Troppe critiche all’attuale generazione

La nostalgia è una gran brutta bestia, che talvolta ci plasma a suo piacimento e altera la nostra capacità di critica. Forse molti non saranno d’accordo con il sottoscritto, forse semplicemente non ci vogliono pensare o non gli frega una cippa, ma è cosi. Spesso sento giocatori che si lamentano dell’attuale generazione videoludica, della durata dei giochi, della loro difficoltà e di tante altre cose. Ci si lamenta ricordando il passato tutto rose e fiori, “si stava meglio quando si stava peggio”. Se provi a dire ai nostalgici che anche l’attuale generazione ha dato tanto a tutti noi, quelli, titubanti diranno che sì, ha dato qualcosa, ma è tutto diverso, tutto breve, facile, vuoto. Mi viene da sorridere quando sento queste cose.

Avendo iniziato a giocare con il SNES e poi con le console SEGA e SONY ho bene o male assaporato tutte le epoche e ciò che non sono riuscito a provare lo gioco oggi. Ogni generazione ha donato moltissimo all’arte e al suo continuo evolversi, ma in ogni generazione il salto qualitativo non è solo a livello grafico. Tralasciando le avventure grafiche, che in ogni caso senza una trama ben congegnata valgono poco, e qualche decina di titoli, i giochi d’epoca sono semplici, dotati di una sceneggiatura banale e fin troppo lineare. Man mano che le generazioni avanzavano anche il livello narrativo dei giochi action, adventure, free roaming iniziò a migliorare e sfido chiunque a dire che l’attuale generazione non ha offerto niente di concreto dal punto di vista narrativo.

La valutazione del gameplay è molto soggettiva, certo, ma anche qui possiamo tranquillamente dire che l’attuale generazione, grazie alla tecnologia, ci regala giochi fluidi e ben strutturati. Non tutti, sia chiaro: anche nel 2012 se ne vedono di obbrobri, ma sono meno (complice il costo dello sviluppo di un videogame). Il level design in alcuni titoli è migliorato, in altri no. Spesso sento che Crash aveva un level design davvero di prim’ordine… ma dove? Dei semplici corridoi da percorrere con degli ostacoli messi in modo molto organizzato non sono un level design di prim’ordine. Quanto alla difficoltà sempre decrescente, essa è semplicemente il sintomo del poco tempo disponibile dei molti giocatori. Finché siamo giovani e di tempo ne abbiamo a volontà possiamo giocare anche 20 ore su 24 e quindi terminare i giochi alla massima difficoltà, ma poi questo momento finisce. A quel punto scegliamo una difficoltà minore, perché comunque siamo curiosi di scoprire la trama e di giocare, ma questo non vuol dire che il gioco è facile a tutte le difficoltà; infatti, basta impostare il livello più alto e il gioco è fatto.

Siamo cresciuti con le vecchie generazioni ed esse sono rimaste nei nostri ricordi come un qualcosa di magnifico (avete presente il primo bacio, la prima volta e cosi via?), a prescindere dalla loro effettiva bellezza. Ritengo quindi inutile denigrare una generazione solo perché non ne facciamo pienamente parte.

ArsLudicast 302: Le banane sono terapeutiche?

Eccoci al primo vero esperimento con la nuova impostazione partizionata: Simone Tagliaferri, Matteo Anelli e l’ospite che tiene famiglia per eccellenza Federico Rosa erompono in un profluvio d’eloquio, a stento trattenuto da Vittorio Bonzi, sui seguenti argomenti:

– Tema I: I videogiochi sono terapeutici? E soprattutto Nevade, che propose il tema eoni fa, avrà soddisfazione?

– Notizie: l’annuncio dell’uscita di Bayonetta 2 in esclusiva per Wii U; Obsidian e David Crane si uniscono ai mendici per le strade di Istanb… Kickstarter; i fondatori di Bioware si danno all’ippica.

– Tema II: Le aspettative dei convenuti sulla prossima generazione di piattaforme di giuoco.

– I finali dei VG: breve rassegna di alcuni di quelli che ci hanno impressionato, nel bene e nel male.

– Il Monopoli:  assente stavolta in carne ma giammai in spiritu, le sue storie di vita ci sono, una volta di più, di conforto ed esempio.

 

Scaricate la puntata:

 

Brano in Apertura: tema di R-Type (C64) di Chris Huelsbeck & Ramiro Vaca.

Brano in Chiusura: Wizball (C64) [Title Music] di Martin Galway.

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Art-e (Rant pt.1)


Non augurerò mai al videogioco di diventare Arte.
L’Arte, in molte sue forme, è stata una presenza costante nei miei trent’anni (sigh) di vita, e ne conservo ancora una notevole considerazione, anche se ridimensionata con il tempo.

Ma io no, non voglio fare l’artista, io voglio fare il musicista, nello specifico il compositore e l’arrangiatore, al che qualcuno potrebbe far notare che “artista” è comprensivo del termine “musicista”, ed è qui che mi incazzo.
Io voglio fare un mestiere, voglio fare l’artigiano, voglio che il mio lavoro abbia una funzione e possa essere giudicato in base a quanto correttamente la svolge, per la qualità della sua fattura, per la sua capacità di raggiungere l’obbiettivo preposto; perché, contrariamente a quello che è il pensiero comune, un’opera quale che sia è sempre valutabile e misurabile secondo determinati parametri, altrimenti al Conservatorio non ci sarebbero esami e voti esattamente come a Ingegneria.

Pensare al videogioco in termini di Arte, così come l’Arte è stata concepita nel ‘900 (e senza che chi lo fa dia segni di volersi redimere), mi proietta immediatamente in una dolorosissima spirale di eventi che hanno portato l’opera d’arte a circondarsi di design, moda, concetto, grafica e poi progressivamente migrare totalmente verso questi strati esterni, lasciandoci opere compiute da gente che non sa fare, esaltate o affossate da oziosi critici che si riempiono la bocca con termini come “rivoluzione del linguaggio” e guardate con occhio interrogativo da Alberto Sordi e consorte.

È una manifestazione del lento e inesorabile declino sociale, parole come “artista” e “poeta” vengono sprecate per riferirsi a istrionici palazzinari della cultura, un viaggio dal male al peggio.
Non auguro al videogioco di creare distanza dal suo pubblico diventando ermetico e pretenzioso, lasciando da parte la capacità di intrattenere su un terreno che ci accomuna in favore di quella di interessare in campi che ci dividono: un mezzo espressivo non ha bisogno di essere definito “arte” per ottenere dignità; anzi, visti i colpi subiti recentemente dal nostro sistema sociale e culturale, forse è più utile che rimanga nel dominio del mestiere piuttosto che in quello dei boriosi piumati.

C’è poi un’altra questione: le modalità espressive dell’arte figurativa, come anche della musica e della letteratura, si sono evolute o si sono ritrovate costrette a cambiare radicalmente strada a causa dell’inarrestabile evoluzione tecnologica. In molti conoscono la relazione tra l’invenzione della fotografia e la nascita delle correnti astratte nella pittura; ma in pochi sanno che per esempio la nostra forma canzone è stata definita anche in parte dalla limitata capacità (in termini di minutaggio) dei primi supporti di registrazione dedicati alla distribuzione sul mercato domestico, per non citare lo sconvolgimento sonoro determinato dall’applicazione dell’elettricità in contesti musicali.
Il videogioco dunque, che nasce in un contesto altamente tecnologico ed è ad esso legato indissolubilmente, evolverà in maniera dissimile da tutti gli altri mezzi espressivi, semplicemente perché ha già conosciuto un’evoluzione perpetua senza aver avuto prima il tempo di consolidare la maturità che altre scuole hanno avuto. Qualcuno potrebbe fare un parallelo col cinema, anch’esso nato da una tecnologia in continuo divenire, ma bisogna ricordare che il cinema ha trascorso la sua infanzia in un periodo che, con gli occhi della contemporaneità, era molto meno accelerato di quello attuale, ed ha saputo attirare quasi immediatamente le attenzioni di grandi autori per via del suo legame stretto con il teatro; il videogioco dal canto suo non ha ancora fatto gravitare intorno a sé niente e nessuno di veramente interessante, da un lato perché la sua natura interattiva e (quasi) onnicomprensiva non ha paragoni nel passato, e quindi non può godere (o subire) dell’intervento di maestri importati, dall’altro perché l’esasperazione dei ritmi odierni lo hanno costretto nel limbo del genere di consumo anziché in quello del genere di fruizione.

A questo si aggiunge che oltre i videogiochi nessuna opera, a parte in misura limitata le installazioni, propone, anzi richiede a chi ne usufruisce di essere una parte attiva, il protagonista, ribaltando così la base del concetto di “opera” da quando questa esiste.
Tutte queste singolarità potrebbero tenere lontano ancora per molto il videogioco dalle attenzioni del circolino radical chic dell’Arte, lasciandogli lo spazio di affermarsi come il genere di intrattenimento evoluto che è, permettendogli di stabilire in maniera autonoma e indipendente i valori su cui fondarsi, prendendo le distanze da quel pontificare sul niente proprio dell’Arte di concetto, dove si destruttura e si “innova” con sempre meno ciccia e sempre più fumo, dove l’affermazione di un’opera da tutto dipende fuorché dalle sue caratteristiche intrinseche.
Se siamo fortunati il videogioco non sarà mai Arte.

Questo articolo è stato scritto ascoltando:
Oz Noy – Schizophrenic (2009)

ArsLudicast 301: Gargantuesca Playlist


E come l’anno scorso, si pensava fosse morte e invece era un calesse.

Eccoci all’inizio della nuova stagione del podcast videoludico più amato dagli alfieri dell’irriverenza, del dilettantismo e dell’improvvisazione. Come preannunciato, la frequenza delle puntate per questa stagione sarà diradata e verrà mantenuta, almeno per il momento e in linea di massima, una cadenza trisettimanale. Ciò avrà come conseguenza un allungamento della durata media delle puntate stesse; e al fine di mantenere alto, se non proprio il livello, quantomeno il brio, le singole puntate vedranno una maggiore frammentazione interna, con spazi per rubriche diversificate e una minore incidenza di un fattore alquanto invasivo nel corso della stagione passata: quello dello sbracamento incontrollato.

Tutto ciò a partire dalla puntata prossima; perché qui, invece, vi proponiamo una Playlist monumentale: Simone Tagliaferri, Matteo Anelli redivivo, il Titano delle Belle Lettere Alessandro Monopoli, gli ospiti Jeemee e Rudin Peshkopia, assistiti psicologicamente dal già di per sé non troppo stabile Vittorio Bonzi, vi accompagneranno lungo una carrellata dei titoli che hanno accompagnato la loro estate, impreziosita in appendice dalle vicende di un inedito Monopoli in veste di precettore di virgulti, ammaestrati alla vita meglio di quanto farebbe qualunque Società dei Poeti Estinti.

La carrellata comprende:

Mount & Blade: Warband
Seduce Me e polemiche al seguito
Nanashi no Game
PlanetSide 2 (Beta)
Home
Dead Space 2
Downguard (DLC di Skyrim)
Guild Wars 2 (PC)
America’s Nightmare
Mad Riders
Dark Souls
Rock of Ages

 

Scaricate la puntata:

 

Brano in Apertura: Phoenix Wright: Ace Attorney (tema di apertura), di Masakazu Sugimori, arrangiato ed eseguito da Alessandro Monopoli.

Brano in Chiusura: Enemy of the State (Mafia II), eseguito dalla FILM Harmonic Orchestra Prague.

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Slender: gli indie conquisteranno il mondo

No davvero, prostratevi in segno di adorazione, e fatelo ora, prima che sia troppo tardi; prima che i grandi colossi che professano pace amore e videogiochi mettano mano al vostro portafogli arraffando ogni centesimo e lasciandovi imbambolati di fronte all’ennesimo franchise infarcito di consunta e ostinata vanagloria.
Dopo Amnesia: The Dark Descent, le numerose notti insonni in compagnia di lampade ad olio e cuffie mi avevano ingenuamente portato a credere che di così agghiacciante al mondo ci fosse davvero ben poco.
Poi, girovagando per la rete, te lo ritrovi davanti: un tizio pallido, senza faccia, con un completo nero e braccia cosi lunghe da sfiorare terra, partorito dalla mente deviata di un anonimo sul thread di “The Something Awful Forums” (eh già, non ci facciamo mancar nulla).
Come se non bastasse, Mark J. Hadley, il solito “one-man team” alla Jason Byrke con uno studio tutto suo (Parsec Productions), non contento, decide di farci un gioco sopra.

Ora, forse è il caso di precisare che non stiamo parlando di un prodotto fatto e finito come il sopracitato Amnesia, bensì di un progetto sperimentale in costante aggiornamento, pubblicato nel giugno del 2012, completamente gratuito e della durata di circa quindici minuti.
Non è il massimo della longevità, ma vi assicuro che di mutande ne ho cambiate un bel po’ prima della fine. Niente armi, una torcia dalla durata limitata e una quantità di stamina non ben precisata, da cui dipendono le capacità motorie dell’ignaro e sconosciuto protagonista.

Ambientato nel mezzo di un boschetto ben delimitato da quattro solide recinzioni, con tanto di zone edili e camioncini assortiti, l’incerta vittima deve trovare e recuperare le otto pagine di un manoscritto, casualmente disposte sui dieci punti d’interesse sparsi per la mappa (che ovviamente voi non saprete nemmeno che forma abbia). Fin qui nulla di complicato; peccato che dal recupero della prima e in maniera sempre più pressante, indovinate chi verrà a farvi le feste?
Non corre, non salta, non ha armi e non fa praticamente nulla. Semplicemente c’è, compare all’improvviso e voi non potete far altro che allontanarvi e completare il manoscritto nel minor tempo possibile. Nessun corpo mozzato o schizzi di sangue sugli alberi a presagire il terrore, ma un’immagine sfocata che gioca con voi come farebbe un gatto col topo. Potrebbe prendervi in qualsiasi momento, nulla glielo impedisce; aspetta, magari dietro l’albero appena passato, oppure nel vicolo dove state per infilarvi. Gioisce nell’oscurità, quella che permea l’aria ad ogni suo passo; quella che respirate ad ogni suo lamento. Un interminabile silenzio rotto dal vostro marciare e dalla sua presenza; un silenzio che rimpiangerete ad ogni vostro progresso.

Cercare di inquadrarlo non è di alcun aiuto, al contrario, genera un “divertente” disturbo dell’immagine che diverrà sempre meno chiara mano a mano che si avvicinerà tentando di acciuffarvi e… scopritelo voi, tanto succederà.
Dite addio a pause e relax: lo Slender Man giocherà con voi dall’inizio alla fine; niente inventari o menù di opzioni in cui rifugiarsi.

Solo quindici minuti di intenso, inspiegabile e puro orrore.

Buon divertimento.

 

Il tenore dei commenti nel Windows Phone Marketplace

Un po’ come Terra Bruciata di Ringcast, ma per scritto.

Nei commenti di Droplitz Delight:

Allora voi credete che e’ un gioco bello ma secondo me no ed e’ anche a 1€ in quanto su iPhone Dead Space costa 1€ che e’ un gioco bellissimo e hanno fatto anche mass effect su android pensate voi se sapevo di questa fregatura avevo preso un android o un iphone.

risposta cortese:

Bel gioco e ottimo prezzo. Vorrei solo dire a quelli che si lamentano che è normale pagare 99 cent per un gioco. E vorrei anche ricordare che si paga il servizio dei punti xbox live. Se ciò non vi interessava o non vi piaceva, perché non avete preso un android o un iOs? 🙂 saluti a tutti 🙂 Rispondendo a Giuseppe, Android e iOs son sempre disponibili in negozio, nessuno ti obbliga a tenere un Wp 🙂

risposta disillusa:

Caro Giuseppe hai ragione su tutto tranne che sul prezzo, i giochi che hai citato costano sui 5 euro, purtroppo qui su Windows Phone siamo abituati a schifezze disumane vendute allo stesso prezzo e quando esce un giocco a 99 cent è un mezzo miracolo

pietra tombale:

Testa di rapa obiettivi e classifiche li hanno tutti i giochi anche senza x box live!sei inutile!nn è il fatto di pagare un euro due euro e il principio di arricchimento ingiustificato che fa innorridire!c e quessi si fanno i soldi per si giochi di *** ma ti rendi conto?ma che te lo dico a fa manco sai cos e l economia

Cercate pure in giro per il marketplace, troverete commenti analoghi (anche peggiori) che vanno a picchiare sempre sulla stessa cosa: il prezzo. “Bel gioco ma abbassate il prezzo” (3 euro), “abbassate il prezzo”, “bellissimo ma 3 stelle perché non è gratis”, “quando lo rendete gratis?”.

E’ vero, rispetto all’App Store e al Play Store il Windows Phone Marketplace è meno ricco, con meno (anzi decisamente poche) applicazioni interessanti e con un prezzo medio più alto (soprattutto con pochissime applicazioni gratis). Siamo nell’empasse di una piattaforma meno appetibile della concorrenza (salvo che non vi piaccia Metro, l’elegante interfaccia di WP), su cui gli sviluppatori (credo “incoraggiati” da Microsoft) tengono prezzi mediamente più alti data la limitata base d’utenti, la qual cosa non rende certo la piattaforma più appetibile.

Lasciando stare il fatto che Windows 8 ucciderà in un colpo solo sia il PC (almeno così teme Valve) che Windows Phone 7 (i telefoni WP7 attuali verranno aggiornati al massimo alla versione 7.8 e tanti saluti), la cosa preoccupante è avere da attingere a un bacino di utenti così proni al bimbiminchismo, così disabituati all’acquisto e convinti che sviluppare software sia come fare beneficenza. Tale bacino di utenza quanto è condiviso con iOS e Android? Chi dei due è più responsabile di averlo plasmato così Arpagone? O Windows Phone per affinità si cucca le gioie della tipica utenza parassita PC?

Per l’estiva riflessione sulla cosa, rimando anche alla geniale sintesi di Matthew Inman, This is how I feel about buying apps – The Oatmeal.

Infinity Blade e Infinity Blade II

 

Gli Infinity Blade sono giochi di una furbizia che merita di passare alla storia. Un solo grosso ambiente da percorrere più volte (molto lentamente), un sistema di gioco ridotto all’osso, un gameplay che dà al giocatore quello che vuole in termini di immaginario (armaturone cool, spadoni cool e mostroni da abbattere strusciando un dito sullo schermo), qualche spruzzata di gioco di ruolo tanto per dare l’illusione di quel minimo di profondità che non fa mai male (ma tanto la differenza la fa l’equipaggiamento, che è un invito a dare altri soldi a Epic per avere subito il migliore), qualche micro segreto e la migliore grafica mai vista su un sistema mobile.

Ecco, non fosse confezionato benissimo è probabile che entrambi i titoli che compongono la serie sarebbero stati derubricati come laser game con l’addenda di qualche variante, quindi ignorati per la ripetitività di fondo e la lentezza di comodo (di un’ora di partita quanto si giocherà effettivamente? Cinque minuti?), funzionale solo per allungare il brodo, che li caratterizza .

Tra il primo e il secondo capitolo le differenze sono minime. Per la maggior parte si tratta di piccoli aggiustamenti di poco conto. Infinity Blade II, rispetto al primo, allarga un po’ l’ambientazione, aggiunge diverse situazioni, ma nella sostanza il gioco è sempre quello e non ci si può fare veramente nulla: il tutto si riduce a parare i colpi e rispondere all’avversario quando si sono rotte le sue difese. Più hai lo spadone grosso, più gli fai male. Se vuoi ammazzare i nemici più grossi devi avere lo spadone più grosso.

I soldi per acquistare l’equipaggiamento si trovano in giro (altra furbata per evitare che il giocatore schivi gli estenuanti e ripetitivi filmati), si ottengono combattendo o si prendono pagando soldi veri. L’equipaggiamento è prezzato in modo tale da stabilire un limite preciso entro cui la spesa di soldi veri diventa una necessità per le gonadi, se non si vuole ripetere decine di volte la stessa solfa per accumulare i soldi per vie ludiche. Il tutto è così viscido, furbo e in un certo senso disonesto che ricorda un falso invalido. Be’, almeno questo non costa soldi pubblici.