[podcast] Ringcast #48

Finalmente è uscito Ringcast #48, episodio dedicato all’E3 2011 con il miglior Gatsu di sempre.
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Allora, in un disperato post precedente vi avevo detto che il podcast di commento all’E3 2011 era perso. E invece. Con uno scatto di reni degno del protagonista di un cartone animato giapponese in fin di vita, il nostro magico Vitoiuvara ha deciso di prendere in mano la situazione (in fondo, è tutta colpa sua che non ha fatto il backup) e ha rieditato i file cercando di mettere insieme qualcosa di sensato. Fa niente che nel processo le mie parti siano state interpretate da GlaDos.

Tenendo a mente che l’episodio è stato ridimensionato da 2:30 ad appena un’oretta, fiondatevi quindi a scaricare l’alluncinato resoconto dell’E3 appena trascorso che RingCast può, ancora una volta, offrirvi (questa è la quarta volta, la terza dall’inizio della formula Nerd-Coop).

Per l’occasione, torna ai microfoni anche il nostro ascoltatore Michele, adorato dalle folle e da un sacco di ragazze Svervegesi.

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Link diretto MP3 (Episodio 48): Click con il tasto destro del mouse > Salva con nome QUI

Blog: http://www.parliamodivideogiochi.it

Duke Nukem Forever

Pubblicato da 2K Games | Sviluppato da 3D Realms/Gearbox | Piattaforme: PC (versione testata), Xbox 360, PS3 | Rilasciato nel Giugno 2011

Le tette possono sconvolgere ancora al punto da far considerare bello un gioco?

 

Duke Nukem Forever è un gioco irrimediabilmente legato a un’epoca che non esiste più. È l’eroe americano post muro di Berlino che si sente padrone del mondo e che crede di poter fare tutto, perché ormai non ha più nemici. Duke è il simpatico arrogante, liberato da tutti i freni inibitori della Guerra Fredda, che tratta gli alieni come stracci perché tanto sa che nulla possono contro di lui. È un vincente ancora prima di combattere, perché ha già vinto comunque vada.

L’inizio del gioco è conclusivo per qualsiasi analisi tematica, con le gemelle Holsom, distorsione puttanesca delle gemelle Olsen, che gli fanno un pompino mentre gioca all’ultimo livello di Duke Nukem 3D rifatto con il nuovo motore grafico. Il problema è che le gemelle Olsen erano famose quando Duke Nukem Forever era nei primi anni di sviluppo, mentre oggi sono soltanto un residuato bellico del lolitismo degli anni 90, maschere delle erezioni di un tempo di fanciulli che oggi sono ormai uomini cocainomani e dediti al porno amatoriale, tumefatte e dissolte nel ricordo appannato della loro immagine di bambine di successo.

Chi darebbe più un ruolo importante alle gemelle Olsen in un film o in un telefilm? La risposta più ovvia, ovvero nessuno, apre la strada alla domanda fondamentale che inquadra l’anacronismo di Duke Nukem Forever: che ci fanno le gemelle Olsen in un gioco uscito nel 2011? Chi dovrebbe riconoscerle a parte quelli come me che hanno superato i trenta?

Duke Nukem Forever è la riedizione in HD di un gioco mai uscito. I suoi maggiori difetti sono tutte quelle piccole contaminazioni del moderno che stonano con una struttura ancorata agli sparatutto di fine anni 90.  Il limite di due armi trasportabili, l’energia che si ripristina col tempo, i nemici poco reattivi, la facilità estrema, le sequenze scriptate: sono tutte le caratteristiche che determinano il successo degli sparatutto in prima persona moderni e che tanto piacciono alla critica, ma che qui stanno proprio male. Sembra di vedere Sofia Loren in perizoma.

Comunque, se c’è un difetto che imputo a Duke Nukem Forever è proprio quello di non aver osato tornare a proporre un gameplay più puro e meno legato a tutte quelle feature nevrotiche alla Call of Duty XXX (scegliere episodio a piacere). Sono in contraddizione rispetto a quanto scritto prima? In realtà no, ma tento di spiegarmi.

Duke è difettoso non tanto per la parte tecnica, quanto perché è troppo simile agli sparatutto moderni pur non essendo uno sparatutto moderno. Li scimmiotta ma non riesce a raggiungerli, nel senso che, essendo la maggior parte dei titoli di ultima generazione legati più al machismo grafico che alle abilità del giocatore, relegate a comparse tra i botti e le animazioni precalcolate, tentando di confrontarsi su questo livello con un motore grafico vecchio di anni ha perso in partenza.

L’unica operazione assennata sarebbe stata la negazione della banalizzazione e la radicalizzazione dei contenuti ludici: Duke Nukem 3D era dannatamente bello e dannatamente difficile. Duke Nukem Forever è facile e non stupisce sotto nessun punto di vista. È il solito sparatutto, che per un titolo del genere è la più grande delle offese.

Eppure in alcuni frangenti ci prova, ma sembra non volersi spingere mai oltre il lecito. Ad esempio il livello delle donne usate come incubatrici dagli alieni ha la sua potenza visiva e concettuale, soprattutto per gli eccessi a cui spinge il giocatore (volete evitare di essere attaccati dalla prole aliena? Per farlo bisogna ammazzare le ragazze), ma è un caso isolato e nei livelli seguenti non si ripete niente di così estremo, putroppo.

Arrivato alla diga ho anche provato a sparare a quel cretino del presidente americano (evidentemente un Obama bianco, che vuole fare la pace con gli alieni a prescindere dall’attacco e dà la colpa a Duke per il massacro), ma non c’è stato verso. Ha gli stessi poteri del Papa di Gioventù Ribelle e la cosa, ve lo confesso, mi ha rattristato (vabbé, se fosse stato eliminabile avrebbero dovuto cambiare il finale…)

Insomma, Duke Nukem Forever ci ha messo quindici anni per arrivare, ma non ci vorrà altrettanto per dimenticarlo. Non bastano delle battute ormai vecchie per fare un capolavoro, purtroppo. Nonostante le critiche, diciamo che è un buon gioco e morta lì, questo non posso negarlo (dovrei dire che mi ha divertito, ma rifuggo), e il personaggio rimane lo stesso amabile cafone di sempre (ma immagino che qualcuno lo sopporti poco).

Detto questo considero assurdo l’accanimento della critica contro il gioco. Duke Nukem Forever ha beccato voti che vanno dal due all’otto, con maggiore prevalenza per quelli negativi. In alcuni casi si è sputata bile su bile, più che analizzare il gioco. Ora, come ho detto non è un capolavoro, ma tolto il motore grafico è pur sempre in grado di confrontarsi con moltissimi dei più osannati tra gli FPS (qualcuno può affermare che i nemici di  Crysis 2, Black Ops o, per fare un altro nome, F.E.A.R. 2, siano più intelligenti e offrano maggiore sfida?), soprattutto in termini di level design e varietà delle situazioni.

Ma forse certi “giornalisti” umorali ce li meritiamo. In fondo sono quelli che all’apparizione di Modern Warfare 3 sullo schermo della conferenza Microsoft all’E3 2011, urlacchiavano come troiette in calore durante un bunga bunga… le stesse a cui Duke schiaffeggerebbe le tette.

 

ArsLudicast 22: Videogiochi e Fantasia

Ebbene sì: abbiamo rottamato quel metallaro del Monopoli in cambio di quell’adone barbuto di Ferruccio Cinquemani (di Single Player Coop e RingCast) e oltretutto abbiamo fatto parlare quest’ultimo di cose serie!

Dopo un breve giro di commenti sull’E3 affrontiamo un tema spinoso, proposto dal nostro ascoltatore Francesco D’Ambrosio: “Il videogioco: simulazione della realtà o realizzazione della fantasia?”. Mettendo insieme l’eloquio di Ferruccio (che trova un’affinità elettiva con Vittorio Bonzi) e la visione disincantata di Simone Tagliaferri ne esce una lunghissima ed interessantissima puntata che spazia tra videogiochi, cinema e letteratura per cercare una soluzione ad uno dei problemi più annosi ed irrisolti della storia dell’intrattenimento.

E voi? cosa ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti qui sotto!

Vi ricordiamo che se volete assistere come ospiti al podcastproporre un argomento di discussione o, perché no?, proporre un arrangiamento al Monopoli, potete farlo contattandoci a: arsludicast@arsludica.orgredazione@arsludica.org, oppure utilizzando l’apposito thread sul forum! E se volete darci una mano con una donazione non fatevi sfuggire gli sconti e le occasioni del nostro sponsor Amazon.

Scaricate l’episodio:

 
Brano in Apertura:
Hub Music (Star4Physics), di Alessandro Monopoli

Brano in Chiusura:
Main Theme (Heart of Darkness), composto da Bruce Broughton

Crysis 2

Pubblicato da Electronic Arts | Sviluppato da Crytek | Piattaforme: PC (versione testata con installata la patch 1.8), Xbox 360, PS3 | Rilasciato nel 2011

Avvertenza: questo articolo contiene moltissime anticipazioni inerenti la trama del gioco. Leggetelo a vostro rischio e pericolo.

Per comprendere Crysis 2 si può tranquillamente partire dal finale. Alcatraz, l’eroe del giorno, si staglia sul conseguimento della sua missione, applaudito da una New York in macerie, ma in festa per la cacciata degli alieni. L’inquadratura è frontale e il nostro ha appena assunto il nome di chi gli ha dato il potere (la nanotuta) per sconfiggere il male. È finita? No: come specificato nel filmato, New York è solo uno dei siti dove i Ceph volevano costruire le loro basi. La Terra è comunque invasa e la vittoria è provvisoria. Ma c’è speranza… almeno finché il numero di copie vendute darà la spinta propulsiva a continuare la serie.

La natura di Crysis 2 è tragicamente seriale, nonostante la pretesa monumentalità del suo motore grafico, provvisorio anch’esso nell’olimpo delle tecnologie: insomma, tutto rimane appeso alle classifiche di vendita e saranno gli investitori a decidere se questa guerra da quattro soldi avrà un seguito. Nel frattempo ci rimane negli occhi la battaglia di Alcatraz per salvare i bravi americani medi dai soliti agenti estranei brutti e cattivi.

Ma chi è questo personaggio che condivide il nome con la più famosa prigione del mondo? Un marine con la brutta tendenza a finire in acqua (consiglio per Crytek: l’abuso di allegorie legate alla rinascita fa più male del tabagismo) e a essere messo su sedie piene di sensori per cercare di togliergli la nanotuta. A proposito di nanotuta, come non segnalarne il cambio di statuto ontologico? Da oggetto di feticismo del primo Crysis, è diventata un vero e proprio feticcio con attributi quasi mistici. Roba da fondarci sopra una religione, tipo quella Jedi.

Il gioco in sé è un FPS di media fattura. Scrostata la meraviglia dei giochi di luce e degli effetti particellari, ci si trova davanti a una specie di riduzione del primo capitolo, con livelli molto più lineari, nonostante i poteri della nanotuta consentano ancora approcci differenti all’azione, e con nemici dall’intelligenza artificiale imbarazzante. Sinceramente non ricordo un FPS in cui abbia visto tanti mostracci incastrati nello scenario e spesso incapaci di qualsiasi reazione. Mi viene in mente Painkiller: Resurrection, ma non vorrei essere troppo cattivo nei confronti del povero Crysis 2. Non credo comunque che si tratti d’incapacità da parte di Crytek, perché non ricordo scene del genere né in Far Cry né in Crysis. Ci sono anche altri bug da segnalare, con livelli in cui sono finito dentro lo scenario o traiettorie di fuoco apparentemente sgombre che invece bloccavano i proiettili, ma sono piccolezze.

Crysis 2 rifulge quando si dimentica di voler raccontare una storia, impietosendo il povero giocatore con le solite scene di sfollati disperati e i peciosi soldati che, pur concentrati sul loro dovere, pensano alla famiglia dispersa da qualche parte in mezzo alla battaglia. Ragazzi, non siete i protagonisti, quindi voi e i vostri cari siete sacrificabili per nutrire l’ego del giocatore. Fatevene una ragione. Insomma, quando ci sono venti nemici da combattere e non si deve assistere a penose sequenze d’intermezzo il titolo Crytek riesce a farsi valere; quando il Central Park viene sollevato dai tentacoloni è puro spettacolo, così come quando si finisce sommersi da un’ondata d’acqua impressionante in mezzo a New York.

Il resto è pura accademia, con i poteri della nanotuta presi di peso dal primo capitolo, i momenti scriptati che dominano e le sequenze chiave, tipo quella finale, trasformate nel solito laser game in cui bisogna premere il tasto giusto al momento giusto. Mi chiedo inoltre perché i nemici più interessanti, anche se scemi come pochi, ovvero gli alieni che diventano invisibili, siano stati infilati soltanto a un passo dalla fine, sprecati per un combattimento che definire sottotono è un eufemismo.

Breve apologia dei laser game

Ebbene sì, è quel che si vuole affermare: nei titoli che si servivano della vituperata tecnologia del laser disc c’è del valore. Ci si riferisce qui in particolare agli esponenti più noti dei laser disc game, familiarmente detti laser game, ovvero a quei titoli originariamente su cabinato prodotti dallo studio di Don Bluth (Space Ace, i due Dragon’s Lair) e i relativi tentativi d’imitazione (Super Don Quixote dell’attuale Aruze, quel Braindead 13 della ReadySoft uscito solo per sistemi domestici, ecc.).

Negli anni Novanta essi iniziarono a essere vituperati su larga scala, laddove l’avvento del CD-ROM e la prima infornata di titoli basati sul FMV e semplicemente terrificanti (se n’era già detto) generarono l’ossessione per il termine “interattività”: così i laser game divennero simbolo della contrazione della stessa. A tutt’oggi, per vilipendere quei titoli che si ritiene offrano un’interazione scarsa, troppo guidata, macilenta o fine a sé stessa, comunque con scarsa o nulla richiesta di abilità del giocatore (si ricordino le polemiche su Heavy Rain o sul Prince of Persia del 2008, tra gli altri) il paragone è spesso quello: i laser game, che schifo i laser game.
Ma è appropriato il paragone?

Il punto è semplice e ci si arriva all’istante: il laser game è visto come paradigma del gioco che non richiede abilità; ma il fatto è che, in effetti, ne richiede.
Occorre considerare che il bello del videogioco è – e qui si vince qualche premio alla banalità più banale – che generi diversi chiedono la messa in gioco di abilità diverse, e la discriminazione verso determinati generi è solitamente fondata sul mancato riconoscimento, o la sottovalutazione, delle abilità da essi richieste. Quante volte vi siete imbattuti in un profano, che magari occasionalmente si è appassionato a un puzzle game o a un’avventura grafica, a generi insomma relativamente compassati, che sosteneva che un picchiaduro o uno shoot’em up fossero palta “perché non c’è da ragionare”? Sapete bene quanto ridicola sia un’affermazione simile; allora è forse bello che un appassionato cada in un pregiudizio analogo?
Ebbene, Space Ace non è il gioco più impegnativo del mondo, ma è chiaro che lui e i suoi pari non vengono finiti da tutti, e per motivi eventualmente diversi dalla sopravvenienza della noia; e ciò perché mettono in gioco due abilità ben precise: il tempismo e la memoria. In particolare il fattore memoria, se negli shoot’em up è dedicato ai massimi livelli prestazionali, qui è a un livello più morbido ed è obbligatorio. Né più né meno.

Basta sapere tutto a memoria per arrivare alla fine senza grossi problemi, vero. Ma non è cosa poi da tutti, e rientra nella dimensione performativa che interessa tutti gli arcade, solo con un particolare grado di preminenza. Del resto la prestazione è più allettante per l’occhio dello spettatore che in molti altri casi; è una dimensione antecedente al genere, riconosciuta e portata all’estremo da esso. Che male c’è? E poi quante invenzioni visive hanno saputo offrire alcuni esponenti, come il lisergico Dragon’s Lair II! Non è cosa che si vede spesso; si riconosca la tanto cercata creatività lì dove è presente in un modo o nell’altro.

Il processo di apprendimento è tedioso, si dice. Non saprei: non è più tedioso che altrove, anzi c’è una dimensione di divertimento aggiuntiva nelle diverse morti, quasi sempre spassosissime da vedere. Non sono nemmeno richiesti moltissimi tentativi per proseguire (azzeccare il momento è relativamente intuitivo, e si tratta di scegliere tra quattro direzioni e il tasto fuoco, in fondo), e se c’è un fattore di tedio è quello delle vite finite, derivate dall’originale natura di mangia-gettoni dei titoli – nonché qualcosa che oggi, col dominio incontrastato del videoludo domestico, è considerato antiquato pressoché ovunque. Non va a detrimento dei laser game più quanto ne vada di qualsiasi altro genere di origine arcade.

Con questo che si vuol dire? Niente di che, è un piccolo invito a riconoscere la dignità di un genere tanto vilipeso, anche qualora non piaccia. O forse è una giustificazione condita di sofisticherie per il fatto che di Braindead 13 per Playstation ho, impenitente, un ricordo bellissimo. Decidete voi.

E3 (e Keynote) in breve

(in rigoroso ordine alfabetico)

Apple

Android 5. Think different.

Lion: Quello che hanno già tutti gli altri. Ma il nostro è d’annata.

Almeno undici mesi di hacking continuo ad iTunes. E vi abbiamo distratti con Sony.

Almeno undici mesi di hacking continuo ad iTunes. Vogliono festeggiare l’anniversario.

iCloud: ora c’è la lista degli acquisti. Ah, non serviva a questo?

iOS 5: è già Jailbreak. Apple fa i sistemi più sicuri al mondo. Se non lo cracki.

Hanno ancora il 44% del mercato e va tutto bene. Tra le persone fighe.

140 milioni di iBooks scaricati. Cazzo come tira I Viaggi di Gulliver!

140 milioni di iBooks scaricati. Meno di due libri gratis ad utente. Con la cultura non si campa!

In arrivo NewsStand. Così l’anno prossimo potranno dirci che sono state scaricate 140 milioni di riviste.

Annullata la demo del controllo vocale per Lion: se non avevi l’iPhone 4 bianco non ti cagava.

Microsoft

Halo 4. Con l’iPhone ha funzionato, cosa potrebbe andare storto?

La nuova dashboard: anche loro hanno copiato il rivoluzionario concept di Windows 8.

In arrivo il controllo vocale su Kinect. Quelli che imitano Star Trek verrano schedati dal device.

Kinect: la home console numero uno tra quelle da mettere sotto la TV che riconoscono il movimento.

CliffyB: “Se non vi piace Kinect non ci giocate”. La migliore idea di marketing dai tempi di Steal This Album.

Modern Warfare 3, Gears of War 3, Bioshock, Halo 4, Halo Anniversary. It only does shooters (but doesn’t go offline).

Presentato un nuovo Fable. Al Keynote Moulinex non l’hanno fatto entrare.

Annunciata la Summer of Arcade. Ecco dove erano le esclusive decenti!

Kinect: ehm… Talk Different ?!

Dio: abbiamo fatto vincere Pisapia, quest’anno mica vorrete pure i giochi?

Nintendo

Chi si bagna per l’ennesimo freeware iPad e minimizza il mezzo chilo di Vita dice che il controller stanca.

È SOLO HD! Ma che siamo, a cinque anni fa!?

Si può usare anche il pennino! Ma mica vorrano fare i controlli touch precisi?

Solo vecchie IP! Risparmio soldi e mi compro Ridge Racer per Vita!

Non siamo mica bimbiminchia! Provoluscion sarà sempre meglio sulla Plestescio!

“Pronto? Scusa non prendeva. Secondo me il controller si scarica sub…” Nooo! Ho scordato il cavetto dell’iPhone in Italia!

3DS: ci serviva un portatile dimmerda per far sembrare Wii U ancora più figo.

Wii U: tanto per far vedere a Sony il senso della Vita.

Wii U: non fanno più la Nintendo di una volta.

Wii U: se Firemint non fosse già fallita un Real Racing non ce lo toglieva nessuno.

Wii U vuole battere ogni record: annunciato un nuovo Doctor Who che punta allo 0.5 su Metacritic.

Sony

Finché c’è Vita c’è speranza (scusa Doc).

La dovevamo chiamare Vito ma poi abbiamo scoperto che si è ritirato…

Uncharted 3. Il nuovo che avanza.

Vita non sarà come PSP: questa volta Gran Turismo non l’hanno nemmeno annunciato.

Un gioco di Star Trek anche per PS3. Che non si fa per riempire trenta secondi di buco.

Sono diversi da Nintendo: ricicliano vecchie IP più di una volta l’anno! Su piattaforme multiple!

Sono diversi da Nintendo: in mancanza di esclusive hanno i multipiatta!

Basta con ‘sta storia di PSN! GameCenter lo violano tutti e a nessuno interessa!

Nuovo Digital Delivery per Vita: questa volta i giochi ci saranno, solo che si cancellaranno dalla memoria quando meno te l’aspetti.

Vita: la potete toccare di dietro. Cento preordinate da Arcore.

Vita tranquillizza gli aficionado PSP: confermato Dinasty Warriors e un sacco di remake pacchi da PS3.

Resistance 3: sempre lo stesso vecchio trucco. Eh, Sony?

Riannunciato Qriocity. Così in Apple sono convinti di aver inventato qualcosa.

Conclusioni

E3: ma che volevate i giochi? Non siete qui per vedere la figa?

E3: Praga è più vicina e scopi pure.

E3: chissà perché quando vietarono le donne furono gli anni migliori.

E3 e keynote sparsi: essere normali non è mai sembrato più alternativo.