define('DISALLOW_FILE_EDIT', true);
define('DISALLOW_FILE_MODS', true);
Accompagnato dal capitano Monops della USS Pazuzu, ci siamo avventurati senza troppa fretta in questo MMOG abbastanza fuori dal comune.
Devo dire che l’impatto iniziale non è stato male. Da quando ho installato la prima beta di Guild Wars sono sempre stato un fervido sostenitore dei giochi massivi in cui ci sia una storia coerente e duratura per tutta la “carriera” del personaggio. Essendo un giocatore “atipico” che non ama affannarsi verso l’endgame per poi far sempre le stesse quattro cose, per me è fondamentale un MMOG che sappia portarmi dove vuole arrivare mantenendomi interessato.
Non c’è male anche se, molto stupidamente, i primi tier di navi sono abbastanza noiosi da pilotare, vista la bassa scelta di equipaggiamento e, quindi, di strategie possibili. La musica cambia (e molto in meglio) dopo i primi dieci livelli. Nonostante tutto, il gioco sta crescendo molto bene e sin’ora, tranne per tutta la zona di Memory Alpha, non ho di che lamentarmi.
Il PVP è sufficientemente complesso, anche se un po’ inconcludente (per analogia, non è molto diverso dai battlegrounds di WoW), ma Cryptic sembra volervi porre rimedio, proponendoci proprio l’altro giorno una survey sulle feature future in cui si parla di conquista territoriale fatta tramite PVP.
Dynaverse redivivo? Speriamo!
Di tenore del tutto diverso la mia esperienza con Breath of Fire II su GBA. Dopo aver giocato al primo un paio di anni fa ed esserne rimasto soddisfatto (in particolare perché durava il giusto), mi sono fatto attirare dalle sirene che descrivevano il sequel come una fedele riproduzione della versione SNES, cosa che probabilmente è vera. Il problema più grosso, però, è la traduzione malconcia (fatta di abbreviazioni, a tratti incomprensibili) e una qualità generale del gioco che oscilla tra lo scadente ed il noioso. Probabilmente è solamente un RPG invecchiato molto male (ricordiamo che la sua prima edizione è del 1994) e che non è riuscito ad attualizzarsi con le modifiche ristrette al gameplay della versione GBA.
Per lo meno in futuro potrò giocare a Breath of Fire IV senza troppi problemi o curiosità sui precendenti episodi.
Per ora, però, basta RPG: il prossimo gioco sospeso (da otto mesi) da liquidare è l’ottimo Fire Emblem: The Sacred Stones, sempre per GBA.
I Fire Emblem sono l’opposto dei Breath of Fire: strategici un po’ rigidi ma comunque attualissimi, con delle storie trascinanti e dettagliate, di quelle che non vedi mai l’ora di sapere come vadano a finire. Ne parleremo tra qualche giorno.
Se solo eliminassero la morte permanente dei seguaci, il mondo sarebbe un posto migliore.
]]>
PS1 | Sviluppato e Pubblicato da KOEI | Rilasciato nel 2001 (NA)
Il genere degli RPG Strategici (in questo caso sarebbe più corretto parlare di RPG Tattici, ma non sottiliziamo) è stato, sino all’avvento di Final Fantasy Tactics, quasi esclusiva del territorio giapponese. La popolarità della Playstation in occidente, unita all’exploit RPGistico di Square Enix diede modo a molti produttori nipponici di esportare i loro SRPG. Era l’epoca del già citato Final Fantasy Tactics, Arc The Lad, Tactics Ogre, degli ultimi capitoli di Front Mission e di tanti altri. Tra questi pesi massimi, KOEI (che ancora ci teneva a ricordare al mondo di essere uno dei produttori leader di giochi strategici) lanciò quello che è forse uno dei suoi migliori giochi: Saiyuki: Journey West. Complice una data di rilascio ai limiti dell’assurdo (in giappone la PS2 era nota da oltre un anno), il titolo passò nel disinteresse generale, nonostante ottime recensioni ed un sostegno unanime tra i videogiocatori di nicchia.
Anche io confesso la mia ignoranza: quando presi il gioco (molti anni dopo, in un acquisto in volume) pensai: “vediamo cosa fa ‘sta Sayuki”, salvo poi scoprire che Saiyuki (con una i in più) è il nome di un antico testo allegorico cinese che narra le vicende di un giovane monaco buddista (Sanzo) che intraprende un pellegrinaggio religioso in India per recuperare alcuni rotoli induisti. Insomma la vera storia di Son Goku prima che il Bird Studio la facesse diventare una farsa per cerebrolesi.

Nei testi Sanzo compie un viaggio di crescita spirituale e fisica (parte, dopo una visione mistica, quasi bambino), incontra ed affronta vari demoni che incarnano i vizi e gli eccessi dell’umanità ma conosce anche divinità che gli illuminano la via. Durante il viaggio non mancano i conflitti, che molto spesso sono cruenti e disumani ma che alla fine si risolvono quasi sempre con il monaco che riesce ad avere la meglio sui demoni che affronta, sino ad arrivare ad asservirne qualcuno, riconoscendo che anche nelle passioni estreme c’è uno spunto per la saggezza. Ogni demone rispecchia uno o più peccati capitali, e Sanzo riesce a dominarli perché la sua disciplina mentale aumenta e il suo spirito continua il cammino catartico che lo porterà ad essere uno dei più influenti monaci buddisti dell’antichità.

Saiyuki è un gioco per famiglie, quindi non troverete scene cruente come accade nell’originale. Qui Son Goku è solo uno scimmione un po’ incazzoso, che non apre in due le persone con le mani per mangiare le loro interiora e Cho Hakkai invece di essere un pervertito di prima categoria è solo un ciccione ingordo. Se c’è spazio per gli eccessi e le esagerazioni, questi sono lasciati ai nemici, creando un contrasto ancora più marcato tra buoni e cattivi, lasciando da parte le tante sfumature di grigio presenti nell’opera letteraria.
Nonostante sia stata edulcorata, la storia di Saiyuki segue piuttosto fedelmente le vicende del testo classico e propone quindi situazioni che variano dal grottesco all’inquietante, tutte raccontate in-game da preziose animazioni 2D, spesso introdotte proprio durante le battaglie a turni, rendendo meno monotona l’azione.

L’intero giovo è basato su un engine isometrico, con scenari completamente 3D in cui si muovono sprite bidimensionali. A differenza di altri titoli simili, in Saiyuki non controllerete più di una dozzina di personaggi (e raggiungere un simile numero solo in pochissimi scenari) selezionabili da una rosa di poco più grande. Nonostante il gioco si attesti su una difficoltà medio/alta (come richiede il genere), le battaglie non sono mai lunghissime ed in media non richiederanno quasi mai il controllo di più di 6-7 personaggi. Cosa molto importante, non ci sono unità generiche: ogni personaggio ha la sua storia e le sue vicissitudini, sino alla fine.
Un altro tratto differenziale di Saiyuki sono gli scenari molto dinamici, con cui molto spesso è possibile interagire durante le battaglie. Sconfiggere i demoni o esorcizzarli eliminando le macchie di sangue per terra? Affrontare i boss nella loro alcova o costringerli tramite un sistema di trappole a carrucole a seguirci su un terreno più neutrale o perfino vantaggioso per noi? Inoltre in Saiyuki ogni demone ha affinità elementali diverse e performerà meglio se usato nel suo terreno ideale. Ogni personaggio ha la possibilità di trasformarsi nell’avatar della divintà che rappresenta, acquisendo poteri ancora più sovrumani per una manciata di turni. Sanzo, invece, può evocare le divinità e gli spiriti infusi all’interno degli artefatti religiosi che acquisirà durante il viaggio.

Nonostante la relativa scarsità di unità controllabili, il gioco permette quasi sempre una buona libertà di scelta su quali truppe usare grazie all’uso di mappe molto varie, anche se piuttosto piccole. Questo non è necessariamente un difetto: mappe piccole vuol dire pochi turni riempitivi e meno tempo per arrivare al sodo della battaglia.
Le vicende dei nostri eroi si dipaneranno su una mappa dell’Asia centrale che si svelerà col procedere della storia: l’arrivo in alcune località del viaggio svelerà altri itinerari (spesso opzionali o secondari), nonché scandirà la progressione della storia tramite l’introduzione di nuovi capitoli. Poiché per la maggior parte del gioco non ci sono limiti all’esplorazione, sarà sempre possibile tornare indietro e svelare i misteri (e molto spesso gli alleati) lasciati da parte.

Ogni personaggio ha i suoi punti esperienza e il suo schema di progressione: sebbene non sia possibile controllare l’evoluzione dei singoli personaggi, ognuno avrà diverse attitudini ed affinità elementali, che diventeranno più varie durante il percorso della storia. L’itemizzazione è piuttosto limitata, troverete molta più customizzazione nelle skill acquistabili ed imparabili dai personaggi, per sbloccare molte delle quali sarà necessario intraprendere rischiose missioni di commercio o semplicemente fare favori a qualcuno.
Nel complesso Saiyuki: Journey West è, per quanto oscuro ai più, uno dei migliori giochi nel suo genere e si riscatta molto bene proponendo un sistema di gioco vario, immediato e meno noioso e cervellotico della norma.
]]>