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		<title>Videogames a Scienze della Comunicazione</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 05:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Melis</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4014" title="crazy-sackboy" src="http://arsludica.org/wp-content/uploads/2009/03/crazy-sackboy.jpg" alt="crazy-sackboy" width="500" height="400" /></p>
<p>Mercoledì 04/03 nella facoltà di Scienze della Comunicazione (università “Sapienza”di Roma) si è svolto un evento dal titolo “Social networks, game &amp; business”, titolo altisonante per presentare una ricerca finanziata da Sony e commissionata all&#8217;università per indagare sul rapporto tra il videogioco e il social networking e le possibilità di business che questo binomio può suggerire.</p>
<p>Da studente di queste tematiche e appassionato di videogame non potevo mancare, soprattutto era un&#8217;occasione ghiotta per vedere come il videogame viene visto dal mondo accademico. Di contorno c&#8217;è ovviamente il discorso sulla ricerca in sé, ma in questa sede mi sembra più opportuno concentrarsi sulla percezione del medium videoludico.</p>
<p>A caldo mi è venuto da pensare: più o meno ci siamo. Al videogame viene riconosciuto un minimo sindacale di status culturale che permette di parlarne prescindendo dalla faciloneria che i media generalisti ci propinano regolarmente. Qualcuno potrebbe pensare: “ci mancherebbe altro”, ma quanto appena detto è un assunto tutt&#8217;altro che scontato. Basti pensare al fatto che nella facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza che vanta corsi molto attenti all&#8217;analisi e all&#8217;interpretazione dei prodotti dell&#8217;industria culturale si sente parlare di videogame solo nei corsi di nuovi media, e quasi mai entrando nel merito.</p>
<p>Purtroppo le note positive si limitano a questo. Alla domanda: “dobbiamo considerare il videogame un media?” del giornalista del Sole 24 Ore Marco Mele è seguito un imbarazzante silenzio da parte degli altri relatori, spezzato solo dal preside Mario Morcellini che ha parlato dell&#8217;importanza di affrontare il problema della definizione di “nuovo medium” in modo da dare una risposta precisa alla domanda. Per il resto l&#8217;evento è stato un altalenarsi piuttosto confuso tra i proclami di Sony sul fatto che loro sono il <em>deus ex machina</em> dell&#8217;entertainment e le velleità di una ricerca (mai espresse in modo chiaro) che si è riconosciuto essere molto ambiziosa ma a cui (aggiungo io) manca un&#8217;elementare concezione dell&#8217;oggetto di studio e proporzione dell&#8217;impresa. A intervalli regolari si affastellavano affermazioni sconnesse sul videogioco e il social networking piuttosto imbarazzanti, specie  le seconde visto che il contesto avrebbe imposto maggiore padronanza di una tematica ben più sdoganata ma anche più rilevante per la facoltà.</p>
<p>Tirando le somme:<br />
si poteva fare di meglio (e parecchio). Ogni volta che si è parlato del videogioco come artefatto culturale significativo la competenza in materia non ha affatto impressionato (me la cavo con un eufemismo). Ci si è impelagati prima sul concetto di simulazione, poi sull&#8217;eterno patema virtuale vs. reale (stemperato solo dall&#8217;intervento di Luca Giuliano), poi su pasticci interpretativi sulla dimensione sociale del videogame, il tutto contornato da diversi altri equivoci che testimoniavano una grande difficoltà a padroneggiare le tematiche emerse.</p>
<p>Eppure l&#8217;ingresso del videogame all&#8217;università (non che questo sia il primo caso&#8230;) è un dato da non sottovalutare a prescindere dalle critiche che possiamo farne da gamers &#8220;informati dei fatti&#8221;; quando si dice “l&#8217;importante è che se ne parli” è difficile negare che sia un&#8217;affermazione fondamentalmente vera.</p>
<p>In ogni caso la domanda rimane: ce lo facciamo bastare?</p>
<p>photo credit: <a href="http://www.flickr.com/photos/mediamolecule/">mediamolecule</a></p>
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