Shadow of the Colossus

Sviluppato da Team ICO | Pubblicato da SCE | Piattaforma PS2 | Pubblicato (EU) il 17/02/2006

Una nota prima di cominciare: qualora decideste di riprendere l’attività videoludica dopo un lungo periodo di stop, assicuratevi di ricominciare con un capolavoro assoluto, quale è ad esempio Shadow of the Colossus.

La storia è semplice: abbiamo l’amore della nostra vita che giace esanime tra le nostre braccia e per riportarla tra noi decidiamo di stringere un patto con una misteriosa divinità, Dormin. L’affare è questo: dobbiamo prendere la vita di sedici creature – che definire imponenti è un eufemismo – per poterci così guadagnare una seconda possibilità con la nostra donna.

Shadow of the Colossus si muove dunque lungo un canovaccio piuttosto collaudato, ma la sua peculiarità, il tratto che lo spedisce dritto dritto in cima alle preferenze di molti videogiocatori, è certamente il percorso emotivo che è in grado di sviluppare. Ci sentiremo come dei sicari coinvolti in una guerra santa, in cui occorre demolire il culto avversario abbattendone gli emblemi – nella fattispecie i colossi. Ci sentiremo testimoni e autori del passaggio da una sorta di paganesimo – come si potrebbe non adorare come dei queste gigantesche e splendide creature? – ad un monoteismo iconoclasta e misterioso. Ma, soprattutto, ci sentiremo degli autentici pezzi di merda nell’affondare l’ultimo colpo ai colossi e scipparne così l’essenza, con un attacco deliberato e non provocato (siamo noi ad andare da loro per sfidarli, siamo noi quelli spinti da cattive intenzioni).


Wander – è questo il nome del nostro alter ego – si muove in un mondo disabitato con la sola compagnia del suo cavallo Agro, che funge da fido compagno ma soprattutto da mezzo di trasporto per colmare le immense distanze che separano la base – il sacrario del culto di Dormin, in cui ci vengono impartiti gli ordini, in cui dimorano le statue dei colossi da affrontare e in cui giace la donna per la quale ci battiamo – dalle tane (termine piuttosto riduttivo considerate le dimensioni, spesso maestose) dei colossi. Nel microcosmo di Shadow of the Colossus, insomma, non c’è spazio per il classico schema che prevede un susseguirsi di sfide e avversari prima dello scontro col boss: qui, armati di arco, frecce e spada, bisogna solo affrontare il boss.

La fase di combattimento vero e proprio è ben introdotta da uno degli slogan del titolo, “alcune montagne vanno scalate; altre vanno uccise“. Data la differenza di proporzioni, il problema principale consiste nel trovare il modo di arrampicarci (o, in alcuni casi, saltare in groppa) al colosso per poter raggiungere e colpire i punti vitali. E spesso la scalata si rivela piuttosto cervellotica, anzi, si potrebbe dire che il livello di sfida sia direttamente proporzionale alla difficoltà nel raggiungere i punti vitali. I colossi sono riconducibili a quattro archetipi (bipede, serpentone acquatico, drago volante e quadrupede), che si susseguono secondo uno schema piuttosto prevedibile; qualora non riuscissimo a trovare la giusta strategia per il rendez-vous, Dormin ci dispenserà consigli in forma piuttosto oracolare (cioé spesso vaga e per questo inutile).

Proseguendo nell’avventura diviene sempre più evidente come lo scopo del Team ICO non fosse quello di creare un’opera di puro intrattenimento, bensì di costruire un’esperienza videoludica scandita dalle emozioni piuttosto che dagli achievement; per questo non ci sono orpelli, il dettaglio si trova solo dove necessario, il commento sonoro è sempre in linea con la situazione. C’è spazio per la commozione, per l’esaltazione (come volare aggrappati a Phalanx, il tredicesimo colosso), per la rabbia, per la frustrazione.

Shadow of the Colossus è pertanto la concretizzazione di tutta una teoria sulle potenzialità dei videogiochi che insiste sulla capacità del medium di dare vita ad un range più ampio di emozioni di quanto usualmente faccia. L’aspetto sorprendente risiede nello scoprire che si tratta di un titolo veramente trasversale, che non richiede un manifesto per essere capito; basta giocarci.

[podcast] Gaming Effect Episodio 19

Cosa sarebbe stata questa estate senza un nuovo episodio di Gaming Effect? No, dico, ascoltatelo sulla spiaggia per scoprire che al mondo c’è gente peggiore della vicina di ombrellone che si massaggia le tette con l’olio solare!
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Locandina episodio 19
Dopo più di un mese di attesa Gaming Effect torna con il diciannovesimo episodio.

Si torna a parlare di Giappone, prendendo come spunto l’uscita di due titoli tipicamente nipponici,Shadow of the Damned e Child of Eden, per ripercorrere le carriere di tre figure di primo piano nell’industria.

Ripercorreremo quindi le storie professionali di Goichi SudaShinji Mikami e Tetsuya Mizuguchi, analizzando i loro successi e i flop, cercando di capire come sono arrivati a produrre i nuovi titoli appena giunti sul mercato.

Download mp3

www.gamingeffect.it

Il caso Euthanasia

Vi segnalo questa notizia di Multiplayer.it (indovinate chi l’ha scritta?) in cui si parla del caso Euthanasia e delle polemiche strumentali che stanno scoppiando in ambito politico, soprattutto nell’area ultraconservatrice:

Articolo su Multiplayer.it: Link

Articolo sull’Unità: Link

Per maggiori informazioni sul gioco: Idealsoftblog.it

Riporto le due considerazioni fatte sul gioco, che prescindono dalla polemica politica:

Secondo me merita [il gioco] attenzione per un paio di questioni fondamentali, pur non essendo una grossa produzione:

– l’autore ha scelto di trattare un tema importante e sentito attraverso un medium considerato adatto solo all’intrattenimento (spesso dai videogiocatori stessi);
– conseguentemente al punto precedente, va notato il coraggio dimostrato, superiore a quello dei grandi publisher, che invece scelgono spesso la via dell’autocensura ogni volta che incappano in contenuti controversi.