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Lì però cmq non parla di sostenibilità dello sviluppo videoludico, a parte un accenno in cui dice che sta (stava) studiando un “metodo di finanziamento dal basso”. A questo punto sarebbe interessante sapere se nel frattempo abbia trovato qualcosa in questo senso..
]]>Secondo me questo è un problema che gli Italiani (in particolare quelli all’estero) hanno rispetto ai loro colleghi europei, che stanno tutti attraversando la stessa crisi di valori, economica e culturale, ve l’assicuro.
]]>Il mio tempo libero quando ero mantenuto (da universitario) credo di averlo speso bene e di aver dimostrato – a posteriori – che era così… ma effettivamente ci vorrebbero dei risultati a breve termine; e per averli forse ci vorrebbero progetti ben congegnati; e per avviare progetti destinati al successo, anche moderato, forse ci vuole proprio qualcuno che ti fornisca quelle quattro idee chiare che devi assolutamente avere, per poi camminare con le tue gambe.
Chi può darti queste quattro idee? Purtroppo non l’università (non è il suo mestiere, anche se – quando è una buona università – non è tempo sprecato; solo dobbiamo convincerci che non è necessario essere TUTTI laureati). Quindi chi? Eh, buona domanda…
]]>Che poi magari un qualcosa del genere già esiste?
]]>Ciò che invece manca in questo discorso/appello è il lato economico: intanto che sviluppi il gioco della vita collaborando con gente di talento italiana e straniera, come ti paghi le bollette? In Svezia, già che se ne parlava, puoi anche grattarti le palle tutto il giorno e vivere di sussidi di disoccupazione statali, ma qua in Italia?
E una volta sviluppato il gioco, come fai a ricavarci dei soldi? A chi lo vendi? Chi te lo compra?
Nonostante oggi ci siano sicuramente molte più possibilità rispetto al passato di farsi conoscere e di vendersi, mollare tutto per dedicarsi a tempo pieno allo sviluppo di giochi è comunque un bel salto nel buio qui in Italia. Forse un modello economico possibile sarebbe uno ibrido – vendere il c**o sviluppando giochini per le masse (il giochino flash per la pubblicità dell’azienda X, il giochino facebook per promuovere, chessò, Gardaland, etc) e reinvestire il ricavo per roba più “seria”.
Ma un modello del genere richiede un certo pelo sullo stomaco, e se si vuole fare i puristi che “che schifo Dante’s Inferno” la vedo dura…
]]>La prima parte del discorso è di carattere generale e verte sulla situazione del mercato dei videogiochi in generale.
A 3:50 si dice che una volta sì che in Italia facevamo cultura, anche se eravamo poveri e senza cibo
A 4:30 si parla dell’Italia di oggi come un “deserto culturale” causato da 30 (trenta) anni di berlusconismo e in pratica si fa capire che non si producono videogiochi perché il clima culturale è quello creato da Berlusconi.
A 5:40 si parla del mondo indie, portando ad esempio la Svezia (l’ultima volta non ho controllato, ma la Svezia non è l’Italia).
Fine. Ora, spero si convenga che il discorso tocca molti punti e non è incentrato su Berlusconi (cosa che non ho mai scritto), ma quando si arriva all’Italia, il senso chiarissimo è che in Italia non si fanno videogiochi per colpa di Berlusconi.
]]>D’accordo, solo se tu mi spieghi dove ho scritto che il discorso sia incentrato su Berlusconi.
Questa la so!
Tommy wrote:
]]>Oddio no, Berlusconi anche qui no.
Ora non ci sono videogiochi italiani per colpa di Berlusconi. Maddai…
Ora non ci sono videogiochi italiani per colpa di Berlusconi. Maddai…
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