Katawa Shoujo: il Curioso Caso delle Ragazze Disabili

Katawa Shoujo è una Visual Novel scaricabile gratuitamente, pubblicata all’inizio del 2012. Anche se è opera di un team occidentale chiamato 4Leaf Studios, si tratta di un genere poco diffuso al di fuori del Giappone e talvolta discusso separatamente da altri generi di videogiochi, in quanto più associabile a storie a bivi con immagini. Come parecchie altre produzioni di questo genere, sarebbe una vicenda di amori liceali: un ragazzo, cinque ragazze, e scelte da compiere che porteranno verso una di loro. Non fosse che questo liceo è un istituto speciale per giovani diversamente abili, lo è il protagonista, con problemi di cuore in tutti i sensi, come lo sono le ragazze.

L’origine del progetto risale a una discussione aperta su 4Chan all’alba del 2007, nella quale fu postata una pagina tratta da una doujinshi (fanzine) del 2000, un semplice schizzo in cui il futuro character designer di Valkyria Chronicles mostrava la sua bizzarra idea per una VN scolastica fuori dal comune. Di sicuro non si sarebbe mai aspettato che alcune persone sarebbero state tanto colpite da decidere di trasformarla in realtà, restando sempre vicine al design di base, le disabilità e la manciata di annotazioni di quella singola pagina.

[Da notare che, avviato il progetto, gli sviluppatori si staccarono da 4Chan, e solo tre di loro sono rimasti dall’inizio alla fine. Ma sapete com’è, ad alcuni siti fa comodo strillare “la Dating Sim creata da 4Chan!” per alzare le visite.

È naturale essere dubbiosi sul concept di primo acchito, visto che potrebbe prestarsi sia al cattivo gusto e a feticismi vari, sia dal lato opposto al drammone. Basta però poco per vedere che non succede. L’argomento è trattato con tatto e rispetto (fra gli sviluppatori c’è anche un italiano, un infermiere che ha fornito consulenza medica di prima mano), le ragazze hanno molta personalità e non sono definite solo dalle rispettive disabilità, e non sono mai viste come esseri fragili e da compatire; una lo sembra ma la sua storia sovverte molti elementi dei personaggi del suo tipo. Il dramma c’è ma, a parte forse in alcune scene di una delle storie, mai trascinato. Vi è il tema più ampio del tornare ad apprezzare la vita, piacevole e mai insistito.

Ci sono anche le scene hentai meno hentai che abbia visto negli ultimi anni, se così si può dire, poche e trattate con la stessa delicatezza del resto. È presente una opzione per censurarle, ma usarla significherebbe perdere per strada pezzetti di caratterizzazione: qui il sesso è una parte naturale delle relazioni, non un traguardo. In un genere spesso associato in modo automatico allo Hentai più spinto, e non del tutto a torto visto quante produzioni vi rientrano, è una boccata di aria fresca.

Ogni ragazza è stata curata da un diverso sceneggiatore, la qualità è altalenante ma ogni percorso merita di essere seguito, ricchi come sono di momenti sia divertenti che commoventi; nessuna vergogna se scappa anche qualche lacrima. Più di una volta si vede che gli sviluppatori ci hanno messo il cuore, anche nella realizzazione tecnica, discontinua pure quella, ma character design e illustrazioni possono tranquillamente stare a fianco di Visual Novel commerciali giapponesi (c’è chi a prima vista pensava che questa fosse una produzione giapponese tradotta), mentre le musiche, seppure abbastanza convenzionali, fanno il loro dovere. Sorprendono le scene introduttive di ogni possibile Atto 2, vere e proprie sequenze anime, ancora più notevoli in quanto opera di una singola persona.

https://www.youtube.com/watch?v=IpGR0mGCb84

Non è un capolavoro: si potrebbe parlare di come alcuni elementi risultino comunque idealizzati – guardando anche i personaggi di contorno, in quella scuola non c’è una ragazza disabile che non sia come minimo carina! – anche per restare vicini all’estetica media del genere di riferimento, o del vicino di stanza del protagonista, una macchietta che rischia spesso di diventare sgradevole e inopportuna. Ma resta un piccolo “miracolo”: uno schizzo, poco più di uno scherzo, che si è trasformato in un progetto originale e sotto molto aspetti coraggioso.

Al di là dei suoi meriti, però, colpisce l’accoglienza che Katawa Shoujo ha ricevuto nelle settimane che hanno seguito l’uscita. L’attenzione non era mancata già alla pubblicazione del primo capitolo nel 2009, ma nessuno se la aspettava al livello ottenuto dalla versione completa. Gamefaqs, Kotaku e The Escapist fra gli altri hanno fatto la loro parte, mentre molti altri grossi siti non sembrano neanche averlo voluto sfiorare. Al che sorge una domanda: il videogaming “mainstream” ha la giusta maturità per poter trattare un argomento come la disabilità fisica? Allo stato attuale sembrerebbe di no, altrimenti non si spiegherebbe lo stupore di molti videogiocatori arrivati a KS per via di una “malsana” curiosità per la tematica, salvo restare spiazzati di fronte a qualcosa del tutto diverso dalle aspettative.

Altro punto è la sceneggiatura. Non scende mai sotto un certo livello ma neanche è alta letteratura; per quanto siano stati bravi, si tratta pur sempre di sviluppatori amatoriali. Eppure la hanno lodata in tanti, con particolare enfasi sul forte coinvolgimento emotivo provato, arrivando in alcuni casi ad affermare di essere stati spinti a riflettere su loro stessi. Il livello medio delle storie nei videogiochi è ancora così basso, sia per qualità di dialoghi e caratterizzazioni, che per ampiezza delle tematiche? O piuttosto che scrivere una buona storia si preferisce usare tanti poligoni, effetti speciali ed emozioni facili per compensare?

Passato il suo quarto d’ora di fama, Katawa Shoujo resterà la Visual Novel che ha introdotto molti videogiocatori a un genere di cui, a volte, non conoscevano neppure l’esistenza (in parecchi, una volta finito, chiedono consigli su altri prodotti validi). Meriterebbe però di essere ricordato anche come esempio delle grandi potenzialità dei videogiochi come medium narrativo, non fosse che queste sono ancora limitate e, peggio, autolimitate – difficilmente KS sarebbe mai potuto esistere come produzione commerciale.

 

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L’insostenibile incertezza del risultato

Ed è così che nel mio dolce affogare dispiaceri nelle produzioni televisive anglofone mi imbatto nell’ennesimo stereotipo del videogioco.
La miniserie in questione é Black Mirror e si compone di tre episodi slegati l’uno dall’altro, tre racconti separati che come unico filo conduttore hanno la tecnologia e la sua magnificazione.
L’episodio in questione è il secondo, 15 million merits.
Una distopia dove i giovani vivono in uno stanzino di pochi metri quadrati e per guadagnarsi da vivere devono pedalare incessantemente per produrre l’energia che alimenta il futuristico mondo che li circonda; i temi affrontati sono talvolta interessanti, talvolta banali, rimane comunque a mio avviso l’episodio più debole tra quelli proposti.
Il protagonista nella prima parte dell’episodio non ha molto da fare nel suo tempo libero, e lo spende prevalentemente giocando ad un videogioco.
La rappresentazione del gioco in sé è sommaria e ridicola (un FPS dalla grafica datata e dalle meccaniche estremamente arcade), ma il punto che mi ha più fatto riflettere è l’uso che ne viene fatto al fine di potenziare la narrazione ed uno dei messaggi centrali: l’alienazione e l’assenza di vivacità cerebrale.
Siamo ben consci che per gli “altri” il videogioco non è mai cambiato, è tutto un PacMan lungo trent’anni, ed ora che la Wii e gli smartphone hanno riportato in auge l’arcade-passatempo, mettendolo in mano all’uomo della strada, qualcuno potrebbe anche pensare di aver ragione.
Noi però sappiamo che è diverso; ci sono le trame, i personaggi, intere cosmologie create ad hoc per il nostro intrattenimento, le curve a gomito, i parchi da costruire. Certo. Ma alla base ci deve essere qualcosa che accomuna noi tutti videogiocatori, quelli vecchi così come quelli attuali.
Perché sembriamo degli zombie con il pad in mano? Cos’è che rende il videogioco così affascinante, così catalizzante? Perchè vi dedichiamo così tanto tempo?
Improvvisamente ho un’epifania, di quelle che non vengono necessariamente il 6 Gennaio, e vedo tutto sotto una nuova luce, leggo tra le righe, la massoneria non ha più segreti e il complotto sionista mi appare come la goffa bugia di bambino.
Alla base di tutto esiste il rapporto diretto, inevitabile e matematico tra lo sforzo e il risultato ottenuto, un rapporto che sazia un nostro bisogno naturale.
Tolte le vecchie che vanno a morire, non esiste un videogioco che non segua il semplice, quanto determinante, meccanismo che ci porta a replicare un successo ogni qualvolta eseguiamo un’azione correttamente. Il contrario semplicemente rende totalmente inappetibile l’esperienza videoludica.
Immaginate di star camminando attraverso il solito corridoio, illuminato dalla solita luce intermittente, con i soliti rumori di valvole svaporeggianti e ingranaggi, spunta finalmente il tanto sospirato alieno da dietro l’angolo, mirate bene in mezzo alla sua fronte, cliccate e … il vostro fucile si trasforma in una confezione di miscela di orzo solubile.
Siete abbastanza sicuri che ora l’alieno che sta banchettando con la vostra milza dovrebbe avere, quantomeno, una ragguardevole emicrania, e invece no. Sconcertati vi arrendete all’ineluttabilità della bestemmia.
Fuori, nel mondo reale, potreste non prendere un lavoro per via del nepotismo imperante, potreste non passare un’esame a causa di una professoressa con la luna storta, potreste non incontrare nessuno disposto ad investire su di voi perché avete incontrato le persone sbagliate e non perché il vostro lavoro non sia valido, spesso non importa quanti e quali sforzi facciate, semplicemente ci sono variabili sulle quali non avete nessun controllo, ma che in un qualche modo determinano i successi della vostra vita.
In una società in cui quasi tutto è incerto, dove potremmo scoprire troppo tardi di non aver avuto mai nessuna reale chance di “farcela”, ma dove d’altra parte siamo continuamente incentivati ad inseguire il successo personale, il videogioco rappresenta il territorio in cui ritroviamo un ordine logico delle cose, un regno dove le azioni e le conseguenze si susseguono forti di regole predeterminate.
Non importa se è tutto scritto, se i percorsi che possiamo intraprendere sono stati creati a priori, nel videogioco troviamo la soddisfazione di aver fatto una cosa bene e di essere ricompensati per questo, in una sorta di analogia con lo sport i nostri mondi virtuali rappresentano l’unica sfida “leale” alla quale abbiamo accesso.

Questo articolo è stato scritto ascoltando:
Food – Molecular Gastronomy (2008)

Anna

Non è facile scrivere di ciò che si sta facendo senza diventare retorici o autocelebrativi, quindi la faccio breve e vi presento Anna, avventura grafica tridimensionale a cui sto lavorando con un gruppo che presento più avanti. Ci stiamo lavorando già da un po’, ma non abbiamo detto nulla perché volevamo avere la certezza di poter arrivare alla fine prima di fare annunci. Ora eccovi il comunicato di annuncio e alcune immagini. Non vogliamo che lo apprezziate perché lo facciamo noi, ma speriamo di ricevere commenti e critiche… magari anche qualche complimento via, che fanno sempre bene.

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Perché sono qui? Cosa sto cercando in questo luogo abbandonato? Ogni passo mi dice di andare via, ma non possono tornare indietro. Non più.”

Salve ragazzi,

siamo i Dreampainters, sviluppatore indipendente italiano formato da Simone “Karat45” Tagliaferri al design, da Davide “3David” Del Sorbo alla grafica e dal Dreampainters team alla programmazione.

Il doppiaggio è stato curato dallo studio “Indies4Indies” (http://www.indies4indies.com/).

Vogliamo presentarvi Anna, avventura grafica tridimensionale costruita basandoci su un luogo reale della Val D’Ayas, in Valle d’Aosta, e sulle leggende locali, su cui abbiamo raccolto diversi documenti e testimonianze.

Anna sarà un’avventura grafica breve ambientata in una vecchia segheria posta tra Champoluc e Periasc, un luogo realmente esistente che abbiamo riadattato per il gioco. Sarà formata da sei ambienti dettagliatissimi in cui il protagonista dovrà risolvere enigmi e ‘affrontare’ le presenze che popolano l’edificio.

A seconda dello stato mentale del personaggio, gli ambienti cambieranno e sveleranno segreti differenti, che condurranno a uno dei tre possibili finali.

Il gioco è stato pensato come un’esperienza horror interattiva dalla durata di tre ore. Sarà venduto a prezzo budget, ancora da determinare.
La colonna sonora del gioco sarà curata dalla gothic band “Chantry” (www.chantryband.com), di cui è appena stato dato alle stampe il secondo disco, “Crystal”.
Il gioco sarà esclusivo per PC, con modelli e shader realizzati appositamente per sfruttare le potenzialità delle moderne schede grafiche.

Sito: dreampainters-anna.blogspot.com