RADIOGAME II 03 FIGHTER

Avanti, andate a scaricare il terzo episodio ufficiale della nuova serie di Radiogame, l’unico podcast in cui non ci sono cialtroni che parlano per ore! Tanta bella musica vi aspetta!
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Finalmente il terzo episodio della seconda stagione di Radiogame è qui. Inneggiamo ai coin-op degli anni Novanta con The King of Dragons e Real Bout Fatal Fury Special, dopodiché proseguiamo con il folle secondo capitolo di No More Heroes e lo spettacolare Mass Effect. Dopo la pausa ci aspettano niente meno che le musiche di Shadow of the Colossus, i terrificanti brani di Quake, i riarrangiamenti folliniani di Bionic Commando per Commodore 64 e infine un assaggio della colonna sonora di Street Fighter III: Third Strike.
Buon ascolto!

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Tasto destro del mouse e “Salva file come…” – 94 MB, 98 mins.

I videogiochi non sanno raccontare la guerra

I videogiochi non sanno raccontare la guerra. Appena abbandonano il terreno del fantasy o della fantascienza sembrano osare troppo, o non volere osare abbastanza, e scadono nella miseria scenografica più cupa. La guerra videoludica è, generalmente, uno scontro continuo contro goblin o alieni travestiti da soldati di diverse fazioni (vedi anche l’ultimo, pessimo Medal of Honor).

Call of Duty: Black Ops è la summa dell’incapacità di raccontare un contesto e di comunicare al giocatore il senso di ciò che sta facendo, al di là del piacere umorale di abbattere modelli poligonali antropomorfi in movimento. Durante il gioco s’interpretano i ruoli di vari soldati in contesti di guerra differenti, ma a conti fatti non c’è alcuna distinzione tra il tentare di ammazzare Fidel Castro o l’annientare i nazisti alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Le differenze sono meramente superficiali e servono soltanto a regalare varietà visiva al prodotto, dando al giocatore quello che si aspetta in termini esclusivamente epidermici. Esiste un gioco fantasy senza grotte di fuoco e di ghiaccio? Lì dove un’insurrezione con decine di morti diventa uno spettacolo barocco, utile per affermare la retorica della libertà da centro commerciale, o lì dove una citazione da Il Cacciatore di Michel Cimino viene violentata per far vedere quanto gli americani siano eroici e sprezzanti della morte (e il nemico indistintamente crudele), diventa impossibile raccontare altro se non il ripiegarsi onanistico del fruitore sulla propria arma, la quale diventa specchio dei valori trasmessi dal suo agire, che volontariamente o involontariamente è costretto a condividere per poter andare avanti.

In tutto questo la guerra scompare, quella guerra che il cinema e la letteratura o le altre arti hanno provato e provano a raccontare nei suoi aspetti più cupi e drammatici, diventando la solita messa in scena bidimensionale dello scontro tra il bene e il male, raccontato da una prospettiva solida e anacronistica.

Articolo pubblicato su Players 01