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Il secondo vuoto lo lasciò Front Mission 2 per PSOne. Non ricordo l’anno esatto… ma sarà stato il 2001. Ci giocai un’estate intera con quello che, anni dopo, diventò il mio testimone di nozze. Era un gioco a turni non esattamente mainstream (almeno in occidente), in cui ci si muoveva su una scacchiera con dei mech agghindati al combattimento più duro. Avevo divorato anche il primo della serie su Super Nintendo… ma allora ero troppo giovane ed immaturo per lasciarmi prendere da sciocchi sentimentalismi. Il terzo contraccolpo lo ricevetti da quel capolavoro di Mafia degli Illusion Softworks. Fu un vero colpo basso. Terminai il gioco verso le 22.00 di un sabato sera in cui sarei dovuto uscire con degli amici. Mentre scorrevano i ringraziamenti, chiamai il capofila del gruppo e gli dissi che non sarei potuto più uscire. Presi carta e penna e scrissi una lettera fiume alla mia rivista di videogiochi preferita. A quei tempi non avevo internet e la spedii in versione cartacea. Ci scrissi tutte le emozioni che quel “giochino” mi aveva suscitato e ci misi tutta la passione possibile. Volevo urlare a tutti quanto fosse stata bella quell’esperienza. Confesso che, ancora oggi, controllo le pagine della posta di quella rivista nella speranza che qualche redattore misericordioso si sia deciso a pubblicarla, anche se sono ormai passati sette anni e con ‘sta mania moderna della carta riciclata, quei fogli saranno già stati riutilizzati per mille mila altri scopi. Peccato che non ne feci una copia, prima di imbucarla… altrimenti l’avrei già rispedita altre cento volte.
Arriviamo infine a Fallout 3. Un gioco che non può essere paragonato a quelli appena citati in quanto, a mio avviso, non altrettanto bello sotto il profilo del coinvolgimento emotivo. Tuttavia, dopo averlo terminato, ho avuto seri problemi nel grado di immedesimazione percepito nei confronti dei protagonisti che, via via, sono andato ad interpretare successivamente. Ovviamente non sto parlando di software di serie B: Assassin’s Creed, Gears of War 2 e Call of Duty 4, infatti, non possono certo essere considerati tali. Intendiamoci. Io sono un giocatore di bocca buona e non sono per nulla schizzinoso… tanto che, sono sicuro, sarei riuscito ad apprezzare anche l’Altair della Ubisoft se ci avessi giocato in un periodo diverso (beh, dai, forse esagero…), eppure qualcosa di inferiore, in questi titoli, c’era. Cos’era? Cosa gli mancava? Io credo che, ribaltando la domanda, la risposta sia da trovare nella maestria con cui Bethesda è riuscita a convincermi della persistenza del mondo di gioco. Nessun respawn dei nemici, PnG che hanno memoria delle tue azioni, una “home sweet home” pronta ad accogliere tutta la tua paccottiglia quasi fosse un mulo di Diablo II (con l’unica differenza che la casa di Fallout 3 poteva essere personalizzata con l’arredamento), una Washington egregiamente ricostruita, così ricca di dettagli da risultare immediatamente riconoscibile e un’evoluzione dell’avatar che, per quanto anonimo, era il frutto di un ragionamento strategico pensato per essere efficace nel lungo periodo. In quest’ottica, è opportuno sottolineare che la longevità offertaci avrebbe potuto essere addirittura controproducente se non fosse stata accompagnata da un gameplay e da una sceneggiature capaci di renderla digeribile e non frustrante. Una nota curiosa riguarda i DLC, dal download dei quali mi sono guardato bene. Tanto era il grado di affezione, infatti, che arrivato ai titoli di coda non avrei retto un inutile allungamento nei tempi dell’inevitabile addio. Al tempo pensai che fosse meglio optare per una sana presa di coscienza, condita da una censura secca. Forse presi la decisone sbagliata, visto che solo negli ultimi giorni, un Batman: Arkham Asylum è riuscito a farmi passare del tutto la nostalgia (senza peraltro essere riuscito a suscitarmene altra). Un gioco che Rocksteady ha confezionato con vera abilità, attingendo a piene mani da un universo narrativo già di suo ricco di spunti. A questo punto, mi chiedo se faccio bene ad attendere con tanta ansia Fallout: New Vegas, visto il pericolo di “rimanerci sotto” e bruciarmi i titoli che gli succederanno. A voi non è mai capitato? Adesso che rileggo l’articolo, questa paura mi viene. Vuoi vedere che questa “nostalgia canaglia” (cit.) colpisce solo quelli che, come me, hanno battuto la testa da piccoli cadendo dall’altalena?