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E’ però inevitabile che i Rocksteady eriditino (e siano influenzati) la storia dello stesso personaggio e dalla lettura che ne hanno dato i numerosi artisti che vi hanno lavorato, portando con sè alcuni sottotesti pre-esistenti.
]]>Riguardo la questione della critica visionaria direi, citando G. Mahler, che “l’artista può essere un cacciatore che spara nel buio e non sa né a cosa mirava né cosa eventualmente abbia colpito”.
I Rocksteady hanno interagito con un archetipo che, in quanto tale, porta con sè anni di storia e di mito: la presenza (più o meno volontaria) di sottotesti era inevitabile. Io ho visto questi (forse esagerando?)
Su questa citazione di Mahler c’è un problema di interpretazione, non è assolutamente plausibile che un compositore classico della seconda metà dell’800 rivendicasse l’indeterminatezza delle intenzioni di un’artista, vi è più Mahler che certamente NON è un pioniere della musica informale, tutt’altro.
Il rigore delle composizioni di Mahler, e di molti altri compositori dell’area Austro-Tedesca, tradisce un’atteggiamento decisamente opposto al “quel che esce esce, vediamo poi alla fine cosa ne viene fuori”, la musica classica accademica dovrà aspettare ancora qualche decennio prima di veder germogliare certi concetti, anche se gente come Ravel e Dvorak un semino lo stavano piantando.
Bisogna sempre mettere le cose nel loro contesto storico per comprenderne il significato e le cause.
Credo che la frase vada intesa nel rapporto tra artista e fruitore dell’opera d’arte, che è stato un problema fin dalla notte dei tempi … gli artisti fanno una roba, il pubblico ne capisce un’altra. In questo senso l’artista “spara nel buio”, dove il bersaglio colpito non è “l’opera stessa” ma il moto e le reazioni che suscita in chi ascolta.
Riguardo la questione della critica visionaria direi, citando G. Mahler, che “l’artista può essere un cacciatore che spara nel buio e non sa né a cosa mirava né cosa eventualmente abbia colpito”.
I Rocksteady hanno interagito con un archetipo che, in quanto tale, porta con sè anni di storia e di mito: la presenza (più o meno volontaria) di sottotesti era inevitabile. Io ho visto questi (forse esagerando?).
Però più che da Sgarbi preferirei esser citato da Philippe Daverio 😀
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