definitivo, ma ci fu un lavoro di travaso, per certi versi favorito dal clima culturale dell’epoca, che affermò il cinema come arte attraverso un percorso fatto di opere e testi critici. Ovviamente non mancarono i detrattori che non ammettevano il fatto di associare la parola arte al nuovo medium o che, pur accettandone la possibilità, vedevano il cinema come un’arte minore rispetto alle arti classiche, soprattutto alla letteratura. Non mancarono anche le voci di quelli che volevano lasciare il cinema nel suo status di “forma tecnologica di intrattenimento”, relegandolo a curiosità per le masse borghesi desiderose di evasione.

Facendo un salto indietro, chi direbbe oggi che lo stesso successe con il romanzo? Attenzione, non con la letteratura, ma con la forma letteraria del “componimento narrativo in prosa storico o inventato imperniato sulle vicende di uno o più personaggi”, per dirla con il dizionario Garzanti. Questa non è la sede per fare la storia del cinema o della letteratura. Quello che ci serve di sapere è che, preso come valido il principio secondo il quale ogni nuova forma di espressione, nel cercare di affermarsi come tale, trova resistenze da parte della società e che le tesi contrarie si basano in primo luogo sul confronto con l’esistente, non possiamo sperare che i videogiochi riescano a mettere in evidenza le loro potenzialità espressive senza la gestazione di un discorso critico più articolato.

Di che tipo di critico abbiamo bisogno? Per dirla come Umberto Eco: “chi parte con un giudizio prefissato e imposto al lettore non è un critico ma una sorta di carabiniere o venditore (a scelta) dell’arte. È che il critico, lo si era detto, alla fine del processo critico deve elaborare una categoria, proporre un modello da accettare in cambio della lettura analitica che permesso, risolvere in una formula operativa l’opera che ha aiutato a vedere in tutta la sua complessità di congegno; e questa categoria sta al di fuori dell’opera perché è verbale, e come tale permette alla critici di <> le opere d’arte, la loro successione storica, il gioco delle influenze e delle leggi a cui soggiacciono.”*

Aggiungo io che il compito del critico videoludico, in questa fase, è quello di sbagliare, ovvero quello di rischiare proponendo modelli che siano un principio d’ordine, per quanto fallace, che avvii un dibattito serio interno al nostro mondo, cercando di aprirlo agli altri mondi. Quello che è già avvenuto a livello economico e commerciale, dovrebbe diventare un fine anche a livello culturale, in modo da stabilire contatti di reciprocità con gli altri media, uscendo dal gioco delle gerarchie.

Per farlo bisogna in primo luogo evitare le definizioni facili, che nascondono sempre la ricerca di gratificazione personale. Lo scopo primario è il dare forma a ciò che finora è lasciato a livello di mera intuizione, ovvero rendere intellegibile verbalmente la percezione di un senso profondo che si può avere di fronte a un videogioco, pur rischiando di limitarlo.

Non bisogna necessariamente costruire da zero, ma è possibile lavorare partendo dalle sensibilità individuali per cercare di farle confluire in una visione più articolata e globale. L’unica vera urgenza è quella di smetterla di spacciare i videogiochi, pur riconoscendone la natura, come un fatto meramente matematico; ovvero bisognerebbe piantarla di scomporli in minimi comuni multipli lì dove a contare è il quadro generale, che produce il suo senso nella mescolanza inscindibile dei suoi elementi.

Bisogna iniziare a concepire un videogioco come un flusso di informazioni espressive o funzionali legate tra loro le quali, prese singolarmente, diventano altro e non fanno più parte dell’opera complessiva. Insomma, bisogna abbattere a picconate la via adolescenziale del giudizio ormonale nato negli anni ottanta, quando i videogiochi venivano visti in primo luogo come un fatto tecnico e si esprimevano giudizi pensando soprattutto alla qualità del codice.

*(da: P. Consagra, U. Mulas, Fotografare l’arte, Fratelli Fabbri, Milano 1973)

Articolo già apparso su Babel 23

21 comments on “I videogiochi sono arte?

  1. Concordo, finalmente un discorso sull’accesso del videogioco allo status di mezzo espressivo (anche) artistico che mi convince. Soprattutto se il presupposto è che il discorso che se ne fa, dall’esterno, è quello che apre la via maestra per evolverlo oltre la concezione di semplice mezzo d’intrattenimento.

    Senza un dibattito critico, la nostra comprensione rimarrà sempre allo stato attuale, ingabbiata nei binari sicuri e marcescenti che percorriamo da vent’anni.

  2. Per me la questione non è così complessa come la si vuol far sembrare (probabilmente per scetticismi fastidi vari) Bisognerebbe prima riformulare una definizione di opera d’arte che tenga conto del passo dei tempi, il videogioco è sicuramente un opera dell’intelletto umano, che si serve di un suo codice specifico, come lo scrittore si serve della penna. Fin qui ci siamo. Ma a questo punto c’è da fare una distinzione molto semplice
    Secondo me la cosa che distrae molti è la componente ludica, da sempre pensata come qualcosa di infantile. Premettendo che la maggior parte dei film in circolazione nelle sale sono meramente ludici (ovvero intrattengono senza andare “oltre”, senza cercare di colpire lo spettatore a livello estetico ed emotivo e impegnarlo in una “riflessione”)
    Ma qui (nel videogioco) il termine ludico va inteso in senso diverso, come negli sport: si creano le regole (gameplay) e si gioca. Detta così la creazione del videogioco starebbe solo nel creare le regole, esattamente come l’invenzione di un qualsiasi gioco da tavolo, o un sudoku qualsiasi.
    Ma è tutto qui il videogioco? Ne siamo sicuri?
    No, perché una buona fetta di videogiochi PARTE dalle regole per “creare” un esperienza più profonda. Il gameplay diventa quasi un mezzo per prenderne parte, e così possiamo prendere parte a esperienze estetiche tra le più varie, dove il compito del game designer e degli art designer e di tutta quella fetta di persone che si occupa, è di meravigliarci.
    Eccoci catapultati in mondi sconosciuti, variopinti, comici, decadenti, tra passato presente e futuro.
    Questa esperienza estetica per me è già arte, io “vivo” l’opera d’arte e ne sono circondato. Questo mondo che mi si crea attorno può senza dubbio essere più o meno “originale”, più o meno “creativo”, esattamente come un quadro può essere astratto o realista, c’è sempre comunque una “mano” che lo disegna virtualmente, tranne quando si usano gli algoritmi.
    Il gameplay stesso può diventare mezzo per esprimere il genio degli autori. E chi ha giocato a titoli come Half Life 2 sa bene a cosa mi riferisco. A volte si chiede anche all’utente di esprimere il suo genio, ma questa è una cosa che la macchina non può calcolare, e quindi nasce la condivisione online (pensiamo a Spore, dove io creo, come fossero costruzioni lego, una creatura virtuale o una casa o una pianta o quant’altro e la condivido online; oppure The Movies, dove mi cimento nella creazione di un film. Entrambe i videogiochi sono ahimè molto limitati, ma è un buon punto d’inizio, pensiamo già all’espansione di The Movies, dove si permetteva di creare le proprie “carrellate”, aprendo le porte, di fatto, a un’infinità di soluzioni diverse per gli utenti)
    La differenza che c’è tra un Mondiali Fifa 2010 e un Alan Wake è la stessa che c’è tra un guardare una partita e guardare un film d’orrore.
    Purtroppo una gran fetta dei titoli presenti sul mercato corrisponderebbe a quella che noi chiamiamo “tv spazzatura”.

  3. La domanda è mal posta. Dovrebbe essere: le ricerche di mercato sono arte? Perché gran parte dei videogiochi, anche molti di quelli artistici, fighi, indipendenti ed originali, partono proprio da una ricerca di mercato per profilare gusti, abitudini, appeal e aspettative del giocatore medio o del giocatore target (a seconda se sia un prodotto di massa o di nicchia).
    Detto questo le singole componenti in alcuni casi sopravvivono allo scempio del processo di produzione e possono essere identificate come arte ma il complesso, spesso è risultato di scelte di mercato ed esigenze di produzione, che hanno poco di artistico.

  4. Personalmente ho molto più a cuore il fatto che qualcuno si renda conto che il videogioco è uno stupendo mezzo di comunicazione e riflessione e non serve solo a far fare headshot a monomaniaci frustrati.

  5. Beh Matteo non è che le grandi opere d’arte non venivano finanziate, ai tempi 😛

  6. Beh, c’è una grossa differenza. Il mecenatismo ha le sue pressioni ma ha finalità differenti rispetto alla spinta verso il profitto finanziario fine a sé stesso di una ricerca di mercato. Il problema non ce l’hanno solo i giochi ma un po’ tutta l’industria dell’intrattenimento “artistico” in senso lato.

  7. A me sembra che tutta l’industria preferisca non venir considerata arte…
    sono veramente pochi gli autori che si sbilanciano in tal senso.

  8. Si ma infondo quel che conta e viene poi giudicato arte tramite determinati canoni, è il prodotto in se. Quello che gli sta intorno ed il perchè quel prodotto è concepito non ha importanza.

  9. Ma allora ad esempio Max Payne 2, Bioshock, e Half Life 2 sono prodotti artistici? Per me sì, per voi?

  10. No no stavolta non ci casco l’ultima volta che è uscito fuori sto discorso mi volevano menare :X

  11. Secondo me l’articolo è buono, ma si poteva dire qualcosa di più visto lo spunto iniziale.
    Comunque, visto che sei partito dal cinema, già che ci sono inserisco questo link di un topic del retroforum… http://retrogamer.forumfree.it/?t=48861665
    Come vedete la discussione è molto accesa, infatti ho ricevuto ad oggi UNA sola risposta (più di 70 click.. mah). A parte ciò, tutto regolare.
    I giochi “artistici” so’ POCHI! E sono troppo pochi, questo è il punto.

  12. Mario Morandi wrote:

    I giochi “artistici” so’ POCHI! E sono troppo pochi, questo è il punto.

    Esattamente… E in questa generazione troppi sparatutto idioti

  13. Ma chissenefrega, ti diverti mentre giochi? E allora va bene. Non è che tutte le sculture sono opere d’arte, allora che si fa, le si butta anche se sono apprezzabili?

    Comunque quotoo nevade, me ne chiamo fuori prima che salti fuori qualche maestro di kung fu. Poi finisce che bisogna rispondergli con “You must defeat Sheng Long to stand a chance”

  14. Ho sentito, qualche giorno fa, la registrazione di una puntata di Outcast (quello di Giopep, Zave e compagnia bella, per intenderci) in cui Andrea Babich (se non erro), si esprimeva in termini molto chiari e per nulla dversi da quelli che avrei usato io.

    Volendoli riassumere, si potrebbe partire dalla considerazione che il videogame è, al pari di qualunque altro medium o mezzo creativo, un modo per comunicare ed esprimere un qualcosa all’esterno.

    Lo stesso vale per un articolo di giornale, un videomusicale, una scultura, un ritratto, una ricetta culinaria… insomma. Tutto ciò che è creazione e esternalizzazione.

    All’interno di questo “tutto” esistono prodotti diversi e vari, pensati per pubblici differenti e consumatori differenti. Questi prodotti, indipendentemente dall’immanenza del giudizio pubblico o critico, si inseriscono autonomamente in una corrente che si crea (volontariamente o no) e che ne rappresenta le linee guida.

    Per fare due esempi, si potrebbe considerare il “Futurismo” come una corrente espressiva (o periodo) volontario, mentre la cultura “pop” potrebbe definirsi come “autogeneratasi”.

    In questo contesto, alcuni videogiochi sono pensati all’origine per essere volutamente espressivi e con velleità artistiche (penso a Machinarium, ma è solo il primo che mi viene in mente) mentre altri sono stati creati senza alcuna pretesa in questo senso (i pokemon, ad esempio).

    Per quanto importante e necessaria, l’esistenza di un pensiero critico consapevole non è (imho) una condizione essenziale all’affermazione di un videogioco in campo artistico, in quanto è lo stesso prodotto che si auto inserisce in un “discorso” critico che può anche essere pregresso (come nel caso della scapigliatura).

    Il fatto del bello vs. brutto è, secondo me, oltremodo irrilevante. Sarebbe come dire che i quadri di Picasso sono arte perché sono belli. Anche alcune pubblicità sono belle, ma non per questo sono artistiche. Lo diventerebbero nel momento in cui si affermasse una forma di “metapensiero” condiviso capace di categorizzarle e dare loro una forma (pensiamo alla “notte dei pubblivori”).

    Per fare un ultimo esempio, basterebbe pensare al retrogaming, comunemente accettato come una categoria espressiva affermata e capace di generare proseliti del tutto simili a quelli generati da scultori, scrittori e pornostar.

  15. quante belle parole… ma come mai nessuno parla di “industria”? non si può scindere questa dall'”arte”… o pensate di essere ai tempi dei lumiere?

  16. L’articolo centra un punto fondamentale del discorso

    il “problema” non è del medium che non ha i mezzi per essere arte, ma è la critica che non sa ancora analizzare e giudicare appieno gli elementi che lo rendono tale

    Le risposte più piccate ad Ebert sono arrivate proprio da quelli che dovrebbero essere i critici del settore, visto che Ebert stesso ha involontariamente evidenziato e a messo alla berlina le loro mancanze

    Bisogna quindi andare oltre i “tecnicismi sterili” e la recensione  da “volantino del mediaworld o press kit ufficiale”, allo stesso tempo però ,per una vera critica non si deve esagerare in senso opposto e scartare automaticamente interi generi o prodotti bollandoli come commerciali a prescindere

  17. Il videogioco è certamente arte. Basta prendere una definizione qualsiasi di “arte” per accorgersene, ovvero, arte intesa come capacità dell’uomo di trasmettere emozioni mediante un mezzo espressivo, ma anche arte intesa come capacità dell’uomo di creare qualcosa grazie alla sua esperienza e quella appresa dalle generazioni passate.
    Beh, un videogioco è un qualcosa creato dall’uomo e trasmette certamente emozioni. Tuttavia, mentre in un dipinto o in un film non puoi fare altro che guardarli e, dalla loro osservazione, derivarti i messaggi e le emozioni che voleva comunicare l’autore, nel caso di un videogioco c’è una partecipazione molto attiva dell’utente all’opera stessa (si pensi agli rpg o adventure con finali multipli) e, pertanto, il messaggio e le emozioni possono variare leggermente (o talvolta pesantemente) a seconda delle scelte operate dal videogiocatore! Ciò, secondo me, rende il videogioco una forma d’arte a sé stante, meritevole di avere una sua categoria, appunto l’arte del videogioco, da non confondersi, quindi, con la letteratura, il cinema, la musica, la pittura, ecc., anche perché il videogioco in fondo contiene contemporaneamente tutte queste altre forme d’arte!

    Distinguiamo però “arte” da “opera d’arte o capolavoro”. Se è vero che ogni videogioco è definibile come arte, questo non significa che siano tutti dei capolavori d’espressione artistica.

    Un videogioco come “The Nomad Soul” è un’opera d’arte a tutti gli effetti. Immagini tridimensionali, musica e trama intricata, ma coinvolgente e originale, si fondono insieme per trasmettere delle emozioni notevoli che rimarranno impresse per molto tempo nella mente del videogiocatore.
    Invece, un gioco qualsiasi della serie Call of Duty o un Fifa, tanto per citare i primi due che mi sono venuti in mente, per me sono semplicemente dei prodotti commerciali, che durano come una canzonetta estiva (a meno che non ami il multiplayer), finché non li finisci o finché non ne fanno un seguito, ma difficilmente verranno ricordati nella storia dei videogame come opere d’arte.

  18. Ad un’ occhiata generale ed estesa, penso che il male del sistema videoludico è stato quello di voler darsi una patina di maturità coatta. Da quando qualcuno ha iniziato ad abusare del clichè cinematografico per la realizzazione del medium videoludico (per ciò che concerne la narratività), oltre a diverse intuzioni interessanti, sono iniziate le tamarrate hollywoodiane facili per bimbiminchia. In questa decade, queste tamarrate trash si sono estese a macchia d’olio, perchè il mercato e il videogiocatore medio è chiaro che vogliono questo.

    Quando il videogioco era più gioco che video, paradossalmente, si raggiungeva una maturità maggiore di quanto non accada ora. Poi, finchè il cinema vanterà registi come David Lynch e Zio Kubrick, sarà meglio andarci con i piedi di piombo col definire arte un videogioco per la sua struttura cinematografica. Il rischio è che il videogioco si trasformi un una banalizzazione e ultrasemplificazione (nonchè continua reiterazione di stilemi stra-abusati) del mondo del cinema.

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