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Dementium: The Ward

        Friday, 4 July 2008, 0:31 - Emanuele "Emack" Colucci

Sviluppato da Renegade Kid | Pubblicato da Gamecock Media Group | Piattaforma NDS | Rilasciato il 31 Ottobre 2007 (USA) - 26 Giugno 2008 (JAP)

Vorrei continuare il discorso iniziato ieri circa lo sfruttamento delle potenzialità della piccola console portatile di Nintendo, introducendovi un’opera non ancora pubblicata in Italia ma che ha goduto di riscontri positivi nei mercati di competenza. Mi riferisco naturalmente a Dementium: The Ward, survival horror tridimensionale con visuale in prima persona che raccoglie vari topoi del genere senza affannarsi a cercare un qualche fattore distintivo in termini di ambientazione o trama.

L’avventura si sviluppa in un sinistro ospedale psichiatrico apparentemente abbandonato, popolato da grottesche creature respawnanti di non chiara eziologia ma di chiarissimi intenti assassini, animato da una simpatica bambina che non avremo mai modo di conoscere perfettamente ma che ci causerà svariate preoccupazioni (più auto indotte che effettive, a dire il vero). La storia ha come protagonista un povero sfigato affetto da amnesia e, dunque, con un passato da ricostruire a suon di flashback e riferimenti impliciti vari, fortemente deciso a sopravvivere all’inferno che lo circonda. Insomma, il canovaccio è il solito polpettone psicosplatter, invero piuttosto deficitario in quanto a longevità (ma ormai sembra una moda anche questa).

L’interazione avviene sul touch-screen e, mediante il pennino, si può accedere ai menu oppure muovere lo sguardo. Alle frecce direzionali il compito degli spostamenti, mentre i tasti dorsali fungono da grilletti.
Gli ambienti sono riprodotti con sufficiente resa grafica e stupefacente cura per i dettagli, se si pensa alla limitata dotazione hardware a disposizione. Le scene sono poco illuminate, molte sono totalmente immerse nell’oscurità, e dunque durante l’intero gioco bisogna ricorrere a una torcia elettrica per non sbattere contro un muro o finire nelle fauci di uno zombie. L’alta direttività del fascio di luce proiettato non permette mai di avere piena consapevolezza del divenire del contesto, e l’impossibilità di impugnare un’arma allo stesso tempo dona un piacevole senso d’inquietudine. Tale stato d’animo viene acuito e trasformato in ansia vera e propria per merito di un sonoro tanto semplice quanto indovinato: l’inesorabile regolarità del battito cardiaco fa da contraltare a improvvisi mugugni, crepitii, strofinii che preannunciano l’incontro con entità malevole a breve termine. L’intero impianto si ispira così ai meccanismi di Silent Hill: le tenebre come la nebbia, i rumori come i segnali della radio, i nemici privi di qualsiasi segno di intelligenza.

I meriti di Dementium: The Ward risiedono, insomma, in una realizzazione tecnica che sfida i limiti imposti dalla piattaforma, dimostrando l’effettiva possibilità di trasportare con dignità più che sufficiente il genere horror su DS. Peccato per la pressoché totale mancanza di originalità, ma almeno uno sguardo è altamente consigliato.

Link per questo post: OKNOtizie

La proteiforme palinodia dei videogiochi: il caso di Resident Evil 4.

        Sunday, 17 February 2008, 14:41 - GanJo

Prodotto e Sviluppato da Capcom | Piattaforma Nintendo Gamecube, PS2, PC, Wii | Rilasciato nel 2005 (GC, PS2)

Premetto che non sono un fan della serie, mentre amo alla follia la gente morta che cammina ciondolando, perdendo pezzi di carne ad ogni passo. Adoro la putrefazione in tutte le sue forme, possiedo un gusto romantico per l’orrido ed uno scapigliato per le cose schifose, unte e rancide, nonché una simpatia cyberpunk per i circuiti infettati da tessuti organici. Ed è per questo che ho acquistato il titolo in questione nella versione per PS2, in quanto pensavo vi fossero racchiuse tutte le caratteristiche a me gradite.

La prima delusione è quindi arrivata non appena ho scoperto che non c’erano zombi putrefatti da maciullare, bensì solo dei banalissimi burini plagiati da una setta di fanatici religiosi dediti alla coltivazione di non meglio precisate piaghe. Vabbeh, chi si accontenta, gode. M’incammino quindi per il villaggio sforacchiando gli abitanti privi della classica ospitalità della gente semplice. C’è la tensione, perché non sono facili da buttare giù e c’è la curiosità per l’esplorazione degli scenari, con la piacevole sensazione di potersi barricare dentro gli edifici, bloccando gli accessi con mobili di nome e di fatto.

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Dopo una serie imprecisata di tentativi d’approccio con gli zotici, la prima stimolante, goduriosa novità consiste nel dover proteggere e condurre fuori dal villaggio la versione scopabile di Chelsea Clinton, con l’altrettanto avvincente necessità di doversi guardare doppiamente intorno per la brutta tendenza degli abitanti alla cleptomania parental-presidenziale.

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Capito il meccanismo, e grazie anche e soprattutto alla possibilità di ricaricare lo scenario da un checkpoint, la vicenda scorre abbastanza tranquilla, con i soliti oggetti da ritrovare e qualche puzzle da risolvere. Ma è quando i due protagonisti, inseguiti da una moltitudine di buzzurri brandenti fiaccole, scena che rimanda immediatamente a mitici fotogrammi dell’inconscio collettivo, si rifugiano all’interno d’un tetro castello, è in quel preciso istante che s’insinua dentro il mio ano il sospetto d’aver sbagliato tutto nella vita inserendo il ciddì nella console. È un po’ la stessa fastidiosa sensazione che si ha anche con altri media quando s’avverte una sorta di presa per il culo da parte dell’io narrante. Perché, voglio dire, ti trovi in una regione inospitale brulicante di pazzi furiosi peggio che a Erba e, invece di scappar per campi incolti, ti vai ad infilare in bocca al nemico peggio d’uno stuzzicadenti cieco? Ma allora dillo che lo fai per masochismo narrativo! Ammetti, tu, protagonista ammerrigano intriso di retorica hollywoodiana, che la tua è una necessità favolistica e che è nella tua natura scegliere la strada più irreale al fine d’innalzare il monte ore speso dal videogiocatore. Sarebbe più onesto, non credete?

Con questo paletto di frassino infilato non vi dico dove, m’inoltro quindi per i dungeon, dove i contadini sono sostituiti via via da nemici diversi nella mise, ma sostanzialmente identici nella deambulazione. Cambia perciò lo scenario, da rurale a medievale, si susseguono gli enigmi, le leve e le carrucole, con qualche boss briosamente affettuoso, ma resta sostanzialmente invariato il game play. Si arriva pertanto ad un punto in cui è il desiderio di vedere come evolve la storia a spingere a proseguire nell’esperienza videoludica e non più il mero piacere d’essere il protagonista, seppur virtuale, d’una avvincente vicenda, il che dovrebbe essere l’inviolabile fulcro d’ogni giocosa esperienza.

Proseguo dunque per inerzia, imprecando ogni qualvolta il gioco prevede passaggi a mio modo di vedere troppo ostici, costringendomi a ricaricare e a riprovare quasi annoiato dal fatto che tanto so d’essere il buono che non muore mai, nemmeno quando compare la scritta “sei morto”. E quando nei filmati d’intermezzo, quasi assopito dopo una cena luculliana, sullo schermo compaiono i pulsanti da premere entro una frazione di secondo per far compiere una manovra acrobatica al protagonista, beh, la voglia di mandare tutto a fare in culo è piuttosto potente.

Certo, rimane la sfida e l’orgoglio annesso, soprattutto quando non riesco a superare un boss e devo ricorrere ad internet per scoprire che bastava acquistare un lanciacazzi dal commerciante…che poi, ‘sto mariuolo, spunta sempre davanti a me fresco come una rosa, mentre io mi devo rettificare l’ano come un cretino per superare trappole e nemici…ma mi prende il per il deretano? Ma corromperlo, sequestrarlo o seguirlo per i passaggi segreti che evidentemente conosce, parrebbe brutto?

Oltre a queste domande esistenziali, mi chiedo anche quanti cazzo di capitoli ci siano ancora, prima di vedere la fine presumibilmente banale e scontata della storia, ma non prima però d’aver perso e ritrovato la fanciulla un numero totalmente irreale di volte. Perché sa tutto di già visto e di già sentito: la setta, il capo che invia i suoi scagnozzi per eliminarti, ben sapendo che li farai fuori uno dopo l’altro; il sacrificio della vergine; il cattivo troppo sicuro di sé; dialoghi enfatici ed inutili; deus ex machina che intervengono quando più te lo aspetti.

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Arrivo, nonostante una certa frustrazione derivante anche da un sistema di puntamento e da una visuale non certo entusiasmanti, né adatti al coinvolgimento, alla fine della storia, per il gusto d’aver terminato il gioco, quando l’ultimo test d’abilità mi fa letteralmente screpolare i marroni. Senza timore di svelare nulla che non si sappia già, la scena della fuga con la moto d’acqua è l’emblema di tutto quanto già scritto. L’isola è stata minata, sta per saltare in aria e voi dovete fuggire facendo un paio di slalom ed accelerando per evitare l’ondata che sopraggiunge alle vostre spalle. Niente d’impossibile, ma per via della visuale in terza persona e d’una meccanica non proprio ottimale, ho dovuto riprovare sei o sette volte prima di riuscire a farcela. E mentre attendevo il caricamento, mi chiedevo se fosse veramente necessario ai fini del gioco quest’ulteriore prova d’abilità con le levette analogiche. La risposta è, ovviamente, no.

In conclusione, quelli appena descritti sono i principali difetti che riconosco ai videogiochi: ripetitività, prevedibilità, retorica. Difetti comuni anche a media quali cinema, televisione e letteratura, ma che nei videogiochi stonano forse ancora di più. Anche se mi rendo conto che magari sono solo io ad essere fuori target.