Neoludica alla Biennale di Venezia

Pensate, in Italia esistono delle associazioni dell’industria dei videogiochi che effettivamente si occupano di diffondere la cultura del videogioco e non di confezionare patacche. Lode quindi all’AESVI per essere sbarcata al lido con un’iniziativa di prima grandezza che tenta di sdoganare anche in Italia il concetto di videogioco come arte e che si inserisce in una manifestazione di portata mondiale come la Biennale.

Leggiamo tutti insieme il comunicato stampa dell’evento:

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Sala Dei Laneri, Santa Croce 131, Venezia dal 1 giugno al 27 novembre
Centro Culturale Candiani, Venezia -Mestre, dal 1 giugno al 31 ottobre

Arte e gioco: in quante forme si può declinare questa relazione? L’arte è un gioco, diceva Duchamp, e i giochi sono arte. L’ingresso dei videogiochi nella danza delle Muse ha arricchito ulteriormente questa relazione: i videogiochi sono un’arte e hanno avuto, negli ultimi anni, un impatto determinante sulle altre arti: dal cinema alla letteratura, dalla musica alle arti visive. Si collocano al crocevia tra forme produttive e culturali molto differenti, ed è proprio l’anomalia di questo incontro/scontro che li rende terribilmente interessanti.

Neoludica è un evento che vuole esplorare a fondo queste relazioni.

L’elenco degli artisti partecipanti:

Alessandra Rigano e Federico Castronuovo ‘Serenata’, Auriea Harvey e Michael Samyn ‘Tale of Tales’, Lorne Lanning e Sharry McKenna ‘Oddworld’; Paolo Della Corte, Marianna Santoni; Nino Mustica, Mikayel Ohanjanyan, Samuele Arcangioli, Massimo Giuntoli; Gabriella Parisi; Matteo Bittanti + IOCOSE, Marco Brambilla, Tonylight, Marco Cadioli, Mauro Ceolin, Damiano Colacito , Eva & Franco Mattes , Les Liens Invisibles, Molleindustria, Antonio Riello, Federico Solmi, Santa Ragione, Stefano Spera, Carlo Zanni , Miltos Manetas, Vjvisualoop; Tibe; Jan Vormann.

In prima mondiale, l’evento mette in luce la forza artistica che unisce i vari aspetti del tema neoludico integrandone il confluire uno nell’altro, partendo dalla riflessione che la fotografia d’arte del ‘900 ha ispirato e contaminato i vari ambiti creativi odierni (Della Corte, Santoni). Con la frase di Duchamp “Art is a game between all people of all periods” si profetizza il ruolo che il videogioco ha oggi nell’ambito dell’arte. Il dibattito è aperto su come i videogames -Opera Multimediale Interattiva- siano una forma d’arte ma non ancora compresa dal mondo culturale. Mentre tutti creano, organizzano, dibattono, all’interno dei propri settori (ambienti-fiere, forum, università) Musea_GameArtGallery_E-Ludo Lab intendono creare una connessione coraggiosa e identificare scientificamente i processi e i risultati definibili Neoludica.

Si va da un’arte videoludica, analogica e digitale, in fotografia e in video, tattile ed immateriale, al repertorio di 45 anni di console (con GamesCollection.it), sei articolazioni espositive e 34 artisti. Italians do it better!! perché gli artisti italiani dagli anni Novanta hanno dimostrato un precoce interesse per i videogiochi: anticipando fenomeni come il cinema videoludico dei machinima, le produzioni indipendenti, il divertimento elettronico di massa. Archetipi e paesaggi offre lo spunto per entrare nelle dinamiche profonde dei videogiochi coi publisher, rilevandone tutti i piani dell’ispirazione (15 videogiochi e 30 artwork di grandi nomi e studios).

Serenata crede nella continuità tra piattaforme di comunicazione ed espressione artistica. Con Lorne Lanning e Oddworld si leggono i legami con le avanguardie e con la grande arte contemporanea di Jack Goldstein. I Tale of Tales hanno dedicato la vita alla creazione di forme di arte interattive emotivamente ricche.

Un percorso di realtà aumentata (marcato dal dispatchwork di Jan Vormann), in Venezia e Mestre, unisce la scultura di Nino Mustica a quella di Mikayel Ohanjanyan, una grande struttura cubica di ferro con fili intrecciati a creare superfici geometriche, dove frasi codificate in QR attendono di essere decifrate.

ILLUMInazioni – ILLUMInations (titolo della 54. Esposizione Internazionale d’Arte dato dalla direttrice Bice Curiger) è anche un’opera di Rimbaud, poeta della sinestesia: Neoludica nasce sotto il suo segno per dare vita ad un allestimento di suoni e luci (con Massimo Giuntoli e con Tibe), viaggio inedito tra i linguaggi costitutivi per la formazione del nuovo serbatoio visivo delle pratiche contemporanee.

11 comments on “Neoludica alla Biennale di Venezia

  1. Bello per uno di Venezia scoprire queste cose da Arsludica tanto poco sono pubblicizzate!
    C’era stata una piccola mostra dedicata ai videogiochi sempre al Centro Culturale Candiani il novembre scorso, così poco pubblicizzata che l’ho scoperta in dicembre a fiera finita

  2. Sono seriamente preoccupato per questa insistente pressione atta a far entrare il videogioco nel mondo dell’arte. Vorrei ricordare che tante “forme di espressione” nel momento del passaggio da mestiere ad “arte” hanno perso quasi del tutto la loro capacità di intrattenere.
    Senza contare tutta la merda prodotta che si nasconde dietro all’etichetta “arte” per ovviare alle incapacità degli autori.
    IMHO non è necessario farsi chiamare “arte” o “artista” per avere una dignità, anzi “artigiano” per me ha molto più significato perchè comprende al suo interno il concetto di “fatto bene” e di “utile allo scopo”.

  3. Kinda, personalmente credo che possano convivere più punti di vista su uno stesso argomento. Non capisco perché ci sia questa paura smodata verso la nascita di una critica dei videogiochi più seria. Il fatto che il cinema sia considerato un’arte ha impedito alla Warner di fare gli Harry Potter?

  4. Il discorso è molto più vasto, e parte con il cercare di definire cos’è che rende qualcosa arte e qualcosa no. Se fino alla fine dell’800 questa operazione era semplice da compiere perchè lo stato dell’arte era raggiunto semplicemente da quelle opere che potevano essere obbiettivamente considerate più prossime alle perfezione e al realismo di altre (specie nelle arti visive), ora ci troviamo in una situazione ben diversa.
    Adesso qualsiasi cosa può essere chiamata (e viene chiamata) arte, spesso in riferimento ad un concetto o ad un idea (diffusamente di rottura o di disturbo) e NON più rispetto alla funzione che l’opera svolge (il ritratto fedele, la rappresentazione funzionale, l’allegoria largamente condivisa).
    “arte” è diventato un aggettivo da mettere in coda a tutto e a niente, qualsiasi argomentazione diventa valida per sostenere l’elevazione di un opera ad “arte” poichè tutto è soggettivo.
    E’ in questo stato di indeterminatezza e di inflazione di termini che vogliamo vedere il videogioco? Personalmente ritengo possa guadagnare dignità in un altro modo, principalmente provando di essere all’altezza della narrazione del cinema (il cinema che narra, non il cinema delle “impepate di cozze” citando Boris) e del romanzo, magari ribaltando le prospettive visto che dalla sua ha un elemento di interattività che nessun altro medium ha.

  5. Kinda Inappropriate wrote:

    Il discorso è molto più vasto, e parte con il cercare di definire cos’è che rende qualcosa arte e qualcosa no. Se fino alla fine dell’800 questa operazione era semplice da compiere perchè lo stato dell’arte era raggiunto semplicemente da quelle opere che potevano essere obbiettivamente considerate più prossime alle perfezione e al realismo di altre (specie nelle arti visive), ora ci troviamo in una situazione ben diversa.

    Purtroppo definire cosa sia “arte” non è mai stato semplice, nemmeno nell’ottocento. A quell’epoca ovviamente imperava il paradigma romantico e dunque: l’arte come espressione unica ed irripetibile del genio. Ma questa definizione (ovviamente semlificata all’osso e non univocamente declinata), si sostituiva in realtà alla definizione che ne avevano dato gli umanisi per i quali l’opera d’arte era soprattutto ricerca ideale d’armonia ed equilibrio, in stretto rapporto con le opere classiche per cui l’unicità, l’originalità erano criteri del tutto marginali. Tra l’altro la tua definizione di arte come qualcosa di “funzionale” è lontanissima (cercando sempre di semplificare) dall’idea che ne avevano i romantici nell’ottocento (se parliamo della declinazione italiana del romanticismo è un altro paio di maniche, ma in quegli anni la cultura italiana era del tutto marginale rispetto a quella tedesca, francese o inglese). Già in diversi thread, qui su ars ludica, ci siamo scontrati più volte con l’impossibilità di dare una definizione di cosa sia arte e questo perchè si tratta di una difficoltà costitutiva, ineliminabile; non dipende dall’epoca in cui viviamo poichè, a questo proposito, non è mai esistita un’idea univoca. Scherzando, una volta dissi ad un mio amico che parlare d’arte è come parlare di Dio: nessuno sa cosa sia (o se esista) ma, con ogni probabilità, ognuno di noi avrà una sua, personale opinione in proposito. Insomma, se prendiamo l’argomento dal lato “definizione” rischiamo solo di farci del male ed ingarbugliare ancora di più la questione. In una video intervista di qualche anno fa (non ricordo la fonte) alla domanda se i videogiochi siano o no arte, il grande Tim Schafer, sorridendo, rispose (ovviemente non lo riporto testualmente ma a memoria) che la questione aveva poca importanza, l’unica cosa che contasse davvero era impegnarsi a realizzare videogiochi sempre migliori. Io condivido pienamente. Come già credo di aver scritto, a mio parere l’unico modo affinche i videogiochi possano emanciparsi è “responsabilizzare” gli sviluppatori, far crescere in loro la coscienza d’essere “autori”, di doversi mettere in discussione con le proprie idee la propria visione dell’uomo, della società, della vita. Mi rendo conto che questo non può essere sufficiente (la rivoluzione dovrebbe infatti coinvolgere anche media, produttori e pubblico), ma credo sia un buon punto da cui cominciare. In ogni caso ringrazio Simone Tagliaferri per la puntualità con cui mette in risalto notizie interessanti all’interno di un ipotetico (e sperato) percorso di crescita del mondo dei videogiochi.

  6. Brumaio wrote:

    Kinda Inappropriate wrote:
    Il discorso è molto più vasto, e parte con il cercare di definire cos’è che rende qualcosa arte e qualcosa no. Se fino alla fine dell’800 questa operazione era semplice da compiere perchè lo stato dell’arte era raggiunto semplicemente da quelle opere che potevano essere obbiettivamente considerate più prossime alle perfezione e al realismo di altre (specie nelle arti visive), ora ci troviamo in una situazione ben diversa.
    Purtroppo definire cosa sia “arte” non è mai stato semplice, nemmeno nell’ottocento. A quell’epoca ovviamente imperava il paradigma romantico e dunque: l’arte come espressione unica ed irripetibile del genio. Ma questa definizione (ovviamente semlificata all’osso e non univocamente declinata), si sostituiva in realtà alla definizione che ne avevano dato gli umanisi per i quali l’opera d’arte era soprattutto ricerca ideale d’armonia ed equilibrio, in stretto rapporto con le opere classiche per cui l’unicità, l’originalità erano criteri del tutto marginali. Tra l’altro la tua definizione di arte come qualcosa di “funzionale” è lontanissima (cercando sempre di semplificare) dall’idea che ne avevano i romantici nell’ottocento (se parliamo della declinazione italiana del romanticismo è un altro paio di maniche, ma in quegli anni la cultura italiana era del tutto marginale rispetto a quella tedesca, francese o inglese). Già in diversi thread, qui su ars ludica, ci siamo scontrati più volte con l’impossibilità di dare una definizione di cosa sia arte e questo perchè si tratta di una difficoltà costitutiva, ineliminabile; non dipende dall’epoca in cui viviamo poichè, a questo proposito, non è mai esistita un’idea univoca. Scherzando, una volta dissi ad un mio amico che parlare d’arte è come parlare di Dio: nessuno sa cosa sia (o se esista) ma, con ogni probabilità, ognuno di noi avrà una sua, personale opinione in proposito. Insomma, se prendiamo l’argomento dal lato “definizione” rischiamo solo di farci del male ed ingarbugliare ancora di più la questione. In una video intervista di qualche anno fa (non ricordo la fonte) alla domanda se i videogiochi siano o no arte, il grande Tim Schafer, sorridendo, rispose (ovviemente non lo riporto testualmente ma a memoria) che la questione aveva poca importanza, l’unica cosa che contasse davvero era impegnarsi a realizzare videogiochi sempre migliori. Io condivido pienamente. Come già credo di aver scritto, a mio parere l’unico modo affinche i videogiochi possano emanciparsi è “responsabilizzare” gli sviluppatori, far crescere in loro la coscienza d’essere “autori”, di doversi mettere in discussione con le proprie idee la propria visione dell’uomo, della società, della vita. Mi rendo conto che questo non può essere sufficiente (la rivoluzione dovrebbe infatti coinvolgere anche media, produttori e pubblico), ma credo sia un buon punto da cui cominciare. In ogni caso ringrazio Simone Tagliaferri per la puntualità con cui mette in risalto notizie interessanti all’interno di un ipotetico (e sperato) percorso di crescita del mondo dei videogiochi.

    Concordo con te su molti punti, il mio dire “un tempo era più facile definire cosa fosse arte” era semplicemente riferito al fatto che un tempo, nel bene o nel male, gli artisti erano comunque delle persone che conoscevano il loro mestiere e il loro linguaggio e nel corso della vita tendevano comunque verso un obbiettivo condiviso che era quello, per semplificare, delle robe fatte bene e con cognizione di causa.
    Il discorso come dici tu è senza fine, e per questo lo ritengo inutile … peggio ancora, il dibattito nel 900 è stato accesissimo, e a mio avviso ha nuociuto gravemente all’arte stessa (qualsiasi cosa sia) rendendola improvvisamente inutile tanto quanto i discorsi che le si facevano intorno.
    Tutto si distorce nel soggettivo, non esistono più metri di paragone, ogni cosa ha diritto di esistere in base alla presunta capacità di ogni individuo di poter dare qualcosa, esprimere qualcosa, non importa se questo qualcosa poi risulta infruibile ai più.
    Sposo completamente le affermazioni di Tim Schafer (di cui mi rendi partecipe, perchè non le conoscevo), trovo che lui abbia colto pienamente la futilità del concetto attuale di “arte”.
    Torniamo a cercare di fare cose sempre migliori che è certamente più utile e interessante che atteggiarsi dietro la maschera dell’artista.

  7. Effettivamente nel novecento la concezione “artigianale” dell’arte è un po’ sfumata. Certo non mancano i cosiddetti “richiami all’ordine”, ma in linea di massima l’arte contemporanea s’è spostata maggiormente verso i territori del concettuale e dell’informale. Ben inteso non è che l’arte antica non fosse ANCHE concettuale (un esempio su tutti la magnifica Pietà Rondanini di Michelangelo), ma tra installazioni, “Merda d’artista” di Manzoni e l'”Orinatoio” di Duchamp (senza ovviamente voler negare l’importanza che entrambe queste opere hanno avuto nello sviluppo della storia dell’arte per la loro lucida forza dissacrante) si è forse perso l’equilibrio tra espressione (che molto spesso è mera provocazione) e realizzazione. Il vero problema però (e questo, se mi posso permettere d’interpretarlo, penso sia anche il pensiero di Simone Tagliaferri) è che il mondo videoludico è lontano anni luce da queste discussioni, non lo sfiorano neppure. Siamo ancora a baloccarci con il machismo becero dell’ultimo “metal of honor” o di “Call of duty” (tanto per citarne due). Pare che i videogiochi (e con essi il loro pubblico) non vogliano proprio saperne di crescere, di cercare d’esprimere una visione del mondo più personale. Gli sviluppatori dovrebbero mettere da parte ogni complesso d’inferiorità e rimboccarsi le maniche senza trincerarsi dietro l’alibi del: “vorremmo ma non possiamo perchè altrimenti il pubblico non ci seguirebbe”. A questi pigroni bisognerebbe ricordare che (correggetemi se sbaglio) un gioco come Silent Hill 2, oltre ad essere un capolavoro, ha venduto benissimo. Quindi meno scuse e più coraggio 🙂 .

  8. Ma chi li ha selezionati quei giochi? Tutti quelli che conosco in quella lista sono delle pazzesche!

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