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Quando il videogioco era più gioco che video, paradossalmente, si raggiungeva una maturità maggiore di quanto non accada ora. Poi, finchè il cinema vanterà registi come David Lynch e Zio Kubrick, sarà meglio andarci con i piedi di piombo col definire arte un videogioco per la sua struttura cinematografica. Il rischio è che il videogioco si trasformi un una banalizzazione e ultrasemplificazione (nonchè continua reiterazione di stilemi stra-abusati) del mondo del cinema.
]]>Distinguiamo però “arte” da “opera d’arte o capolavoro”. Se è vero che ogni videogioco è definibile come arte, questo non significa che siano tutti dei capolavori d’espressione artistica.
Un videogioco come “The Nomad Soul” è un’opera d’arte a tutti gli effetti. Immagini tridimensionali, musica e trama intricata, ma coinvolgente e originale, si fondono insieme per trasmettere delle emozioni notevoli che rimarranno impresse per molto tempo nella mente del videogiocatore.
Invece, un gioco qualsiasi della serie Call of Duty o un Fifa, tanto per citare i primi due che mi sono venuti in mente, per me sono semplicemente dei prodotti commerciali, che durano come una canzonetta estiva (a meno che non ami il multiplayer), finché non li finisci o finché non ne fanno un seguito, ma difficilmente verranno ricordati nella storia dei videogame come opere d’arte.
il “problema” non è del medium che non ha i mezzi per essere arte, ma è la critica che non sa ancora analizzare e giudicare appieno gli elementi che lo rendono tale
Le risposte più piccate ad Ebert sono arrivate proprio da quelli che dovrebbero essere i critici del settore, visto che Ebert stesso ha involontariamente evidenziato e a messo alla berlina le loro mancanze
Bisogna quindi andare oltre i “tecnicismi sterili” e la recensione da “volantino del mediaworld o press kit ufficiale”, allo stesso tempo però ,per una vera critica non si deve esagerare in senso opposto e scartare automaticamente interi generi o prodotti bollandoli come commerciali a prescindere
]]>Volendoli riassumere, si potrebbe partire dalla considerazione che il videogame è, al pari di qualunque altro medium o mezzo creativo, un modo per comunicare ed esprimere un qualcosa all’esterno.
Lo stesso vale per un articolo di giornale, un videomusicale, una scultura, un ritratto, una ricetta culinaria… insomma. Tutto ciò che è creazione e esternalizzazione.
All’interno di questo “tutto” esistono prodotti diversi e vari, pensati per pubblici differenti e consumatori differenti. Questi prodotti, indipendentemente dall’immanenza del giudizio pubblico o critico, si inseriscono autonomamente in una corrente che si crea (volontariamente o no) e che ne rappresenta le linee guida.
Per fare due esempi, si potrebbe considerare il “Futurismo” come una corrente espressiva (o periodo) volontario, mentre la cultura “pop” potrebbe definirsi come “autogeneratasi”.
In questo contesto, alcuni videogiochi sono pensati all’origine per essere volutamente espressivi e con velleità artistiche (penso a Machinarium, ma è solo il primo che mi viene in mente) mentre altri sono stati creati senza alcuna pretesa in questo senso (i pokemon, ad esempio).
Per quanto importante e necessaria, l’esistenza di un pensiero critico consapevole non è (imho) una condizione essenziale all’affermazione di un videogioco in campo artistico, in quanto è lo stesso prodotto che si auto inserisce in un “discorso” critico che può anche essere pregresso (come nel caso della scapigliatura).
Il fatto del bello vs. brutto è, secondo me, oltremodo irrilevante. Sarebbe come dire che i quadri di Picasso sono arte perché sono belli. Anche alcune pubblicità sono belle, ma non per questo sono artistiche. Lo diventerebbero nel momento in cui si affermasse una forma di “metapensiero” condiviso capace di categorizzarle e dare loro una forma (pensiamo alla “notte dei pubblivori”).
Per fare un ultimo esempio, basterebbe pensare al retrogaming, comunemente accettato come una categoria espressiva affermata e capace di generare proseliti del tutto simili a quelli generati da scultori, scrittori e pornostar.
]]>Comunque quotoo nevade, me ne chiamo fuori prima che salti fuori qualche maestro di kung fu. Poi finisce che bisogna rispondergli con “You must defeat Sheng Long to stand a chance”
]]>I giochi “artistici” so’ POCHI! E sono troppo pochi, questo è il punto.
Esattamente… E in questa generazione troppi sparatutto idioti
]]>Senza un dibattito critico, la nostra comprensione rimarrà sempre allo stato attuale, ingabbiata nei binari sicuri e marcescenti che percorriamo da vent’anni.
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