Dove siamo finiti?

Non venite a raccontarmi che la scena italiana dello sviluppo dei videogiochi non è mai esistita, che l’industria italiana non ha mai prodotto niente di buono e che in fondo Gioventù Ribelle ce lo meritiamo. Evitate, per favore, perché si vede che negli anni 80/90 eravate troppo piccoli per leggere chi avesse sviluppato il gioco che stavate comprando, oppure non eravate stati ancora spruzzati dal pene di vostro padre.

Probabilmente non vi ricordate le tonnellate di titoli sportivi e non prodotti da Simulmondo, la sperimentazione della stessa con i giochi episodici venduti in edicola a prezzi molto bassi, basati su licenze importanti, i cloni di Ghost’n Goblins distribuiti dalla Genias, i giochi di Lupo Alberto, Cattivik e Sturmtruppen della Idea… non scherziamo. L’italia c’era, sviluppava e sperimentava. Chi si ricorda la serie degli I Play di Simulmondo?

A quei tempi, nemmeno troppo remoti, l’industria italiana non era paragonabile a quella americana, giapponese o anche inglese e tedesca per quel che riguarda le risorse impiegate, ma non sfigurava e ha prodotto più di qualcosa di decente, a volte anche dei piccoli gioielli come il racing F17 Challenge dell’italianissima Holodream, distribuito da Team 17.

Magari è stata poco lungimirante l’idea di investire tempo, denaro e talento nei migliori picchiaduro mai realizzati per i sistemi Amiga (Shadow Fighter e Fightin’ Spirit), magari Breathless, il miglior FPS per Amiga (altro che gli Alien Breed 3D di Team 17), se fosse uscito su PC avrebbe portato al successo i Fileds of Vision, che ora affiancherebbero id e Valve tra i grandi sviluppatori del genere.

Certo, con i se e con i ma non si fa la storia dell’industria, figuriamoci l’industry, ma non raccontiamoci balle: la decadenza vera è iniziata dalla metà degli anni ‘90 in poi, quando lo sviluppo dei videogiochi ha fatto un salto in avanti a livello produttivo e la creatività dei pionieri non è riuscita a confluire in progetti industriali di ampio respiro, come possono essere quelli di Electronic Arts, Codemasters o anche una 1C nell’est Europa.

La passione per il medium non è bastata e piano piano le forze produttive del paese si sono rarefatte, disciolte e, tristemente, raffreddate. Costretta a scontrarsi con una realtà in rapida mutazione, l’industria italiana, incapace di creare una sinergia di aziende e di riorganizzarsi per affrontare la sfida internazionale, si è atomizzata ed è oggi vittima di personaggi incuranti del discredito che le gettano addosso.

Andate sull’App Store e ci troverete decine, se non centinaia, di progetti italiani. Cercate tra i web games e scoprirete che il made in Italy è meno raro di quello che crediate. Il problema è che si tratta di isole, spesso di gente che appare e scompare, consumata dalla passione che vorrebbe vedere trasformata in un successo immediato, che invece non arriva, in un mondo in cui la concorrenza è spietata e amplissima. Le eccezioni, ovviamente, ci sono e andrebbero portate a esempio dall’industria stessa, invece di avversarle perché inutili a livello politico e meno controllabili.

La cultura del videogioco esiste, soprattutto a livello economico/sociale, solo che in Italia non è mai fregato a nessuno di diffonderla e, anzi, recenti tentativi hanno solo causato l’ilarità globale. Esiste, come dimostrano le accese reazioni al capolavoro prodotto per celebrare i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, veementi al punto da attirare l’attenzione della stampa generalista (Qui, Quò, Quà) e da costringere i responsabili a ritirare il progetto, con la promessa di pubblicarlo quando sarà completo.

A questo punto bisognerebbe impegnarsi a capitalizzare, ovvero a non sprecare quest’unità ritrovata, questa sinergia d’intenti e di sdegno che dovrebbe essere incanalata in qualcosa di produttivo, come ad esempio qualche progetto videoludico di livello. Ecco, magari questo sarebbe il modo perfetto per celebrare l’unità d’Italia attraverso i nuovi media.

15 comments on “Dove siamo finiti?

  1. Questo pezzo è una palese contraddizione, affermare che la scena dello sviluppo dei videogiochi in Italia c’è e c’è sempre stata per poi mestamente riconoscere che questa non è mai decollata quando lo facevano le altre.
    E’ proprio quello che fa la differenza, l’investimento, l’impatto sull’immaginario collettivo, la dignità che la società concede al medium, senza queste cose è lecito affermare che lo sviluppo dei videogiochi in Italia non c’è mai stato.
    Perché non bastano una manciata di programmatori che sviluppano app per iPhone o “giochini” per avere un impatto sul mercato, o più semplicemente una voce in capitolo.
    Altrimenti sarebbero bastate quattro tavole piantate nella sabbia della riviera ligure una domenica mattina degli anni 70′ per affermare che il Surf è una realtà in italia, si fottano la California e la Nuova Zelanda.
    L’Italia, come per molte altre cose, non investe, non crede e non supporta lo sviluppo di una potenziale industria del videogioco … rileggete bene questa frase, riuscite a percepire la lontananza con una realtà concreta?

  2. Simone “Karat45” Tagliaferri wrote:

    L’industria non c’è, gli sviluppatori ci sono.

    Ergo, se non c’è l’industria a supportarli e a fornirgli lavoro, nel breve termine non ci saranno più neanche questi sviluppatori.
    Più che altro perchè anche gli sviluppatori devono mangiare. Almeno credo.

  3. Condivido in pieno quello che dice JimiBeck.
    In Italia, e non solo nel settore videoludico, la tendenza è di non rischiare e non si investe sulle persone.
    Lo stagista sottopagato viene spesso equiparato al professionista con esperienza ventennale. Basta fare numero, chi se ne frega della qualità?
    D’altra parte, gli sviluppatori indie hanno la voglia ma non hanno le risorse.

  4. Avete una visione sbagliata e distorta di come si fanno, da almeno dieci anni, i soldi sui videogiochi per un nuovo arrivato. Innanzi tutto non si passa per le community locali. Non si hanno sedi faraoniche, non si assumono gli amichetti e li si fa tutti community/social/fancazzista manager. Si lavora sodo, in pochi, e si ottiene il massimo spendendo il minimo possibile, come fanno tutti i professionisti capaci.

    Esattamente come fa il vostro meccanico sotto casa, che non ha nemmeno una mezz’oretta per farsi una sega. Non è che lui è un imprenditore e uno che fa giochi da 9.90 ideati e indirizzati molto bene in un mercato di nicchia internazionale è un povero coglione, eh!

    Non so se ci avete fatto caso ma al mondo ci sono solo tre publisher, basati in paesi con molti più abitanti di noi. Esistono da decenni e negli ultimi dieci anni continuano costantemente a perdere pezzi. Se qualche vecchio sviluppatore ricco prova ad aprire un’azienda nuova fallisce miseramente il più delle volte. Non è più cosa fare quel tipo di gioco e quel tipo di mercato. Non si apre mai un ristorante alla moda quando la moda è ora. Lo si deve aprire prima e poi farlo diventare il posto più figo dove andare. PRIMA degli altri. Altrimenti raccogli le briciole se ti va bene e ti incoolano con la sabbia se va male.

    Chi passa le giornare a dire di si sui forum probabilmente sta intornando qualche investitore locale oppure parla per sentito dire vedendo le poche cose che sono sotto gli occhi di tutti e fa finta di essere esperto.

    Voi vi fidereste di un chirurgo che scrive sempre nelle community mediche, va ad i convegni, parla di cose che sapete anche voi e non ha mai fatto nemmeno un’operazione? Io no. 

  5. TheGentleman wrote:

    Anelli, a chi è riferito il tuo intervento?

    Direi: a chi crede che ci vogliano grosse aziende da centinaia di dipendenti in cui un giovane sviluppatore si siede alla sua scrivania e comincia a sviluppare. O viceversa, a chi crede che per arrivare da qualche parte in un mondo ideale baste un garage, un computer, un programmatore, un musicista e un grafico. Da un lato c’è un modello vecchio e non più sostenibile (dice Anelli), dall’altro manca da sempre un minimo di visione imprenditoriale.

  6. Milestone forever la serie di screamer era forse la migliore serie sega rally based a quei tempi.

    Shadow fighter programmato da domenico barba e fabio capone (di messina la mia città ho visto quel gioco nascere dal nulla!)

    Le serie simul mondo giustamete citate in articolo…

    E per i più vecchi come me come non citare la serie viking ed explorer a cura di bonaventura di bello?

    Insomma l ‘italia i suoi piccoli fasti li ha anche avuti il problema in questo momento è di natura economica e comunicativa, la stampa italiana è in mano a gente che conosce si e no forse solo il calcio (parlo di grandi testate italiane non di magazine specifici) quindi a creare un “odissea” bastano 2 righe mal scritte di giornali , a questo aggiugnete anche l’italica abitudine di compaingersi senza mai ribellarsi.

  7. Il problema che vedo io con l’industria videoludica italiana e’ in parte quello che dipinge Matteo Anelli (“Non si hanno sedi faraoniche, non si assumono gli amichetti e li si fa tutti community/social/fancazzista manager. Si lavora sodo, in pochi, e si ottiene il massimo spendendo il minimo possibile, come fanno tutti i professionisti capaci.”), e in parte quello di cui parla The Gentleman (“Lo stagista sottopagato viene spesso equiparato al professionista con esperienza ventennale.”).

    Matteo da una parte ha ragione: e’ inutile per un’azienda trascinarsi pesi inutili (l’amico “fancazzista manager”); le aziende hanno bisogno di professionisti seri per sfornare produzioni valide. Paradossalmente, pero’, come dice The Gentleman, le aziende (piccole e grosse) spesso risparmiano proprio sulle persone, dando per scontato che “un programmatore vale l’altro, ma gli stagisti costano meno”. E allora giu’ di stagisti a 350 euro al mese.
    Dopotutto, due o tre stagisti a quella cifra costano ancora meno di una sola persona capace. 
    Il risultato pero’ e’ che poi escono prodotti qualitativamente scarsi e non competitivi (perche’ non e’ una questione di quantita’ – cioe’ ore uomo – ma di qualita’), che non vendono, anche quando esce davvero qualcosa. E prima o poi, a forza di cose che non vendono, le aziende chiudono.

  8. Secondo me gli sviluppatori ci sono, ovvio devono mangiare e fanno altri lavori, spesso sempre in ambito informatico, e spendono il proprio tempo libero in sviluppo di piccoli giochi, sperando di farsi notare o raccimulare qualcosa.

    Dico questo perche’ ne conosco un po’ di questa tipologia di persone (tra cui gente che lavorava nella citata simulmondo) e ne facevo parte (diciamo pure tutt’ora).

    Purtroppo avendo da capare, il tempo che dedicano e’ poco e quindi affrontano solo progetti piccoli per poterli vedere finiti in tempi ragionevoli, inoltre c’e’ da considerare che molti (giustamente o no, non e’ in discussione) non vengono nemmeno presi in considerazione dalle aziende internazionali.

    Id:”Dopotutto, due o tre stagisti a quella cifra costano ancora meno di una sola persona capace.”
    A volte nemmeno come stagista o peggio come schiavo (senza paga) ti considerano.(esperienza personale)

  9. La mia critica all’articolo (critica poi …) era volta a sottolineare che senza investimenti e senza aver sfornato prodotti “importanti” non si può parlare di sviluppatori italiani e men che meno di industria videoludica italiana.
    Giusto per sottolineare che realtà videludiche di primissimo piano, tra sviluppatori e publisher, nel resto d’Europa ce ne sono: Ubisoft sta in Francia, 2K Czech sta in Repubblica Ceca, GSC e 4A Games stanno in Ucraina, CDV in Germania e altre che non ricordo.
    E non stiamo parlando di videogiochi di 25 anni fa o di app da pochi mega.
    Non che ci sia niente di male nello sviluppare app per smartphones (anzi ben venga se questo ti fa pagare le bollette e se i prodotti sono divertenti), però è sintomo di una realtà che dipende esclusivamente dalla buona volontà dei singoli per sopravvivere.
    E’ come parlare di musica in Italia per poi ammettere che i musicisti italiani per campare compongono jingles pubblicitari (è per fare un esempio, anche se la realtà della musica italiana a volte è anche peggiore), però negli anni 70′ c’erano i “Formaggini Di Fuoco” che facevano progressive rock da urlo nelle taverne del basso Lazio.

  10. Il paragone con la musica italiana è molto infelice, rischi di mandare a quel paese tutto il tuo discorso.
    Prova un altro esempio.

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