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System Shock 2

        Tuesday, 27 May 2008, 15:43 - Simone "Karat45" Tagliaferri

Sviluppato da Irrational Games, Looking Glass Studios | Pubblicato da Electronic Arts| Piattaforma PC | Rilasciato nel 1999

System Shock 2 è uno di quei videogiochi che ti si pianta in testa e che ogni tanto riaffora per distruggere qualsiasi nuovo titolo ti si faccia innanzi cercando di raccoglierne lo scettro.

Lo stesso Bioshock, realizzato più o meno dalle stesse persone, paga qualcosa nei suoi confronti e non riesce ad essere pervasivo allo stesso modo.

Rimanendo nello stesso genere, forse solo Deus Ex è sullo stesso livello, ma ragionare in questo modo è una violenza più che un atto critico.

Per definire System Shock 2 si deve ricorrere a continue sottrazioni, in modo da avere una somma finale più chiara: è un gioco stealth, ma non è un gioco stealth in senso stretto, è un gioco di ruolo, ma non è soltanto un gioco di ruolo, è un FPS ma non è un FPS classico, è un’avventura grafica, ma non ricorda minimamente un’avventura grafica, è un survival horror, ma non è un survival horror nel senso canonico del termine.

System Shock 2 è, fondamentalmente, un dedalo di corridoi, i rumori prodotti dai mostri che si aggirano minacciosi per i resti dell’astronave su cui si svolge l’azione, una palette dei colori scura dalle tinte smorte tendente al verde e al blu, tanta tecnologia degradata o “putrefatta”… e una vasta gamma di strumenti performativi messi a disposizione del giocatore per trovare il filo di Arianna che lo conduca al centro del labirinto.

Il nemico principale è l’angoscia causata dalla paura di compiere ogni passo. L’eterna carenza di munizioni, la forza dei nemici, il loro essere non semplicemente terrificanti ma presenze terrificanti in uno spazio condiviso. Non c’è via di fuga e l’unica possibilità è cercare di comprendere il problema e di “riprogrammarlo” in modo da risolverlo.

System Shock 2 è l’allegoria della lotta dello sviluppatore contro la macchina, ovvero rappresentazione stessa del modello informatico incarnato nella tecno-fobia per eccellenza del novecento: il computer che si ribella ai suoi creatori.

System Shock 2 è anche uno dei videogiochi migliori che siano mai stati realizzati che, con strumenti strettamente videoludici e decisamente innovativi, riesce a rendere appassionante la sua trama semplice e, in più di un senso, banale. Un vero capolavoro.

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Bioshock - Riflessioni in ordine casuale

        Monday, 14 January 2008, 0:10 - Simone "Karat45" Tagliaferri

Prodotto da 2K Games| Sviluppato da 2K Boston/2K Australia | Piattaforma Xbox 360, PC | Rilasciato il 24 Agosto 2007

In superficie siamo in piena Guerra Fredda, ma anche sott’acqua le cose non vanno poi così bene.

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Bioshock non si perde in troppi preamboli: un incidente aereo, un faro come unico approdo possibile per non perire in mare, la discesa all’interno di una città misteriosa eppure molto conosciuta nell’universo di gioco (altrimenti come avrebbe potuto attirare tanti abitanti?).
C’è chi teorizza che un videogioco debba catalizzare l’attenzione del giocatore nei primi cinque minuti. Bioshock si nega a questa precetto e precede con una lentezza disarmante. L’inizio è una lenta descrizione di Rapture e del suo stato di degrado. Il giocatore capisce di trovarsi in una situazione anomala appena mette piede sulla superficie della città. Cosa l’ha ridotta in questo stato?
Rapture è l’utopia di un uomo paranoico e megalomane, è una forma di lotta dell’individuo contro la democrazia e il comunismo, i due blocchi che si andavano formando dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ovviamente lo sguardo è sul contemporaneo. Esplorare Rapture è come girovagare per la carcassa degli anni 2000. I suoi abitanti non sono umani, sono super-umani. Sono individui rinchiusi e distrutti da un sogno troppo grande per poter ambire a diventare realtà, degli egocentrici/eccentrici trasformati e resi schiavi da loro stessi. I plasmidi, l’Adam… sono solo metafore. Quando gli abitanti di Rapture parlano sembrano dei bambini che si lagnano. Ricordano com’erano prima, hanno ancora gli stessi desideri ma amplificati. I loro corpi sono stati trasformati dalla volontà di liberarsi dai limiti imposti dalla natura e dalla società. Il sogno di un uomo a cui si sono aggrappati in molti e che ucciderà tutti.

Quante altre se ne potrebbero dire su Rapture? Il fascino di Bioshock nasce proprio da questo suo essere contenitore di molti significati; di essere interpretabile a piacere fino alla sfinimento.

Bioshock

Bioshock è anche una presa di coscienza, la negazione di molti precetti e di molti convincimenti che nel corso degli anni si sono incrostati nella cultura videoludica stabilendo delle priorità sbagliate nella lettura dei videogiochi. Gli Irrational sono riusciti a raccontare la storia di una città senza praticamente utilizzare filmati. Anche i diari audio che si trovano sparsi in giro per le stanze e i corridoi di Rapture sono un surplus d’informazioni, un modo per mettere in luce le sottotrame di una storia raccontata benissimo dalla città stessa. Nella rappresentazione non c’è un elemento fuori posto; una distrazione dalla visione complessiva. Senza “narrare” niente, Bioshock riesce ad essere più profondo e visionario di giochi ultra narrati (con continui stop dovuti a filmati e intromissioni da parte degli autori) come un Metal Gear Solid a caso o uno degli ultimi Final Fantasy. In che modo?

Probabilmente perché nei videogiochi il senso nasce dal rapporto che si instaura tra i diversi elementi che compongono lo spazio virtuale e il giocatore/attore. Solo in minima parte è possibile carpire senso dall’utilizzo di tecniche narrative derivate da altri media. I videogiochi non narrano in senso lineare, ma trasversalmente, mettono in scena un mondo virtuale, siano essi puzzle game o giochi di ruolo, che dovrà contenere la performance attoriale del giocatore. I videogiochi con una narrazione invasiva sono spesso il sogno frustrato di un regista che è finito a fare suo malgrado il game designer.

Negli anni si sono creati dei grossi fraintendimenti dovuti ad un’analisi superficiale del medium: la presenza di uno schermo come strumento di output privilegiato del medium videoludico, unito alla cultura di massa di fine anni 70/80, lo hanno subito fatto accostare al cinema, moltiplicando le depredazioni di parole e concetti da quel medium fino al paradosso di considerare migliori i videogiochi che più si avvicinano all’esperienza cinematografica. La tendenza generale, dovuta ad un complesso d’inferiorità ancora presente, è stata quella della comparazione continua dei videogiochi verso il cinema, fino ad arrivare al paradosso di gridare al miracolo davanti ad un Resident Evil perché adottò un taglio cinematografico delle inquadrature per ottenere determinati effetti drammatici (Alone in the Dark lo avevano rimosso un po’ tutti… ma si sa bene cosa non farebbero alcuni per affermare che tutto quanto di bello e di buono si è avuto nei videogiochi è venuto dal Giappone). Si è arrivati a considerare il giocatore una specie di regista che crea un suo montaggio, come se il fine di un videogioco sia la creazione di filmati. Smaniosi di assegnare al giocatore un ruolo più “alto” si è finiti per decentrare le analisi arrivando ad esaminare i videogiochi soltanto in relazione alla loro presunta cinematograficità e, dove questo non è accaduto, sfruttando sempre concetti ripresi dal cinema (ad esempio quello d’immersività) senza riuscire a dargli una collocazione definitiva.

Bioshock

La diffusione di questi preconcetti è stata favorita dall’atteggiamento della stampa specializzata che, non riuscendo a trovare una sua dimensione critica, si è aggrappata supinamente al confronto cinema/videogiochi rendendolo spesso, di fatto, un vero e proprio criterio di giudizio. Non starò qui a citare le volte in cui sono state intessute lodi di qualche gioco rapportandone l’esperienza a quella di un buon film. Ovviamente sono balle e un confronto del genere è più il frutto di una visione umorale dei due media che della capacità di leggere i videogiochi in senso critico. Si è voluta creare una specie di scala di valore emozionale, da usare per fare confronti; un po’ come quelli che giudicano libri e film esprimendo i propri gusti in base alle emozioni provate.

In Bioshock gli autori sembra che abbiano voluto sbattere in faccia al giocatore il suo status di “attore” e non di autore (l’incontro con Jack Ryan è paradigmatico in tal senso) rimarcandone più volte la subalternità, il suo essere un parassita di un mondo già immaginato da qualcun altro. Nel momento in cui si segue una storia si accetta di andare avanti anche soltanto se qualcuno ci dice “per piacere” perché, in realtà, non possiamo fare altro. L’unica vera scelta è giocare/non giocare. Le altre (armi da usare, plasmidi, salvare o uccidere le sorelline) rientrano in un campo di possibilità già previste. Possiamo però osservare Rapture, capirne l’essenza, leggerne le stanze, i suoi abitanti, partecipare al loro dramma. Possiamo rilevare una visione, quella di un qualcuno che ha creato qualcosa per noi e a cui possiamo accedere soltanto accettando un ruolo prepensato per noi.

Bioshock

A Man creates. A parasite asks, “where is my share?”