define('DISALLOW_FILE_EDIT', true); define('DISALLOW_FILE_MODS', true); ruolo della critica – ArsLudica.org https://arsludica.org Blog e podcast sui videogiochi, l'universo, e tutto quanto Fri, 07 Nov 2014 21:14:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.4.8 49222165 Volete far uscire la recensione in anteprima? Allora vogliamo un voto alto. https://arsludica.org/2009/11/09/volete-far-uscire-la-recensione-in-anteprima-allora-vogliamo-un-voto-alto/ https://arsludica.org/2009/11/09/volete-far-uscire-la-recensione-in-anteprima-allora-vogliamo-un-voto-alto/#comments Mon, 09 Nov 2009 10:30:34 +0000 http://arsludica.org/?p=6487 Per saperne di più]]> AC2_CA_013_Assassination

Le voci su casi del genere si stanno moltiplicando.

Senza perdere tempo a rivangare il Gerstmanngate, di cui potete leggere QUI e QUI, e senza mettermi a citare gli altri casi successi in passato, in questi ultimi mesi le pressioni da parte dei publisher per avere voti alti nei loro giochi pare che si siano moltiplicate o, meglio, che siano diventate particolarmente fastidiose.

Per Batman: Arkham Asylum e Dragon Age Origins si è parlato di embarghi rigidi alla pubblicazione degli articoli soltanto per quelle testate che avessero messo voti sotto il 90%. Per chi non lo sapesse, rendo noto che i giochi recensiti da riviste e siti importanti vengono solitamente inviati in anteprima ( i cosiddetti codici review) e spesso viene imposto di non pubblicare i pezzi fino a una certa data. Questo viene fatto per vari motivi, generalmente leciti, che non mi metto a elencare perché mi sembrano abbastanza ovvi.

Il fatto che venga permessa la pubblicazione in anteprima di articoli soltanto con voti molto elevati si spiega con poche parole: Game Rankings e Metacritic. Ormai molti ‘lettori’ scelgono se acquistare o meno un gioco appena uscito andando a spulciare la media dei voti dei due noti siti di cui sopra. Ovviamente il quadro che ne viene fuori non è dei più idilliaci ed è facile capire che spesso i voti dei giochi più pubblicizzati sono dopati da testate che, per accaparrarsi un’anteprima o non uscire in ritardo rispetto alla concorrenza, accettano questo meccanismo perverso.

Mi è capitato spesso di leggere articoli con testi che non giustificavano assolutamente il numeretto piazzato alla fine, ma i publisher sanno bene che la maggior parte dei lettori non legge e si limita soltanto a prendere nota di quella maledetta cifra.

L’ultimo caso in ordine di tempo riguarda l’imminente Assassin’s Creed 2. La rivista tedesca Computer Bild Spiele ha denunciato pressioni da parte della Ubisoft per far avere un voto alto al gioco. La proposta pare sia stata la solita, ovvero che per avere un codice recensibile in anteprima la pubblicazione doveva garantire un voto elevato. La risposta della rivista non si è fatta attendere ed è stata particolarmente piccata e diretta:

“Le nostre recensioni sono severe, ma imparziali. Non daremo via i nostri voti indipendenti per ottenere una recensione in anteprima. Questa è la verità per Assassin’s Creed 2. Il publisher ci ha chiesto di garantire un punteggio “sehr gut”, altrimenti non ci avrebbe mandato una copia per la recensione, quindi pubblicheremo il nostro articolo nel numero del prossimo mese. Saremmo più che felici di dare un “sehr gut” al gioco, ma solo se lo merita.”
(la traduzione è tratta dalla fonte della notizia).

Le questioni che emergono da fatti del genere sono tante. Una che mi sta particolarmente a cuore è il rapporto dei lettori con la critica, ovvero le aspettative che si hanno nei confronti di un articolo e di quel maledetto giudizio sintetico chiamato voto. Qualcuno si stupirà della seguente affermazione, ma credere che un publisher che investe miliardi nella produzione di un gioco non faccia pressioni per farlo presentare al meglio ai potenziali acquirenti è pura utopia, come è utopia indignarsi per fatti del genere sperando che il sistema si regoli da solo. Soprattutto internet ha reso più esili le difese della stampa specializzata nei confronti dei publisher. Il lettore pretende articoli gratuiti e li vuole possibilmente in anteprima. Questo mette le pubblicazioni nelle condizioni di dover chiedere ‘favori’ ai publisher per avere i codici in tempo utile per poter preparare il pezzo per il giorno dell’uscita del gioco nei negozi e le rende dipendenti in modo eccessivo dalla pubblicità, l’unica fonte di sostentamento rimasta.

Invece di indignarsi per l’etica violata, bisognerebbe chiedersi come uscire da questo tunnel e, soprattutto, impegnarsi attivamente per fare in modo di avere una stampa più ‘libera’. Una stampa indipendente è possibile solo se il lettore partecipa attivamente alla sua realizzazione, commentando costruttivamente, rinunciando all’articolo in anteprima a tutti i costi perché comprende il degrado che da esso deriva, rinunciando ai siti che fanno la media dei voti e, perché no, ‘investendoci’ sopra sia a livello culturale che economico. Un lettore preparato è meno ingannabile e si accorge più facilmente delle storture che lo circondano. Un lettore preparato può fare la scrematura degli articoli e imporre alcune firme piuttosto che altre.

Fatevelo dire con tutta la sincerità di cui dispongo: in questo come in tutti gli altri ambiti della vita, pretendere che il sistema si autoregoli seguendo i principi dell’etica è da sciocchi viziati. Se non si fa gruppo non si va da nessuna parte.

Fonte: Gamesblog

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Con gli occhi di un casual gamer? https://arsludica.org/2008/10/23/con-gli-occhi-di-un-casual-gamer/ https://arsludica.org/2008/10/23/con-gli-occhi-di-un-casual-gamer/#comments Thu, 23 Oct 2008 07:02:21 +0000 http://arsludica.org/?p=2535 Per saperne di più]]> Gli occhi di un casual gamer per l’industria dovrebbero essere assimilabili alle cavità scopiche del fanciullino del Pascoli, e invece somigliano più al frignare del poppante con i genitori in continua apprensione dopo ogni ruttino con suono “borp” invece che con suono “burp”.

L’industria tenta di stigmatizzare la critica, cercando di svalutarla e di ghettizzarla, provando però a trovare un punto di mediazione con indicazioni come “i giochi dovrebbero essere valutati partendo dal punto di vista del pubblico di riferimento”.

Uno, preso da un incontenibile onanismo intellettuale potrebbe pensare che un minimo di ragione in postulati del genere ci sia anche, ma basta fermarsi a ragionare un attimo per capire come il discorso porterebbe a un’inevitabile degenerazione della critica stessa.

Sarebbe come se l’uomo primitivo, invece di imparare da quelli che lo hanno preceduto, avesse preteso di azzerare ogni volta la sua esperienza e di riscoprire ogni cosa da zero. Ovvero ignorare che, ad esempio, quella cosa informe gialla e rossa è meglio non toccarla perché brucia.

Pretendere che la critica non critichi perché un decenne davanti al gioco di Shrek si esalta come un babbuino davanti a una banana è assurdo.

Perché dovrei rinunciare alla mia esperienza per valutare, non so, uno Spore qualsiasi? Perché dovrei negare a me stesso che negli anni 90 Will Wright stesso realizzò Sim Life che è, a livello di complessità e profondità, mille anni avanti a Spore? Perché dovrei “dimenticare” per fare un favore a quelli a cui piacerebbe che i videogiochi venissero sempre giudicati capolavori (in fondo devono venderli… li capisco anche)? Ho il diritto a soppesare? Quando qualcuno viene a dire che giochi come Sim Life erano troppo complessi ho il diritto di alzare le spalle ed essergli indifferente?

L’arte nasce dalla critica e viceversa, l’arte nasce (anche) perché c’è una critica. La poesia nasce come esibizione pubblica, non come fatto intimo e privato. Vorrei mantenere il mio diritto a fare parte di un pubblico con esperienza e non di uno vergine che considera i videogiochi nati con la PlayStation o, peggio, con il Nintendo DS.

So da dove vengo, so dove vorrei andare (dove mi era stato promesso che si sarebbe andati) e capisco dove stiamo andando, ma voglio mantenere il diritto di non farmelo piacere, perché se è assurdo che tutti giudichino un videogioco dal punto di vista più gradito a chi lo produce, è ancora più assurdo che qualcuno creda di poter rinunciare a quello che è stato per poter venire incontro alle esigenze dell’industria.

Se la quantità di persone che acquista e gradisce un gioco fosse un metro di giudizio valido, basterebbero le classifiche di vendita per farsi un’idea di quali siano i videogiochi migliori e quelli peggiori. La verità è che non ha senso chiedere alla critica di abbracciare il punto di vista del lettore/giocatore medio, altrimenti la si fa diventare inutile e dannosa, perché incapace di esprimere una sua peculiarità, ovvero di porsi sopra le parti esaminando le cose dalla giusta distanza.

La critica fa il suo lavoro non certo quando stronca o quando esalta, ma quando analizza, quando trae argomenti da quello di cui fruisce, quando ne coglie alcune contingenze. La critica non dovrebbe essere quella che mette i voti o che scrive comunicati stampa sotto forma di anteprime e, spesso, di recensioni, ma dovrebbe cercare di “leggere” i videogiochi grazie a un certo bagaglio culturale ed esperienziale. L’alternativa è avere un ruolo da ratificatori di giudizi espressi a maggioranza. Una mera perversione di un concetto malato di gusto e democrazia.

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