Le sigle del Monopoli #6: Duke Nukem

Faccio lo sgambetto a Karat45 e subentro nella presentazione delle “musichine del Monopoli”, più professionalmente dette le sigle del Monopoli. Questa è la volta del tema di Duke Nukem, che come sappiamo, al Monopoli “gli parla tutto il giorno”, mentre il nostro lamb-O rimane totalmente indifferente.
Il tema suddetto ha introdotto la puntata #6 del podcast dal titolo “La morte del PC?”.
Buon ascolto a tutti!

http://www.youtube.com/watch?v=rG408A0uh9A

L’orrore di Junji Ito

Di Junji Ito avevo letto solo Gyo e la storia non mi aveva lasciato particolari impressioni: perché se scrivi un manga che parla di zombie robot che si alimentano a scorregge un po’ te la cerchi.

Questo inverno ho saputo di un remake hollywoodiano di Tomie, una antologia di storie brevi dello stesso autore e mi sono incuriosito. In pochi mesi ho letto tutto quello che era possibile trovare di questo eclettico autore horror, noto pochissimo in occidente per via del fatto che si diletta prevalentemente in storie brevi e perché è letteralmente osteggiato dalla censura americana, che lo vede come un autore violento e diseducativo. Poco importa che scriva storie per adulti.

Junji Ito, dal vivo, sembra Nobita adulto. O un Tremonti giovanile. Sorriso cordiale, modi gentili e fa ridere pensare a lui come se fosse una minaccia sociale. In realtà è solo un magaka terribilmente bravo, che riesce a creare tensione con ottimi dialoghi e illustrazioni perfette in grado di descrivere l’orrore con una precisione chirurgica.

Un fatto ironico è che, tranne alcuni racconti più estremi, la produzione di Ito è fatta di storie molto tradizionali per l’immaginario giapponese, in cui l’elemento principale non è tanto il gore adolescenziale di Gyo o Uzumaki quanto il terrore cosmico ed inevitabile, il quale è saldamente legato al folklore e alla tradizione letteraria della sua terra.

Il senso dell’orrore di Junji Ito è prima di tutto storico: le sue storie spesso parlano di lasciti generazionali, di espiazioni senza tempo o dell’ironia di un destino che i protagonisti si sono scritti da soli.

Il lato umano delle sue storie è preponderante: l’uomo è spesso vittima e carnefice di sé stesso, il paranormale quasi mai è una forza esterna slegata dai personaggi e quasi sempre ha un forte legame con le loro emozioni, trascorsi e passioni.

La donna è un elemento altrettanto fondamentale del suo immaginario: i personaggi femminili sono i più forti ma al tempo stesso i più pericolosi. Gli uomini sono spesso ritratti come individui deboli ed influenzabili, principalmente per via delle loro ambizioni e rigidità culturali. Per una Tomie che tormenta i maschi c’è spesso una Kirie in grado di sostenere l’orrore di un’esistenza condannata.

L’ultimo elemento comune alle sue opere è il senso di ineluttabilità: i suoi personaggi spesso accettano implicitamente la loro condizione e continuano una cieca routine esistenziale che li porterà inevitabilmente all’oblio. Non sempre c’è sofferenza alla fine del loro tormento, spesso semplice liberazione. Quasi mai un lieto fine. Anche se l’autore (che ama offrire delle interpretazioni per le sue opere) non lo dice mai apertamente, è facile vedere in questa rassegnata routine un parallelo con il rigido stile di vita dei giapponesi e fanno di Ito forse una delle avanguardie principali del senso di disagio sociale che oggi è alla base della cultura giapponese: una specie di Alan Moore nipponico, anche se meno perentorio e aggressivo nei suoi toni di denuncia.

Tra le sue opere più importanti non posso che citare The Enigma of Amigara Fault, una piccola storia d’appendice a Gyo che riassume molto bene lo Junji Ito maturo: pazzia, una punizione ancestrale radicata nella storia dell’uomo e delle illustrazioni che dicono molto più degli stringati dialoghi.

Di ben altro spessore i racconti di Museum of Terror, la maggior parte dei quali sono stati scritti tra gli anni ’80 e ’90 e che ci svelano di un Ito più legato al folklore che all’horror spettacolare. La maggior parte sono storie di terrori personali e psicologici, storie di fantasmi e maledizioni, legate alle aspettative di successo e alla concezione di benessere di un giappone moderno all’inizio della fine.

La raccolta delle storie brevi di Tomie (1987-2000) è basata su un canovaccio quasi banale: Tomie è una bellissima ragazza in grado di ammaliare qualsiasi uomo che però, dopo averla amata intensamente, non può fare a meno di assassinarla. Ito scrive dozzine di storie che arrivano a creare una mitologia intorno alla figura di Tomie, svelando di volta in volta un nuovo tassello della sua esistenza.

Uzumaki (1997) raffina il taglio mitologico di Tomie e si ispira più apertamente ad H.P. Lovecraft, descrivendo le vicende del villaggio maledetto di Kurôzu-cho su cui pende una maledizione ancestrale legata al simbolo della spirale. Per questa serie ad episodi autoconclusivi ma collegati tra di loro, Ito crea un vero e proprio universo parallelo, un tessuto narrativo coerente in cui si svolgono le avventure di Kirie e del suo nevrotico fidanzato, Shuichi. Uzumaki è il primo tentativo di serializzazione in stile classico per Ito, che di solito predilige pubblicare storie brevi sotto le 48 pagine.

Con Gyo (2001-2002), sotto molti punti di vista, Ito fa un grandissimo passo indietro, creando una piccola serie troppo sbilanciata verso l’intrattenimento e il gore per teenager. Ito presenta una vicenda improbabile: un’antica tecnologia da guerra giapponese si rivolta contro chi l’ha creata e riesce a conquistare il mondo. L’umanità è allo sbando e non può fare altro che piegarsi a una volontà superiore a cui ci si può opporre con ben poco. Tranne il tema dell’asfissiante ed apocalittica ineluttabilità, il manga si perde in troppe scene cruente che alla fine anestetizzano il lettore, invece che coinvolgerlo.

Il suo ultimo lavoro, Hellstar Remina (2006), torna sul tema della donna come veicolo predestinato di sventura, ma lo fa in una chiave leggermente diversa. Questa volta al soprannaturale si uniscono i temi dell’ossessione umana e della lotta alla sopravvivenza: un’umanità che sta per venire spazzata via da un’entità cosmica scatena una caccia alle streghe contro la figlia dell’astronomo che l’ha scoperta, in quanto essa porta il suo nome. In bilico tra realismo, apocalisse e sociologia, Ito ci regala una storia futuristica e spaventosa in cui la fragilità umana è fotografata in modo impietoso e realista.

Leggere i racconti di Junji Ito è un’esperienza forte proprio perché l’autore riesce disinvoltamente a varcare il confine della semplice letteratura d’escapismo e approdare in un genere più maturo e completo. Le sponde letterarie da cui possono letti i racconti brevi di Ito sono molteplici, come molteplici sono le citazioni o i temi di approfondimento che giacciono sotto la superficie delle sue opere, temi che spesso pungono il lettore sul vivo, visto che si allacciano a piccole meschinità o difetti che un po’ tutti possediamo.

Gran parte delle opere di Junji Ito sono state pubblicate in inglese in volumi antologici che potete trovare anche nell’aStore di Ars Ludica.

Final Fantasy VII: Dirge of Cerberus

Pubblicato e sviluppato da Square Enix
Uscito a Novembre 2006 | Piattaforme PS2, Mobile

Advent Children è stato una delle cose peggiori mai successe a Final Fantasy VII: un lungometraggio incomprensibile, così intriso di fanservice, citazioni e melodramma che chiunque non fosse un grandissimo appassionato di questa meta-serie vi risulta impermeabile.

Dirge of Cerberus prova un approccio diverso e cala il numero di intermezzi-spettacolo tipici di Advent Children in un mediocre contesto ludico, creando un prodotto equamente suddiviso tra partecipazione passiva e attiva, con intermezzi e parti giocate ciascuno della durata complessiva di quattro-cinque ore.

Delle parti giocate si poteva fare sostanzialmente a meno: sono ripetitive, prive di stimoli e del tutto inadatte a fare un buon corridor shooter in terza persona. I nemici troppo passivi uniti ad un protagonista troppo potente rendono l’azione una cosa meccanica, noiosa ed evitabile, tanto che ho preferito scansare gli scontri piuttosto che perdere tempo a fare tirassegno su bot idioti. Fortunatamente (?) il gioco è pieno di glitch che permettono di evitare di rimanere invischiati nell’ennesima, noiosissima shooting-alley.

C'è anche lui, ma solo per una decina di minuti. Giuro!

Di tutt’altro spessore la storia: Dirge of Cerberus è un monumento a Vincent Valentine. Lo rende più umano, ne spiega le origini, le relazioni con gli altri personaggi e, cosa molto più importante, il suo passato prima della trasformazione. Non esagera con il melodramma e non eccede coi camei degli ex-protagonisti, sempre discretamente sullo sfondo e mai troppo invadenti. Le sequenze narrative alternano 3D in tempo reale a 3D prerenderizzato: dove le prime hanno una regia ed un montaggio accurato, che riescono a creare atmosfera, tensione e suspance, il prerendering ci regala scene spettacolari ma dissonanti rispetto allo stile più pacato e sofisticato delle altre. Il tutto è supportato da una splendida colonna sonora che porta la firma di Masashi Hamauzu e di GACKT (Kamui Gakuto).

Resta da capire perché fare di Dirge of Cerberus un videogioco mediocre, piuttosto che un lungometraggio accettabile.

http://www.youtube.com/watch?v=7TEB846Y7jE

Players #04

Finalmente è uscita la versione free di Players #04, la rivista che rende più belli. Andate a leggere soprattutto i miei fottuti articoli e lasciate qualche fottuto feedback. Anche uno “stronzo” andrà benissimo per solleticare il mio ego smodato. Se poi vi avanza tempo, guardate anche le figure.
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Nel numero 04 di Players:

Arte: Goni Montes / di Andrea Chiricelli
Stories: Il giorno in cui tutto cambiò / di Andrea Chirichelli, Antonio Lanzaro, Claudio Magistrelli, Paolo Savio, Federico Rescaldani
Cinema: review di The Adjustment Bureau / di Andrea Chirichelli
Cinema: review Enter the Void / di Claudio Magistrelli
Cinema: review di Frozen / di Pietro Recchi
Cinema: review di Paul / di Andrea Chirichelli
Cinema: review di Sucker Punch / di Andrea Chirichelli
Cinema: review di Kaboom / di Andrea Chirichelli
Cinema: review di Boris / di Andrea Chirichelli
Tv: Big Love / di Antonio Lanzaro
Tv: United Stats of Tara / di Antonio Lanzaro
Cinema: Unsteady Cam – La Terza Dimensione / di Giacomo Talamini
Still: Alessandra Tecla Gerevini / di Simone Tagliaferri
Letteratura: Le Parole del Postribolo – Ispirazione / di Simone Tagliaferri
Letteratura: review di Not Before Sundown / di Tommaso De Benetti
Letteratura: review di Cartoline dai Morti / di Simone Tagliaferri
Letteratura: review di Il Disegnatore di Alberi / di Simone Tagliaferri
Letteratura: review di The Rest is Noise / di Alberto Li Vigni
Comics: Gagoze / di Piero Ciccioli
Tech: L’iPad e il futuro del Giornalismo / di Federica Cocco
The Gramophone: Intervista ai Dope Stars Inc. / di Tommaso De Benetti
The Gramophone: review de Il Sogno Eretico – Caprezza / di Eugenio Laino
The Gramophone: review di Eden – Subsonica / di Emilio Bellu
Videogiochi: Speciale spazi virtuali – Ich bin ein Combine / di Tommaso De Benetti
Videogiochi: intervista a Guerrilla Games / a cura della Redazione
Videogiochi: Speciale Bit.Trip / di Andrea Maderna
Videogiochi: Unlocked – Il terrore negli occhi / di Antonio Lanzaro
Videogiochi: Parafernalia Cinesi – Tridimensional / di Roberto Turrini
Videogiochi: review di Homefront / di Antonio Lanzaro
Videogiochi: review di Gray Matter / di Antonio Lanzaro
Videogiochi: review di Crysis 2 / di Antonio Lanzaro
Videogiochi: review di Super Street Fighter IV 3D Edition / di Pietro Recchi
Videogiochi: review di Fight Night Champion / di Pietro Recchi
Videogiochi: review di Motorstorm Apocalypse / di Massimiliano Marino
Videogiochi: review di Dragon Age 2 / di Andrea Chirichelli
Videogiochi: review di Aban Hawkins & the 1000 Spikes / di Claudio Magistrelli

Disponibile l’edizione gratuita, scaricate il PDFsfogliatela online!