[Diario] Non seguo il calcio

Solitamente non amo parlare di cazzi miei al lavoro, non perché me ne vergogni ma per il semplice fatto che odio chiunque mi vomiti addosso le sue banalità fatte nel week-end, convinto che anche le mie siano banali o poco interessanti ad orecchie altrui.

Il lunedì, oltre a ricevere un sacco di informazioni superflue circa la vita privata delle persone che lavorano con me, ricevo anche tantissime informazioni superflue sul calcio, che io non seguo affatto (nonostante mi dichiari tifoso della Roma, tanto per non mettere a diasagio gli altri in presenza di un “diverso”).

Inevitabilmente, dopo che al quinto accenno al campionato mi parte lo screen saver nel cervello o rispondo con un “eh?” o un “oh?” distratto circa un accadimento o una pubblicità passata alla TV (che ormai non vedo più), qualcuno si ricorda che i miei hobby preferiti sono leggere e videogiocare, ed ecco partire le domande di cortesia. “Allora, a che hai giocato nel week-end?”, perché tutti da noi sono videogiocatori occasionali, anche insospettabili cinquantenni che hanno comperato la console al figlio adolescente perché la volevano loro. Non va così bene coi libri.

A quel punto, qualsiasi cosa io dica o risponda alle loro domande più o meno interessate, i commenti sono sempre gli stessi: “Ma dove lo trovi il tempo!”, “Io c’ho famiglia!”, “Sai, i soldi, il mutuo…” e il classico, abusatissimo e tristissimamente vero: “Mia moglie mi taglia le palle se la sera non vediamo assieme quello che dice lei alla TV, altrimenti non mi fa vedere le partite”.

Eppure li vedo sempre, con il Corriere dello Sport sottobraccio, seguire assiduamente tutti gli approfondimenti sportivi e le relative partite (che in questo periodo possono essere anche tre o quattro la settimana!), soffrendo stupidamente circa quattro ore di traffico urbano al giorno. Aggiungiamoci anche un po’ di ciclismo (vecchiettismo per antonomasia), la Formula 1 o il MotoGP, il tutto spolverato da un pizzico di frustrazione femminile per una dolce metà trascurata in mezzo a tante distrazioni. Quanto al fronte economico vanno spesso allo stadio, prendono ferie o permessi per le partite importanti, pagano una Pay-TV salatissima a palinsesto fisso per una manciata di ore a settimana (inutile dire cosa pensano di un abbonamento ad Xbox Live o a un MMOG), fumano… e si fanno stupidamente quattro ore di traffico urbano in macchina.

Probabilmente questi signori passano molto più tempo in occupazioni del genere di quanto ne passi io di fronte ai videogiochi, e in generale sprecano moltissimo tempo a fare cose che io non farei. Nonostante tutto io sono quello danaroso e con tantissimo tempo libero, per via di quella decina di ore settimanali che dedico al mio hobby, che richiede un impegno piuttosto attivo e forse li spaventa anche un po’, visto che si devono decidere cose. Sicuramente è più facile farsi vomitare addosso stronzate da una programmazione (e da una moglie) che non ti dà nemmeno il diritto di scegliere, essere sempre mediocremente benpensanti e far finta di seguire i videogiochi, che ormai vanno di moda e c’hai il figlio che a forza di GTA diventa come il Presidente.

È per questo che quando mi invitano per un caffè il lunedì, faccio un sorriso ipocrita e rispondo con un: “No, tanto non seguo il calcio”.

[Diario] GT5: l’evento di Milano

Figa [sostantivo femminile]: canale che mette in comunicazione l’utero con l’esterno.

Come disse il mio primo Direttore, la figa tira più che un carro di buoi. Oppure, per l’occasione, si potrebbe anche parafrasare l’evergreen “Donne e motori, son gioie e dolori”. Rimane il fatto che ieri sera, all’evento organizzato da Sony per il lancio di GT5, di ragazze ce n’era una quantità spropositata. Tutto sembrava girare intorno a loro. All’ingresso, al guardaroba, sui terrazzini, vicino alle postazioni, attorno all’enorme pista di automobiline posizionata al centro della sala. Ovunque. Ed era così esagerata, che quasi riusciva a distrarmi dal motivo per cui mi trovavo lì: quel GT5 che tutti abbiamo atteso quasi quanto Duke Nukem Forever.

Prima che mi si fraintenda, ci tengo a precisare che la serata era organizzata in maniera eccellente, con decine di camerieri, catering deambulante, moltissime postazioni (anche in 3D), maxi schermo, ospiti e tantissima figa; anche se forse di questa ho già parlato. Svariate le persone presenti, tra cui l’amico di The Games Machine Raffo (al secolo Raffaele Sogni), che ogni due per tre veniva fermato da PR e giornalisti assortiti, citato in questa sede non tanto per il suo ruolo quanto per ringraziarlo di alcune segnalazioni relative ad hostess particolarmente maliziose. Bene. Ora, escludendo l’attesa all’ingresso come nelle peggiori discoteche di Caracas e la musica troppo alta che quasi si faceva fatica a parlare, confesso di essere rimasto spiacevolemte colpito dalle voci che giravano per la sala riguardanti l’assenza della promo di GT5 nella busta con i gadget che ci avrebbero consegnato all’uscita, imputabile ad un ritardo nella consegna. Cavoli, ma se in un evento del genere non regali una copia del gioco, quando lo fai? Sarebbe stata una cosa di cui parlare per giorni. E invece, tanto per rimanere in tema, nel sacchetto, oltre alla classica maglietta, c’era un profilattico ritardante “per gli amanti della velocità”, messo lì probabilmente per ricordarti quanto fossero inaccessibili quelle fanciulle dalle natiche perfette che ti guardavano con l’aria di chi ce l’ha d’oro.

Per tornare a bomba su GT5, confesso di non averlo provato. Le postazioni erano molte, ma nelle poche occasioni in cui mi veniva voglia di sedermici, vedevo il vicino sbandare uscendo di pista, con fulminea modifica delle impostazioni vuoi per il cambio automatico, vuoi per eventuali aiuti allo sterzo. Difficile da guidare, quindi… ma a vederlo giocare mi sembrava che le vetture si imbarcassero come la mia vecchia Renault Mégane Scénic, non so se l’avete presente. Insomma, un conto è sbausciare davanti a quelle stangone con i capelli lunghi, un altro conto è farmi guardare da loro mentre sembro un idiota che non sa nemmeno tenere il pad in mano. E che diamine! Dal punto di vista prettamente estetico, tutte erano vestite con fuseau neri e magliette bianche sponsorizzate (a me son sembrate un filino larghe), mentre GT5 mi è parso sotto tono, quasi mediocre, ad esser sincero. L’impressione generale è che sia sempre il solito GT: nulla di più, nulla di meno.

Sulla strada di casa, barcollando per via dell’alcool gratuito e del pensiero di quanti uomini soli, quella sera, si sarebbero fatti le pippe pensando alle standiste, mi sono autoconvinto che il tutto sia stato organizzato per stordire il giornalista e fargli sembrare GT5 più bello di quanto non sia. Ripeto: se proprio volevate arrufianarci, almeno il gioco, cazzo!

[Diario] Io e il Multiplayer: una storia (d’amore?)

Casa di Cugino, Tirana, Albania, 1999

Hai 10 anni, collezioni ancora figurine e, chissà perché, ti sei innamorato di Pam Grier dopo aver visto il film Jackie Brown, anche se già allora l’attrice aveva superato i 40 e aveva un di dietro grande quanto la sua carriera. Vai a far visita ai tuoi parenti oltre l’Adriatico, e mentre i tuoi genitori parlano di affari di famiglia (niente mafia, che pensate?) osservi il tuo cugino preferito, che per semplicità chiameremo Cugino (oh mamma, una citazione!), giocare al PC con Commandos, Blade Runner e Starcraft. Dopo due giorni, a tua zia viene compassione e ordina a Cugino di insegnarti a giocare. Dopo 10 minuti incomincia l’abuso nei miei confronti da parte dei “Koreani” nel server unico Starcraft su Battle.net (non c’era ancora la differenziazione regionale, che bei tempi…).

Dopo 5 partite (per un totale di 15 minuti di gioco, fate voi la media) ti alzi e cedi il posto a Cugino, non perché senti l’indelebile bruciore della sconfitta (ok, in realtà è proprio per questo), ma perché vuoi continuare a vedere le cariche nucleari, i ghost, i battlecruiser e gli arbiter combattere in megabattaglie, caotiche e colorate: bastano anche solo le luci e le esplosioni a divertirti.

Internet Cafè “Pravda”, Tirana, Albania, 2000

Nonostante il cibo scarseggiasse, nel 2000 Tirana era uno dei più grandi centri di rete dei Balcani. Centinaia di ISP non regolari (probabilmente nascosti nei bunker Komunisti disseminati sulle coste di Durazzo) sfruttavano illegalmente la rete telefonica abbandonata dallo Stato, e quando questa non bastava i gestori affittavano 3-4 pale e riallacciavano le vecchie linee telegrafiche usate durante la guerra. A questa invasione di informazioni corrispose un’invasione di centri internet e Internet Cafè, tant’è che alla fine del Decimo Piano Quinquennale (in 40 anni di dittatura) il regime dichiarò orgogliosamente che si era raggiunta la sconcertante cifra di un centro per famiglia. Ovviamente, come da tradizione Politburiana, i dati presentati erano stati falsati per corrispondere alle aspettative della pianificazione: in realtà infatti si era arrivati ad offrire due centri internet per famiglia.

Nonostante la saturazione del mercato Cugino riuscì, tra uno sgambetto, una testa di cavallo e un permesso del Partito Komunista, ad aprire un Internet Point nel campus dell’Università di Tirana; la concentrazione di giovani gli permise quindi di superare le aspettative di vita di un servizio del genere (che allora si aggiravano sulle 48 ore) e di costituire un’utenza abbastanza grande e, soprattutto, precisa e pronta nei pagamenti.

Le prime settimane furono un po’ difficili: insegnare l’uso del computer e di internet non è mai qualcosa di semplice (soprattutto in un paese dei Balcani: ma siamo seri? Chi vorrebbe mai vivere nei Balcani, dai), ma per fortuna dopo un mese l’attività si stabilizzò in un orario a due turni diviso in tre parti principali.

10.00 – 20.00: Chat, Messenger, Ricerche scolastiche, traduzioni, Commentari.

20.00 – 22.00: Porno.

22.00 –  02.00: Lan Party a Counter Strike.

(Lo so che c’è qualcosa che non torna: far rientrare chat e studio nella stessa categoria non è propriamente corretto, ma non è colpa mia se gli studenti albanesi hanno cattive abitudini)

Comunque fu in quelli ambienti malfamati, pieni di sigarette, tavoli da biliardo e mouse Razor, che incominciai a muovere i primi passi nel “Pro-Gaming”. Certo non fu facile, e come cantano gli Ac/Dc: “It’s a long way to the top”…

All’inizio fu veramente dura: uccidevo i miei compagni e rimanevo in inferiorità numerica per interi round, acquistavo equipaggiamento e lo gettavo a terra, vagavo alla cieca mentre i miei nemici mi seguivano alle spalle e operavano sul mio avatar innominabili sevizie; ma io fui testardo e risoluto, e dopo due settimane riuscivo o perdere compiendo 5 uccisioni e morendo solo 35 volte. Poi però mio cugino incominciò ad incazzarsi e installò un aimbot sul mio PC. Da lì in poi divenni invincibile.

Un sottoscala di un negozietto qualsiasi, Italia, 2005.

Ogni leggenda, all’apice della sua gloria, sulla cima del mondo, è costretta a confrontarsi con l’ultimo mortale nemico, l’avversario a cui tenta di sfuggire dall’inizio della sua vita, o meglio da ancor prima, dal momento del suo concepimento: anch’io dovetti affrontare quell’avversario, e ancora oggi porto su di me i segni di quel tremendo scontro.

Stavo nella cantina di un negozio di VG che aveva fatto fortuna tramite la vendita di immagini porno, copie del video Pamela Anderson & Tommy Lee e copie piratate dei migliori giochi PS2. Mi ricordo che qualche anno prima io stesso, presentando i primi segni di Fanboyite Microsofti acuta, mi rivolsi al negoziante, che per semplicità chiameremo Negoziante, per acquistare una ecs-bocs. Ovviamente Negoziante mi rise in faccia, proponendomi allo stesso prezzo una versione estesa del video di Pamela e 10 DVD pieni di porno. Io guardai quell’uomo vecchio e debole con la comprensione di un individuo saggio e lungimirante, poi però accettai la sua offerta e acquistai tutto.

Dicevamo, nella cantina di tale negozietto i gestori avevano allestito un gaming center niente male, con tanto di baretto e squinzia (o mamma, un’altra citazione) che ti serviva da bere. Come da tradizione animale, anche in questo territorio si erano costituiti dei branchi organizzati, famelici gruppi di predatori costretti ad accordarsi in una sorta di coesistenza pacifica per evitare il massacro reciprocamente garantito; così se entravi nella cantina dovevi appartenere per forza ad uno di questi tre gruppi, pena l’uscita dal retro:

–         dovevi essere uno dei 12enni che avevano monopolizzato le pleistescion con PES;

–         o dovevi far parte dei “Gun For Destruction”, il clan FPS più spietato dell’alto Salento, e dovevi giocare a Quake/Urban Terror/Mod-qualsiasi-di-quake-che-ci-stiamo-smaronando-con-il-gioco-originale;

–         oppure dovevi giocare a World of Warcraft (se ho creato un anacronismo, sostituite WoW con un qualsiasi MMORPG, tanto per me sono tutti uguali).

Ovviamente, per evitare atteggiamenti infantili, io mi alleai con i dodicenni.

Un giorno, all’improvviso, entrò un tale nel centro: mocassini, pantaloni beige, camicia e occhiali da sole, un pro-gamer insospettabile travestito da manager. Guardandolo mentre volteggiava nella stanza, ricordai le parole che pronunciò mio nonno, sul letto di ospedale, prima di entrare in sala operatoria per un bypass cardiaco: ”Attento nipote, il Male si nasconde nel gregge e camuffa se stesso agli occhi degli altri; quando meno te lo aspetti, quei diavolacci di pecorai si avvicinano da dietro e …”. Mio nonno era la persona più saggia che avessi mai conosciuto.

L’uomo squadrò la stanza e si avvicinò a me con sorriso cordiale: “Ehi bello, come stai? Tutto a posto?”

Risposi guardingo: “Ehi Francè, tutto bene? Tutto a posto a casa?”

“Tutto bene, senti, ti va di fare una partita a Warcraft 3?”

Il mio cuore si fermò.

Ecco il mio passato che riaffiorava dall’oscurità, quel demone targato Blizzard si presentava ancora da me, richiedendo il conto di una vita giocosa passata tra Lan Party, dolori e gioie del multiplayer. Mi concentrai sui miei piedi per evitare che tremassero, alzai lo sguardo verso quell’uomo maledetto e gli risposi con un sorriso: “va bene”. Sapevo di aver passato il punto di non ritorno.

Ci accomodammo su due PC liberi e avviammo il gioco, mentre Francè settava le modalità e la mappa, vidi passare la mia vita davanti ai miei occhi, gustando una minima parte di tutte quelle fantastiche esperienze che avevo trascorso davanti a PC e PS1: io che giocavo a Sin, io che perdevo a Sin, io che modificavo le statistiche dei vari ISS Pro o Kick Off per creare uber Albanie in giro per memory card e hard disk di mezza Lecce, io che cercavo di installare BOTs in mod di Half-Life… e poi apparì quello sporco quarto d’ora di Starcaft; scossi la testa e mi concentrai sullo schermo: non sarebbe finita in quel modo, questa volta ero pronto, niente mi avrebbe fermato.

Dopo cinque minuti la schermata “Hai perso” invase lo schermo del monitor; a centimetri di distanza i miei occhi sbarrati facevano da specchio a quel messaggio di disfatta: ancora una volta il demone Blizzard mi dimostrò la sua cruda natura e la sua enorme potenza, non avrei mai potuto rivaleggiare con lui.

Salutai Francè con un malinconico: “Bella partita, ora devo andare, ci sentiamo domani” e lasciai lo scantinato sconfitto, distrutto e ormai senza una ragione per continuare.

Camera Mia, Italia, 2010.

Ogni campione è costretto ad una scelta, alla fine della sua carriera: tentare quell’ultimo combattimento e vincerlo contro ogni aspettativa o ritirarsi a vita privata, lasciando che i riflettori si posino su giovani pieni di spirito, tenacia e voglia di vincere.

Io personalmente scelsi la seconda opzione: abbandonai server e internet point per rifuggiarmi nell’anonimato del gioco multiplayer su console: come ogni campione, tentavo di ritrovare qualche fremito o qualche ricordo della mia vita passata. Tutto ciò purtroppo era difficile: casual gamer e voci pre-adolescenziali non offrivano né la competitività ne le soddisfazioni dei mostri sacri dei tempi passati, quindi mi dovevo accontentare di svogliate sessioni in cui vincevo a mani basse e con troppo distacco.

Ad un certo punto della serata un certo [iPWN] P00nHunter mi manda un messaggio, interrompo la partita a COD e lo leggo svogliato.

“Sono un moderatore Xbox e ti informo che stai per essere bannato per aver usato un controller custom con il fuoco automatico, arrivederci e buona giornata”.

Rabbia e delirio incominciarono ad impadronirsi di me, mentre alle mie spalle apparivano il mio angelo e il mio diavolo personali: alla mia destra Master Chief, con il fucile in mano, mi esortava a finire la partita corrente esortandomi con il suo proverbiale “Finish the Fight!” mentre alla mia sinistra Bobby Kotick, intento a contare i soldi strappati alla EA tramite una causa sui diritti di pubblicazione di Brutal Legend, mi spronava ad acquistare azioni Activision dato che presto avrebbe annunciato l’uscita di altri 4 titoli del franchise Call of Duty (compreso Cooking Warfare, il cui obbiettivo era sottrarre vendite ad un ben noto titolo di una ben nota azienda giappo).

Ignorai tutti e due i miei spiritelli e seguii P00nHunter in ogni partiva in cui entrava: lo seguivo e lo uccidevo, lo seguivo e mi dilettavo nel tea-bag del suo corpo inanimato, intaccando la sua volontà con messaggi di odio e di disprezzo. Lui cercò invano di chiedere pietà, implorandomi di lasciarlo e di continuare per la mia strada, ma io non desistetti e lo braccai per una mezz’ora intera, vincendo ogni scontro, vedendo il suo avatar cadere esanime ad ogni pressione del grilletto del mio pad.

Alla fine se ne andò disconnettendosi e io rilasciai la mia rabbia, appoggiai il mio controller modificato Auto-Fire e andai a letto, non dovevo cadere nella tentazione di tornare nell’arena, non potevo farlo: dovevo starmene qui, buono buono a rimurginare sul mio passato.

O forse no ?

[Diario] Iato

Dopo aver finito un videogioco che mi è piaciuto molto mi sento sempre depresso, svuotato. Spesso cincischio parecchio prima di mettere la parola fine ad un bel gioco e, una volta fatto, passo diverse giornate in uno stato di apatia quasi totale.

Ultimamente mi è successo per Metroid Prime Trilogy e Darksiders, giochi molto belli ma che sicuramente non sono noti per il loro coinvolgimento emotivo. Si tratta dell’impegno richiesto per giocarci? Strano, visto che Darksiders l’ho praticamente centellinato, ad una media di un’ora al giorno, a differenza dei tre Metroid per i quali avevo effettivamente fatto una maratona a tappe forzate che mi ha lasciato non solo stanco, ma anche un po’ esaurito (Prime 2 ti ODIO!).

Sarà la connessione ballerina, che mi lascia un po’ tagliato fuori dal mondo (svantaggio di risiedere in un luogo umanamente ed economicamente vivibile)? Sarà che martedì sera la Xbox 360 si è illuminata da dentro come l’astronave di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, ha fatto le tre luci rosse (grazie Nevade, ora sono certo che porti sfiga!) e poi si è fatta riaccendere come se tutto fosse normale?

Francamente non so dirlo, ma la sensazione rimane. Così, le ultime giornate le ho passate a fare manutenzione, archiviando con pochissima fatica un Project Sylpheed lasciato in sospeso per anni, studiando un po’ (perché chi di giochi un po’ ci vive deve pure studiare), leggendo molto e scrivendo qualcosa.

Ci sarebbe la seria (e per molti magari anche malsana) intenzione di giocare tutto d’un fiato (leggi: con continuità) a Earthbound Zero per NES, la versione occidentale mai uscita di Mother. Per la verità lo avrei iniziato qualche week-end fa: è a metà strada tra una versione hardcore di Dragon Quest (senza però tralasicare quello che il nostro lamb-O chiama “rispetto per il giocatore”) ed un’ottimo adventure dei Peanuts.

Ma con calma, tra qualche giorno.

[Diario] Nuovo Entusiasmo

Lo ammetto: il tour de force per Final Fantasy XIII ha praticamente stroncato la mia tempra videoludica per parecchi giorni.

Nonostante tutto, dopo una breve pausa pasquale, posso affermare con orgoglio che anche Fire Emblem: The Sacred Stones (GBA) è stato domato (almeno per quanto riguarda il bivio di Ephraim, per quello di Eirika ci sarà tempo più avanti). Avendo giocato i due capitoli per GBA in sequenza, non so come descrivervi la maggior soddisfazione provata per l’ultimo episodio: storia più organica e scevra da qualsiasi riempitivo, due bei dungeon opzionali zeppi di sfide estreme (anche se le ricompense lasciano molto a desiderare) e alcuni dei migliori scenari della serie, sia per bilanciamento (mai troppo difficile, a differenza del capitolo precedente) che per level design. Ancora più importante il fatto che il gioco dura il giusto, mentre il primo episodio si trascinava per ore ed ore, spesso senza ragione apparente.

A tempo perso (beh, mica tanto, in un mesetto quasi 8 ore di gioco… quasi tutte la domenica) mi sto intrattenendo con Yakuza (PS2), su consiglio del buon Joe redazionale. Sebbene i videogiochi (o qualsiasi altra cosa) a sfondo malavitoso non mi abbiano mai attirato troppo, non ho potuto fare a meno di riconoscere l’importanza di questa serie per l’industria videoludica degli ultimi cinque anni: il primo capitolo è praticamente una specie di GTA IV Redux, con miglior ritmo, meno dispersione ed una storia semplicemente strepitosa. All’inizio la struttura alla Virtua Fighter degli scontri mi ha infastidito ma devo dire che si cala a pennello con il taglio da moderni samurai che il gioco vuole dare ai malavitosi giapponesi.

Visto che noi siamo in attesa della Ankama Convention #5, da Febbraio ho ripreso a giocare a Dofus nella sua nuova versione 2.0.

Approfittando del fatto che anche SonicReducer voleva giocare, ho rispolverato il mio account fermo da questa estate per via della migrazione alla nuova versione ed ecco Vardus (uno Iop, in pratica un Paladino), il mio ottavo personaggio, che insieme a Dieselina (una Cra, un ranger) a Febbraio ha già macinato una ventina di livelli ed è pronto per il dungeon dei Pappatutto (o Gobbal che siano). Per gli altri personaggi (il più vecchio dei quali è attorno al 50esimo livello) ci sarà tempo a migrazione ultimata.

Dopo un’attenta analisi dei cambiamenti posso dire che il gioco è realmente arrivato ad esprimere il suo reale potenziale. La sua formula atipica (combattimenti da RPG tattico) e la sua stupenda presentazione grafica vi obbligano a provarlo o a riprovarlo, perché Dofus 2.0 non è stato tanto una revisione ma un vero e proprio rilancio: non c’è più una sola build obbligatoria per classe, l’itemizzazione è molto più varia e le skill dei personaggi sono distribuite su statistiche più eterogenee. Fortunatamente per me gli Osamodas (gli evocatori) sono ancora i personaggi più potenti e questo non fa altro che rendere l’attesa per la migrazione del server (Shika) dove risiede il mio amato Merclaw ancora più snervante!

La possibilità di cambiare nel tempo è la cosa che più mi affascina dei giochi online. Con Monopoli abbiamo apprezzato anche i progressi di Star Trek Online dopo il rilascio della Stagione 1, che oltre ad una massiccia iniezione di contenuti, ha anche revisionato l’usabilità e la tecnologia del client. Devo dire che, tranne che per Dofus, una soddisfazione così alta dopo un’update l’avevo provata solo per l’EVE Online dei tempi d’0ro o per Everquest II, quando si revisionò l’intero sistema di gioco.

E a voi? È mai successo di tornare a giocare un videogioco (online o offline) per via di qualche aggiornamento massiccio che vi ha rinnovato l’entusiasmo?

[Diario] Spazio, ultima frontiera (e non solo)

Insomma, eccomi qua con un altro diario videoludico. Mentre mi sbattevo in ogni modo possibile per preparare la controversa recensione di Mass Effect 2, spendevo parte del mio restante tempo ludico nei panni del capitano Orlen della nave USS Vesperia, su Star Trek Online.

Accompagnato dal capitano Monops della USS Pazuzu, ci siamo avventurati senza troppa fretta in questo MMOG abbastanza fuori dal comune.

Devo dire che l’impatto iniziale non è stato male. Da quando ho installato la prima beta di Guild Wars sono sempre stato un fervido sostenitore dei giochi massivi in cui ci sia una storia coerente e duratura per tutta la “carriera” del personaggio. Essendo un giocatore “atipico” che non ama affannarsi verso l’endgame per poi far sempre le stesse quattro cose, per me è fondamentale un MMOG che sappia portarmi dove vuole arrivare mantenendomi interessato.

Non c’è male anche se, molto stupidamente, i primi tier di navi sono abbastanza noiosi da pilotare, vista la bassa scelta di equipaggiamento e, quindi, di strategie possibili. La musica cambia (e molto in meglio) dopo i primi dieci livelli. Nonostante tutto, il gioco sta crescendo molto bene e sin’ora, tranne per tutta la zona di Memory Alpha, non ho di che lamentarmi.

Il PVP è sufficientemente complesso, anche se un po’ inconcludente (per analogia, non è molto diverso dai battlegrounds di WoW), ma Cryptic sembra volervi porre rimedio, proponendoci proprio l’altro giorno una survey sulle feature future in cui si parla di conquista territoriale fatta tramite PVP.

Dynaverse redivivo? Speriamo!

Di tenore del tutto diverso la mia esperienza con Breath of Fire II su GBA. Dopo aver giocato al primo un paio di anni fa ed esserne rimasto soddisfatto (in particolare perché durava il giusto), mi sono fatto attirare dalle sirene che descrivevano il sequel come una fedele riproduzione della versione SNES, cosa che probabilmente è vera. Il problema più grosso, però, è la traduzione malconcia (fatta di abbreviazioni, a tratti incomprensibili) e una qualità generale del gioco che oscilla tra lo scadente ed il noioso. Probabilmente è solamente un RPG invecchiato molto male (ricordiamo che la sua prima edizione è del 1994) e che non è riuscito ad attualizzarsi con le modifiche ristrette al gameplay della versione GBA.

Per lo meno in futuro potrò giocare a Breath of Fire IV senza troppi problemi o curiosità sui precendenti episodi.

Per ora, però, basta RPG: il prossimo gioco sospeso (da otto mesi) da liquidare è l’ottimo Fire Emblem: The Sacred Stones, sempre per GBA.

I Fire Emblem sono l’opposto dei Breath of Fire: strategici un po’ rigidi ma comunque attualissimi, con delle storie trascinanti e dettagliate, di quelle che non vedi mai l’ora di sapere come vadano a finire. Ne parleremo tra qualche giorno.

Se solo eliminassero la morte permanente dei seguaci, il mondo sarebbe un posto migliore.

[Diario] Dialogo o silenzi?

OK, la pianto di spammare news e vi aggiorno con un altro diario ludico. Ufficialmente dichiaro aperta la mia stagione RPG 2010. L’anno scorso ne ho lasciati molti in sospeso ed è ora di recuperare. Così mentre Mass Effect 2 (X360) inizia, ho deciso di finire Lost Odyssey (X360), che era appeso al disco 2 da una vita, di iniziare Ar Tonelico (PS2) e di alternare a tutto questo qualche sparatoria ad Halo ODST (X360) (che rimane la solita cagata, giusto un po’ meno cagata del pretenzioso Halo 3, fortuna per il multiplayer) e l’immancabile Borderlands (X360).

Per quanto mi riguarda, Lost Odyssey sancisce la superiorità della parola scritta sui dialoghi doppiati e le cutscene. La profondità di un racconto breve, contestualizzato nel gioco, batte qualsiasi dialogo ben doppiato in particolar modo quando si devono veicolare stati d’animo ed emozioni. Il dialogo televisivo, ancor peggio se interattivo (non si può creare dramma se il giocatore deve sacrificare l’escapismo per prendere una fredda decisione basata sul calcolo e la pianificazione), non ha quella potenza espressiva che solo la descrizione di silenzi e gesti sanno dare. Se poi, molto subdolamente, il racconto breve fa anche da codex, la goduria e l’immersione è garantita. L’unico problema nello storytelling di Lost Odyssey è che i Mille Anni di Sogni coinvolgono fin troppo: l’inizio è veramente faticoso, per quanto sono tetre le storie narrate.

Bioware ed i suoi epigoni devono assolutamente iniziare a valorizzare i silenzi e l’introspezione, perché non è affatto detto che tutto possa essere ridotto ad uno scambio di battute e qualche occasionale sganassone. Non mi fraintendete, giocare Mass Effect 2 è piacevolissimo ma questa fede cieca nel dialogo come panacea di tutti i mali inizia a sapere di vecchio. D’altronde era una novità con Maniac Mansion… Volenti o nolenti ormai siamo nell’era di Heavy Rain, un gioco dove i silenzi contano più delle parole. Di Mass Effect 2 probabilmente parlerò in un prossimo diario o in un approfondimento dedicato.

Una segnalazione anche per Ar Tonelico: giocatelo! Probabilmente lo troverete per quattro noccioline. Se sopportate la grafica 2D ed una storiella spumeggiante è probabile che questo titolo vi piaccia. E’ leggerissimo, il combat system non è intrusivo (anche se è parzialmente a turni e con parsimoniosi incontri casuali), l’azione è veloce e la storia si dipana in millemila maniere: 7 finali possibili a cui si arriva tramite filoni narrativi diversi, per ognuno dei quali si impiegano al massimo 20 ore. E’ stata una piacevole sorpresa.

Nonostante i toni un po’ maliziosi (che non sono i miei preferiti, quando si parla di storytelling alla giapponese) c’è un gradevole sistema di approfondimento delle relazioni con i comprimari. Anche in questo caso c’è un uso simbolico dell’introspezione (che diventa una specie di mini-game): dovrete aiutare alcuni personaggi ad accettare difetti della propria personalità o a superare complessi personali, con risulati non sempre ovvi.

Dialogo o silenzi? L’utilizzo non è interscambiabile. Un gesto ben collocato, ad esempio una Lara Croft che si osserva le mani, sconcertata dal fatto che è arrivata ad uccidere un uomo per correre dietro ad un tesoro, ha molto più peso di qualsiasi linea di dialogo.

Dopo anni di superficiali orge multimediali, ci credo molto nel tornare ad utilizzare i silenzi ed il simbolismo come mezzo di narrazione.