define('DISALLOW_FILE_EDIT', true); define('DISALLOW_FILE_MODS', true); JRPG – ArsLudica.org https://arsludica.org Blog e podcast sui videogiochi, l'universo, e tutto quanto Tue, 21 Feb 2017 06:38:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.4.8 49222165 Dalla Via Lattea al Vicolo Corto https://arsludica.org/2012/04/06/dalla-via-lattea-al-vicolo-corto/ https://arsludica.org/2012/04/06/dalla-via-lattea-al-vicolo-corto/#comments Fri, 06 Apr 2012 05:00:34 +0000 http://arsludica.org/?p=20380 Per saperne di più]]> Final Fantasy XIII è senz’ombra di dubbio il più discusso episodio della serie di giochi di ruolo giapponesi per antonomasia. I motivi sono numerosi e coinvolgono praticamente qualsiasi aspetto del gioco, persino quello estetico – un notevole ritorno alla commistione tra tecnologico e fantastico già presente in Final Fantasy X.

Tra gli aspetti più criticati del gioco Square Enix vi è la contestata scelta di eliminare qualsiasi elemento strettamente esplorativo, quindi la destrutturazione della routine missione principale-città in cui visitare negozi e dedicarsi a minigiochi e missioni secondarie varie. Quest’esclusione ha consentito di limitare quei tempi morti in cui il giocatore andava inevitabilmente ad intaccare uno degli elementi fondamentali della scrittura: il ritmo narrativo.
Ritengo che Final Fantasy XIII sia un gioco in cui la fiction sia preponderante sulle meccaniche di gioco che, malgrado la cura e l’attenzione poste, risultano secondarie. Questa scelta è stata fortemente osteggiata dai giocatori e da una parte della critica occidentale, che non sembra aver accettato i cambiamenti che hanno contraddistinto la serie nelle ultime uscite (già Final Fantasy XII era stato protagonista di numerosi dibattiti, più o meno noiosi) e le scelte che hanno determinato un certo risultato.

A distanza di tre anni dall’uscita di quel gioco possiamo trarre alcune conclusioni interessanti sull’attuale stato dei videogiochi di ruolo. Comincerò ad analizzare questa situazione partendo dall’ultima uscita, discutendo di un GdR occidentale uscito nelle ultime settimane e con la sua terza (ed ultima?) iterazione: Mass Effect di Bioware.

Il primo Mass Effect fu un fulmine a ciel sereno. Annunciato nel 2005 e pubblicato due anni dopo, il gioco Bioware è forse il più interessante esempio di un universo creato per un videogioco. La principale qualità dell’opera era sicuramente quella di rappresentare una realtà fittizia in larga parte futuribile: l’elevata quantità di documenti ed informazioni reperibili nel corso del gioco descrivono una storia umana credibile, più vicina all’opera asimoviana che alla fiction di genere statunitense – si ricordi la nomenclatura di alcuni pianeti controllati dall’Alleanza dei Sistemi, intitolati a Jurij Gagarin, Neil Armstrong o al già citato Isaac Asimov. Bioware aveva gettato le basi per un universo ampio, nel quale poter ambientare facilmente numerose storie dai contenuti più svariati anche in differenti periodi temporali – un lavoro a cui, forzatamente, è stata sottoposta la serie di Halo (si ricordi lo spin-off Halo: Wars, sottovalutato RTS per Xbox 360). Queste intenzioni erano rappresentate con una fantascienza che riuniva e mescolava numerose fonti d’ispirazione, riunite attraverso un’armonica unione di concetti scientifici naturalisti e miti platonici – il sostantivo Prothean, unione delle parole greche prò e theòs (trad: “prima” e “dio”), mentre le macchine primigenie sembrano raccogliere l’eredità dei racconti di Arthur C. Clarke. Nel secondo episodio della serie risulta evidente una chiara contaminazione con temi e topoi narrativi che richiamano quella letteratura di genere assente nel precedente episodio e rappresentata da J.G. Ballard o Bruce Sterling, nonché del famigerato Philip K. Dick. La trama comincia a presentare una schizofrenia che diverrà lampante nel terzo episodio: da un lato vi è un restringimento degli ambienti in cui agiscono i personaggi, probabilmente a causa della loro natura di rinnegati ed abietti che li pone al di fuori della società; dall’altro vi è un accrescimento della missione suicida, che vede il succedersi di un araldo con un numero elevato di nemici e la distruzione di una loro base.

Con il terzo ed ultimo episodio della trilogia, Bioware conferma questo restringimento degli orizzonti posti di fronte al giocatore: le sue azioni saranno tutte funzionali al conseguimento dell’obiettivo finale, un traguardo che andrebbe raggiunto nel minor tempo possibile. Il prosieguo nella trama dovrebbe esser sentito dal giocatore come un bisogno impellente e da raggiungere quanto prima. Ma è evidente che questa caratterizzazione si scontri con un problema: come giustificare adeguatamente le missioni secondarie affidate al giocatore? Se bisogna agire in fretta, come mai l’ammiraglio Hackett ci chiede di indagare sull’accademia Grissom o di fronteggiare gli attacchi di Cerberus? Problemi simili erano già emersi anche in altri videogiochi recenti, tra i quali TES V: Skyrim e Xenoblade Chronicles.

Se si considera anche l’estrema omogeneità delle varie subquest e dei premi ricevuti, il problema diviene persino imbarazzante: sarete ricompensati con nuovi alleati, risorse oppure equipaggiamento; di questi, solo l’equipaggiamento è utilizzabile (potremmo dire interattivo) dal giocatore. A questo si aggiunga la cesura di alcune specie o personaggi, come nel caso dei Batarian – specie aliena aggiunta con un DLC del primo episodio. La razza più diffusa nei pericolosi sistemi Terminus è stata eliminata con una scusa piuttosto banale: è tra le prime ad essere sconfitte dai Razziatori. Sfortunatamente questo genocidio è così poco approfondito da risultare un evento come altri e non, come dovrebbe essere, una tragedia immane: in questo momento si nota una prima discrepanza nella sceneggiatura, una semplificazione che sa di fregatura.

Un ridimensionamento simile è paragonabile solo alla ricreazione del Mondo di Tenebra operata dall’editore White Wolf a partire dal 2003 e del recente reboot dei fumetti della DC Comics determinato dall’evento Flashpoint. Entrambe le società avevano espanso esageratamente le ambientazioni, rispettivamente, dei loro giochi di ruolo e fumetti – la White Wolf contava più di cinque manuali per il solo Vampiri: la Masquerade, mentre la DC aveva già tentato di riordinare i suoi fumetti con la Crisi sulle Terre Infinite.
A provocare questi riazzeramenti è stata soprattutto la necessità di riavvicinarsi a quei neofiti che, viste le difficoltà di avvicinarsi a dei corpus così complessi, erano in notevole discesa. Perché una società di videogiochi, creata un’ambientazione affascinante e complessa, decida di banalizzarne i contenuti ed a limitarne l’estensione ad una sola trilogia è (e resta) un mistero.

È facile individuare i motivi che hanno portato ad una semplificazione delle meccaniche ruolistiche del gioco, sia nel combattimento che nell’esplorazione; ricondurle solo ad un’apertura al mercato di massa giustifica facilmente errori e scorrettezze di sceneggiatura. Già nel primo gioco, la vicenda aveva presentato un’improvvisa (e non proprio felice) conclusione: far emergere l’eroe dalle macerie delle battaglia e farlo correre spavaldamente verso “l’infinito ed oltre” era un esempio perfetto di non-finale. Non stupisce che ad un aumento del pathos non sia corrisposto né un miglioramento della sceneggiatura né una maggior caratterizzazione dei vari personaggi; una risoluzione frettolosa era la sola opzione adottabile, l’unica con la quale evitare un attenta contestualizzazione e conclusione di questioni particolarmente spinose – tra cui, cito i primi che mi vengono in mente, la cura della genofagia o i rapporti tra Geth e Quarian.

C’è però un altro elemento, all’infuori dei giudizi sulla qualità del lavoro degli sceneggiatori di Bioware e delle teorie che tentano di giustificarne ogni aspetto, che ritengo piuttosto interessante (ed anche preoccupante). Si tratta del cosiddetto darwinismo entropico e nichilista secondo cui l’umanità (o gli esseri viventi in generale) siano condannati inevitabilmente all’autodistruzione: questa facile deresponsabilizzazione dell’individuo è una soluzione di comodo e, forse, è proprio questa ad intaccare il pathos finale del gioco. Un difetto simile è, a mio parere, condiviso da un altro gioco uscito negli ultimi mesi: mi riferisco a Deus Ex Human Revolution.

Forse è solo un caso, ma entrambi i giochi sono stati sviluppati nell’America settentrionale, per la precisione in Canada: ci concentreremo su questa caratteristica spaziale nel prossimo post, confrontandola con le peculiarità di un altro genere di giochi di ruolo, quelli giapponesi.

]]>
https://arsludica.org/2012/04/06/dalla-via-lattea-al-vicolo-corto/feed/ 1 20380
Chantelise – A Tale of Two Sisters https://arsludica.org/2011/08/29/chantelise-a-tale-of-two-sisters/ https://arsludica.org/2011/08/29/chantelise-a-tale-of-two-sisters/#comments Mon, 29 Aug 2011 05:00:57 +0000 http://arsludica.org/?p=18950 Per saperne di più]]> Pubblicato da Cape Fulgur | Sviluppato da EasyGamesStation | Piattaforme: PC | Rilasciato nel 2011 (occidente), 2007 (Giappone)

Ce lo vedo un giocatore moderno alle prese con Chantelise – A Tale of Two Sisters: grafica bruttina ma colorata, look giapponese estremo e tante vocette carine a fare da sottofondo all’azione incalzante. Non si diverte. Ha gli occhi gonfi e trasuda bile da tutti i pori. Sta morendo in continuazione. Proprio non ce la fa a superare il granchio gigante, secondo boss che sembra uscito dall’inferno, nonostante l’aspetto nemmeno troppo minaccioso. Non resiste più. Non riesce ad avanzare da ore, eppure in altri giochi ha ucciso nemici molto più grossi e più belli da vedere. Cos’è che non va? Perché non c’è una via di fuga, un trucco per vincere facile, un’arma più potente che possa salvarlo dal fallimento? Niente: ha pagato, ma il gioco non gli si inchina davanti come una puttana che prima o poi deve concludere l’amplesso. Chantelise richiede di imparare: il boss e le mappe vanno studiati, la protagonista deve essere equipaggiata con senno e solo poi si può partire alla carica. Sparare a caso va bene per gli action tripla A, qui non basta. Niente lucine colorate con boom finale. È questione di tempo e di abilità. I livelli seguenti sono anche più punitivi, nonostante alcuni boss avanzati siano meno impegnativi dei primi due.

Chantelise – A Tale of Two Sisters, secondo titolo del catalogo di EasyGamesStation a essere tradotto in occidente da Cape Fulgur, sceglie la difficoltà come cifra stilistica. Poco gli interessa del giocatore medio e della sua frustrazione. Il gioco in sé è un GDR d’azione alla giapponese che per certi versi ricorda gli Zelda. La struttura dei livelli è molto lineare, con mappe chiuse che vanno ripulite in sequenza lineare dai mostri per aprirne l’uscita. Ogni mappa contiene un forziere segreto che va trovato risolvendo degli enigmi. Scoprendo tutti i forzieri di una locazione si sblocca una mappa arena, in cui bisogna prendere parte a dei combattimenti piuttosto ardui. Scoprendo tutti i forzieri segreti di tutte le locazioni, si sblocca una locazione segreta. Alla lunga, nonostante siano facoltativi per avanzare, i segreti risulteranno essenziali per non dilapidare patrimoni nell’esosissimo negozio dell’unico villaggio presente, e per rendere più abbordabile il gioco.

La trama narra di Chante ed Elise, due sorelle costrette loro malgrado a combattere per cercare di far tornare umana Chante, trasformata in fatina da un potere misterioso. Lo stile dei disegni ricorda molto quello di un altro gioco di EasyGamesStation, Recettear, con cui Chantelise condivide il mondo di gioco e alcuni asset (gli oggetti e alcuni mostri). La storia si dipana intorno a una manciata di personaggi, costretti a reggere tutto l’impianto narrativo. Nel corso dell’avventura c’è qualche colpo di scena, ma in generale la narrazione è lineare e, a parte alcuni flashback non giocati, scorre senza troppe complicazioni.

Il sistema di combattimento è basato sugli attacchi fisici, portati da Elise, e sull’uso di magie, che Chante può lanciare dopo aver raccolto e usato i cristalli che cadono dai nemici e dagli oggetti. La crescita dei personaggi non è affidata ai classici punti esperienza, ma a delle statistiche legate all’equipaggiamento: all’inizio dell’avventura si potranno indossare solo due oggetti, ma andando avanti si sbloccheranno altri slot, per un totale di cinque (uno andrà sudato nel dungeon survival). Le magie sono legate a quattro elementi e variano negli effetti e nella potenza a seconda del numero di cristalli consumati nel lancio. All’inizio si potranno lanciare incantesimi solo da uno o due cristalli, ma andando avanti si sbloccheranno i potenti incantesimi da tre cristalli e le evocazioni, che costano ben quattro cristalli.

Chantelise non è un titolo privo di difetti e, anzi, paga parecchio l’essere stato pubblicato in occidente dopo Recettear: non parlo della difficoltà, che considero un pregio, quanto della mancanza di originalità e della difficoltà a digerire la spoglia grafica 3D abbinata ai disegni 2D dei mostri e dei personaggi. Insomma, gli manca quel sapore di novità, quell’elemento caratterizzante che gli avrebbe dato uno slancio diverso e lo avrebbe elevato dall’essere soltanto un buon titolo economico, figlio legittimo della cultura indie Giapponese, ma già ampiamente surclassato da chi lo ha preceduto.

]]>
https://arsludica.org/2011/08/29/chantelise-a-tale-of-two-sisters/feed/ 5 18950
Non escono giochi PSP? Ci pensa Imageepooch! https://arsludica.org/2011/01/25/non-escono-giochi-psp-ci-pensa-imageepooch/ https://arsludica.org/2011/01/25/non-escono-giochi-psp-ci-pensa-imageepooch/#respond Tue, 25 Jan 2011 13:31:49 +0000 http://arsludica.org/?p=16427 Per saperne di più]]>

Prima che la console muoia, a detta di questo emergente sviluppatore nipponico, avrete l’RPG definitivo, con un potenziale di gioco di circa 400 ore, che tanto non avreste potuto riempire con niente altro, visto che di uscite decenti non se ne parla da tempo.

https://www.youtube.com/watch?v=e9FAXJWQ6jo

Il gioco si chiamerà Final Promise Story è un mix tra Shin Megami Tensei e Final Fantasy, ha un’ottima presentazione e le persone normali potranno finirlo in molte meno ore. Nippon Ichi, il publisher, ha già confermato la distribuzione fuori dal suolo giapponese.

]]>
https://arsludica.org/2011/01/25/non-escono-giochi-psp-ci-pensa-imageepooch/feed/ 0 16427
Dragon Quest IX: Le sentinelle del cielo https://arsludica.org/2010/09/01/dragon-quest-ix/ https://arsludica.org/2010/09/01/dragon-quest-ix/#comments Wed, 01 Sep 2010 06:00:09 +0000 http://arsludica.org/?p=13039 Per saperne di più]]> Prodotto da Square Enix | Sviluppato da Level 5 | Piattaforma Nintendo DS | Rilasciato nel luglio 2010 (EU)

Fai una donazione acquistando!

Nonostante la mia passione per questa serie, le mie aspettative per Dragon Quest IX erano state ampiamente ridimensionate dalla mediocrità generale degli RPG usciti ultimamente. In qualche modo, mi aspettavo che Dragon Quest continuasse tale tendenza, anche in virtù del tanto parlare di avvicinamento del titolo alla cultura occidentale.

Avendolo in mano, invece, bastano pochi minuti per apprezzarlo come un titolo di molto sopra la media, uno di quei giochi che si vede una volta ogni cinque anni e che si guadagna il perfect score senza vendere recensioni in anteprima alle riviste.

La storia è così densa ed immediata che la prima ora di gioco letteralmente sfugge inseguendo una trovata geniale dietro l’altra. Il mio alter ego è un Guardiano (una specie di angelo custode) che raccoglie dal villaggio dei suoi protetti la benevolessenza, energia mistica con cui poi concima Yggdrasil, l’albero della vita, una specie di ponte mistico tra la terra e l’Onnipotente, in grado di generare frutti che donano poteri (e maledizioni) immensi. I cittadini del mondo non mi vedono ma io posso influenzare le loro vite e proteggerli dal male. Faccio appena in tempo a prenderci gusto che improvvisamente l’equilibrio si rompe e qualcuno attacca la fortezza volante dei guardiani, sparpagliando i frutti di Yggdrasil in giro per il mondo e privandomi di poteri, ali ed aureola. Eccomi quindi incarnato in un menestrello, proprio nello stesso villaggio che avevo giurato di proteggere per l’Onnipotente. Inutile dire che il cataclisma ha provocato molti danni in giro e che, con il tempo, scopro che i poteri non se ne sono proprio del tutto andati: posso ancora vedere alcune entità sovrannaturali, come fantasmi, altri guardiani e servitori dell’Onnipotente. Sarà proprio l’incontro con una fatina, incaricata di riportarmi indietro, ad innescare una serie di avventure per il ripristino dell’armonia celeste e la rivincita contro il male che attenta ai Guardiani. Il punto saliente è che il mondo ha bisogno di eroi ed io sono pronto a farmene carico.

Tecnicamente il gioco è ineccepibile ma non è questo che interessa: Dragon Quest IX è un gioco immenso, come suo cugino Dragon Quest VIII, con l’unica differenza che lima tutti gli spigoli di quest’ultimo (in primis le distanze troppo epiche e dispersive ed una lunghezza estenuante anche per un gioco di tale calibro), aggiungendo qualche meccanica extra e rivedendo quanto di solido è da sempre presente nella serie. Ecco quindi tornare lo skill system, accompagnato da un sistema multiclasse e da una nuova itemizzazione, molto simile a quella dei MMORPG e degli Hack & Slash, proprio per valorizzare la parte multiplayer e rigiocabile del titolo (ci torneremo tra un po’). Spariscono i comprimari nel party e tornano i mercenari anonimi: una cosa che deve essere subito chiara è che Dragon Quest IX è un’esperienza soggettiva: non si è spettatori ma si è protagonisti della vicenda. Nel bene e nel male.

Nonostante i combattimenti rimangano a turni, le schermate non sono più statiche: le compagini si mescolano, si intralciano e si picchiano con animazioni credibili e realistiche. Un sistema di automazione permette di osservare le battaglie ed intervenire solo se necessario e gli incontri non saranno mai casuali. In generale, Dragon Quest IX mantiene la sua fama di titolo che ha un enorme rispetto per il giocatore (come ama dire il nostro Vittorio Bonzi), fornendo sempre numerose scappatoie agli errori del giocatore e alle piccole noie che gli RPG, volenti o nolenti, si portano dietro.

In definitiva, Dragon Quest IX è un gioco difficilmente confrontabile con altro, perché forse non esiste un altro titolo simile che riesce a fondere elementi di generi così diversi. Dietro il look chibi e il character design del Bird Studio si cela un titolo veramente epocale, seppur legato saldamente alla tradizione del genere.

Tutte le migliorie di gameplay del mondo non avrebbero però potuto niente senza il piatto forte di Dragon Quest IX: ritmo e storia. La filosofia portatile si ripercuote anche sulla velocità di risoluzione ed avanzamento della trama: nell’arco di 15 minuti si arriva al boss finale di un dungeon, alla risoluzione di una quest o di una sottotrama. È possibile salvare in qualsiasi luogo senza penalità, poco importa se poi spenderete quattro ore ad esplorare (ma potrete anche non farlo, la storia tira via dritta senza grinding o pause obbligate), a giocare con il sistema di crafting o con le oltre 200 quest secondarie. Il vero motore che vi spingerà avanti saranno le storie, ancora una volta scritte e dirette molto bene, tanto da rendere il dramma e la disperazione che ne trapela tangibile e concreto. Sì, perché nonostante il look colorito e spensierato Dragon Quest IX rimane un gioco che fa del dramma il suo piatto forte. Senza mai arrivare a toccare le vette del tragicomico melodramma di un Kingdom Hearts, le vicende di Dragon Quest IX si dipanano tramite eventi agrodolci in cui il protagonista quasi mai è un’entità eroica in grado di risolvere qualsiasi tipo di problema: egli può semplicemente guidare i mortali durante un evento particolare della loro vita e accompagnarli verso una serena accettazione dello stato delle cose. Il finale sarà epico quanto basta per darvi piena soddisfazione ma alcune storie vi sapranno far interrogare sulla relatività dei valori e in qualche modo avranno sempre una morale di fondo che, seppur non sbattuta in faccia al giocatore, crea una doppia chiave di lettura, quella più infantile e quella più matura, senza intralciarsi reciprocamente. Di sicuro la scelta di personalizzare il gioco lavora a favore del coinvolgimento e dell’immedesimazione: qualsiasi errore sarà un vostro errore e qualsiasi scelta sarà una vostra scelta.

Grazie alle piccole grandi semplificazioni fatte dal gioco l’avventura sarà relativamente breve, tuttavia non vi farà mai vedere la fine del gioco. Proprio come in Dragon Quest VIII, Level 5 introduce un altro livello di gameplay a gioco finito che, tramite una sorniona integrazione con Nintendo WiFi Connection, ci propone un mondo dinamico con eventi periodici ed un mercato online in cui appariranno rarità (equipaggiamento, oggetti ma anche quest e mappe per i dungeon opzionali) a ritmo regolare per tutto il primo anno di vita del gioco. Tramite questa piccolissima componente online, i giocatori possono incontrarsi in multiplayer locale (oppure continuare a giocare da soli con un party di NPC) ed esplorare 25 nuovi dungeon dinamici con relativi mostri (che si sbloccheranno a fronte di eventi particolari o tramite dei tesori particolarmente fortunati). La maggior parte dei dungeon si scoprono tramite mappe speciali e molto rare, che possono essere scambiate liberamente tra i giocatori. I dungeon si adattano al livello dei giocatori, fornendo ricompense proporzionate all’esperienza del party e, da quanto ho potuto constatare, il sistema di bilanciamento rischi/benefici è parecchio articolato, tanto da non temere confronti con giochi ben più famosi per le loro componenti che titillano i power player.

A differenza della quest principale, piuttosto accessibile, i dungeon opzionali sono difficili ma offrono anche occasioni di potenziamento altrimenti impossibili. Le modalità online si sbloccano quasi subito, dopo il tutorial ed i primi eventi di gioco e possono fornire delle pause di diversione già nelle fasi iniziali di gioco.

Detto francamente, la modalità online e multiplayer mi affascina e spesso mi sorprendo a vedere cosa sia in vendita al mercatino (ho un set Slime veramente bello da vedere!), tuttavia non riesco a trovare in ciò una leva all’acquisto del gioco. Al massimo ne riconosco il valore di piacevole ed astratto diversivo come amavo fare anni fa quando loggavo in Diablo II per il solo gusto di fare lo sborone per qualche ora. Certo, gli oggetti e i mostri extra sono moltissimi e a loro modo interessanti, ma il giocare per le statistiche e gli zuccherini sotto forma di armature più belle ed armi più poderose non rientra spesso nei miei gusti (e quando lo fa, spesso preferisco un Roguelike).

Quello che rende questo nono episodio un monumento al genere (e forse anche un monito a ridimensionare certa cultura videoludica) è  come si presenta al pubblico: non più un sistema di gioco con una storia attorno ma un universo coeso, una storia ben scritta, un palcoscenico pieno di eventi incorniciati da un’art direction impeccabile (e che, miracolo, ha perso qualsiasi influenza dal character design di Dragon Ball!). Gli eventi vengono raccontati con mezzi decisamente modesti ma ben utilizzati, tanto da approntare una regia di livello laddove spesso prima c’era solo un altro blocco di testo. Intenso è anche l’uso del dramma come motore delle storie, un po’ come accadeva nelle tragedie antiche, un uso che nei videogiochi non è più di moda oppure è stato diluito in atmosfere così decadenti e superficiali dall’aver perso qualsiasi peso narrativo. Se non volete combattere poco importa, il gioco premia (anzi, quasi incentiva) l’andare avanti e seguire il filo narrativo prima ancora dei punti esperienza. Gli incontri sono facili, i boss sono impegnativi il giusto (e spesso offrono ottimi spunti per risoluzioni atipiche delle sottotrame). Il resto viene dopo; lo scopo di Dragon Quest è quello di raccontare la vostra storia.

E ci riesce terribilmente bene.

PS.: durante questa recensione ho usato volutamente dei termini che sono la traduzione per lo più letteraria del gioco nella sua localizzazione anglosassone (disponibile in qualsiasi copia italiana di Dragon Quest). Molti di voi si saranno trovati un po’ spaesati, ma per motivi che sfuggono all’umana comprensione, Dragon Quest IX è localizzato molto male. I nomi sono stati tutti cambiati, probabilmente per via dei riferimenti religiosi e biblici, anche se tutti gli ultimi (e ben più leggeri) capitoli per Wii e DS hanno avuto una sorte analoga. Molto del pathos e del dramma si perde dietro infantilizzazioni eccessive, uso “creativo” (ovvero cretino) dell’italiano che disintegra gran parte dell’atmosfera creata proprio tramite una scrittura originale ma mai così banale come nella nostra lingua madre. Inutile dire che queste scelte arbitrarie privano il videogiocatore italiano di un lessico comune al resto dell’intera comunità di appassionati e lo condannano a vivere in un ghetto linguistico (e culturale) non adatto al contesto globale che la cultura videoludica ricopre su internet e nel mondo.

]]>
https://arsludica.org/2010/09/01/dragon-quest-ix/feed/ 15 13039
Tales of Innocence parla inglese https://arsludica.org/2010/07/02/tales-of-innocence-parla-inglese/ https://arsludica.org/2010/07/02/tales-of-innocence-parla-inglese/#comments Thu, 01 Jul 2010 22:53:04 +0000 http://arsludica.org/?p=12043 Per saperne di più]]>

I ragazzi di Absolute Zero Translations, dopo averci regalato un meraviglioso e filologicamente corretto adattamento di Tales of Phantasia per PS1, sorprendono di nuovo tutti rilasciando una traduzione completa e rigorosamente non ufficiale di Tales of Innocence per Nintendo DS.

A leggere dal forum ufficiale ci sono ancora un po’ di imperfezioni ma la traduzione è veramente di alto livello. Pare inoltre che ToI sia uno dei pochi Tales che si lascia giocare, cosa che non dispiace visto che Namco ha più volte esportato solo i capitoli meno riusciti della serie.

]]>
https://arsludica.org/2010/07/02/tales-of-innocence-parla-inglese/feed/ 1 12043
Nostalgia https://arsludica.org/2010/05/27/nostalgia/ https://arsludica.org/2010/05/27/nostalgia/#comments Thu, 27 May 2010 11:06:51 +0000 http://arsludica.org/?p=11241 Per saperne di più]]> Sviluppato da Tecmo | Distribuito da Ignition Entertainment | Piattaforme: Nintendo DS | Pubblicato 2009

Il titolo del gioco mi piace parecchio. Nostalgia. A cosa si riferirà? L’atmosfera è vagamente Steampunk, ovvero è uno steampunk alla giapponese che si lascia apprezzare ma che a livello stilistico risulta troppo diluito all’interno di una visione più classica da JRPG. Più un aroma che un sapore vero e proprio. Purtroppo c’è anche una trama, con un avventuriero che salva una ragazzina da un gruppo di fanatici (i Cabal) che vogliono conquistare il mondo (ma dai?), ma rimane vittima di un incidente mentre tenta la fuga e il figlio, di non si capisce quanti anni, biondo e con gli occhi, azzurri (londinese, per giunta) che decide di cercarlo girando il mondo (il nostro mondo… proprio quello che finirà nel 2012) a bordo del suo aeroveicolo e visitando la principali città a caccia di indizi. Per farlo dovrà prima diventare un avventuriero (come il padre) ammazzando un po’ di topi nelle fogne della capitale inglese (ma dai). In effetti la trama sembra scritta in cinque minuti da qualcuno che aveva ben altro a cui pensare, ma riesce a mantenere un minimo di tensione grazie al classico personaggio misterioso (Fiona, come la moglie di Shrek) di cui non si conoscerà bene il ruolo fino a verso la fine del gioco.

Nostalgia rivela sin da subito la sua impostazione estremamente classica, con città da esplorare per prendere quest, ottenere qualche informazione e acquistare/vendere oggetti e con dungeon in cui massacrare nemici in incontri casuali. Insomma, se esistesse un manuale del perfetto JRPG, Nostalgia ne sarebbe un’applicazione pedissequa, senza guizzi e senza cadute di stile. Un compitino da 6-7 che mira a fare contento il professore, ma che non brilla certo per personalità. L’unica novità introdotta dagli sviluppatori è la fase aerea, nella quale, invece di combattere con il party, si combatte tra veicoli volanti. Il velivolo in sé non cresce di livello, ma visitando le diverse città è possibile acquistare potenziamenti. In queste fasi il numero di personaggi nel party (massimo quattro) determina la possibilità di utilizzare o meno le diverse armi del mezzo e di usare delle abilità specifiche per i combattimenti aerei a disposizione di ogni eroe (c’è quello che cura, quello che potenzia, quello che supporta e così via).

La struttura di gioco è abbastanza rigida e la difficoltà non è elevatissima, soprattutto se si svolgono le missioni secondarie e si portano i protagonisti ben oltre il livello di esperienza necessario per svolgere la missione principale. In generale i combattimenti aerei impegnano più di quelli ‘a terra’. Ovviamente ignorando le missioni secondarie la storia cambia e anche la missione principale diventa più impegnativa, anche se mai proibitiva. Certo, va detto anche che andando dritti per la storia principale si taglia più di metà gioco e si perdono alcuni combattimenti parecchio interessanti. Oltretutto non si può fare carriera nella gilda degli avventurieri, che offre le ricompense migliori, soprattutto nelle missioni di classe avanzata.

Oltre alla storia principale e alle missioni della gilda, è possibile svolgere altri compiti come andare alla ricerca di siti nascosti da riportare al museo di Londra. Si tratta di un’extra interessante e parecchio impegnativo (e alla lunga stancante), che richiede di esplorare la mappa da cima a fondo con il velivolo a diverse altezze, seguendo delle indicazioni di massima reperite nelle città. Come in altri giochi dello stesso genere, mentre si esplora è possibile salvare ovunque, mentre nei dungeon bisogna raggiungere dei punti di salvataggio, solitamente piazzati prima dei boss. Questo significa che, soprattutto nei dungeon ancora da esplorare, bisogna avere a disposizione diverse decine di minuti di seguito per poter arrivare a salvare e non perdere tutti i progressi fatti.

I nemici, come i personaggi principali, non brillano per fantasia e sono un accozzaglia tecno-fantasy già vista altrove. Le mummie ci sono, i vermoni giganti ci sono, i ragni robot ci sono e così via. Anche in questo caso spiccano i nemici degli scontri aerei che, per necessità, risultano più originali degli altri, mentre i boss sono abbastanza banali, compresi quelli finali.

Commento:
complessivamente si tratta di un prodotto discreto che non spicca in nessun campo, ma che si lascia giocare. Peccato che sia abbastanza superficiale nelle tematiche che tratta e che, se non siete dei bambinetti scafati, difficilmente vi appassionerete alle vicende dei protagonisti.

]]>
https://arsludica.org/2010/05/27/nostalgia/feed/ 6 11241
Chaos Rings: impressioni https://arsludica.org/2010/04/29/chaos-rings-impressioni/ https://arsludica.org/2010/04/29/chaos-rings-impressioni/#comments Thu, 29 Apr 2010 04:41:08 +0000 http://arsludica.org/?p=10794 Per saperne di più]]> Lo ammetto: sto diventando peggio di Joe coi giochi che mi interessano. In questo caso ho ceduto all’hype sfrenato di Square-Enix per Chaos Rings, un RPG dalla presentazione sontuosa sviluppato per piattaforme TouchOS.

Visto che Square di solito non pubblicizza i propri giochi, avrei dovuto essere più cauto. Dopo i molti passi falsi che Square ha proposto in passato, la bella esperienza di Song Summoner (un Final Fantasy Tactics Redux in cui si generano i soldati a partire dalle canzoni dell’iPod) mi ha portato ad avere ottime aspettative per questo RPG mobile, prodotto nientepopodimenoché da quei geniacci di Media Vision, i genitori di Wild Arms.

La presentazione merita rispetto, specie se vista con l’occhio dell’utente, che certamente non noterà tutti gli escamotage per far andare il gioco ad un framerate accettabile; framerate che comunque non avrete se possedete hardware più vecchio di un anno (ma ci sono delle opzioni per diminuire i dettagli).

La storia è tutta qui: il cugino brutto di Mazinga (sembra Baron Karza, se siete stati bambini negli anni ’70 o ’80) rapisce diverse coppie di guerrieri. Dopo averne ucciso uno a sangue freddo, lasciando la sua partner in preda all’angoscia e alla disperazione, promette agli altri l’immortalità se accetteranno di sfidarsi a morte. I protagonisti non hanno dubbi, credono all’offerta e l’accettano con entusiasmo, tuffandosi nel primo dungeon alla ricerca di alcuni mistici anelli (poco importa se, tranne il diktat di Baron Karza, nessuno abbia idea del perché bisogna recuperarli o a cosa servano). Evidentemente nel mondo di Chaos Rings i rapitori sovrannaturali che uccidono persone sono noti per la loro coerenza ed affidabilità.

D’altronde Escher, uno dei protagonisti (nonché quello che ho scelto io) è lapidario nel considerare Baron Karza uno giusto:

Per essere un dungeon crawler in terza persona, quello che ho raccontato sarebbe anche un incipit di tutto rispetto. Mi rimane il dubbio del perché tutto sia così caricato ed insulso, cosa ci faccia tutta quella melodrammatica inconcludenza in ogni frase, visto che poi non c’è seguito a nessuno degli stati d’animo o delle situazioni che si vengono a creare nei frequenti intermezzi. Alla fine, aiutato da un catartico ‘sti cazzi!, vado avanti: ad Etrian Odyssey o a Dungeon Explorer non ho mica giocato per la storia.

Continuando con l’esplorazione, però, scopro che questo gioco è realmente convinto di star raccontando qualcosa di bello e degno di nota. Il protagonista della coppia che ho scelto (ce ne sono due, una capitanata da una donna ed una da un uomo) è accompagnato da una sua acerrima nemica (siccome lui è troppo figo, l’aveva dimenticata), che nelle prime ore di gioco si produrrà in diversi tentativi di omicidio, a dispetto della crudele sorte della “vedova” dell’introduzione e di qualsiasi logica, motivazione o semplice coerenza. Fortunatamente il protagonista è uno tosto e quindi si limiterà a trattarla come una donnetta deficiente, tanto durante gli incontri casuali saranno tutti amici come prima.

Il sistema di combattimento è un altro aspetto semi-disastroso del gioco. E’ piuttosto semplice (e questo non sarebbe un male: tutto sommato rimane un gioco per cellulari) ma farcito di dettagli e menù inutilmente complessi. Non si sente quasi il bisogno del manuale incluso, perché il problema non è capire il sistema di gioco ma tappare, scrollare e navigare per dozzine di voci, anche per fare le cose più semplici. Per eseguire l’attacco di default (che è l’unico necessario per la maggior parte degli scontri) servono almeno tre interazioni piuttosto precise sul touch screen, che diventano quasi una sfida se siete in movimento o semplicemente distratti. Ad aggravare la farraginosità del tutto non aiuta la progressione con un bilanciamento troppo tarato verso il basso, che renderà andare avanti una noia ripetitiva, piuttosto che una sfida continua.

La pietra tombale sul mio desiderio videoludico l’ha messa il fatto che, siccome è un gioco per iPod e tutti i giocatori di iPod amano i puzzle, i designer hanno pensato che ogni 3 per 2 sia necessario risolvere un puzzle insulso (e anche mal spiegato) per accedere ad una nuova zona del dungeon. I puzzle non sono né innovativi né geniali: sono la solita pappa che avete già visto in almeno 10-15.000 altri titoli per iPod che, tra le altre cose, non hanno la sfortuna di avere un mediocre RPG attorno.

Dalle prime impressioni sono parecchio deluso: è raro vedere un prodotto Square-Enix prendere toppe così clamorose. Media Vision o meno, dopo le prime ore di gioco l’impressione è quella di avere tra le mani un gioco costoso (10.56€, un patrimonio per l’AppStore) e graficamente molto curato ma non meno mediocre della maggior parte dell’offerta sull’AppStore.

Le vendite (aiutate da moltissimi e un po’ sospetti giudizi estremamente positivi già a pochi minuti dal rilascio) hanno già incoronato il gioco come un successo ma rimane il dubbio del perché Square abbia investito così tanto tempo e risorse per fare gli stessi numeri della raccolta di sfondi di Final Fantasy.

]]>
https://arsludica.org/2010/04/29/chaos-rings-impressioni/feed/ 4 10794
Final Fantasy XIII https://arsludica.org/2010/03/29/final-fantasy-xiii/ https://arsludica.org/2010/03/29/final-fantasy-xiii/#comments Mon, 29 Mar 2010 05:00:19 +0000 http://arsludica.org/?p=10016 Per saperne di più]]> Prodotto e sviluppato da Square Enix | Piattaforme PS3, X360 | Rilasciato il: 9 Marzo 2010

Pesante come un macigno, Final Fantasy XIII è uscito e si è fatto giudicare. Incurante di tutte le reazioni, dopo un inizio stentato ha iniziato a macinare copie su copie nonostante le critiche. I fan si polarizzano su due schieramenti estremi: chi lo ama e chi lo odia. In molti si chiedono se valga ancora la pena di giocare a un Final Fantasy, anche in virtù delle critiche mosse ai developer orientali di RPG da quelli occidentali, sebbene questi ultimi in realtà si trovino in una non inferiore crisi creativa.

La risposta è semplice: sì, ma non aspettatevi molto. Tredici sa essere irritante e galvanizzante al tempo stesso. È galvanizzante perché ha il miglior combat system e la migliore storia di sempre; è irritante perché tutto è incastrato in una progressione sbilanciata e in uno dei peggiori level design degli ultimi anni.

Tredici non ha mezze misure: diverse decine di ore di gioco vi vedranno imprigionati in mappe linearissime, seppure con scenari che tolgono (quasi) tutti il fiato. A sostenervi in questa inevitabile corsa in avanti una storia orchestrata molto bene e dei personaggi verosimili e generalmente molto poco giapponesi. Con il tempo il gioco si apre ma mai come ci si aspetterebbe, una mancanza che cozza con l’ambizione del resto della produzione.

Il combat system è ottimo ma non lo è altrettanto la progressione dei personaggi e delle battaglie (per lo più obbligate): i designer hanno eliminato qualsiasi tatticismo dal sistema di combattimento; il compito del giocatore è identificare le debolezze del nemico e decidere i ruoli che i singoli personaggi del party copriranno durante lo scontro. Il ritmo è incalzante e inesorabile: le decisioni strategiche pesano e spesso un paio di Optimum sbagliati ti mettono in serio svantaggio. La difficoltà degli scontri è discutibile: a schiere di incontri che si risolvono in pochi secondi si alternano dei boss molto difficili, che richiedono decine di tentativi prima di scoprire la strategia migliore. Fortunatamente ci sono moltissimi checkpoint e se si muore si ritorna in gioco subito prima della battaglia, tuttavia questi stop forzati rovinano un po’ il ritmo degli avvenimenti che pure normalmente è molto ben cadenzato.

Se dovessi definire Tredici in una parola, questa sarebbe stonato. La grafica dettagliatissima fa i conti con animazioni in alcuni casi inspiegabilmente scadenti e mappe che non le rendono giustizia, e il combat system inciampa nella stessa linearità del gioco che invece dovrebbe sostenerlo. Tutto è leggermente fuori fuoco, poco lontano dal giusto equilibrio eppure abbastanza da sentire la differenza.

A farvi andare avanti ci pensano la storia e i personaggi che, anche grazie ai numerosi intermezzi montati e diretti molto bene, hanno una profondità ed una caratterizzazione molto superiore alla media.

Tredici dimostra che un’ottima regia può fare realmente la differenza nella qualità complessiva di un titolo che altrimenti sarebbe potuto essere solo poco sopra la media. Il sistema di gioco basilare e innovativo merita di essere almeno provato, aspettando che Square costruisca attorno ad esso un gioco realmente all’altezza delle sue potenzialità.

]]>
https://arsludica.org/2010/03/29/final-fantasy-xiii/feed/ 13 10016
[Diario] Spazio, ultima frontiera (e non solo) https://arsludica.org/2010/02/25/diario-spazio-ultima-frontiera-e-non-solo/ https://arsludica.org/2010/02/25/diario-spazio-ultima-frontiera-e-non-solo/#comments Thu, 25 Feb 2010 13:41:21 +0000 http://arsludica.org/?p=8845 Per saperne di più]]> Insomma, eccomi qua con un altro diario videoludico. Mentre mi sbattevo in ogni modo possibile per preparare la controversa recensione di Mass Effect 2, spendevo parte del mio restante tempo ludico nei panni del capitano Orlen della nave USS Vesperia, su Star Trek Online.

Accompagnato dal capitano Monops della USS Pazuzu, ci siamo avventurati senza troppa fretta in questo MMOG abbastanza fuori dal comune.

Devo dire che l’impatto iniziale non è stato male. Da quando ho installato la prima beta di Guild Wars sono sempre stato un fervido sostenitore dei giochi massivi in cui ci sia una storia coerente e duratura per tutta la “carriera” del personaggio. Essendo un giocatore “atipico” che non ama affannarsi verso l’endgame per poi far sempre le stesse quattro cose, per me è fondamentale un MMOG che sappia portarmi dove vuole arrivare mantenendomi interessato.

Non c’è male anche se, molto stupidamente, i primi tier di navi sono abbastanza noiosi da pilotare, vista la bassa scelta di equipaggiamento e, quindi, di strategie possibili. La musica cambia (e molto in meglio) dopo i primi dieci livelli. Nonostante tutto, il gioco sta crescendo molto bene e sin’ora, tranne per tutta la zona di Memory Alpha, non ho di che lamentarmi.

Il PVP è sufficientemente complesso, anche se un po’ inconcludente (per analogia, non è molto diverso dai battlegrounds di WoW), ma Cryptic sembra volervi porre rimedio, proponendoci proprio l’altro giorno una survey sulle feature future in cui si parla di conquista territoriale fatta tramite PVP.

Dynaverse redivivo? Speriamo!

Di tenore del tutto diverso la mia esperienza con Breath of Fire II su GBA. Dopo aver giocato al primo un paio di anni fa ed esserne rimasto soddisfatto (in particolare perché durava il giusto), mi sono fatto attirare dalle sirene che descrivevano il sequel come una fedele riproduzione della versione SNES, cosa che probabilmente è vera. Il problema più grosso, però, è la traduzione malconcia (fatta di abbreviazioni, a tratti incomprensibili) e una qualità generale del gioco che oscilla tra lo scadente ed il noioso. Probabilmente è solamente un RPG invecchiato molto male (ricordiamo che la sua prima edizione è del 1994) e che non è riuscito ad attualizzarsi con le modifiche ristrette al gameplay della versione GBA.

Per lo meno in futuro potrò giocare a Breath of Fire IV senza troppi problemi o curiosità sui precendenti episodi.

Per ora, però, basta RPG: il prossimo gioco sospeso (da otto mesi) da liquidare è l’ottimo Fire Emblem: The Sacred Stones, sempre per GBA.

I Fire Emblem sono l’opposto dei Breath of Fire: strategici un po’ rigidi ma comunque attualissimi, con delle storie trascinanti e dettagliate, di quelle che non vedi mai l’ora di sapere come vadano a finire. Ne parleremo tra qualche giorno.

Se solo eliminassero la morte permanente dei seguaci, il mondo sarebbe un posto migliore.

]]>
https://arsludica.org/2010/02/25/diario-spazio-ultima-frontiera-e-non-solo/feed/ 2 8845
[Diario] Dialogo o silenzi? https://arsludica.org/2010/02/04/dialogo-o-silenzi/ https://arsludica.org/2010/02/04/dialogo-o-silenzi/#comments Thu, 04 Feb 2010 07:00:34 +0000 http://arsludica.org/?p=8309 Per saperne di più]]> OK, la pianto di spammare news e vi aggiorno con un altro diario ludico. Ufficialmente dichiaro aperta la mia stagione RPG 2010. L’anno scorso ne ho lasciati molti in sospeso ed è ora di recuperare. Così mentre Mass Effect 2 (X360) inizia, ho deciso di finire Lost Odyssey (X360), che era appeso al disco 2 da una vita, di iniziare Ar Tonelico (PS2) e di alternare a tutto questo qualche sparatoria ad Halo ODST (X360) (che rimane la solita cagata, giusto un po’ meno cagata del pretenzioso Halo 3, fortuna per il multiplayer) e l’immancabile Borderlands (X360).

Per quanto mi riguarda, Lost Odyssey sancisce la superiorità della parola scritta sui dialoghi doppiati e le cutscene. La profondità di un racconto breve, contestualizzato nel gioco, batte qualsiasi dialogo ben doppiato in particolar modo quando si devono veicolare stati d’animo ed emozioni. Il dialogo televisivo, ancor peggio se interattivo (non si può creare dramma se il giocatore deve sacrificare l’escapismo per prendere una fredda decisione basata sul calcolo e la pianificazione), non ha quella potenza espressiva che solo la descrizione di silenzi e gesti sanno dare. Se poi, molto subdolamente, il racconto breve fa anche da codex, la goduria e l’immersione è garantita. L’unico problema nello storytelling di Lost Odyssey è che i Mille Anni di Sogni coinvolgono fin troppo: l’inizio è veramente faticoso, per quanto sono tetre le storie narrate.

Bioware ed i suoi epigoni devono assolutamente iniziare a valorizzare i silenzi e l’introspezione, perché non è affatto detto che tutto possa essere ridotto ad uno scambio di battute e qualche occasionale sganassone. Non mi fraintendete, giocare Mass Effect 2 è piacevolissimo ma questa fede cieca nel dialogo come panacea di tutti i mali inizia a sapere di vecchio. D’altronde era una novità con Maniac Mansion… Volenti o nolenti ormai siamo nell’era di Heavy Rain, un gioco dove i silenzi contano più delle parole. Di Mass Effect 2 probabilmente parlerò in un prossimo diario o in un approfondimento dedicato.

Una segnalazione anche per Ar Tonelico: giocatelo! Probabilmente lo troverete per quattro noccioline. Se sopportate la grafica 2D ed una storiella spumeggiante è probabile che questo titolo vi piaccia. E’ leggerissimo, il combat system non è intrusivo (anche se è parzialmente a turni e con parsimoniosi incontri casuali), l’azione è veloce e la storia si dipana in millemila maniere: 7 finali possibili a cui si arriva tramite filoni narrativi diversi, per ognuno dei quali si impiegano al massimo 20 ore. E’ stata una piacevole sorpresa.

Nonostante i toni un po’ maliziosi (che non sono i miei preferiti, quando si parla di storytelling alla giapponese) c’è un gradevole sistema di approfondimento delle relazioni con i comprimari. Anche in questo caso c’è un uso simbolico dell’introspezione (che diventa una specie di mini-game): dovrete aiutare alcuni personaggi ad accettare difetti della propria personalità o a superare complessi personali, con risulati non sempre ovvi.

Dialogo o silenzi? L’utilizzo non è interscambiabile. Un gesto ben collocato, ad esempio una Lara Croft che si osserva le mani, sconcertata dal fatto che è arrivata ad uccidere un uomo per correre dietro ad un tesoro, ha molto più peso di qualsiasi linea di dialogo.

Dopo anni di superficiali orge multimediali, ci credo molto nel tornare ad utilizzare i silenzi ed il simbolismo come mezzo di narrazione.

]]>
https://arsludica.org/2010/02/04/dialogo-o-silenzi/feed/ 7 8309
[Retrospec] Shin Megami Tensei https://arsludica.org/2009/09/30/retrospec-shin-megami-tensei/ https://arsludica.org/2009/09/30/retrospec-shin-megami-tensei/#comments Wed, 30 Sep 2009 05:00:22 +0000 http://arsludica.org/?p=5346 Per saperne di più]]> 0

Qualcosa di strano accade a Tokio: la città è occupata dalle forze americane, un movimento sedizioso trama nell’ombra ed un olocausto atomico incombe. Il protagonista, memore di un sogno profetico, si trova suo malgrado coinvolto negli intrighi che serpeggiano per una metropoli allucinata e delirante, divenendo lo strumento che ne innescherà la fine…

8

Fast forward di 30 anni: il mondo è sotto un regime totalitario, i demoni sono liberi per il pianeta e solo il nostro Demon Buster, aiutato dai suoi amici e dagli esseri soprannaturali che riuscirà ad assoggettare, può portare di nuovo equilibrio tra le forze del bene e quelle del male.

1068067541-00

Shin Megami Tensei è lungo ed ostico, lo si capisce dal momento in cui inzia a vomitare i titoli di apertura, dopo quasi 10 ore di gioco. È ostico perché attinge dagli spietati dungeon crawler che piacciono tanto ai giapponesi (si gioca come Wizardry ma ha il mapping automatico). È ostico perché senza un’esperienza su un MegaTen più recente, comprendere l’uso delle magie o l’esito delle fusioni dei demoni è una specie di roulette russa che spesso si risolve con il game over. E il manuale (in giapponese, ovviamente) aiuta poco o nulla.

17

I combattimenti a turni vi stremeranno, costringendovi a navigare arzigogolati menù e ad affrontare vere e proprie ondate di nemici. Fortuna che qualcuno in ATLUS ha pensato di introdurre un’opzione di autocombat. Sfortuna che il resto dell’industria abbia copiato con dieci anni di ritardo.

9

Perché vale la pena provarlo? Perché dietro questa scorza dura c’è un signor gioco, di quelli di una volta, con un sacco di testo e personaggi interessanti, perché tutto quello che farete vi verrà ritorto contro, perché questo è uno dei pochi RPG che dà un vero senso alla parola ethos. Perché il sistema di gioco è molto flessibile e la procedura di asservimento e fusione dei demoni è un Pokémon ante-litteram senza banalizzazioni.

1067802726-06

Primitivo, rozzo, non all’altezza della piattaforma su cui girava, Shin Megami Tensei rimane comunque la pietra angolare della fortuna di ATLUS, nonché uno dei JRPG più influenti dell’era 16bit. E c’è un perché.

Shin Megami Tensei è stato pubblicato e sviluppato da Atlus nel 1992 per Super Nintendo. La patch da usare con un emulatore che rende il gioco in inglese è stata realizzata da Aeon Genesis Translation Production, e la trovate qui. La versione giapponese della cartuccia è facilmente reperibile su eBay US a prezzi molto contenuti.

]]>
https://arsludica.org/2009/09/30/retrospec-shin-megami-tensei/feed/ 4 5346
Final Fantasy Fables: Chocobo Dungeon https://arsludica.org/2009/09/18/final-fantasy-fables-chocobo-dungeon/ https://arsludica.org/2009/09/18/final-fantasy-fables-chocobo-dungeon/#respond Fri, 18 Sep 2009 05:00:55 +0000 http://arsludica.org/?p=5705 Per saperne di più]]> Sviluppato da h.a.n.d | Pubblicato da Square Enix
Wii | Rilasciato il 11/07/08

Vi confesso che sono rimasto piacevolmente sorpreso quando, alcune settimane fa, ho tirato fuori dalla mia inesauribile riserva di giochi Chocobo Dungeon per farmici un giro. L’avevo comperato al day one e messo da parte come RPG di back-up, dando per scontato che fosse solo l’ennesimo reskin di una lunga serie. Sull’acquisto aveva giocato il buon ricordo che avevo avuto dei due titoli usciti per PS1, ma non mi sarei mai aspettato che questo nuovo episodio si sarebbe rivelato un titolo molto più originale, anche se tecnicamente ancora un po’ lacunoso.

939442_20080701_screen010

Per chi non lo sapesse, la serie Mistery Dungeon, con i dovuti aggiustamenti e semplificazioni per console, riproduce l’esperienza di gioco dei roguelike per PC: si crea un eroe e lo si invia a fare stragi in un dungeon generato casualmente, sino al raggiungimento di un obiettivo di massima (di solito recuperare qualcosa o uccidere qualcuno). Nonostante i vari adattamenti in salsa Pokémon, Final Fantasy o altro, i Mistery Dungenon rimangono sempre sulla pericolosa soglia della mediocrità per via di una realizzazione tecnica solitamente appena passabile e per una propensione verso l’essenzialità estrema che riduce la storia a un pretesto e poco altro.

939442_20080701_screen016

Chocobo Dungeon parte invece con una lunghissima (circa un’ora) introduzione/tutorial. Chocobo, accompagnando il suo amico Cid in un’esplorazione, si ritrova catapultato nella città di Lostime, situata sull’isola di Memoria. Dopo aver capito di essere finiti in un universo parallelo, Cid perde i suoi ricordi per via del rintocco di una campana maledetta che condanna i cittadini di Lostime all’oblio. Con l’aiuto di una giovane maga bianca, Shirma, e di un curioso bambino piovuto dal cielo in un uovo, Raffaello, Chocobo si impegna a restituire i ricordi agli abitanti di Lostime, aiutato da Raffaello che è in grado di entrare nei “dungeon della memoria” (in pratica la psiche) delle inermi vittime della campana dell’oblio per curarle.

939442_20080701_screen019

La rottura rispetto alla mediocrità si vede nella profusione di intermezzi e filmati che ribadiscono l’attenzione che Square dà a queste cose. Gli stessi personaggi sono varii e ben rappresentati, alcune macchiette comiche sono degne di Final Fantasy ed hanno dialoghi ben scritti. In piena tradizione Square, la storia inizia quasi subito a tingersi di un nero velato di morbosità, in aperto contrasto con la scanzonata caratterizzazione dei personaggi, complicandosi di pari passo con il livello di sfida dei dungeon. Il sistema di gioco, contando sul rodato Job System di Final Fantasy, rimane fresco e vario proprio perché Chocobo deve alternare spesso il proprio stile di gioco alle necessità della missione in corso.

939442_20080701_screen006

Il resto delle meccaniche rimane fedele a Mistery Dungeon. Ogni azione propria corrisponde a un’azione effettuata dai nemici: questo rende l’esplorazione simile al movimento in un boardgame e permette di mettere in piedi veri e propri schemi e gambetti per sconfiggere i propri avversari. Manovrare ed usare al meglio le varie azioni a disposizione diventerà via via più complicato grazie ad abilità che richiederanno più turni per essere eseguite e alla necessità di affrontare più nemici alla volta.

939442_20080701_screen012

Mixato a questo sistema piuttosto retrò ci sono delle trovate che ne migliorano l’accessibilità: basta camminare per recuperare punti ferita e mana fuori dalle battaglie (e si può persino correre sul posto per velocizzare la cosa, state solo attenti ai nemici nelle vicinanze!), si può evitare un incontro perché i nemici sono più lenti e si localizzano da molto lontano sulla minimappa. Un’altra grande notizia è che tutto avviene senza menù o interfacce a disturbarci: ci si muove con i tasti direzionali e si utilizzano due tasti per le azioni contestuali. Anche i turni sono trasparenti, dando l’illusione di giocare più a Zelda che ad un SRPG: le animazioni sono sincronizzate per dare l’illusione del tempo reale. Viceversa, se c’è bisogno di prendersi una pausa per pensare, basta farlo: i nemici aspetteranno la nostra prossima azione all’infinito. Qualche menù ovviamente c’è ma è legato alle attività di amministrazione del personaggio e dell’equipaggiamento. Insomma, immediatezza pura.

939442_20080701_screen013

I più impazienti saranno contenti di sapere che anche quando i dungeon sono lunghi e gli avversari impegnativi c’è un orientamento verso la velocità di esecuzione: i normali mostri si eliminano in un paio di turni sapendo quali sono gli attacchi migliori contro di loro, l’esplorazione dei piani più grandi richiede al massimo una manciata di minuti e c’è spesso un premio ad attenderci. Il passaggio tra un livello e l’altro nei dungeon offre graduali indizi sulla vita passata dei comprimari, alcune volte con esiti drammatici, aumentando di molto l’interesse. Tra un dungeon e l’altro succede sempre qualcosa in città e si dovrà assistere a parecchi eventi prima di essere pronti alla prossima avventura.

939442_20080701_screen001

Oltre ai dungeon c’è poi l’esplorazione della città e alcune piccole attività collaterali, come svolgere qualche side quest per i varii e curiosi personaggi che la abitano, pescare, commerciare, urlare frasi d’amore (!) e via discorrendo. Nulla di assurdamente complesso, ma comunque un bel modo per prendersi una pausa tra un problematico boss e l’altro.

L’aspetto tecnico convince a tratti: la presentazione grafica è gradevole e le texture hanno un ottimo livello di dettaglio, tanto da far notare molto la differenza tra la modalità SDTV e EDTV del Wii. Lo stesso vale per i filmati, che hanno una qualità cinematografica. Le animazioni delle sequenze narrative ed esplorative, invece, non convincono molto: i personaggi ballonzolano un po’ troppo durante le conversazioni. Diversa la storia per le animazioni nei dungeon: Chocobo è credibile e dinamico, come anche i suoi avversari.
Anche il sonoro ha i suoi punti deboli: la colonna sonora è composta quasi del tutto da brani già usati in altri giochi e solo qualcuno è stato riarrangiato per l’occasione. Spicca il brano cantato di Ai Kawashima (Door Crawl) ma solo per differenza stilistica.

Sebbene il Wii non abbondi di titoli per hardcore gamer, la giocabilità di Chocobo Dungeon ne fa uno dei migliori RPG presenti per tale piattaforma e dispiace un po’ che le sue potenzialità siano rimaste imbrigliate all’interno della serie Mistery Dungeon (qui comunque nella sua massima espressione). L’idea avrebbe meritato un sistema di gioco dedicato e un budget più alto.

]]>
https://arsludica.org/2009/09/18/final-fantasy-fables-chocobo-dungeon/feed/ 0 5705
Tales of Vesperia: prime impressioni https://arsludica.org/2009/07/10/tales-of-vesperia-prime-impressioni/ https://arsludica.org/2009/07/10/tales-of-vesperia-prime-impressioni/#comments Fri, 10 Jul 2009 05:00:05 +0000 http://arsludica.org/?p=4887 Per saperne di più]]> Sviluppato da Namco Tales Studio | Pubblicato da Atari
Piattaforme X360, PS3 | Rilasciato a Giugno 2009 (X360), Settembre 2009 (PS3)

La serie Tales di Namco è una delle più prolifiche del panorama giapponese, annoverando ben 12 titoli dalla qualità molto altalenante. La maggior parte di essi sono basati sul setting creato con il primo capitolo della serie, Tales of Phantasia, e ne esplorano ere diverse senza quasi alcun collegamento o continuità cronologica tra un episodio e l’altro. Tales of Vesperia, come aveva già fatto Tales of Destiny su Playstation, rompe questa continuità proponendo un setting nuovo, anche per facilitare l’esperienza di gioco ai nuovi utenti di Xbox 360.

Le avventure di Vesperia si svolgono nel mondo di Terca Lumireis. In questa ambientazione non esiste la magia ma una forma di energia arcana detta “blastia”, retaggio di una civiltà precedente che l’ha intrappolata in apposite sfere cristalline. La blastia viene monopolizzata dall’aristocrazia come una inesauribile fonte di energia e di potere. Tuttavia, nel corso delle ere diversi avventurieri e le maggiori gilde del mondo sono entrate in possesso di alcuni frammenti di blastia, iniziando ad antagonizzare il potere costituito. Diversamente da molti altri titoli della serie, tristemente noti per storie un po’ troppo complesse o immateriali per essere divertenti, Vesperia parte subito con una trama e dei personaggi interessanti, anche se non nasconde affatto le sue influenze Anime. Siamo quindi di fronte alle maschere classiche dei cartoni giapponesi: c’è il duro dal cuore tenero (Yuri, il protagonista), il monello dalle mille risorse (Karol), l’affascinante quanto ingenua ragazza contesa (Estellise), passando per un cane orbo che porta una pipa in bocca e che veste come Ozzie Osbourne (Repede, sul cui conto il manuale occidentale precisa che la pipa è solo un ricordo del precedente padrone e che non la fuma realmente).

La storia vede Yuri coinvolto in un complotto con tanto di tentativo di assassinio ai danni di Flynn, un suo vecchio amico, nonché uno dei più prestigiosi ufficiali della guardia imperiale (di cui anche Yuri fu membro). Questi eventi lo porteranno a dover lasciare i bassifondi della capitale (in cui difende i diritti dei poveri, bistrattati dall’aristocrazia) per rintracciare e mettere in guarda l’amico, insieme a Estellise e a Repede. Il viaggio si rivela subito molto arduo: tutte le città di Vesperia sono protette da un’apposita barriera che tiene lontani i mostri e sono poche le persone che riescono ad affrontare con sicurezza lunghi viaggi esplorativi, figuriamoci un’avventura epica come quella in cui si imbarcano i nostri eroi…

A prima vista il gioco ha una presentazione eccellente: il suo motore grafico usa con disinvoltura geometrie e texture molto semplici creando atmosfere e fondali da opera d’arte. Gli scenari virano dal fiabesco all’originale: nelle prime ore di gioco li vedrete spaziare da enormi biblioteche-città a giganteschi alberi-barriera, passando per fortini quasi western e fiabeschi castelli pieni di torri. I fondali letteralmente bucano lo schermo: esplorando una foresta vedrete sullo sfondo radure dove avviene sempre qualcosa, in qualche caso avrete anticipazioni di boss successivi o di creature più potenti che incontrerete in seguito. Nelle città i fondali aggiungono spessore agli ambienti: la piazza del mercato acquisisce maggiore credibilità con decine di attori che si industriano sullo sfondo mentre gli NPC interattivi sono tutti a portata di mano in primo piano.

Il character design, e in particolare il monster design, è sublime: uno stile morbido e pacioccoso accomuna tutti i mostriciattoli mentre per i personaggi è basico quanto essenziale: le persone con il look dandy sono i buoni e tutti quelli che assomigliano ai Tokio Hotel sono i cattivi. Questa si che è pedagogia!

La grafica tuttavia non è priva di alcune imperfezioni: un primo problema si nota con le animazioni degli intermezzi (la maggior parte sono in-game, anche se i più complessi sono realizzati con sequenze di animazione), che in molti casi sono troppo rigide e robotiche. L’altro problema sono le animazioni dei cartoon utilizzati durante gli skit (ne parleremo a breve) che invece risultano poco fluide, quasi fossero conversioni in grafica HD di vecchie animazioni a 16bit con pochissimi frame.

tales-of-vesperia-4

Gli skit sono ormai un elemento essenziale dei Tales. Essi non sono altro che speciali dialoghi di approfondimento che avvengono tra i membri del party. In Vesperia raramente capiterà che un passante vi massacri con informazioni sulla geografia circostante o sulle doti di questo o quell’altro oggetto: quando si è in una situazione che necessita di ulteriori informazioni, il gioco segnalerà discretamente la presenza di uno skit. Basterà premere Back ed un breve dialogo opzionale chiarificherà il contesto. In Vesperia ce ne sono oltre 500, è chiaro quindi che le animazioni mal fatte tolgono qualcosa a dialoghi spesso scoppiettanti e pieni di gag.

L’interfaccia utente è un altro esempio di essenzialità e praticità d’uso (e non tutti i vecchi Tales possono dire lo stesso, alcuni si perdono in decine di farraginosi sottomenù). Le skill di combattimento, l’equipaggiamento, gli ingredienti per la sintesi degli oggetti e la cucina (qui praticamente equiparati) sono tutti facilmente raggiungibili e ispezionabili, grazie a poche e grosse icone che fanno molto bene il loro dovere, tanto che nella maggior parte dei casi approfondire gli effetti numerici sulle statistiche di un oggetto è quasi superfluo. Come da tradizione, durante il combattimento si accede ad un discreto menù in sovraimpressione alla scena che cambia contestualmente al personaggio in uso.

La colonna sonora è un classico esempio di melodie fantasy giapponesi e non tutte le tracce sono ad altissimi livelli (alcune tradiscono il sintetizzatore, ma potrebbe essere una feature voluta). Fortunatamente c’è parecchia varietà e le melodie che sentirete più spesso sono molto orecchiabili e raramente risultano fastidiose. Come da aspettarsi c’è l’immancabile riff rocchettaro durante i combattimenti. Ecco una selezione dei principali battle theme:

Il combat system è oggetto di amore-odio per gli amanti e i detrattori della serie. Tutti i Tales offrono un sistema di combattimento 2D in tempo reale, simile ad un beat-em-up in cui il giocatore controlla uno dei membri del gruppo e lascia gli altri alla IA tramite strategie preimpostate o al più complicato controllo manuale. Il sistema è molto appagante durante i combattimenti più importanti (in cui la difficoltà dello scontro può essere mitigata dalla bravura e dai riflessi del giocatore) ma può risultare un po’ ripetitivo durante gli scontri di routine, specie se paragonato ai combattimenti a turni basati su menu, dove pigiando ripetutamente lo stesso tasto si risolve in pochi secondi un incontro molto facile. Vesperia ce la mette tutta per valorizzare la sua tradizione: fornisce bonus per i combattimenti condotti nel migliore dei modi (prendendo meno danni o essendo più veloci) ed offre un sistema di ranking online con il quale confrontare i record delle proprie imprese con altri giocatori.

Rispetto ad altri titoli, qui i combattimenti scorrono più agevolmente grazie ad uno skill system più vario che rende i personaggi più incisivi. Per velocizzare ancora di più l’azione è possibile anche concatenare più incontri in un unico combattimento, attirando l’attenzione dei nemici. Questa scelta farà guadagnare anche maggiori punti esperienza e ricompense.

Ogni personaggio può effettuare attacchi speciali (“Artes”) che impara o acquisisce durante la progressione. Come tradizione insegna c’è poco o nulla di nuovo sotto il sole: le dinamiche delle Artes sono più o meno quelle già viste in altri capitoli, magari con un nome diverso ed effetti grafici aggiornati.

A questo sistema se ne aggiunge un altro sistema, quello delle Skill passive che possono venire acquisite (o utilizzate direttamente) dagli oggetti: queste abilità hanno un costo di attivazione in punti e un personaggio ne potrà attivare tanti quanti gli consentono i punti skill che ha a disposizione. Il tutto non è molto diverso da un destrutturato skill tree, con l’eccezione che è possibile cambiare le scelte fatte in precedenza quando si vuole. Nonostante ci siano decine e decine di skill acquisibili sintetizzando centinaia di oggetti diversi, i designer hanno ulteriormente valorizzato il nuovo sistema creando delle sinergie reciproche tra determinate abilità. Se questo si verifica l’efficacia del personaggio sarà ulteriormente aumentata.

Ecco un esempio di cosa sapranno fare i vostri personaggi utilizzando Artes, Skill e il contatore di Over Limit, che amplifica l’attacco e la velocità dopo aver raggiunto un determinato livello di danni subiti o causati:

In passato alcuni titoli della serie Tales sono stati criticati per i troppo frequenti incontri casuali (anche se ogni titolo prevede sin da subito oggetti che azzerano o limitano tale frequenza) e Vesperia, come altri moderni JRPG, tenta di controbilanciare gli incontri completamente random con incontri su mappa. In realtà questo sistema è più un palliativo psicologico che un reale vantaggio: la mappa viene ripopolata di nemici molto velocemente (spesso facendoli apparire molto vicino al giocatore) e nonostante siano visibili su mappa nella maggior parte dei casi non sono evitabili affatto. Combattere in Vesperia è un male necessario: nel gioco la progressione è importantissima e, considerato che ogni personaggio ha un level cap di 200, evitare troppi incontri può rendere arduo l’esito di alcuni scontri con i boss nei momenti topici della storia. Fortunatamente, almeno per la fase iniziale del gioco, basta essere molto metodici nell’esplorazione delle mappe per racimolare quel minimo di esperienza necessaria a superare gli incontri in scioltezza (obiettivo non sempre raggiunto nei precedenti Tales).

A queste caratteristiche di gioco si affiancando due diversi sistemi di crafting: uno, quello della cucina, che è sempre stato un elemento caratterizzante dei Tales e l’altro, quello della sintesi, che è una versione migliorata dei precedenti sistemi di evoluzione dell’equipaggiamento. Per entrambi i tipi di ricette sarà possibile interagire con NPC o con libri che elencheranno gli ingredienti con le posizioni delle regioni (o creature) da cui procurarseli. Mentre la cucina permette di improvvisare rimedi ai vari effetti di status ed effetti di buff per il party, la sintesi permette di far evolvere e creare ex-novo oggetti, armi e armature.

tales-of-vesperia-3

Oltre a quanto detto, non mancano quest secondarie, sottotrame nascoste (utili anche per scovare tutte le ricette e le skill del gioco), eventi durante l’esplorazione del mondo e l’immancabile arena, un altro classico della serie, dove il party sarà soggetto a prove di abilità in combattimento con difficoltà e ricompense via via crescenti. Simpaticamente, in Vesperia molti avversari dell’arena sono boss tratti dai titoli precedenti. Anche i titoli che i personaggi si guadagnano compiendo le varie imprese sono stati valorizzati meglio: ad ognuno è associato un diverso costume a tema, che a sua volta può essere leggermente modificato da appositi accessori. Visto che guardarete i vostri personaggi per decine e decine di ore, un po’ di varietà non guasta mai.

Tirando le somme con Tales of Vesperia ci troviamo di fronte a un solido RPG, forse un pelino troppo tradizionalista (alla fine le migliorie elencate sono più tecnicismi da appassionato che vere e proprie evoluzioni) che può essere apprezzato appieno solo se c’è sintonia con il particolare sistema di gioco. Chi vi scrive lo trova sicuramente il miglior titolo del genere uscito sin’ora per X360 ed uno dei must play cross-platform dell’anno: i desiger sono riusciti a dare alla serie un doveroso restyle grafico mantenendo inalterati i pregi che da sempre la contraddistinguono e mitigando gran parte dei suoi difetti.

Prima di concludere, un paio di considerazioni sulla versione X360 provata: il gioco fa del suo meglio per incorporare gli Obiettivi ma ancora non ci riesce appieno. Circa la metà degli Obiettivi richiedono replay multipli e, per alcuni di essi, ore ed ore di attività semplicemente idiote (come camminare per decine di ore complessive nella mappa del mondo). Quelli restanti invece sono un esempio da seguire nell’assegnazione di obiettivi in ambito RPG: ogni evento principale, quest secondaria o segreta ha il suo badge con cui ricompensare il giocatore. È lecito supporre che gli stessi obiettivi saranno esportati come trofei PSN, le icone stesse degli Obiettivi ricordano molto il sistema di Sony.

Buone notizie per i bistrattati possessori di PS3. Il ritardo accumulato per i soliti problemini tecnici dovuti al porting garantirà qualche ghiotto bonus: la versione per console Sony prevederà un personaggio aggiuntivo e sembra sarà venduta in bundle con un Anime che racconterà il prequel della vicenda (presumibilmente il passato di Yuri). Sin’ora non dovrebbe esserci da temere per la qualità del port: molti network assicurano che dalle prime demo l’ottima qualità complessiva del gioco sembra rimasta invariata.

]]>
https://arsludica.org/2009/07/10/tales-of-vesperia-prime-impressioni/feed/ 9 4887
White Knight Chronicles e la crisi dei JRPG https://arsludica.org/2009/06/05/white-knight-chronicles-e-la-crisi-dei-jrpg/ https://arsludica.org/2009/06/05/white-knight-chronicles-e-la-crisi-dei-jrpg/#comments Fri, 05 Jun 2009 05:00:18 +0000 http://arsludica.org/?p=4662 Per saperne di più]]> Sono passati circa sei mesi da quando White Knight Chronicles per PS3 è uscito sul mercato giapponese, ed è passato un po’ di tempo da quando l’ho portato a termine. Tempo che in un certo senso mi è servito per riflettere sia su questo gioco, sia su quello che potrebbe essere definito come un momento di stallo del genere dei JRPG.

Prima di lanciarmi in considerazioni e pensieri sparsi, vale la pena spendere due paroline su WKC (consentitemi questa agevole abbreviazione).

Figo eh? Peccato il gioco sia di una tediosità inaudita.

Sviluppato da Level 5, che a detta di alcuni (pazzi, secondo me) rappresenterebbe la “nuova Square”, si proponeva al pubblico giapponese e agli amanti dei giochi di ruolo nipponici come il primo vero masterpiece per PS3. I trailer propinati alle varie conferenze in un certo senso avevano contribuito a creare il solito hype e a sobillare le solite aspettative intorno ad esso, e devo ammettere che io stesso mi feci in parte influenzare dalla campagna marketing. Insomma, ci ero bellamente cascato e quando ordinai la mia copia di importazione fui veramente ansioso di provarlo.

Le aspettative, come avete potuto intuire dal titolo, furono ahimè parzialmente tradite.

Chiariamo subito una cosa: WKC non è affatto pessimo, ma d’altra parte non è neanche lontanamente ottimo. È la perfetta sintesi dei problemi che affliggono l’attuale generazione di JRPG.
La storia rasenta la banalità: abbiamo la solita principessa rapita, con il protagonista che per destino/caso ottiene un potere magico (la trasformazione nel White Knight) che gli consente di incaricarsi del recupero della nobile fanciulla. L’espediente narrativo più usato e vecchio di sempre. Ma vabbè, fin qui non è il caso di disperarsi più di tanto. Il dramma sopraggiunge quando si comincia a sviscerare il sistema di combattimento: quest’ultimo è per certi versi scopiazzato da vari MMROPG, in pratica si affronta un avversario in tempo reale, senza turni e senza alcuna transizione tra fase esplorativa e combattimento.

A descriverlo così non sembrerebbe malvagio, ma il problema consiste nel fatto che il ritmo dei combattimenti e dei colpi che si infliggono è di una lentezza inaudita. Non solo; nonostante si possano creare svariate combo di mosse queste ultime consumano troppo in fretta i punti abilità, che oltretutti impiegano molto tempo a ricaricarsi (a patto di non riuscire a sbloccare una skill molto avanzata che ne accelera la rigenerazione). Come se non bastasse, la trasformazione in White Knight spesso finisce con il consumare tutti i punti abilità, cosa che scoraggia totalmente l’uso delle combo in favore del tenersi buona la trasformazione per le occasioni in cui si rende necessaria.

Riassumendo in soldoni poveri, il sistema di combattimento di WKC sebbene apparentemente offra tanto non riesce nei fatti ad esprimere le sue potenzialità perché cerca di rendersi troppo user-friendly, al punto da rendere tutta l’esperienza di gioco troppo lenta, poco coinvolgente e poco stimolante, anche dal punto di vista tattico. È difficile non far subentrare la noia anche negli scontri che in teoria dovrebbero essere  più interessanti (come quelli con draghi e mostri giganti). A questa pecca si aggiunge la storia banale già citata e una caratterizzazione dei personaggi che scade nei peggiori cliché. Non se ne salva uno, né il protagonista, né i suoi compagni di viaggio, né gli antagonisti. Un vero peccato, per un gioco che tecnicamente è fatto molto bene, con ambienti da esplorare molto vasti e discretamente caratterizzati.

Scontro fra Titani. Nonostante la gran quantità di skill utilizzabili lo spessore tattico va letteralmente a farsi benedire. Basta usare il White Knight.

Ed è qui che mi accorgo, dopo aver constatato tutte queste lacune, di come White Knight Chronicles non sia un caso sporadico, bensì il perfetto esempio della situazione nella quale si trovano a versare i giochi di ruolo giapponesi di ultima generazione. Pensiamoci su, escludendo Valkyria Chronicles (che è un T-JRPG), quali altri JRPG memorabili sono usciti fin’ora da quando sono in commercio sia la 360 che la PS3 (includerei anche il Wii ma non possedendolo non mi pronuncio)? Nessuno.

Bene o male tutti i JRPG fin’ora disponibili oscillano tra il mediocre e il discreto. Qualcuno ha pecche nello storytelling (Infinite Undiscovery), qualcun’altro resta troppo ancorato a meccaniche del passato (Lost Odyssey, Blue Dragon), qualche altro ancora ha buone idee ma non riesce a sfruttarle bene (The Last Remnant), ma nessuno riesce a proporre un’esperienza di gioco che sappia essere pienamente soddisfacente in tutti i suoi aspetti, e in tutte le sue sfacettature.

L’epoca d’oro dei JRPG è stata ai tempi della prima Playstation (e non solo, aggiungiamo anche il Saturn e il Dreamcast) e in parte anche durante l’era della PS2. In quegli anni i JRPG avevano raggiunto un certo grado di maturità, gli sviluppatori avevano conseguito un certo grado di consapevolezza nei propri mezzi e nelle proprie capacità. Assistevamo alla nascita di giochi che sapevano coniugare storie appaganti, personaggi accattivanti e memorabili, a meccaniche di gioco varie e curate nei minimi particolari. Senza andare a scomodare i vari Final Fantasy, basta ricordare giochi come Xenogears, Valkyrie Profile, Vagrant Story, Suikoden, Panzer Dragoon Saga, Chrono Cross, Persona, i vari Shin Megami Tensei e via discorrendo. Ambientazioni diverse, storie diverse, personaggi che avevano una chiara identità e non erano semplicemente la fotocopia dello stereotipo X o Y.

Cosa è successo quindi? Cosa è cambiato in questi anni? Da un lato senz’altro è cambiato il pubblico. O meglio, si è allargato. Tra i giocatori di JRPG oggigiorno rientrano anche le ragazze, specialmente tra il pubblico giapponese. Questo si riflette per esempio nello stesso look dei personaggi: il protagonista medio è spesso simile all’ideale di bishouen, bel ragazzo dai lineamenti femminili vestito con abiti decisamente appariscenti che tanto piace laggiù al pubblico femminile. Ma sarebbe troppo facile nonché poco corretto attribuire l’intera colpa a un ampliamento del pubblico giocatore di JRPG. In realtà le cause di questa apparente situazione di stallo sono dovute ad una palese mancanza di stimoli. Negli ultimi anni gli sviluppatori giapponesi, forse appagati dall’enorme successo che li ha premiati nelle precedenti generazioni di console, non hanno mostrato grande interesse né volontà nel continuare a innovare e ad approfondire un genere che in questa attuale generazione non fa che ripetersi, e in alcuni casi peggiorare, attraverso la banalizzata riproposizione di temi e meccaniche già viste.

Bello e Tenebroso, dal volto femmineo come un cantante J-Pop. Basta questo per soddisfare l'attuale pubblico di JRPG, o forse sarà il caso di mostrare un po' più di sostanza e un po' meno apparenza?

Dal lato della narrazione la situazione è senz’altro peggiorata: la necessità di rendere questo genere di giochi più accessibile ha purtroppo portato alla creazione di storie e di personaggi spesso privi di spessore, perché devono essere facilmente e immediatamente comprensibili a tutti, sin dai primi minuti di gioco. La storia comincia a perdere la forza trascinatrice che aveva ai tempi della PSX, le tematiche, salvo alcune eccezioni (vedi Persona 3 e 4) si semplificano e spesso propongono una visione troppo dicotomica del bene e del male.

Dal lato del gameplay e delle sue meccaniche, gli sviluppatori si dividono tra coloro che non riescono ad evolverne gli schemi, e coloro che timidamente provano ad innovarle ma nella direzione sbagliata (quella che vorrebbe copiare i MMORPG). In entrambi i casi però, spesso ci si ritrova davanti a prodotti che hanno il sapore di essere più dei mezzi-esperimenti non portati a termine, piuttosto che a meccaniche definite e dietro alle quali vi è una chiara visione e un progetto delineato e portato interamente a compimento.

Detto molto onestamente, non so come gli sviluppatori giapponesi usciranno da questa situazione di stallo. Guardando ai titoli previsti per il futuro e quelli di imminente uscita sul mercato europeo (Star Ocean 4 e Tales of Vesperia) ho la sensazione che non assisteremo a grossi sconvolgimenti. Final Fantasy 13 potrebbe concretizzarsi nel primo vero masterpiece di questa generazione, ma ci sono anche le potenzialità per uno splendido fallimento qualora dovesse cadere vittima dei cliché e degli stereotipi. Sotto questo aspetto si percepisce la volontà di Square-Enix di voler “tornare ad essere grande”, ma al tempo stesso si percepisce anche l’inevitabilità di come ormai anche gli sviluppatori giapponesi siano per certi versi costretti a prostituirsi (in termini di idee, di tematiche) per essere comunque sicuri di poter piazzare un numero soddisfacente di copie.

Ce la farà Final Fantasy 13 ad andare oltre gli stereotipi, e a proporre delle innovazioni che non sappiano di idee riciclate? La demo mostra dei timidi intenti.

È come se loro stessi avessero volutamente deciso di porre un freno alla propria creatività, in un impeto di masochismo pilotato dalle leggi del mercato. Da appassionato del genere mi auguro solo che nel futuro arrivi un titolo che sappia non solo dare una vera rispolverata a questo genere, ma che sia sufficentemente maturo sotto tutti gli aspetti e che sappia di nuovo incutere fiducia nei mezzi e nella creatività degli sviluppatori giapponesi, che hanno un disperato bisogno di scrollarsi di dosso i fantasmi del passato.

]]>
https://arsludica.org/2009/06/05/white-knight-chronicles-e-la-crisi-dei-jrpg/feed/ 21 4662
[The Last Remnant] Cronache di Balterossa https://arsludica.org/2008/12/15/the-last-remnant-cronache-di-balterossa/ https://arsludica.org/2008/12/15/the-last-remnant-cronache-di-balterossa/#comments Mon, 15 Dec 2008 05:00:57 +0000 http://arsludica.org/?p=3304 Per saperne di più]]>

Se c’è una cosa di cui avverto la mancanza nei JRPG di ultima generazione, è una buona dose di sidequest.

Fortuna vuole che The Last Remnant ne abbia davvero tante o, quantomeno, ne abbia abbastanza da avermi tenuto decisamente impegnato per due buone settimane, in barba alla main storyline.

Ora, non aspettatevi nulla di particolarmente elaborato: le missioni secondarie, in questo titolo, sono in linea con la sua impostazione generale: un JRPG atipico, interamente votato ai combattimenti campali e agli scontri tra battaglioni e gruppi di unità (dette unioni). Alla fine, le piccole storie che accompagnano tali sotto-quest non fanno altro che fornire un pretesto per andare a tirare mazzate al tal mostro o al tal villano contribuendo, comunque, a costruire il lore del mondo e delle città e regni che lo compongono.

L’aspetto più sorprendente di buona parte di queste missioni, però, è la qualità degli scontri che le contraddistingue. Non sono poche quelle in cui ci si ritrova ad affrontare dei mostri giganti con scagnozzi al seguito. E non sono mai battaglie semplici; tuttavia, proprio per questo motivo e per il sistema di combattimento (che sto apprezzando parecchio), sono veramente gradevoli e soprattutto gratificanti.

Ve ne racconto una.

Tra le varie città-stato che costituiscono il mondo di The Last Remnant vi è Balterossa, posta alle porte di un enorme deserto (il Grande Oceano di Sabbia, che tiene decisamente fede al proprio nome). Come in ogni città visitabile nel gioco, la miglior fonte di sidequest è la taverna locale. Nel caso di Balterossa, però, vengo informato da una guardia reale – assegnata al controllo della taverna – che il governo locale necessita di ogni aiuto possibile per affrontare un drago millenario, Mantroskylo, che minaccia la città e che vive nel deserto che la circonda. Inaspettatamente, non appena accettata la quest, vengo immediatamente portato sul luogo dello scontro, senza la consueta sezione esplorativa che usualmente precede il boss fight.

Uno scontro immediato? Come mai tutta questa fretta?

E’ presto detto: il campo di battaglia è a dir poco enorme e, come se non bastasse, le mie tre unioni si trovano proprio nel mezzo, con tre battaglioni nemici a destra, due a sinistra e il simpatico drago più un’altra unità nemica in basso. Ciascuno di questi gruppi di nemici, poi, è a notevole distanza dagli altri, e il mio stesso party è discretamente lontano da ognuno di essi.

Che fare? Considerato che è necessario sprecare un turno per avvicinarsi ad uno dei tre gruppi, con eccessiva confidenza decido di mandare ciascuna delle tre mie unioni ad affrontare un gruppo diverso. La mia unione più debole affronterà i due battaglioni a ovest, la seconda i tre posti a est e la mia unione più forte (quella con Rush, il protagonista, come leader dello squadrone) se la vedrà direttamente con il drago, a sud.

Sembra una scelta ragionevole. In questo modo posso evitare gli attacchi dai battaglioni nemici non impegnati ed essere io, invece, a tenerli separati, per evitare che si raggruppino e comincino a fare seriamente male.

Invece… pessima scelta.

Oltre al fatto che i due gruppi di nemici a ovest e a est si sono dimostrati particolarmente tosti da abbattere, finisco con l’usare troppi turni per decimarli. Intanto il battaglione di Rush, che sulla carta doveva essere il più forte, si limita a fare il solletico al drago che, dopo qualche turno passato a usare attacchi semplici, decide di tirare fuori l’artiglieria pesante e comincia a sfruttare incantesimi che in soli due turni mandano K.O. i miei.

Mi rimangono, quindi, le due unioni che avevano aggredito i nemici situati ai lati dell’enorme campo di battaglia. Non avendo ben calcolato le distanze, mi rendo conto che solo una di loro è in grado di avvicinarsi al drago in due turni, mentre l’altra è troppo distante. L’esito è ancora più massacrante, perchè è il mio battaglione più debole che approccia il drago per primo (cercando anche di resuscitare l’unione di Rush), con il risultato che una sola “alitata” di quest’ultimo gli dà il colpo di grazia lasciandomi solo con il secondo battaglione, che presto subirà la stessa sorte. Game over.

Ricarico la partita, e intanto penso a come cambiare l’approccio per vincere questo boss fight.

La prima lezione che ho imparato è che dividere le mie tre unioni e mandarle ai lati del campo di battaglia non è un’idea particolarmente efficace. Decido quindi, una volta ricominciato lo scontro, di mandare tutti e tre i battaglioni a scontrarsi prima con i nemici a ovest, poi con quelli a est e, infine, con il drago, sfruttando così la distanza tra di loro, tale da concedermi almeno due turni per far fuori il primo gruppo di avversari prima che gli altri due riescano ad arrivarmi alle spalle o ai lati.

Siamo sulla buona strada.

Riesco a far fuori tranquillamente il primo gruppo di nemici senza subire grossi danni, mentre noto che solo il gruppo ad est prova a raggiungermi; il drago se ne resta bello impalato al suo posto. Affronto anche il secondo gruppo, e riesco a sgominarlo in due turni. Il mio battaglione più debole è messo maluccio, così decido di tenerlo a curarsi per un turno mentre mando gli altri due a vedersela col drago; avrò così dei rinforzi freschi da gettare nella mischia. E’ evidente che la strategia è migliorata, e ora ho l’opportunità di eliminare il drago con tutto quello che ho a disposizione.

Ma i problemi, a quanto pare, non sono finiti. Come nel tentativo precedente, anche in questo caso non riesco ad essere particolarmente incisivo: il drago ha una quantità di punti ferita spropositata e ottime capacità di difesa. Io continuo a fargli il solletico; lui, invece, mi fa parecchio male e, come se non bastasse, scopro che è anche dotato di un incantesimo ad area che colpisce tutti e tre i miei battaglioni contemporaneamente. Nonostante io continui ad aggredirlo, lui non va giù; le mie unità alla fine cedono, non riuscendo a curarsi del tutto ad ogni turno e subendo questo devastante attacco ad area con discreta frequenza.

Altro game over. Altro momento di riflessione.

Prima di imbarcarmi in un ulteriore tentativo, decido di mischiare le carte in tavola e provare a cambiare la composizione dei miei tre battaglioni. In quel momento del gioco potevo schierare un totale di dodici unità, tra cui cinque leader (unità speciali che possono essere scelte tra il personaggio principale, i comprimari, e i leader reclutati alla gilda dei mercenari), organizzabili in un massimo di quattro battaglioni (ogni battaglione deve essere comandato da un leader). L’esperienza acquisita nelle sidequest precedenti mi aveva insegnato che era meglio avere tre battaglioni, poiché potevo sempre tenere uno dei tre gruppi come healer per gli altri due.

In questo caso, però, era necessario cambiare qualcosa. Così ho modificato la composizione dei tre gruppi. Nel gruppo più forte avevo sia il protagonista che un altro leader, entrambi dotati di skill curative. Decido di spostare il secondo leader (Emma) a capo del primo battaglione, quello debole, in modo da dare anche ad esso un buon healer con il quale reggere agli scontri e curarsi in maniera più efficace. Il leader di quel battaglione (Torgal) diventa così membro del gruppo di Rush, che perde un guaritore ma guadagna un’unità con ottime capacità offensive. Ora però il primo battaglione ha si un leader che può curare, ma ha anche diminuito ulteriormente i punti ferita totali.

Mischio ancora le carte.

Il secondo battaglione capeggiato da David (leader con skill ben equilibrate) e da Blocter (leader con parecchi punti ferita e votato alle arti guerriere, un tank in poche parole) viene modificato. Decido di spostare Blocter nel plotone di Emma, in modo da alzare sia i punti ferita sia la difesa del plotone stesso, mentre nel gruppo di David inserisco l’unità (tra quelle reclutate) che abbia il maggior numero di punti ferita e arti guerriere, in modo da compensare, nei limiti del possibile, l’assenza di Blocter.

Per bilanciare meglio il gruppo di David, inserisco anche altre unità con abilità miste, sia dotate di arti mistiche che di arti di potenziamento. Alla fine, dopo aver mischiato i leader e aver sostituito qualche unità, mi ritrovo con tre battaglioni equilibrati, ognuno dotato di buone capacità curative e di unità che conosentono sia di utilizzare arti magiche che guerriere.

Aver bilanciato la composizione dei battaglioni ha fatto sì che quelli forti perdessero qualcosa a scapito di quello debole, ma era un prezzo che ero disposto a pagare per cercare di vincere lo scontro contro il drago.

Il nuovo assetto da battaglia funziona.

Il maledetto rettile gigante sferrava i suoi attacchi ad area, ma ad ogni turno tutti e tre i battaglioni potevano curarsi e allo stesso tempo continuare ad aggredire, trasformando la battaglia in una guerra di logoramento. Sebbene io infliggessi pochi danni, continuavo imperterrito e allo stesso tempo riuscivo a tenere in piedi tutti e tre i plotoni anche nei momenti critici. Il drago non poteva curarsi, e non aveva nessuna unità di supporto al seguito che potesse farlo. E dopo un bel po’ di turni, dopo aver anche accumulato punti azione durante la battaglia, incrementando il numero di danni inflitti, ho avuto ragione dello scontro.

Mi ci saranno voluti tre quarti d’ora in totale per riuscire a portare a termine questo boss fight, e tanta pazienza nel cercare di non disperarmi e mandare tutto a quel paese. La paga della missione alla fine è stata una considerevole somma di denaro, ma non tanto il premio per aver abbattuto il drago quanto il fatto di averlo sconfitto trovando il giusto approccio e la giusta strategia, mi ha decisamente gratificato.

The Last Remnant presenterà grosse lacune in tanti aspetti, ma finché le sidequest che affronto continuano ad offrirmi delle sfide stimolanti sarò ben disposto a chiudere un occhio (anche due) e lasciare che siano le battaglie a farla da padrone.

]]>
https://arsludica.org/2008/12/15/the-last-remnant-cronache-di-balterossa/feed/ 9 3304
Infinite Undiscovery https://arsludica.org/2008/09/13/infinite-undiscovery/ https://arsludica.org/2008/09/13/infinite-undiscovery/#comments Sat, 13 Sep 2008 07:25:48 +0000 http://arsludica.org/?p=2075 Per saperne di più]]> Sviluppato da Tri-Ace | Pubblicato da Square-Enix | Piattaforma Xbox 360 | Rilasciato nel Settembre 2008

Quando si tratta di andare ad inventarsi titoli ad effetto che suonano strani e al tempo stesso non hanno uno straccio di senso, potete sempre contare sui bravi sviluppatori giapponesi. L’ultimo JRPG sviluppato in casa Tri-Ace infatti ha un nome che è tutto un programma (no, non quel canale televisivo a sfondo scientifico), visto che Infinite Undiscovery non vuol dire proprio una sacrosanta mazza.

Se questo anti-shakespeariano uso della lingua anglosassone non dovesse essere sufficientemente buffo, ecco che, all’avvio del gioco, si presenta il nostro alter-ego che ci accompagnerà lungo tutto il corso del gioco: Capell. Con un nome così verrebbe da pensare che il baldo giovine combatta con un pettine gigante in nome di una chioma più fluida e resistente, lottando contro ardui nemici come il famigerato Ordine della Forfora, guidato dal Cavaliere della Pelata (che potrebbe anche essere il nostro Joe), e invece ahimè la trama resta più o meno la solita solfa al quale i JRPG di stampo “fantasy” ci hanno abituato. Capell infatti è un simpatico (eh, insomma) quanto codardo flautista vagabondo, che si ritrova improvvisamente catturato dall’Ordine delle Catene (un’organizzazione con scopi fuortutto che benefici). Che avrà mai fatto di male ‘sto povero musicista di strada? Avrà mica una faccia da schiaffi? Sì, oltre ad avercela, per sua miseria e sfortuna il suo volto è identico a quello di tale Sigmund, paladino della giustizia, che con il suo gruppo di fedeli compagni di viaggio (le Forze di Liberazione) gira di nazione in nazione spezzando catene. Eh? E che vuol dire? Nel colorato universo fantastico di Infinite Undiscovery, il nostro pianeta è letteralmente “incatenato” alla Luna, dalla quale discendono gigantesche catene. Queste catene pare siano fonte di tutta la iella possibile ed inimmaginabile: fanno apparire mostri nelle aree circostanti e poster di Mastella al posto di quelli della Canalis, fanno sparire le vostre scorte di gelati e ghiaccioli dal freezer, e così via. Con una tale premessa, il bravo Capell si ritrova immischiato in affari che apparantemente non lo riguardano, ma finirà comunque con l’essere “reclutato” tra le fila delle forze di Liberazione, e da lì avrà inizio la sua e la nostra avventura.

Questo è più o meno l’incipit dell’ultima fatica dei Tri-Ace, che non sfornavano un titolo nuovo dai tempi di Valkyrie Profile 2, e come nella tradizione della stessa software house, presenta similitudini con altri titoli sviluppati nel loro passato. Partiamo dal sistema di combattimento, in tempo reale e con un’impronta decisamente action (non tanto diverso da quello visto nei vari Star Ocean), ma soprattutto senza alcuna transizione tra esplorazione e fase di combattimento: al contrario di quella che è la moda dei JRPG tradizionali, in cui quando si incontra una creatura nemica durante la fase di esplorazione il proprio party viene “teletrasportato” in un’arena di combattimento, in questo caso quest’ultimo avviene direttamente nella fase stessa di esplorazione, come negli MMORPG o negli RPG di stampo occidentale. E’ un’impostazione già vista anche in Final Fantasy 12, ma che in Infinite Undiscovery si adatta molto meglio per via di un sistema di combattimento più immediato e meno pilotato. Oltre ad eseguire le solite combo di colpi, il buon Capell potrà anche sfruttare due colpi speciali sfruttando le abilità che andrà imparando man mano che si avanzerà di livello di esperienza. E il party? Il party c’è, tranquilli, ma non è direttamente controllabile. Quello che ci è concesso di fare è di impartire ordini ai nostri compagni, che vanno dal “fate quello che cazzo vi pare” al non sprecare mana, o a concentrarsi tutti su un singolo bersaglio, a fare combo, a sparpagliarsi se troppo vicini, o al rubare la collezione di parrucche e toupet di Joe Slap.

Oltre a ciò, è possibile anche sfruttare direttamente le abilità dei propri compagni con la modalità Connect. Premendo il tasto RB più uno dei tasti del pad associati al compagno al quale chiediamo assistenza, apparirà un piccolo menu dal quale si potranno selezionare due abilità/incatesimi da fargli eseguire. Ciò che rende utile questa modalità è che è sfruttabile sia in fase di combattimento sia in fase di pura esplorazione. Ogni compagno del proprio party possiede delle abilità uniche che lo renderanno più o meno utile in diverse circostanze dove l’utilizzo di queste in modalità Connect sarà indispensabile. Volete effettuare un’assalto di sorpresa, alle spalle di alcuni soldati? Nel caso Aya (arciera del gruppo) sia nel vostro party, in modalità Connect potremo direttamente prendere per un attimo controllo della sua mira per scoccare frecce dalla distanza, guadagnando un vantaggio sul nemico. Un enorme masso di roccia ci blocca la strada? Se Balbagaan è nel nostro party, potremmo sfruttare la sua abilità in Connect mode per ridurre tale roccia in brandelli, e proseguire l’esplorazione. E questa è solo la punta dell’iceberg, perchè le abilità e i benefici di questa modalità si estendono anche alla compravendita, fino alla creazione di oggetti, armi, pozioni, anch’essi regolati da un sistema di livelli di esperienza (più item si creano più esperienza si fa e più facilmente potranno essere creati armi più potenti, pozioni più rare, item più complessi). Le cose che si devono e possono fare sono veramente tante e varie, e nonostante il sistema di combattimento sia in apparenza molto semplice, la sua immediatezza e la varietà offerta dalla modalità Connect fanno sì che sia veramente difficile annoiarsi.

Spendiamo qualche parola anche per il party. Se vi piace l’abbondanza Infinite Undiscovery è probabilmente tra i JRPG dal cast di personaggi reclutabili più ampio (mettendo da parte i vari Suikoden con i loro 108 personaggi). All’inizio della nostra avventura potremo solo reclutarne alcuni, ma giunti alla fase finali avremo a disposizione 17 personaggi fra i quali pescarne tre per formare il nostro party personale. Ogni personaggio ha precise abilità e caratteristiche che bene o male lo renderanno utile almeno una volta, vuoi per la sua utilità in combattimento, o in fase esplorativa, o anche in fase di creazione di oggetti particolari. Se questo non bastasse, ci saranno momenti durante lo svolgersi della storia dove non ci sarà solo il nostro party, ma ben altri due party in azione, che non potremo direttamente controllare ma dei quali potremo decidere la formazione scegliendo tra il pool di personaggi che formano la nostra comitiva. Durante queste fasi ogni party avrà un compito ben preciso che dovrà portare a termine per il completamento dell’obiettivo principale che può variare dalla distruzione di cristalli presenti in un’area, all’assalto di una stessa, ad un particolare boss fight, e così via.

Con una comitiva così numerosa, è facile chiedersi: ma la trama è decente? Ed i personaggi? Come si sviluppa la storia? Ora, senza voler spoilerare nulla, si può quantomeno dire che bene o male, benché la trama sia abbastanza scontata e i vari colpi di scena siano ugualmente prevedibili, un piccolo pregio di Infinite Undiscovery è rappresentato proprio dall’ìnterazione tra Capell e la comitiva guidata da Sigmund alla quale il nostro sfigato musicista si aggregherà all’inizio dell’avventura. Il suo lento inserimento in questo gruppo, i suoi rapporti con ognuno dei membri delle Forze di Liberazione, anche con i personaggi secondari, sono ciò che finisce con l’interessare, più dello stesso “destino del mondo” che andremo a cercare di liberare.

Con tutte le cose da fare e con queste premesse sembrerebbe che sia tutto rose e fiori per Infinite Undiscovery. In realtà il gioco non è assolutamente esente da pecche, che possono più o meno dare fastidio a seconda di quella che è la vostra graduatoria personale. Cominciamo dal difetto che risalta subito sin dall’inizio, ossia il doppiaggio. Disponibile solo in lingua inglese, la sua qualità lascia spesso a desiderare, specialmente all’inizio dove ci vorrà un po’ per abituarsi alla voce da beota del nostro alter-ego, per non parlare di quella di Sigmund, al quale è stato affibiato un doppiatore con una voce profonda e fin troppo “matura”, che stona parecchio col volto da ragazzo acqua e sapone che si ritrova ad avere. Non parliamo poi della voce del cattivone principale, un misto tra una checca rilassata e versi da cavallo ingrifato. Ma bon, se in effetti il doppiaggio è quello che è, fortunatamente si fa presto ad abituarsi (o non farci caso, mettiamola così), e nella peggiore delle ipotesi potete sempre disattivarlo. Oppure no. Come? Eh si, alcune cutscenes, per qualche inspiegabile ragione, non sono state doppiate. Fortunatamente sono poche rispetto alle controparti doppiate, ma risultano comunque fastidiose per il semplice fatto che i sottotitoli non fanno riferimento a chi sta parlando, e in alcuni momenti, a seconda delle inquadrature, bisognerà un attimo tirare ad indovinare su chi in quel momento sta proferendo parola.

Un altro difetto presente nelle prime ore di gioco, è l’incipit stesso della nostra avventura. Infinite Undiscovery è un JRPG che parte in maniera un po’ anonima, buttandoci improvvisamente nella storia senza spiegare come e perché, e solo dopo la fase iniziale la trama e i personaggi cominceranno a rendersi interessanti. Inoltre le feature a nostra disposizione non saranno disponibili tutte da subito, facendo sì che il gioco sembri povero quando in realtà con il trascorrere degli eventi ci si ritroverà veramente con un ampia scelta di cose da fare. Pertanto è un JRPG che richede un po’ di pazienza e sopportazione specialmente all’inizio, ma che pian piano comincerà a ripagare aggiungendo carne al fuoco fino alla fine dell’avventura.

Se quelli citati finora possono essere trattati come difetti passeggeri, un difetto che permane durante tutto l’arco del gioco è rappresentato dal menu di navigazione/interazione. Cosa lo rende un difetto? Semplice: quando viene richiamato, il gioco non viene messo in pausa. Cosa implica tutto ciò? Supponiamo che dobbiate usare una pozione, per rigenerare il vostro mana, e siate nel bel mezzo di un combattimento arduo, magari anche uno scontro con un boss di un dungeon. Aprite il menu, vi spostate nell’inventario, e intanto il buon Capell si ferma come un palo mentre i nemici continuano a legnarlo tranquillamente, col risultato che, se è in fin di vita, verremo ovviamente uccisi, oppure verremo in ogni caso massacrati per bene.  Potete capire anche voi che razza di situazione ci si ritrovi a dover affrontare. Spesso o si rinuncerà ad usare l’inventario, o lo si dovrà usare in fretta ed in furia, cercando di spostare prima Capell in qualche angolino dove non possa essere subito raggiunto da nemici vari, affinchè possa sfruttare le pozioni. E’ una scelta di design da parte dei Tri-Ace che lascia decisamente a desiderare. Tuttavia, per nostra fortuna, hanno anche deciso di non rendere le cose troppo frustranti per noi giocatori facendo in modo che sia possibile chiedere ai propri compagni di party di essere curati (o di curare se stessi o altri) premendo il tasto Y, senza dover accedere direttamente al menu. E’ una piccola manna dal cielo, visto che sfruttando questo comando diretto si finirà con l’aprire il menu in battaglia solo per utilizzare pozioni particolari (come quelle rigenera mana, o antidoti vari). Se non avessero introdotto questa opzione curarsi attraverso il menu avrebbe reso il gioco totalmente frustrante, mentre invece in questo modo il suo uso sarà solo un fastidio occasionale che potrà essere ben gestito se si terrà sempre a mente di controllare che il proprio alter-ego ed i suoi compagni abbiano il mana sempre al massimo prima di ogni scontro.

Ultimo difettuccio da sottolineare è la grandezza delle varie città che andremo a visitare durante i nostri viaggi e pellegrinaggi della compagnia. Sono di dimensioni letteralmente lillipuziane, e contrastano nettamente con le aree al di fuori delle esse che sono invece veramente larghe e ampie, esplorabili in lungo ed in largo, con aree segrete e quant’altro. Diciamo che i Tri-Ace potevano un attimo sforzarsi e provare a fare delle città (che tra l’altro sono quasi tutte capitali di rispettive nazioni) di dimensioni degne. Un vero peccato.

E bon, tiriamo un po’ di somme per questo ambizioso JRPG. Da un lato abbiamo degli indiscutibili pregi quali un’ottima varietà di situazioni che ci ritroveremo ad affrontare, pocchissimo grinding, un cast di personaggi ampio, curato, e soprattutto utile, un mondo vario e colorato da esplorare ed un buon livello di difficoltà. Dall’altro lato però abbiamo i difetti qua sopra elencati che decisamente possono sminuire l’esperienza ludica, a seconda del peso che voi potete dare loro. Trascurabili o meno, sono difetti che sono presenti e che rendono Infinite Undiscovery come un gioco dall’enorme potenziale ma che è finito col perdersi in un bicchier d’acqua, e che con una maggior cura per alcuni aspetti avrebbe potuto anche surclassare Final Fantasy 12 come JRPG di stampo mmorpgistico. Purtroppo non è così. Infinite Undiscovery resta comunque un buonissimo JRPG, probabilmente il miglior JRPG disponibile su 360 qua in Europa al momento, ma è evidente che i Tri-Ace, vuoi per motivi di tempistiche, vuoi per scelte di design, non sono riusciti a raffinare per bene questo gioco che al momento appare più come un diamante grezzo che non come una gemma lavorata e lucidata. Che sia tutto un enorme banco di prova in vista del futuro Star Ocean 4? Probabilmente sì, ma se siete a digiuno di JRPG next-gen, e se volete provare un titolo un po’ fuori dalla classica impostazione tradizionale del genere, Infinite Undiscovery può comunque regalare parecchie ore di puro divertimento, pur con i suoi vistosi difetti.

]]>
https://arsludica.org/2008/09/13/infinite-undiscovery/feed/ 8 2075
[Retrospec] Final Fantasy IX https://arsludica.org/2005/12/18/final-fantasy-9/ https://arsludica.org/2005/12/18/final-fantasy-9/#comments Sun, 18 Dec 2005 12:57:01 +0000 Per saperne di più]]> Prodotto e sviluppato da Squaresoft | Piattaforma Playstation | Rilasciato nel 2001 (EU)

Visto da molti appassionati della serie come un capitolo minore, Final Fantasy IX andrebbe più correttamente inquadrato come un capitolo diverso; e poco importa se il capitolo generalmente considerato effettivamente diverso è il decimo, al quale viene talvolta (più o meno fondatamente) imputata la “minorazione” del nono per le risorse che ha richiesto e quindi, ipoteticamente, dirottato: che sia voluto o meno, che a FFIX siano state dedicate più o meno risorse rispetto agli altri capitoli, il risultato è comunque qualcosa di apprezzabile in sé.

I giochi della serie di Final Fantasy possono essere affrontati principalmente in due modi: come delle avventure con una storia, in cui ogni azione del giocatore tende all’immedesimazione nei panni e nelle vicende dei singoli personaggi; oppure come una serie di sotto-giochi tenuta insieme da una trama-scusante. Vi è poi la contaminazione tra i due modi, scaturita in genere dalla necessità di “livellare” e raccogliere oggetti per poter superare prove particolarmente difficili.

Malamente sopporto l’attività di “livellamento” nei videogiochi, in quanto generalmente fine a se stessa e nociva per l’immedesimazione. Molti capitoli della serie Final Fantasy s’inorgogliscono del disporre di una vasta scelta di personaggi da utilizzare; dal canto mio, sarei contento se ciò fosse sempre una scelta e non un obbligo, ma non è così: nel dubbio che prima o poi si sia costretti ad utilizzare un personaggio che non ci piace, ogni tanto lo si arruola nel party e lo si fa livellare; non lo faremmo altrimenti, anzi, potendo abbandoneremmo quel personaggio sull’autostrada; ma non possiamo.

Forse sono vittima di un imprinting. Il primo Final Fantasy che ho giocato è stato il numero 4, in cui la composizione del party poteva variare da uno a cinque personaggi; tuttavia tale composizione era predeterminata dal gioco, in base alla trama, e il giocatore non poteva fare altro che subirla. Se questo può essere visto come una limitazione da un certo punto di vista (quello di FF come serie di sotto-giochi), dal punto di vista della narrazione il gioco ne guadagna: il giocatore ha libertà apparentemente più limitata, ma la contropartita è una trama più coerente, una maggiore immedesimazione e una varietà di gioco forzatamente maggiore (sembra un controsenso, ma il rischio di potersi definire il party è quello di usare sempre gli stessi personaggi, sarebbe a dire quelli preferiti).

Quasi della stessa scuola del quarto capitolo, Final Fantasy IX conduce per mano il giocatore molto a lungo all’interno dell’avventura: per molto tempo, non si trova nemmeno occasione per andare in giro a raggranellare incontri casuali e livellare. Il risultato è duplice: il gioco viene vissuto come l’avventura che è, e non come una palestra per personaggi; e il basso livello che essi generalmente mantengono incrementa il livello di sfida, rendendo gli scontri decisamente più interessanti anche per il giocatore più pigro (quello che preferisce passare un po’ di tempo a livellare per poi andare contro i boss a colpo sicuro, piuttosto che buttarsi allo sbaraglio).

Altra caratteristica che FFIX condivide con FFIV è la varietà, ed estrema caratterizzazione dei personaggi. Non esistono (quasi) personaggi interscambiabili, perché ognuno ha le proprie caratteristiche e abilità uniche: non ci sono Job come in FFV, Esper come in FFVI, Materia come in FFVII (e via dicendo); per questa ragione la creazione di un party, quando consentita, risulta essere un’attività molto più creativa ed appagante.

Da un certo punto del gioco in poi (approssimativamente nel terzo -di quattro- cd di gioco), le maglie della trama si fanno più larghe, in modo che il giocatore possa, se vuole, dedicarsi alle quest minori, al livellamento e a tutte queste belle cose. Il parere di chi scrive è che, per quanto le quest secondarie siano, avulse dal contesto, divertenti e stimolanti, il dedicarvisi privi il gioco di quell’atmosfera che era riuscito faticosamente a mantenere così a lungo. Cosa ne facciamo dunque della oggigiorno tanto auspicata completa libertà d’azione? Continuiamo ad auspicarla, certo, ma senza pretendere che possa sostituirsi in toto alle altre ormai rodate categorie della narrazione, che tanto hanno ancora da dire.

]]>
https://arsludica.org/2005/12/18/final-fantasy-9/feed/ 3 192