Art-e (Rant pt.1)


Non augurerò mai al videogioco di diventare Arte.
L’Arte, in molte sue forme, è stata una presenza costante nei miei trent’anni (sigh) di vita, e ne conservo ancora una notevole considerazione, anche se ridimensionata con il tempo.

Ma io no, non voglio fare l’artista, io voglio fare il musicista, nello specifico il compositore e l’arrangiatore, al che qualcuno potrebbe far notare che “artista” è comprensivo del termine “musicista”, ed è qui che mi incazzo.
Io voglio fare un mestiere, voglio fare l’artigiano, voglio che il mio lavoro abbia una funzione e possa essere giudicato in base a quanto correttamente la svolge, per la qualità della sua fattura, per la sua capacità di raggiungere l’obbiettivo preposto; perché, contrariamente a quello che è il pensiero comune, un’opera quale che sia è sempre valutabile e misurabile secondo determinati parametri, altrimenti al Conservatorio non ci sarebbero esami e voti esattamente come a Ingegneria.

Pensare al videogioco in termini di Arte, così come l’Arte è stata concepita nel ‘900 (e senza che chi lo fa dia segni di volersi redimere), mi proietta immediatamente in una dolorosissima spirale di eventi che hanno portato l’opera d’arte a circondarsi di design, moda, concetto, grafica e poi progressivamente migrare totalmente verso questi strati esterni, lasciandoci opere compiute da gente che non sa fare, esaltate o affossate da oziosi critici che si riempiono la bocca con termini come “rivoluzione del linguaggio” e guardate con occhio interrogativo da Alberto Sordi e consorte.

È una manifestazione del lento e inesorabile declino sociale, parole come “artista” e “poeta” vengono sprecate per riferirsi a istrionici palazzinari della cultura, un viaggio dal male al peggio.
Non auguro al videogioco di creare distanza dal suo pubblico diventando ermetico e pretenzioso, lasciando da parte la capacità di intrattenere su un terreno che ci accomuna in favore di quella di interessare in campi che ci dividono: un mezzo espressivo non ha bisogno di essere definito “arte” per ottenere dignità; anzi, visti i colpi subiti recentemente dal nostro sistema sociale e culturale, forse è più utile che rimanga nel dominio del mestiere piuttosto che in quello dei boriosi piumati.

C’è poi un’altra questione: le modalità espressive dell’arte figurativa, come anche della musica e della letteratura, si sono evolute o si sono ritrovate costrette a cambiare radicalmente strada a causa dell’inarrestabile evoluzione tecnologica. In molti conoscono la relazione tra l’invenzione della fotografia e la nascita delle correnti astratte nella pittura; ma in pochi sanno che per esempio la nostra forma canzone è stata definita anche in parte dalla limitata capacità (in termini di minutaggio) dei primi supporti di registrazione dedicati alla distribuzione sul mercato domestico, per non citare lo sconvolgimento sonoro determinato dall’applicazione dell’elettricità in contesti musicali.
Il videogioco dunque, che nasce in un contesto altamente tecnologico ed è ad esso legato indissolubilmente, evolverà in maniera dissimile da tutti gli altri mezzi espressivi, semplicemente perché ha già conosciuto un’evoluzione perpetua senza aver avuto prima il tempo di consolidare la maturità che altre scuole hanno avuto. Qualcuno potrebbe fare un parallelo col cinema, anch’esso nato da una tecnologia in continuo divenire, ma bisogna ricordare che il cinema ha trascorso la sua infanzia in un periodo che, con gli occhi della contemporaneità, era molto meno accelerato di quello attuale, ed ha saputo attirare quasi immediatamente le attenzioni di grandi autori per via del suo legame stretto con il teatro; il videogioco dal canto suo non ha ancora fatto gravitare intorno a sé niente e nessuno di veramente interessante, da un lato perché la sua natura interattiva e (quasi) onnicomprensiva non ha paragoni nel passato, e quindi non può godere (o subire) dell’intervento di maestri importati, dall’altro perché l’esasperazione dei ritmi odierni lo hanno costretto nel limbo del genere di consumo anziché in quello del genere di fruizione.

A questo si aggiunge che oltre i videogiochi nessuna opera, a parte in misura limitata le installazioni, propone, anzi richiede a chi ne usufruisce di essere una parte attiva, il protagonista, ribaltando così la base del concetto di “opera” da quando questa esiste.
Tutte queste singolarità potrebbero tenere lontano ancora per molto il videogioco dalle attenzioni del circolino radical chic dell’Arte, lasciandogli lo spazio di affermarsi come il genere di intrattenimento evoluto che è, permettendogli di stabilire in maniera autonoma e indipendente i valori su cui fondarsi, prendendo le distanze da quel pontificare sul niente proprio dell’Arte di concetto, dove si destruttura e si “innova” con sempre meno ciccia e sempre più fumo, dove l’affermazione di un’opera da tutto dipende fuorché dalle sue caratteristiche intrinseche.
Se siamo fortunati il videogioco non sarà mai Arte.

Questo articolo è stato scritto ascoltando:
Oz Noy – Schizophrenic (2009)

7 comments on “Art-e (Rant pt.1)

  1. Se posso:
    Il problema non è se il videogioco possa o meno diventarlo, esso lo è già se si ripristina un contesto solido. Sinceramente mi sono rotto il cazzo del “Ehhh ma l’art-eh non si definisce per antonomia” così come il discorso del mestierante.
    C’è un aporia che non si risolve, che non può essere risolta, e sta bene così.
    Da un alto c’è chi smonta qualsiasi opera cercando in ogni atomo il funzionamento preciso, sintattico e semantico che lo fa essere “arte”, dall’altra c’è chi ripudia tale sistema trovando aberrante la scelta di sminuire l’arte riportando all’antico binomio delle “arti” della scienza contro quelle dello spirito.
    Il problema è che, quel distacco pretestuoso, è inevitabile se si considera che da Duchamp in poi l’arte si è ripiegata nella sua riflessività, abissandosi nel suo infinito “essere arte” in quante arte. Un territorio infinito ma delineato da confini che lo rendono piccolo, fugace e tremendamente ermetico.
    In questo mondo il videogioco non può che adattarsi, seguire questa corrente o crearne (ma con quali forze) altre, o semplicemente, come tutte le aporie che si rispettino, vivere nel paradosso, digerire il contrasto e farne un suo punto di forza per la convinvenza in se, e fuori di se.

  2. “perché, contrariamente a quello che è il pensiero comune, un’opera quale che sia è sempre valutabile e misurabile secondo determinati parametri, altrimenti al Conservatorio non ci sarebbero esami e voti esattamente come a Ingegneria.”

    Santo subito.

    No, a parte gli scherzi, viviamo in tempi di fumo, dove chi ha l’hobby di dipingere è considerato artista già dopo un paio d’anni, dove si sente alla radio “frastuono di macchinari di fabbrica in musica” e la si considera musica, dove si considera un Argentero o uno Scamarcio degli attori.

    Una persona mi disse “se un’ opera d’arte deve essere spiegata per essere capita, e soprattutto se la spiegazione ha richiesto più impegno dell’opera d’arte vera e propria, ci dev’essere qualcosa che non va…”

  3. Grandissimo ritorno de “Gli Articoli Introspettivi di ArsLudica”!

    Se ci limitiamo alla dimensione strettamente soggettiva (“a me questo quadro piace, non so perché, ma mi ribolle il sangue quando lo osservo”) è ancora un discorso che ha senso e io lo accetto.

    Ma sottoscrivo a sangue che quello che in qualche modo produci deve essere commensurabile.
    E non perché siamo in un mondo in cui tutto debba diventare un prodotto ma è per difendersi dai deficienti con lo strateggismo sentimentale … quello, proprio no!

  4. Ma perchè l’arte andrebbe “spiegata” ? Dove sta scritto!? Dell’arte se ne fa esperienza, se ne trae esperienza ma di certo non si spiega.

  5. Già solo col video di Sordi alla Biennale questo post ha vinto, e cmq al di là di tutto ho trovato molto interessante e vera la considerazione che il videogioco, essendo legato ad una tecnologia molto più veloce e mutevole rispetto a quella degli altri media, non abbia il tempo di sedimentarsi. +1!

  6. @ Nevade:

    è appunto questo il problema, quando l’artista si presenta con la spiegazione.

    Ci può stare la spiegazione tecnica (‘per comporre quello ho usato Cubase’, ‘in questa tela ho utilizzato la tempera all’uovo’ ecc..), ma quando mi viene presentato qualcosa di (oggettivamente) incomprensibile e l’artista spiega poi che ha voluto raffigurare la temeraria transizione del suo gatto nell’aldilà, si può parlare anche di idea geniale, ma non certo di abilità nel realizzarlo.

    Io uso un metro di paragone che finora non mi ha mai tradito: se una cosa la posso realizzare anch’io, la sua realizzazione (e ripeto, la realizzazione, non l’idea) è mediocre.

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