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ah, e mi ha sorpreso pure la sceneggiatura: se mettiamo da parte le seghe pseudo-intellettualoidi sulla profondità psicologica dei personaggi c’è un bel gioco tra humor e tematiche serie, con battute che mi hanno fatto sorridere più volte. niente esistenzialismi da bar, però ne viene fuori un bel ritratto allucinatorio della cultura positivista di fine ottocento, tra perbenismo e cinismo, molto più intelligente della media videoludica.
mica male.
Questo Madness Returns ha qualcosa in più e qualcosa in meno rispetto al primo, e gli stessi problemi di fondo. Quello più grande credo sia sopratutto uno, ed è probabilmente quello che ha trascinato tutti noi al cinema a vedere un film pessimo: usare il paese delle meraviglie come sponsor di se stesso, e poi non rendergli giustizia ma neanche per metà.
Ok, il level design di Madness Returns è più bello di quello del primo. Ma che me ne faccio se tutto quello che devo fare è saltare in giro per le stesse solite piattaforme in salse diverse? Se non posso toccare una foglia, una porta, a malapena una leva, se CACCHIO NON POSSO PERDERMI! Siano nel paese delle meraviglie, non in Raymen!
Almeno nel primo gioco si poteva andare dove si voleva all’interno di un livello, ma adesso? Mi miniaturizzo, e mi indicano la strada. Non mi miniaturizzo, e mi ricordano che potrei miniaturizzarmi. Vedo la leva, e mi dicono che possono tirarla. Vado qui, e c’è uno script, vado di la, e ce n’è un altro…che palle!
Per ogni un briciolo di atmosfera in più rispetto al primo Alice, in Madness Returns ce n’è un barile in meno. Ma, pazienza. I messaggi ovunque e gli aiuti invadenti sono la conseguenza della politica attuale.
Per la storia e i personaggi vale lo stesso discorso. Sono icone di loro stessi, e poco altro. Almeno nel primo episodio non c’èra nessuna pretesa di profondità: si andava nel paese delle meraviglie per picchiare i personaggi e per vedere com’erano in stile dark. Punto. Non c’era alcuno spessore in niente e la cosa funzionava, perchè tutta la curiosità era unicamente visiva e la domanda principale era “fammi vedere com’è il cappellaio matto”. In questo seguito si è cercato di fare le cose in grande, ma non mi pare che si sia raggiunto l’obbiettivo. I personaggi non hanno niente di inquietante, di buffonesco o di inaspettato. Non fanno paura, ne fanno ridere, ne sembrano fiabeschi. Alice è un accozzaglia di disturbi mentali, perchè qualcuno deve aver pensato che fosse la più ovvia versione dark della bambina del racconto originale…bambina che però poi si scrolla la follia di dosso, prende un coltello, fa a pezzi mezzo mondo, e così “guarisce”…no, non ci siamo. Proprio no.
Non si fa così il gioco di Alice nel Paese della Meraviglie. Epperò ce lo giochiamo lo stesso, e il film pacco ce lo vediamo lo stesso, perchè non c’è nient’altro in giro Chissà se qualcun altro ci riproverà. Almeno il gameplay è difficilotto, ma solo a difficoltà nightmare (il tutto si risolve in rendere Alice ultra-fragile, tra l’altro) e solo perchè è scriptatissimo e ci costringe a usare un pò tutte le cose offerte (e tra queste, purtroppo, il pessimo sistema di puntamento). Questo potrebbe essere tuttavia già molto, in un periodo in cui nella media dei giochi con combattimenti ci sono mille armi inutili e una sequenza buona per tutto il gioco.
]]>Sottoscriverei quest’articolo parola per parola, davvero eccellente. È vero che c’hai abituati bene ma credo che questo sia uno dei tuoi pezzi più lucidi e sottili nel descrivere un aspetto emblematico dell’evoluzione (o, per meglio dire, involuzione) della recente produzione videoludica. Purtroppo, anche per me “Alice: Madness Returns” è stata una cocente delusione. Il primo episodio, nonostante l’aspetto narrativo avesse (almeno apparentemente) un peso inferiore, riusciva a scavare con maggiore profondità nell’inquietudine del senso di colpa, costruendo un personaggio principale di notevole spessore (altro che Tim Burton, ma, ormai, è sin troppo facile sparare su di lui). Proprio i personaggi sono, a mio parere, il principale problema di questo seguito. Lo Stregatto, per citarne uno, ha perso ogni tratto di follia, è diventato un mero strumento d’informazione sulle meccaniche del gameplay (fin quasi ad apparire completamente avulso dalla diegesi): una specie di tutor in parole povere. Anche Alice appare un personaggio alquanto scialbo, poco definito, caratterizzata da un eccesso di buon senso e lucidità (almeno stando alle osservazioni che, ogni tanto, le sentiamo esternare durante il gioco) per essere un’anima lacerata dal dubbio e dall’instabilità mentale. Poi, mi ha proprio indispettito l’inserimento, da parte degli sviluppatori, di un’alibi per Alice; come se sentissero l’assoluta necessità di affermare ad ogni costo (e, ciò che è peggio, in maniera smaccatamente didascalica) la sua innocenza. Questo, a mio parere, non può che banalizzare le interessanti intuizioni sul tema della colpa che (con ben altra maturità) American McGee aveva formulato nel precedente episodio. Questo Alice: madness return, finisce poi per invischiarsi in argomenti “delicati” come quello della pedofilia, ma lo fa in maniera compiaciuta e sensazionalistica; non c’è mai un momento in cui lo sguardo degli sviluppatori mostri autentica e sentita compassione nell’osservare il dolore delle giovani vittime. Insomma, per quel che mi riguarda, di questo gioco salverei solo lo splendido level design, capace di creare sorci che attingono alle suggestioni del surrealismo pop. È davvero triste, come sottolinei anche tu, che pure coloro che in passato hanno tentato di mostrarsi “Autori”, assumendo la responsabilità non solo d’apporre una firma, ma, soprattutto, di esprimere una propria personale visione, oggi si limitino a concedere solo qualche stimolo puramente visivo ed assolutamente di superficie.
]]>Non è come il primo, ma mi rendo conto che a rigiocarci a distanza, anche il primo è invecchiato abbastanza male.
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