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E se da un lato vorrei che anche ai videogiochi fosse riconosciuto il diritto di trattare anche quei temi maturi e controversi, come si addice ad un medium complesso, dall’altro non me la sento di difendere a spada tratta un gioco (o peggio, un’industria) che per ragioni di marketing cerca di proposito la polemica e strumentalizza tutto in nome del profitto.
]]>La coscienza della propria importanza trascende dalla qualità intrinseca del prodotto. anche Super Columbine Massacre RPG non era un granchè come gioco, ma affrontava a viso aperto una tematica molto importante
]]>Una delle poche cose che accomuna molte,forse tutte,le forme d’arte è il loro essere intrinsecamente elitarie,o comunque di nicchia,poiché impiegano un linguaggio doppiamente mediato (linguaggio+mezzo,o codice,proprio di quella forma artistica). Il videogioco,volendo essere,o in questo caso più probabilmente presentarsi e basta,come “espressione artistica” va inevitabilmente a scontrarsi con la natura dell’industria videoludica,considerata a livelli mondiali (Wallstreet journal di 2\3 mesi fa) “uno dei più validi esempi di industria di consumo di massa”. “Industria di consumo di massa” implica che il prodotto debba essere immediatamente fruibile e rapidamente consumabile,per fare spazio al prossimo.Sono tratti che,evidentemente,non possono andare d’accordo con la natura di un’opera d’arte.
Probabilmente è questo l’enorme problema del videogame come medium in questi tempi: un conflitto tutto interno tra le sue due nature.Infatti vi sono contemporaneamente quella di oggetto d’arte,bello in quanto dona spunti di riflessione, e il bisogno dell’industria che lo produce di,detto brutalmente,piazzarlo a più gente possibile,in nome del profitto. Tale lacerazione viene accentuata dalla divisione in fasi del processo di “creazione” del videogioco: nella fase di ideazione si pensa spesso a renderlo “artistico”per poi dover fare la dolorosa scelta nella fase di produzione e di marketing tra lasciarlo così come è o commercializzarlo,nel senso di banalizzarlo,per aumentare le vendite.
Abbiamo già visto tale processo in altre forme d’arte,quali la pittura e la musica,in cui oggi convivono due livelli: quello dell’arte per intenditori,ristrettissimo,e quello dell’arte “pop”,per cui (ORRORE) “arte e ciò che il mercato considera tale”.
In questo specifico caso la banalizzazione ha assunto le vesti della “correttezza (abbstanza ipocrita) a tutti i costi” tipica della cultura degli USA,come ha giustamente ricordato Mr.Rud.
Tanto per annunciare la scoperta dell’acqua calda,concludo dicendo che la questione è grave e urgente,nonché scusandomi per la lunghezza del commento.
Se si parla di un videogioco in modo maturo, io publisher rischio di dover spostare i miei prodotti verso un target di mercato diverso (es. quello dei 30/40enni), perdendo un’altra consistente fetta di mercato (es. quella dei bambocci con le manine cioccolatose). Conviene?
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