ArsLudicast 7: La Carta Stampata

La carta stampata ha sempre il suo fascino, eppure risente molto del momento storico, culturale e tecnologico in cui viviamo. Certo, le solite ovvietà; ma come sta davvero l’editoria videoludica italiana e come si evolverà? L’informazione di settore a pagamento avrà ancora un valore e un fascino? Com’è il rapporto con i produttori di videogiochi e la pubblicità? Perché alla fine sono gli ospiti a far le domande a noi?

Questi temi (e molti altri) li analizziamo insieme ad alcuni dei mostri sacri dell’editoria videoludica: Alessandro Apreda (responsabile dell’area Videogiochi & Cartoon di Edizioni Master), Ugo Laviano (Nintendo Rivista Ufficiale) e il leggendario Andrea “Gorman” Minini Saldini, l’uomo che ha diretto così tante riviste videoludiche da aver ormai raggiunto la pace dei sensi. Ospite straordinario della puntata la tastiera di Gorman.

A tenere le redini dei guru imbizzarriti Vittorio Bonzi, mentre Matteo Anelli e Roberto Turrini fanno le domande.

Scaricate l’episodio:

Anteprima:
 

Brano in Apertura
God of War Theme, arrangiato ed eseguito da Alessandro Monopoli

Brano in Chiusura
Metal Gear Solid 3 Opening Theme di Harry Gregson-Williams

11 comments on “ArsLudicast 7: La Carta Stampata

  1. Complimenti, molto interessanti queste interviste!

    Io ho smesso di comprare riviste dalla morte di Super Console (un bel po’ di anni fa), e quindi non so come sia la situazione adesso dal punto di vista cartaceo, ma vorrei comunque commentare due punti:

    1.
    Il discorso del “se ti paghiamo ti scegliamo bravo” funziona fino a un certo punto: ho letto un sacco di recensioni noiose e superficiali su carta, e almeno fino al periodo in cui seguii il cartaceo alcuni redattori sembravano scelti più per amicizia che per effettiva competenza e bravura.

    2.
    Già ai tempi di Super Console si poteva notare una certa polarizzazione nella stampa videoludica: da un lato recensioni superficiali e voti tirati via, e dall’altro i pipponi infiniti citati anche nel podcast. Nei primi tempi di Zzap e TGM (ma forse la memoria addolcisce i ricordi) c’era forse più equilibrio, e forse quell’equilibrio contribuiva anche a “formare”, in un certo senso, i lettori, senza autoalimentare gruppi chiusi di casualoni da un lato e di elitisti dall’altro.

    Oggi questa polarizzazione la ritrovo nei siti di videogiochi italiani, e non so se sia riscontrabile anche sulla carta stampata attuale, comunque il punto è che secondo me potrebbe aver contribuito all’attuale analfabetismo videoludico italiano, in cui c’è la massa che segue solo i titoli mainstream e viene coccolata quando non inseguita dalla stampa mainstream, e pochi siti che propongono riflessioni accurate e competenti che però non sono immediatamente accessibili da chi si trova “al di fuori”, che perciò magari perde entusiasmo e curiosità di scoprire cose nuove e diverse e torna al suo tranquillo e familiare Call of Duty.

    A lato, ho “scoperto” i podcast videoludici da poco e me ne sono appassionato proprio perché mi sembra di ritrovarci finalmente quel giusto equilibrio di un tempo, quel parlare di videogiochi a metà tra il serio e il faceto che mantiene vivo l’interesse, ma al contempo stimola la riflessione.

  2. Il problema della stampa specializzata (intendo sia su internet che su carta) è che, spesso, non ha la cultura adatta per essere tale. La maggior parte dei cosiddetti giornalisti, me compreso, va a braccio e si affida al fatto che ha provato un gran numero di titoli. Non per niente, nonostante l’ambiente apparentemente giovane e dinamico, il conformismo sui giudizi e sulle posizioni critiche è spesso disarmante.

  3. WOW!
    Ringrazio un po’ tutti gli ascoltatori!
    Avete abbattuto qualsiasi record avevamo stabilito sino ad ora ed in un solo giorno!

    Eldacar: ho passato la voce sulle tue osservazioni.

  4. Ho problemi personali in questi giorni, tornerò per fornire risposta più approfondita.

    Volevo solo chiarire, rispondendo un po’ a tutto quanto ho letto (eldacar compreso) che le mie osservazioni erano per forza di cose generali.

    Non tutti quelli pagati lavorano meglio di chi lo fa gratuitamente, ma la logica di mercato suggerisce che la tendenza sia quella (in un mercato che paga davvero per i contenuti quanto meno).

    Non tutti i PR avranno avuto i bonus sulle copertine, ma molti sì. Ma soprattutto, non tutti i PR sono “PR professionali” per riprendere le parole di Eldacar. Più banalmente, senza toccare la categoria, non necessariamente tutti i PR rispondono a un management illuminato/professionale.

    Credo anche che il discorso sulla pubblicità extra-settore sia stato frainteso (il podcast non l’ho riascoltato) o mal esposto da parte mia. Luca Persichetti, che Eldacar cita, è persona capace e talentuosa. Risulta, almeno a me, evidente, però, che nel complesso i siti web, da un certo punto in poi, abbiano avuto comunque la strada più aperta nello sdoganarsi verso i centri media.
    Questo non toglie nulla alla professionalità di chi questo percorso è riuscito a portarlo avanti. La “strada più aperta” non significa “i centri media fanno la fila per acquistare spazi”.

    Rispetto alla “qualità maggiore se si paga”, ripeto quanto detto (credo, ci sono stati anche fuori onda) nel podcast: se una persona può “permettersi” di lavorare sotto pagata a 25 anni, è molto più difficile che lo possa fare a 35. Quasi impossibile a 40.
    A quel punto, se molla, il settore perde una voce d’esperienza. Non mi pare un’affermazione contestabile, no?

  5. Ti copio/incollo quel che ho scritto su Facebook

    Andrea, di cosa non ragionevoli è pieno il mondo. Il punto è che ogni volta si tira fuori questa storia e a me, personalmente, fa sorridere la questione. 20 anni fa era tutto meglio e le riviste pagavano il giusto. Ora no. Soluzioni, piuttosto che ricordare questo (comunque) sacrosanto dato di fatto? Io non vorrei che passasse il messaggio che io sia uno che non rimpianga i bei tempi andati invece. Ma a un certo momento, che si vada pure avanti no?

    Aggiungo: la questione dei centri media aperti verso i siti è leggenda, almeno per quel che riguarda la mia esperienza personale. Alla base di ogni cosa, comunque, ci sono le persone che possono avere canali più o meno privilegiati con contatti già conosciuti. La cosa che può garantire un’apertura imparziale con i centri media sono le certificazioni di traffico e vendite, ma qui scatta il nuovo paradosso: quelli certificati non possono dire minchiate, gonfiarsi i numeri e di conseguenza avere entrate all’altezza di chi si mette le pagine viste dai bot nel conto con Google Analytics

    Per i PR forse mi sono spiegato male io: quando “ero di la” il conteggio delle persone in grado di fare il proprio lavoro bene ammontava, rigorosamente IMHO, a due o tre al massimo rispetto alla totalità delle aziende. Intendo persone in grado di distinguere i prodotti da promuovere, disponibili, intelligenti, abili nel comprendere determinate meccaniche e tempistiche

    Sul discorso qualità maggiore, rinnovo l’invito a riprendere in mano carta vecchia: a mio (modestissimo) parere, insieme a una schiera nutrita di fuoriclasse, viaggiavano pure un bel po’ di pippe. Quasi una percentuale maggiore di quella odierna considerando gli eserciti di “giornalisti” all’opera sul web

    Cheers

  6. Che le riviste di settore stiano andando in declino e’ un dato di fatto sotto gli occhi di tutti da diverso tempo. Su come sopravvivere alla crisi e guardare ad un futuro sereno, personalmente penso sarebbe possibile solo avendo un impero della stampa videoludica italiana come quello che Gorman fondo’ a suo tempo.

    In questo senso, dirigere alcune delle maggiori riviste di settore nel panorama italiano e riunificarle tutte sotto un’unica bandiara con un sito online coi controcazzi, alla multiplayer.it tanto per intenderci, a mio parere potrebbe ridurre i costi e al contempo portare qualcosa di veramente completo che bilanci il tutto e che si possa distinguere anche per qualita’.

    Dato pero’ che l’idea e’ del tutto utopica, la realta’ suggerisce un declino in cui le riviste ufficiali saranno lette sempre piu’ da soli appassionati, giovani e persone che ancora non accesso ad internet a banda larga, o che hanno accesso ma di cui ignorano le potenzialita’.

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