define('DISALLOW_FILE_EDIT', true); define('DISALLOW_FILE_MODS', true); square enix – ArsLudica.org https://arsludica.org Blog e podcast sui videogiochi, l'universo, e tutto quanto Wed, 26 Nov 2014 22:28:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.4.8 49222165 Infinite Undiscovery [seconda opinione] https://arsludica.org/2010/12/06/infinite-undiscovery-seconda-opinione/ https://arsludica.org/2010/12/06/infinite-undiscovery-seconda-opinione/#comments Mon, 06 Dec 2010 06:00:03 +0000 http://arsludica.org/?p=15116 Per saperne di più]]> Pubblicato da Microsoft/Square Enix | Sviluppato da Tri-Ace
Piattaforma: Xbox 360 | Pubblicato il: 5/9/2008

Capell, un musico itinerante è arrestato perché confuso per Lord Sigmund, un nobile ribelle che cerca di opporsi alla teocrazia e al pungo di ferro dell’Ordine delle Catene, che si fa apostolo del volere di Veros lo Scarlatto, la divinità che influenza le vite delle popolazioni del mondo dalla Luna. Chi nasce durante una qualsiasi fase lunare, infatti, riceve il potenziale mistico per sviluppare dei poteri magici che, in età adulta, arriveranno a maturazione tramite un tatuaggio catalizzatore, chiamato Glifo Lunare. Capell, invece, appartiene alla piccola minoranza composta dalle persone nate durante la luna nuova: è senza alcun potenziale mistico ed è visto dalla società come un paria, una persona senza valore. Per questo viaggia senza meta da una città all’altra sbarcando il lunario come capita.

A salvare Capell dal carcere arriva Aya, una misteriosa ragazza appartenente alla forza di liberazione, che ha creduto che fosse stato arrestato il vero Sigmund. Compreso l’equivoco, Aya e Capell fuggono sino a riunirsi con la Forza di Liberazione: riluttante ma senza alternative, Capell viene coinvolto nella lotta contro l’Ordine delle Catene. Ben presto scoprirà che, insieme a Sigmund, è uno dei pochi esseri umani in grado di tagliare le gigantesche catene mistiche che legano la Luna alla Terra, scatenando potenti cataclismi ed evocando mostri molto pericolosi. Lo scopo della Forza è duplice: da un lato tagliare tutte le catene per evitare una collisione che spazzerebbe via la civiltà, dall’altro guadagnarsi il favore ed il supporto delle nobiltà dei regni liberati dal giogo oppressivo dell’Ordine.

Il viaggio della Forza di Liberazione sarà il percorso di maturazione di Capell che, da giovane che vive ai margini della società, diventerà un adulto leader responsabile, facendosi carico di scelte coraggiose e del destino dell’intero pianeta.

Se c’è qualcosa in cui Infinite Undiscovery riesce molto bene è nel raccontare una storia interessante con alcuni spunti molto buoni, il tutto condensato in un periodo di gioco molto breve per il genere, circa venti ore. La storia, però, non è supportata affatto dal game design, in particolare nelle fasi iniziali. Gli scontri inziali sono frustranti, molto difficili ed in generale richiedono che il giocatore padroneggi da subito il sistema di combattimento e le manovre più avanzate, come il passare inosservati senza allertare il nemico o la composizione ad arte delle proprie abilità speciali con quelle del resto del party. Progressivamente il gioco matura e questi difetti vengono meno, come se si assistesse a un’evoluzione delle capacità di design del team di sviluppo: per darvi un’idea, ho dovuto centellinare le prime sei ore di gioco nell’arco di molti mesi; ma superato il disorientamento iniziale ed ingranata la storia come si deve, il resto del gioco l’ho divorato in meno di una settimana (finendolo con circa 22 ore di gioco), vista l’intensità con cui inizieranno a dipanarsi le avventure della Forza di Liberazione.

Il sistema di gioco è molto semplice. L’azione avviene tutta direttamente sulla mappa di gioco, con combattimenti in tempo reale senza stacchi rispetto alle fasi eplorative: si sguaina la spada e si inizia a picchiare il nemico. I personaggi hanno livelli ed equipaggiamento, più tutta una serie di statistiche aggiuntive, come i tratti di personalità che si evolveranno in seguito ad eventi e dialoghi (cosa non sempre banale a farsi) e che influenzeranno il loro potenziale. Alle caratteristiche di base si affiancano le skill attive e passive che daranno al personaggio poteri aggiuntivi (come mosse da combattimento, la capacità di aprire serrature, disarmare trappole o individuare oggetti sulla mappa). In combattimento ogni personaggio potrà portare due skill attive, che potranno essere combinate con quelle di Capell per effetti aggiuntivi. Nonostante la profusione di opzioni, parlare di un RPG è veramente un azzardo: ci sono i punti esperienza, certo, ma il gioco è strutturato come un’action adventure e, in definitiva, non è troppo diverso da un Devil May Cry, nonostante il cast di ben 17 comprimari (alcuni dei quali decisamente marginali). La stessa itemizzazione, sino a gioco concluso, è piuttosto limitata e la reale portata ed utilità delle professioni sarà esplicitata solo nell’enorme dungeon aggiuntivo che si sblocca a fine trama, il Seraphic Gate. Per darvi un’idea di cosa intendo per enorme, basti sapere che il gioco si conclude con i personaggi attorno al livello 50 e il dungeon finale ha contenuti sino al livello 250.

Di tanto in tanto si visiterà una capitale in cui dovremo cimentarci in attività diplomatiche che consistono prevalentemente nel conversare con gli NPC e ad individuare quest ed eventi secondari che faranno evolvere le personalità dei nostri alleati. Seppure la storia mantenga sempre un buon livello di varietà grazie ad intermezzi frequentissimi (anche se troppo permeati di humor nipponico), si sente la limitazione del sistema di dialogo a senso unico, anche se la rigidità è leggermente alleggerita dalla possibilità di affiancare un comprimario a Capell durante i dialoghi, permettendo di innescare eventi differenti che andranno ad arricchire e ad approfondire l’esperienza di gioco.

Il problema più grande di Infinite Undiscovery è l’interfaccia utente del sistema di combattimento: il set di mosse base è piuttosto vario ed unito alle abilità speciali che Capell può eseguire da solo o in combinazione ad un alleato propone soluzioni molto creative ai nemici più ostici. La prima, grossa limitazione però è quella di non poter accedere all’inventario o alle skill mettendo in pausa il gioco. Poiché i combattimenti sono molto cruenti e veloci (e come in tutti i Tales o i giochi Tri-Ace la parata attiva è un’opzione fondamentale per non essere massacrati), scordatevi di poter usare oggetti durante uno scontro. Gli sviluppatori hanno inserito un tasto per richiedere supporto da parte degli altri personaggi del party ma questo spesso arriva dopo parecchi secondi, rendendo il comando un ottimo strumento strategico ma un pessimo rimedio tattico a situazioni contingenti, anche perché l’AI sembra propendere per l’utilizzo delle sole pozioni di guarigione. La mancanza di quickslot per usare gli oggetti in combattimento rende meno interessante anche l’estensivo sistema di crafting, che sarà marginalmente utile solo nel Seraphic Gate, dove l’estensione nel catalogo degli oggetti e dell’equipaggiamento renderà giustizia all’opzione di potersi fabbricare da soli armi ed armature, nonché cucinarsi cibi con bonus aggiuntivi (a patto di aver fatto sviluppare i gusti gastronomici adatti ai vostri comprimari), distillare pozioni potentissime o incantare i propri oggetti.

Fortunatamente l’intelligenza del party è nel complesso buona: i tre membri del nostro gruppo agiscono in autonomia e riescono a tenersi fuori dai guai abbastanza facilmente, anche se soffrono di mancanza di inventiva negli scontri contro alcuni dei boss più complessi. In alcune fasi del gioco saremo spalleggiati da altri otto personaggi, divisi in ulteriori due party, che agiranno indipendentemente dal nostro: una buona idea che sarà sfruttata solo in alcune fasi avanzate del gioco in cui faranno capolino puzzle e trovate tattiche molto originali, data la semplicità delle locazioni che si visitano nella prima parte del gioco.

Infinite Undiscovery è uno di quei casi in cui l’esperienza complessiva è superiore alla somma delle sue parti, ma è anche un esempio di gioco che sarebbe potuto essere molto migliore se gli sviluppatori avessero potuto lavorarci un po’ di più. È difficile dire cosa non vada esattamente: i problemi di interfaccia sono per lo più sopportabili, le fasi più narrative sono rigide ma molti dei temi affrontati, dopo il pessimo inizio, sono sufficientemente maturi e gravidi  di spunti (che forse la sceneggiatura avrebbe potuto approfondire di più) da essere una buona motivazione all’andare avanti. Tuttavia la realizzazione tecnica delle animazioni facciali (i personaggi sembrano bambole da ventriloquo) e l’idea di smorzare la tensione con onnipresenti siparietti comici messi in atto da alcuni comprimari francamente irritanti (come i due gemellini idioti, una piaga risalente a Final Fantasy IV e ritrovata anche in Lost Odyssey) riescono ad uccidere l’atmosfera in alcuni dei momenti più epici e drammatici.

Considerati tutti i suoi limiti, Infinite Undiscovery è un’esperienza che può avere il suo valore, data anche la sua brevità e il modo in cui è stato compresso il gameplay, eliminando quasi del tutto i tempi morti. Non accontenterà gli appassionati degli RPG come quelli dei giochi d’azione più frenetici ma è un ottimo compromesso per chi ama le storie ricche e riesce a convivere con atmosfere e personaggi molto eterogenei.

Potete acquistare il gioco dal nostro aStore, contribuendo ad Ars Ludica

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Kingdom Hearts ha stancato anche i giapponesi! https://arsludica.org/2010/06/09/kingdom-hearts-ha-stancato-anche-i-giapponesi/ https://arsludica.org/2010/06/09/kingdom-hearts-ha-stancato-anche-i-giapponesi/#comments Wed, 09 Jun 2010 13:26:17 +0000 http://arsludica.org/?p=11424 Per saperne di più]]> untitled

Notizia shock rubata a Kotaku senza ritegno: Square Enix ha fatto un sondaggio tra i videogiocatori giapponesi per capire quali sono le serie più amate sul suolo nipponico. Il sondaggio racchiude tutti i titoli che Square pubblica, anche quelli sviluppati da altri studi.

I risultati sono al tempo stesso prevedibili e strani.

Di prevedibile ci sono i soliti noti: al primo posto un solidissimo Dragon Quest (30.3%), seguito con dieci punti di scarto da Final Fantasy. La cosa strana è che il resto è quasi tutta robetta in cui spicca un insospettabile Kingdom Hearts all’8° posto, con solo il 2.9% di preferenze.

Ecco la classifica completa:

10. Valkyrie Profile series 2.7 percent
9. Front Mission series 2.8 percent
8. Kingdom Hearts series 2.9 percent
7. Itadaki Street 3.4 percent
6. Chikyuu no Arukikata series 3.9 percent
5. Chrono series 4 percent
4. Mana series 5.7 percent
3. SaGA series 6.7 percent
2. Final Fantasy series 20.4 percent
1. Dragon Quest series 30.3 percent

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[Gli ani in faccia] Il remake di Final Fantasy VII? Beh, basta aspettare 40 anni e lo avremo. https://arsludica.org/2010/06/01/gli-ani-in-faccia-il-remake-di-final-fantasy-vii-beh-basta-aspettare-40-anni-e-lo-avremo/ https://arsludica.org/2010/06/01/gli-ani-in-faccia-il-remake-di-final-fantasy-vii-beh-basta-aspettare-40-anni-e-lo-avremo/#comments Tue, 01 Jun 2010 09:41:38 +0000 http://arsludica.org/?p=11260 Per saperne di più]]> Al lancio koreano di Final Fantasy XIII, durante una tavola rotonda, ma senza cavalieri, Yoshinori Kitase, il producer del tredicesimo capitolo, ha tolto ogni dubbio sulla possibilità di realizzare un remake di Final Fantasy VII. Perché?

Con sprezzo del ridicolo ha dichiarato:

We’ve gotten this question a lot from many countries (laughs). To make FFXIII at this level of quality, it took us 3 to 4 years. If we were to make FFVII in the same style of FFXIII, it would take 10 times as long, so it would be difficult to take it up immediately. However, we always keep in mind how often this is requested.”
(Trad. Questa domanda ci è stata posta in varie nazioni (risate). Per realizzare FFXIII con il livello qualitativo attuale abbiamo impiegato dai 3 ai 4 anni. Se volessimo realizzare FFVIII con lo stesso stile di FFXIII, ci vorrebbe un tempo 10 volte maggiore, quindi sarebbe difficile farlo nell’immediato. Comunque terremo a mente quante volte ci è stato richiesto).

In effetti si tratta di una notizia autocommentante che mette in risalto la crisi produttiva del mercato giapponese e, di convesso, dice anche che la qualità media di un titolo come FFXIII è dieci volte inferiore a quella del settimo capitolo, almeno a livello di complessità generale (ecco perché lo hanno fatto così lineare)

Oltre a questo apprendiamo anche che alcuni figuri dell’industria giapponese vivono completamente fuori dal mondo e non hanno la più pallida idea di quello che dicono, anche perché pochi mesi fa la Square aveva dichiarato che per realizzare siffatto remake ci sarebbero voluti almeno quattordici anni.

Insomma, si sparano numeri a caso non si capisce bene per quale ragione (questa storia ricorda un pò l’eterno 90% di Gran Turismo 5). Basterebbe dire che il remake non è in programma per motivi produttivi, senza stare lì a tirare fuori cifre dal cilindro, e non si diverrebbe oggetto dell’ilarità generale.

Quarant’anni… ma lo sanno questi tizi quante cose si possono fare in quarant’anni? Sperando che un Chocobo se li mangi prima che dicano altre siffatte minchiate, noi gli assegniamo un meritatissimo Ano in faccia.

Fonte: Andriasang

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Chaos Rings: impressioni https://arsludica.org/2010/04/29/chaos-rings-impressioni/ https://arsludica.org/2010/04/29/chaos-rings-impressioni/#comments Thu, 29 Apr 2010 04:41:08 +0000 http://arsludica.org/?p=10794 Per saperne di più]]> Lo ammetto: sto diventando peggio di Joe coi giochi che mi interessano. In questo caso ho ceduto all’hype sfrenato di Square-Enix per Chaos Rings, un RPG dalla presentazione sontuosa sviluppato per piattaforme TouchOS.

Visto che Square di solito non pubblicizza i propri giochi, avrei dovuto essere più cauto. Dopo i molti passi falsi che Square ha proposto in passato, la bella esperienza di Song Summoner (un Final Fantasy Tactics Redux in cui si generano i soldati a partire dalle canzoni dell’iPod) mi ha portato ad avere ottime aspettative per questo RPG mobile, prodotto nientepopodimenoché da quei geniacci di Media Vision, i genitori di Wild Arms.

La presentazione merita rispetto, specie se vista con l’occhio dell’utente, che certamente non noterà tutti gli escamotage per far andare il gioco ad un framerate accettabile; framerate che comunque non avrete se possedete hardware più vecchio di un anno (ma ci sono delle opzioni per diminuire i dettagli).

La storia è tutta qui: il cugino brutto di Mazinga (sembra Baron Karza, se siete stati bambini negli anni ’70 o ’80) rapisce diverse coppie di guerrieri. Dopo averne ucciso uno a sangue freddo, lasciando la sua partner in preda all’angoscia e alla disperazione, promette agli altri l’immortalità se accetteranno di sfidarsi a morte. I protagonisti non hanno dubbi, credono all’offerta e l’accettano con entusiasmo, tuffandosi nel primo dungeon alla ricerca di alcuni mistici anelli (poco importa se, tranne il diktat di Baron Karza, nessuno abbia idea del perché bisogna recuperarli o a cosa servano). Evidentemente nel mondo di Chaos Rings i rapitori sovrannaturali che uccidono persone sono noti per la loro coerenza ed affidabilità.

D’altronde Escher, uno dei protagonisti (nonché quello che ho scelto io) è lapidario nel considerare Baron Karza uno giusto:

Per essere un dungeon crawler in terza persona, quello che ho raccontato sarebbe anche un incipit di tutto rispetto. Mi rimane il dubbio del perché tutto sia così caricato ed insulso, cosa ci faccia tutta quella melodrammatica inconcludenza in ogni frase, visto che poi non c’è seguito a nessuno degli stati d’animo o delle situazioni che si vengono a creare nei frequenti intermezzi. Alla fine, aiutato da un catartico ‘sti cazzi!, vado avanti: ad Etrian Odyssey o a Dungeon Explorer non ho mica giocato per la storia.

Continuando con l’esplorazione, però, scopro che questo gioco è realmente convinto di star raccontando qualcosa di bello e degno di nota. Il protagonista della coppia che ho scelto (ce ne sono due, una capitanata da una donna ed una da un uomo) è accompagnato da una sua acerrima nemica (siccome lui è troppo figo, l’aveva dimenticata), che nelle prime ore di gioco si produrrà in diversi tentativi di omicidio, a dispetto della crudele sorte della “vedova” dell’introduzione e di qualsiasi logica, motivazione o semplice coerenza. Fortunatamente il protagonista è uno tosto e quindi si limiterà a trattarla come una donnetta deficiente, tanto durante gli incontri casuali saranno tutti amici come prima.

Il sistema di combattimento è un altro aspetto semi-disastroso del gioco. E’ piuttosto semplice (e questo non sarebbe un male: tutto sommato rimane un gioco per cellulari) ma farcito di dettagli e menù inutilmente complessi. Non si sente quasi il bisogno del manuale incluso, perché il problema non è capire il sistema di gioco ma tappare, scrollare e navigare per dozzine di voci, anche per fare le cose più semplici. Per eseguire l’attacco di default (che è l’unico necessario per la maggior parte degli scontri) servono almeno tre interazioni piuttosto precise sul touch screen, che diventano quasi una sfida se siete in movimento o semplicemente distratti. Ad aggravare la farraginosità del tutto non aiuta la progressione con un bilanciamento troppo tarato verso il basso, che renderà andare avanti una noia ripetitiva, piuttosto che una sfida continua.

La pietra tombale sul mio desiderio videoludico l’ha messa il fatto che, siccome è un gioco per iPod e tutti i giocatori di iPod amano i puzzle, i designer hanno pensato che ogni 3 per 2 sia necessario risolvere un puzzle insulso (e anche mal spiegato) per accedere ad una nuova zona del dungeon. I puzzle non sono né innovativi né geniali: sono la solita pappa che avete già visto in almeno 10-15.000 altri titoli per iPod che, tra le altre cose, non hanno la sfortuna di avere un mediocre RPG attorno.

Dalle prime impressioni sono parecchio deluso: è raro vedere un prodotto Square-Enix prendere toppe così clamorose. Media Vision o meno, dopo le prime ore di gioco l’impressione è quella di avere tra le mani un gioco costoso (10.56€, un patrimonio per l’AppStore) e graficamente molto curato ma non meno mediocre della maggior parte dell’offerta sull’AppStore.

Le vendite (aiutate da moltissimi e un po’ sospetti giudizi estremamente positivi già a pochi minuti dal rilascio) hanno già incoronato il gioco come un successo ma rimane il dubbio del perché Square abbia investito così tanto tempo e risorse per fare gli stessi numeri della raccolta di sfondi di Final Fantasy.

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Final Fantasy XIII https://arsludica.org/2010/03/29/final-fantasy-xiii/ https://arsludica.org/2010/03/29/final-fantasy-xiii/#comments Mon, 29 Mar 2010 05:00:19 +0000 http://arsludica.org/?p=10016 Per saperne di più]]> Prodotto e sviluppato da Square Enix | Piattaforme PS3, X360 | Rilasciato il: 9 Marzo 2010

Pesante come un macigno, Final Fantasy XIII è uscito e si è fatto giudicare. Incurante di tutte le reazioni, dopo un inizio stentato ha iniziato a macinare copie su copie nonostante le critiche. I fan si polarizzano su due schieramenti estremi: chi lo ama e chi lo odia. In molti si chiedono se valga ancora la pena di giocare a un Final Fantasy, anche in virtù delle critiche mosse ai developer orientali di RPG da quelli occidentali, sebbene questi ultimi in realtà si trovino in una non inferiore crisi creativa.

La risposta è semplice: sì, ma non aspettatevi molto. Tredici sa essere irritante e galvanizzante al tempo stesso. È galvanizzante perché ha il miglior combat system e la migliore storia di sempre; è irritante perché tutto è incastrato in una progressione sbilanciata e in uno dei peggiori level design degli ultimi anni.

Tredici non ha mezze misure: diverse decine di ore di gioco vi vedranno imprigionati in mappe linearissime, seppure con scenari che tolgono (quasi) tutti il fiato. A sostenervi in questa inevitabile corsa in avanti una storia orchestrata molto bene e dei personaggi verosimili e generalmente molto poco giapponesi. Con il tempo il gioco si apre ma mai come ci si aspetterebbe, una mancanza che cozza con l’ambizione del resto della produzione.

Il combat system è ottimo ma non lo è altrettanto la progressione dei personaggi e delle battaglie (per lo più obbligate): i designer hanno eliminato qualsiasi tatticismo dal sistema di combattimento; il compito del giocatore è identificare le debolezze del nemico e decidere i ruoli che i singoli personaggi del party copriranno durante lo scontro. Il ritmo è incalzante e inesorabile: le decisioni strategiche pesano e spesso un paio di Optimum sbagliati ti mettono in serio svantaggio. La difficoltà degli scontri è discutibile: a schiere di incontri che si risolvono in pochi secondi si alternano dei boss molto difficili, che richiedono decine di tentativi prima di scoprire la strategia migliore. Fortunatamente ci sono moltissimi checkpoint e se si muore si ritorna in gioco subito prima della battaglia, tuttavia questi stop forzati rovinano un po’ il ritmo degli avvenimenti che pure normalmente è molto ben cadenzato.

Se dovessi definire Tredici in una parola, questa sarebbe stonato. La grafica dettagliatissima fa i conti con animazioni in alcuni casi inspiegabilmente scadenti e mappe che non le rendono giustizia, e il combat system inciampa nella stessa linearità del gioco che invece dovrebbe sostenerlo. Tutto è leggermente fuori fuoco, poco lontano dal giusto equilibrio eppure abbastanza da sentire la differenza.

A farvi andare avanti ci pensano la storia e i personaggi che, anche grazie ai numerosi intermezzi montati e diretti molto bene, hanno una profondità ed una caratterizzazione molto superiore alla media.

Tredici dimostra che un’ottima regia può fare realmente la differenza nella qualità complessiva di un titolo che altrimenti sarebbe potuto essere solo poco sopra la media. Il sistema di gioco basilare e innovativo merita di essere almeno provato, aspettando che Square costruisca attorno ad esso un gioco realmente all’altezza delle sue potenzialità.

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The Legend of Kage 2 https://arsludica.org/2009/12/18/the-legend-of-kage-2/ https://arsludica.org/2009/12/18/the-legend-of-kage-2/#comments Fri, 18 Dec 2009 06:00:23 +0000 http://arsludica.org/?p=7041 Per saperne di più]]> Sviluppato da Taito | Distribuito da Square-Enix | Piattaforme: Nintendo DS | Pubblicato 2008 | Sito ufficiale

chihiro-cmyk_psd_jpgcopyThe Legend of Kage è un coin op del 1985 che non ha mai goduto di grossa fama (peraltro giustamente visto che non è certo annoverabile tra i capolavori). Il gioco in sé non era male: un platform game con ninja piuttosto frenetico, ma che soffriva di alcuni difetti che non erano perdonabili e che quindi, come spesso accade, venne dimenticato. Nel 2008 la Taito, sotto l’egida di Square-Enix, ha deciso di dargli un sequel e di pubblicarlo su Nintendo DS. Il motivo del gesto inconsulto non è ben chiaro, forse la volontà di dare una seconda chance a un brand abbandonato? Forse uno degli sviluppatori ha un’amante che si chiama Kage e ha voluto dedicargli un’opera sotto mentite spoglie? Chi può dirlo. Rimane il fatto che The Legend of Kage 2 è uscito e non se n’è accorto praticamente nessuno (sarà un male?).

Avviato il gioco bisogna scegliere il personaggio da guidare (Kage o una certa Chihiro) e stare a guardare mentre viene rapita una sacerdotessa che serve a un tizio indemoniato per fare le sue cosacce da demone. Ovviamente non ci resta che partire al salvataggio, come nei bei vecchi coin op di una volta, quelli in cui ci si lasciava il sangue oltre che i soldi. Da bravi ninja, i nostri due eroi sono in grado di lanciare shuriken e di combattere corpo a corpo con un’arma apposita (una katana o una kusarigama). I nemici sembrano usciti da un catalogo di racconti giapponesi: ci sono altri ninja di vario colore (mi sono sempre chiesto come facciano a nascondersi quei ninja che indossano tutine rosse sgargianti… bah), degli uccellacci che non si fanno gli affari loro, dei cani che sono come gli uccellacci e così via. Alla fine di ogni livello, a parte un paio al termine del gioco, bisognerà affrontare il classico boss.

I boss di The Legend of Kage 2 sono uno degli elementi migliori del gioco, poiché sono stati studiati per essere affrontati ciascuno in modo differente e offrono un buon livello di sfida al giocatore, con i boss finali che sono veramente difficili da buttare giù e richiedono molta attenzione e molta pratica. Purtroppo in mezzo ci sono i livelli, verrebbe da dire, che sono la fiera dell’anonimato e mancano di dettagli. Non è esagerato dire che si è visto di molto meglio sul Super Nintendo. Il problema non è soltanto nella bellezza degli scenari in sé, ma anche nel loro design, che fa acqua da tutte le parti. Alcuni si sono lamentati dell’eccessiva difficoltà, ma in realtà non è proprio così, visto che spesso basta correre come forsennati per arrivare dal boss di turno in modo indolore. Così facendo però si lasciano per strada i bonus che servono per comporre i poteri speciali del protagonista scelto di cui parleremo dopo (ma anche no).

kage-cmyk_psd_jpgcopyLa pecca maggiore, ovvero l’imprevedibilità dei nemici che rende alcuni livelli veramente frustranti, è dovuta alla visuale eccessivamente ristretta nonostante l’uso di entrambi gli schermi del DS. Capita spessissimo di essere attaccati da un nemico veloce in arrivo da fuori campo mentre si è impegnati in altro, senza avere il tempo di reagire, anche a causa anche della scarsa reattività generale di Kage e socia. Con un po’ di pratica si riesce a ovviare al problema, almeno nei primi livelli. In quelli più avanzati conviene semplicemente lasciare perdere gli scontri e mettersi a saltare come forsennati, anche perché i nemici aumentano esponenzialmente e attaccano a random.

Come detto in precedenza, il protagonista selezionato ha a sua disposizione dei poteri speciali. Il potere principale è la moltiplicazione delle immagini residue nella retina con peto per confondere i ninja incauti, ma raccogliendo delle sfere in giro per le mappe è possibile comporre dei ninjistu e ottenere altri poteri come il potenziamento dell’attacco, alcune magie, l’aumento della velocità e così via. A parte rari casi, le sfere sono dislocate in luoghi particolarmente impervi da raggiungere e che spesso richiedono di percorrere i livelli più volte, dopo aver ottenuto dei miglioramenti delle capacità base. La cosa che più scoccia è che usarli costa moltissimo in termini di KI (l’indicatore in basso a sinistra dello schermo inferiore) e che ricaricare l’energia è affare improbabile. Il risultato è che durante i livelli si tende a dimenticare di disporre dei poteri e al massimo conviene conservarli per i boss in modo da farli fruttare al meglio.

Commento: The Legend of Kage 2 è stato pubblicato per dimostrare il teorema secondo cui è difficile fare bene un remake. Ma anche quello secondo cui i remake sono inutili. Per non dimenticare quello che vuole gli uomini pelati molto virili a letto… ma questa è un’altra storia.

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Prepariamoci a seppellire le nostre console… https://arsludica.org/2009/11/30/prepariamoci-a-seppellire-le-nostre-console/ https://arsludica.org/2009/11/30/prepariamoci-a-seppellire-le-nostre-console/#comments Mon, 30 Nov 2009 13:30:59 +0000 http://arsludica.org/?p=6690 Per saperne di più]]> … perché in futuro potremmo non averne altre con cui sostituirle. L’ennesima previsione a lungo termine sul destino del mercato hardware questa volta proviene nientepopodimenoche dal capo dei capi di Square Enix (non occorrono presentazioni, vero?), Yoichi Wada, il quale ha affermato in un’intervista per MCV che “entro dieci anni la maggior parte di quelli che oggi chiamiamo ‘console games’ non esisterà più.”

Yoichi Wada

Non è la prima volta che una personalità di spicco ha predetto un cambiamento epocale nel mondo dei videogiochi, e già due anni fa Gerhard Florin, Vice Presidente Esecutivo di Electronic Arts, si espresse a tal proposito preconizzando l’avvento di nuovi sistemi di distribuzione e apparecchi simili a set top box in sostituizione delle attuali piattaforme di Sony, Microsoft e Nintendo.

La posizione di Wada è chiara: “in passato la piattaforma era l’hardware, ma poi è diventata la rete. Verrà un tempo in cui l’hardware non sarà più richiesto. E così, ogni genere di terminale può costituire una potenziale piattaforma sulla quale giocare – si tratta di una crescita esponenziale delle potenzialità del videogioco.” In altre parole, la visione del CEO di Square Enix contempla la sostituzione di software che gira sulle tradizionali console con offerte basate sul web, sul videogame streaming e sulla distribuzione digitale. La transizione non sarà naturalmente indolore, coinvolgendo tutti gli attori del mercato, che arriveranno a patire anche un “grande impatto negativoe, per questa ragione, secondo Wada, anche Sony e Microsoft si stanno attrezzando per non perdere il treno e agire da protagonisti nello scenario che verrà. Square Enix, dal canto suo, nel 2010 si concentrerà su social e browser gaming, puntando naturalmente molto sul venturo Final Fantasy XIV, MMORPG per PS3 e PC.

Dinanzi ad affermazioni del genere, viene naturale pensare a ciò che più si avvicina alle parole di Wada già da oggi. Mi riferisco, ovviamente, ad OnLive e a Gaikai, servizi che puntano ad offrire a breve l’esperienza del videogioco in streaming. Ma, a leggere le parole di David Perry in un’intervista su gameindustry.biz, è possibile rendersi conto che “Gaikai non è concepito per piacere agli hardcore gamer – persone che vogliono l’alta definizione, 60 frame al secondo, felici di attendere un’ora e mezza per un download e un’istallazione… non sono per niente loro la nostra platea. [Gaikai] Cerca di raggiungere nuovi videogiocatori, le centinaia di milioni di persone che non hanno mai toccato Mario Kart ma alle quali piacerebbe farlo.” Viva le console, allora, almeno per il momento.

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[The Last Remnant] Cronache di Balterossa https://arsludica.org/2008/12/15/the-last-remnant-cronache-di-balterossa/ https://arsludica.org/2008/12/15/the-last-remnant-cronache-di-balterossa/#comments Mon, 15 Dec 2008 05:00:57 +0000 http://arsludica.org/?p=3304 Per saperne di più]]>

Se c’è una cosa di cui avverto la mancanza nei JRPG di ultima generazione, è una buona dose di sidequest.

Fortuna vuole che The Last Remnant ne abbia davvero tante o, quantomeno, ne abbia abbastanza da avermi tenuto decisamente impegnato per due buone settimane, in barba alla main storyline.

Ora, non aspettatevi nulla di particolarmente elaborato: le missioni secondarie, in questo titolo, sono in linea con la sua impostazione generale: un JRPG atipico, interamente votato ai combattimenti campali e agli scontri tra battaglioni e gruppi di unità (dette unioni). Alla fine, le piccole storie che accompagnano tali sotto-quest non fanno altro che fornire un pretesto per andare a tirare mazzate al tal mostro o al tal villano contribuendo, comunque, a costruire il lore del mondo e delle città e regni che lo compongono.

L’aspetto più sorprendente di buona parte di queste missioni, però, è la qualità degli scontri che le contraddistingue. Non sono poche quelle in cui ci si ritrova ad affrontare dei mostri giganti con scagnozzi al seguito. E non sono mai battaglie semplici; tuttavia, proprio per questo motivo e per il sistema di combattimento (che sto apprezzando parecchio), sono veramente gradevoli e soprattutto gratificanti.

Ve ne racconto una.

Tra le varie città-stato che costituiscono il mondo di The Last Remnant vi è Balterossa, posta alle porte di un enorme deserto (il Grande Oceano di Sabbia, che tiene decisamente fede al proprio nome). Come in ogni città visitabile nel gioco, la miglior fonte di sidequest è la taverna locale. Nel caso di Balterossa, però, vengo informato da una guardia reale – assegnata al controllo della taverna – che il governo locale necessita di ogni aiuto possibile per affrontare un drago millenario, Mantroskylo, che minaccia la città e che vive nel deserto che la circonda. Inaspettatamente, non appena accettata la quest, vengo immediatamente portato sul luogo dello scontro, senza la consueta sezione esplorativa che usualmente precede il boss fight.

Uno scontro immediato? Come mai tutta questa fretta?

E’ presto detto: il campo di battaglia è a dir poco enorme e, come se non bastasse, le mie tre unioni si trovano proprio nel mezzo, con tre battaglioni nemici a destra, due a sinistra e il simpatico drago più un’altra unità nemica in basso. Ciascuno di questi gruppi di nemici, poi, è a notevole distanza dagli altri, e il mio stesso party è discretamente lontano da ognuno di essi.

Che fare? Considerato che è necessario sprecare un turno per avvicinarsi ad uno dei tre gruppi, con eccessiva confidenza decido di mandare ciascuna delle tre mie unioni ad affrontare un gruppo diverso. La mia unione più debole affronterà i due battaglioni a ovest, la seconda i tre posti a est e la mia unione più forte (quella con Rush, il protagonista, come leader dello squadrone) se la vedrà direttamente con il drago, a sud.

Sembra una scelta ragionevole. In questo modo posso evitare gli attacchi dai battaglioni nemici non impegnati ed essere io, invece, a tenerli separati, per evitare che si raggruppino e comincino a fare seriamente male.

Invece… pessima scelta.

Oltre al fatto che i due gruppi di nemici a ovest e a est si sono dimostrati particolarmente tosti da abbattere, finisco con l’usare troppi turni per decimarli. Intanto il battaglione di Rush, che sulla carta doveva essere il più forte, si limita a fare il solletico al drago che, dopo qualche turno passato a usare attacchi semplici, decide di tirare fuori l’artiglieria pesante e comincia a sfruttare incantesimi che in soli due turni mandano K.O. i miei.

Mi rimangono, quindi, le due unioni che avevano aggredito i nemici situati ai lati dell’enorme campo di battaglia. Non avendo ben calcolato le distanze, mi rendo conto che solo una di loro è in grado di avvicinarsi al drago in due turni, mentre l’altra è troppo distante. L’esito è ancora più massacrante, perchè è il mio battaglione più debole che approccia il drago per primo (cercando anche di resuscitare l’unione di Rush), con il risultato che una sola “alitata” di quest’ultimo gli dà il colpo di grazia lasciandomi solo con il secondo battaglione, che presto subirà la stessa sorte. Game over.

Ricarico la partita, e intanto penso a come cambiare l’approccio per vincere questo boss fight.

La prima lezione che ho imparato è che dividere le mie tre unioni e mandarle ai lati del campo di battaglia non è un’idea particolarmente efficace. Decido quindi, una volta ricominciato lo scontro, di mandare tutti e tre i battaglioni a scontrarsi prima con i nemici a ovest, poi con quelli a est e, infine, con il drago, sfruttando così la distanza tra di loro, tale da concedermi almeno due turni per far fuori il primo gruppo di avversari prima che gli altri due riescano ad arrivarmi alle spalle o ai lati.

Siamo sulla buona strada.

Riesco a far fuori tranquillamente il primo gruppo di nemici senza subire grossi danni, mentre noto che solo il gruppo ad est prova a raggiungermi; il drago se ne resta bello impalato al suo posto. Affronto anche il secondo gruppo, e riesco a sgominarlo in due turni. Il mio battaglione più debole è messo maluccio, così decido di tenerlo a curarsi per un turno mentre mando gli altri due a vedersela col drago; avrò così dei rinforzi freschi da gettare nella mischia. E’ evidente che la strategia è migliorata, e ora ho l’opportunità di eliminare il drago con tutto quello che ho a disposizione.

Ma i problemi, a quanto pare, non sono finiti. Come nel tentativo precedente, anche in questo caso non riesco ad essere particolarmente incisivo: il drago ha una quantità di punti ferita spropositata e ottime capacità di difesa. Io continuo a fargli il solletico; lui, invece, mi fa parecchio male e, come se non bastasse, scopro che è anche dotato di un incantesimo ad area che colpisce tutti e tre i miei battaglioni contemporaneamente. Nonostante io continui ad aggredirlo, lui non va giù; le mie unità alla fine cedono, non riuscendo a curarsi del tutto ad ogni turno e subendo questo devastante attacco ad area con discreta frequenza.

Altro game over. Altro momento di riflessione.

Prima di imbarcarmi in un ulteriore tentativo, decido di mischiare le carte in tavola e provare a cambiare la composizione dei miei tre battaglioni. In quel momento del gioco potevo schierare un totale di dodici unità, tra cui cinque leader (unità speciali che possono essere scelte tra il personaggio principale, i comprimari, e i leader reclutati alla gilda dei mercenari), organizzabili in un massimo di quattro battaglioni (ogni battaglione deve essere comandato da un leader). L’esperienza acquisita nelle sidequest precedenti mi aveva insegnato che era meglio avere tre battaglioni, poiché potevo sempre tenere uno dei tre gruppi come healer per gli altri due.

In questo caso, però, era necessario cambiare qualcosa. Così ho modificato la composizione dei tre gruppi. Nel gruppo più forte avevo sia il protagonista che un altro leader, entrambi dotati di skill curative. Decido di spostare il secondo leader (Emma) a capo del primo battaglione, quello debole, in modo da dare anche ad esso un buon healer con il quale reggere agli scontri e curarsi in maniera più efficace. Il leader di quel battaglione (Torgal) diventa così membro del gruppo di Rush, che perde un guaritore ma guadagna un’unità con ottime capacità offensive. Ora però il primo battaglione ha si un leader che può curare, ma ha anche diminuito ulteriormente i punti ferita totali.

Mischio ancora le carte.

Il secondo battaglione capeggiato da David (leader con skill ben equilibrate) e da Blocter (leader con parecchi punti ferita e votato alle arti guerriere, un tank in poche parole) viene modificato. Decido di spostare Blocter nel plotone di Emma, in modo da alzare sia i punti ferita sia la difesa del plotone stesso, mentre nel gruppo di David inserisco l’unità (tra quelle reclutate) che abbia il maggior numero di punti ferita e arti guerriere, in modo da compensare, nei limiti del possibile, l’assenza di Blocter.

Per bilanciare meglio il gruppo di David, inserisco anche altre unità con abilità miste, sia dotate di arti mistiche che di arti di potenziamento. Alla fine, dopo aver mischiato i leader e aver sostituito qualche unità, mi ritrovo con tre battaglioni equilibrati, ognuno dotato di buone capacità curative e di unità che conosentono sia di utilizzare arti magiche che guerriere.

Aver bilanciato la composizione dei battaglioni ha fatto sì che quelli forti perdessero qualcosa a scapito di quello debole, ma era un prezzo che ero disposto a pagare per cercare di vincere lo scontro contro il drago.

Il nuovo assetto da battaglia funziona.

Il maledetto rettile gigante sferrava i suoi attacchi ad area, ma ad ogni turno tutti e tre i battaglioni potevano curarsi e allo stesso tempo continuare ad aggredire, trasformando la battaglia in una guerra di logoramento. Sebbene io infliggessi pochi danni, continuavo imperterrito e allo stesso tempo riuscivo a tenere in piedi tutti e tre i plotoni anche nei momenti critici. Il drago non poteva curarsi, e non aveva nessuna unità di supporto al seguito che potesse farlo. E dopo un bel po’ di turni, dopo aver anche accumulato punti azione durante la battaglia, incrementando il numero di danni inflitti, ho avuto ragione dello scontro.

Mi ci saranno voluti tre quarti d’ora in totale per riuscire a portare a termine questo boss fight, e tanta pazienza nel cercare di non disperarmi e mandare tutto a quel paese. La paga della missione alla fine è stata una considerevole somma di denaro, ma non tanto il premio per aver abbattuto il drago quanto il fatto di averlo sconfitto trovando il giusto approccio e la giusta strategia, mi ha decisamente gratificato.

The Last Remnant presenterà grosse lacune in tanti aspetti, ma finché le sidequest che affronto continuano ad offrirmi delle sfide stimolanti sarò ben disposto a chiudere un occhio (anche due) e lasciare che siano le battaglie a farla da padrone.

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The World Ends with You (ti piacerebbe) https://arsludica.org/2008/09/08/the-world-ends-with-you-ti-piacerebbe/ https://arsludica.org/2008/09/08/the-world-ends-with-you-ti-piacerebbe/#comments Mon, 08 Sep 2008 08:17:19 +0000 http://arsludica.org/?p=2045 Per saperne di più]]> Prodotto e sviluppato da Square-Enix | Piattaforma Nintendo DS | Rilasciato nel 2008

Quale adolenerdescente brufoloso, che non scopa da un paio di generazioni, non gradirebbe vedere il mondo scoppiare insieme a tutti quelli che lo fanno soffrire e, soprattutto, a tutte quelle che non gliela danno, preferendogli il primate analfabeta di turno?

Già il titolo è una gran furbata, roba da garantire almeno un’ora di masturbazione rapida e continua a qualche Hikikimori (poi torna a vedere bambine stuprate e cadaveri vivisezionati su 4chan, non vi preoccupate).

Ma l’operazione furbizia non si limita soltanto al titolo.

The World Ends with You sembra fatto al tavolino, tagliato con l’accetta per essere sempre cool e fashion e tutto quello che vi pare. Una specie di furbissimo Lucignolo videoludico.

I personaggi sono cool, vestiti in modo cool, si mettono in pose cool, agiscono in modo cool, acquistano oggetti cool e molto fashion (che li potenziano… che ne dite di un bel bustino troiereccio che dà +15 ad attacco e +28HP?), si muovono nel quartiere giapponese cool per eccellenza (Shibuya) e dicono un mare di stronzate dall’inizio alla fine del gioco.

In effetti dietro alla patina di cool game non c’è molto. Forse andrebbe fondato un nuovo genere con questo nome fatto di tanta fuffa visiva, un po’ di brutte canzonette pop a fare da colonna sonora, una trama che definire stupida è offendere Melita Toniolo e un sistema di combattimento confusionario basato sulla sacra tecnica dello “scegli i pin giusti e striscia con veemenza il pennino sul touch screen del DS finché tutto quello che si muove non è morto”.

Certo, i pin salgono di livello (anche se non si gioca… mah), i personaggi salgono di livello, i nemici salgono di livello, i negozi salgono di livello. Ma se vi aspettate un minimo di profondità lasciate perdere. Il sistema è talmente lineare nella sua apparente complessità che dopo un paio d’ore non ci si fa più caso e lo si lascia andare, tanto la maggior parte delle scelte sembrano generalmente ininfluenti e se si combatte abbastanza e si fanno crescere i pin “naturalmente” si diventa talmente potenti che gli scontri diventano una specie di pratica burocratica, da svolgere per prendere punti esperienza e svolgere qualche missione per i reaper.

Ovviamente il combattimento incrociato, vera novità introdotta da questa produzione, è puro caos (a parte per qualche persona particolarmente dotata e coordinata che riesce a gestirlo) e si finisce ben presto per abbandonare lo schermo superiore al suo destino, limitandosi a considerarlo quando la situazione è in stallo in quello inferiore.

I personaggi sono la fiera dello stereotipo. C’è il bel tenebroso le cui inutili motivazioni ci accompagneranno per tutto il gioco, c’è la tizia frizzante che nasconde un tragico destino, c’è il viziatello rompiballe che si rivelerà molto migliore di quello che sembra e così via. Come tradizione Square-Enix insegna, ogni problema può essere risolto con l’amicizia, anche la partecipazione a un gioco omicida di cui si sapranno le motivazioni solo verso la fine (che strano) e che è il vero collante dell’azione.

Sinceramente stento a ricordare dei dialoghi così brutti (magari in qualche RTS o in un Metal Gear Solid a caso… non so), con minuti interi passati a leggere di vestiti griffati e amicizia e motivazioni personali. Se dovessi definirlo in qualche modo, direi che ci troviamo davanti a una mocciata videoludica in cui si combattono epiche battaglie per arrivare a capire quanto è bello uscire il sabato sera con gli amici.

Non va dimenticato che The World Ends with You è anche una specie di mistero buffo: come ha fatto a prendere voti altissimi in ogni dove?

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Final Fantasy Crystal Chronicles: Ring of Fates https://arsludica.org/2008/08/02/final-fantasy-crystal-chronicles-ring-of-fates/ https://arsludica.org/2008/08/02/final-fantasy-crystal-chronicles-ring-of-fates/#comments Sat, 02 Aug 2008 06:14:19 +0000 http://arsludica.org/?p=1869 Per saperne di più]]> Final Fantasy Crystal Chronicles: Ring of Fates l’ho giocato mille volte.

Aveva sempre nomi differenti, personaggi differenti e una trama leggermente differente, ma era sempre lo stesso gioco.

Me ne sono reso conto sin dall’avvio del gioco. Alla prima spadata contro il primo nemico l’impressione è diventata certezza e i contorni della ripetizione sono diventati netti.

La foschia è stata spazzata via dal vento e dalla pioggia.

Ring of Fates è lo stesso gioco che ho giocato mille altre volte.

I mostri che lo popolano non sono che maschere di creature stanche.

Respirano soltanto per essere massacrate.

Naufrago in acque che ben conosco, per l’ennesima volta.

Le spade fanno più danni dei bastoni e sicuramente sparerò palle di fuoco e fulmini.

Non presto molta attenzione ai personaggi e alla storia, insopportabilmente prevedibile.

Colpisco con la spada, salto, gestisco il party, uccido mostri, elimino boss, leggo le parole pronunciate dai personaggi, combatto il male, mi convinco di stare dalla parte del bene e così via.

L’ho già fatto innumerevoli volte.

Lo sto facendo ora.

Lo rifarò ancora.

Anche questo mondo si esaurirà, come gli altri.

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Recensione – Final Fantasy XII: Revenant Wings https://arsludica.org/2008/01/20/recensione-final-fantasy-xii-revenant-wings/ https://arsludica.org/2008/01/20/recensione-final-fantasy-xii-revenant-wings/#comments Sat, 19 Jan 2008 23:35:36 +0000 http://arsludica.org/2008/01/20/recensione-final-fantasy-xii-revenant-wings/ Per saperne di più]]> Prodotto e sviluppato da Square Enix | Piattaforma Nintendo DS | Rilasciato il 15/02/2008

Final Fantasy XII – Revenant Wings è uno strategico in tempo reale, spin off di Final Fantasy XII, in cui manca quasi completamente la strategia.

Le truppe (chiamate Esper) sono divise in tre macro categorie (volanti, da mischia e con attacchi a distanza) e si differenziano per l’elemento di appartenenza (neutro, fuoco, acqua, terra, fulmine, cura). L’incrocio di categorie ed elementi determina i punti di forza e le debolezze di ogni esper, quindi un esper volante dell’elemento fuoco sarà più efficace contro un esper da mischia dell’elemento acqua ma inefficace contro un esper con attacchi a distanza sempre dell’elemento acqua.

revenant_wings_01.jpg

Ovviamente ci sono gli eroi, la maggior parte dei quali già incontrati in Final Fantasy XII, che sono il vero fulcro del gioco. Sono loro che controllano gli esper e che portano avanti l’esile storia d’amore e potere che fa da sfondo al gioco. Un’antica guerra, un Dio cattivo che vuole conquistare il mondo, una tragica storia d’amore con la guerra di sfondo. È sicuramente più profondo di un normale RTS ma francamente avrei preferito meno chiacchiere, soprattutto perché ti costringono ad affrontare più di cento missioni quasi tutte uguali.

Il vero problema di Revenant Wings risiede nella sua struttura. Probabilmente si è scelto di creare tante micro-missioni, invece di missioni più lunghe e articolate ma inferiori come numero, per la natura portatile del Nintendo DS. Insomma, si è cercato un modo per non appesantire troppo una singola sessione di gioco, non mancando di infilare nel mucchio tutto quel cicaleccio tanto caro ai giapponesi. La moltiplicazione delle ridondanze nella trama, che come tematiche riprende quelle più classiche della tradizione nipponica, diventano sempre più oppressive, soprattutto quando devo ripetere per la ventesima o trentesima volta lo stesso tipo di missione. Le missioni affrontabili sono di cinque tipi: ammazza tutti i nemici sulla mappa; ammazza tutti i nemici sulla mappa e conquista le summoning gate; distruggi il cristallo da cui rinascono i leader nemici facendo attenzione che non distruggano il tuo; raggiungi un determinato punto della mappa; ammazza il boss.

La mancanza della necessità di elaborare strategie per superare il 98% dei livelli (in questo caso la percentuale non è casuale o iperbolica), con la sola difficoltà, all’inizio di ogni nuovo scontro, di scegliere gli esper giusti per contrastare quelli avversari, rende l’impegno minimo, e anche la differenziazione per categorie dei nemici aiuta poco in tal senso, perché in quasi tutte le situazioni conviene sfornare un certo numero di esper di ogni tipo e partire alla carica in mucchio contro il nemico. Diciamo che la forza bruta paga quasi sempre e che si può perdere solo se si commettono errori marchiani come attaccare un gruppo di nemici da mischia con un esercito formato solo da truppe con attacchi a lunga distanza.

Il sistema di controllo del proprio esercito, in questi casi, funziona a dovere: basta premere il tasto per selezionare tutti gli eroi sulla mappa, con associati vari, e partire alla carica cliccando sul nemico. Le automazioni, come il sistema gambit (ereditato da Final Fantasy XII su PS2), e la reattività dell’IA rendono una passeggiata di salute la maggior parte delle mappe. Ad aumentare insieme alla percentuale di completamento del gioco, è solo la frenesia dovuta alla necessità di creare più truppe lì dove i nemici sono più numerosi e fanno più danni.

revenant_wings_02.jpg

Lì dove il sistema si rileva più debole è nei rarissimi casi in cui è richiesto l’utilizzo di una qualche strategia. La prima prova d’inadeguatezza del sistema di controllo lo si ha in una missione stealth che si deve affrontare verso l’inizio del gioco. Ecco, il sistema di controllo è completamente inadeguato allo scopo e, dopo vari tentativi in cui ho tentato di sgattaiolare dietro le guardie, che mi hanno lasciato passare ma mi hanno individuato dove credevo di essere al sicuro, ho risolto selezionando lo sprint e correndo verso il mio obiettivo. Ovviamente i nemici mi hanno visto ma, dato che sono molto lenti, non sono riusciti a starmi dietro. Fortunatamente questa repellente missione si è rivelata un caso isolato.

Il secondo caso di inadeguatezza del sistema di controllo si ha in alcuni scontri avanzati. Dopo aver quasi finito il gioco caricando a testa bassa, ci si trova a dover elaborare delle strategie per poter affrontare degli avversari particolarmente forti. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Peccato che il sistema di controllo non risponda molto bene. Finché si da un ordine e si lascia all’IA l’onere di eseguirlo non ci sono problemi, ma quando si ha la necessità di impartire più ordini, che si vorrebbero eseguiti con un certo rigore, emerge prepotentemente l’approssimazione delle risposte e ci si ritrova frustrati a guardare i personaggi improvvisare o ignorare quanto gli abbiamo imposto. Non volendo impazzire, ho risolto livellando un po’ i personaggi, sistema che funziona per tutte le difficoltà che si possono incontrare, così da poter tornare alla tattica dell’attacco di massa, senza dover bestemmiare dietro al sistema di controllo.

La parte più divertente è sicuramente quella della gestione dell’inventario, che poi è anche quella che rende tollerabili le ripetizioni delle missioni. In effetti l’unico movente per affrontare certi scontri è quello della raccolta di alcuni materiali rari, necessari per forgiare armi sempre più potenti.

Per il resto, nonostante la cura posta nella rappresentazione delle diverse locazioni, è sicuramente andata persa buona parte della malinconica poeticità di Final Fantasy XII. Si sente la mancanza di una descrizione più complessa del mondo di gioco e delle dinamiche che hanno determinato il configurarsi della crisi vissuta dai personaggi. Tutto si risolve invece con un accorato “nonostante tutto l’amore e l’amicizia vincono sempre” non supportato da un processo di smaltimento della mielosità esplicita che permetta di penetrare nelle sfumature tragiche della storia. Peccato.

Aggiunta successiva di qualche giorno alla pubblicazione dell’articolo:

Allora, quando ho scritto questa recensione ero circa al 75% del gioco. Male. Mai come in questo caso il peggio arriva alla fine (altro che Final Fantasy III)

Cosa mi ha fatto imbufalire?

Per vedere il finale VERO bisogna completare il gioco al 100%, ovvero finire tutte le missioni principali più quelle secondarie.
Ora ho tutti i personaggi che uso più frequentemente al 51° livello e posso tranquillamente terminare l’ultima delle missioni primarie senza troppi affanni.
Il problema è che quei simpaticoni degli sviluppatori hanno aggiunto un paio di missioni secondarie allucinanti in cui i nemici stanno all’80 livello (in una) e al 95 livello nell’altra. La prima (nemici livello 80) sono riuscito a finirla con un trucco (praticamente il boss dell’area si è bloccato da solo entrando in loop e l’ho massacrato tenendomi a distanza e lanciandogli un singolo incantesimo d’attacco. Ci ho messo mezz’ora ma almeno è morto… affrontandolo normalmente mi avrebbe massacrato).
La seconda missione, invece, non ha bug e anche i nemici più scarsi riescono a farmi fuori senza troppi complimenti.

Ora, per vedere il finale vero dovrei salire di livello… perché RW è sì un gioco strategico ma in realtà non esistono strategie se non quella di caricare a testa bassa dopo aver formato un gruppo nutrito e ben assortito (chi afferma il contrario non ha mai giocato ad uno strategico prima di questo). Al punto in cui sono c’è solo una missione che posso ripetere e che mi da abbastanza punti esperienza per livellare… il problema? è che, facendo un calcolo rapido e molto rozzo per arrivare ad un livello accettabile con tutti i personaggi dovrei ripetere la stessa missione una settantina di volte per circa 16 ore di gioco extra. Ora,16 ore a ripetere la stessa missione mi sembrano una tortura più che un divertimento. Ma chi le pensa queste trovate di merda alla Square?

Voto finale: Per favore Square lascia perdere gli strategici

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Final Fantasy XII https://arsludica.org/2008/01/16/final-fantasy-xii/ https://arsludica.org/2008/01/16/final-fantasy-xii/#comments Tue, 15 Jan 2008 23:15:27 +0000 http://arsludica.org/2008/01/16/final-fantasy-xii/ Per saperne di più]]> Square Enix | Playstation 2 | JP marzo 2006 | EU febbraio 2007

Comincio questo articolo mentre Final Fantasy XII si sta grossomodo giocando da solo. Miracoli del combattimento in tempo reale, del sistema Gambit, e di un tipo di nemico che pare fatto apposta per l’auto-livellamento, il Necrophobia, che ogni tanto ci fa la cortesia di scindersi in due; esistono poi nemici davvero ideali, e sistemi di automatismo praticamente infallibili, scoperti e collaudati dalle solite menti geniali sprecate prestate al videogioco.
FF12 - impostazioni gambit per Basch
Il sistema Gambit guida il combattimento in base a una serie di condizioni e relative azioni da voi impostate per ciascun personaggio, dalla basilare “Nemico più vicino -> Attacca”, alle usuali “Alleato con HP < 40% -> Energia” e “Alleato in status K.O. -> Reiz”, fino a raffinate impalcature che possono portarvi a sconfiggere alcuni temibili boss senza mai toccare il pad. Detto così suona noioso, ma vi assicuro che questo sistema di combattimento è quasi il sogno di ogni programmatore; e di ogni giocatore di Final Fantasy che ormai non ne può più di eseguire meccanicamente sempre la stessa serie di azioni (attacca, cura, apri una birreria).

Le opzioni/condizioni di Gambit non sono tutte disponibili fin dal principio, ma vanno trovate in giro per il mondo o comprate nelle apposite “gambitterie”; così come dovete acquistare le magie nelle “magicherie”, le tecniche nelle (indovinate?) “tecnicherie”, e fortunatamente le armi le trovate nelle armerie e gli scudi non nelle scuderie ma nei negozi di protezioni. Vi avviso che non metto becco sulle scelte di traduzione, secondo me fanno simpatia. Ora, avete appena fatto shopping e volete abbrustolire i cattivi con la magia “Fire”, infilzarli con la spada “Trucidiavolo”, e appenderli al muro con la tecnica “1000 aghi”? Spiacente, ma prima di fare ciascuna di queste cose dovrete acquisire la relativa licenza. Le licenze si acquisiscono su un’apposita scacchiera (replicata per ogni personaggio) spendendo nientemeno che Punti Licenza, che otterrete insieme ai punti esperienza sconfiggendo mostri. La scacchiera all’inizio è oscurata, e potrete vedere e acquisire solo le licenze contigue a quelle già possedute; il che è vagamente seccante, se avete intenzione di creare personaggi specializzati (visto che, ahimé, di per sé anche in questo Final Fantasy sono tutti sostanzialmente intercambiabili).

FF12 - scacchiera delle licenze di Ashe

Sei personaggi, questa la massima estensione che può avere il vostro party, ma con solo tre personaggi alla volta (più un eventuale “ospite”) presenti sul campo di battaglia; i personaggi “in panchina” possono all’occorrenza (e immediatamente, senza tante tragedie come risalire su qualche aeronave e parlare con qualche losco individuo) entrare in gioco al posto dei “titolari” e, mentre fuori gioco, possono essere oggetto di “attenzioni” da parte degli alleati. La cosa, non lo nascondo, agevola molto l’esperienza di gioco: se il vostro party in campo viene spazzato via, avete altrettanti personaggi pronti a prendere posizione e, magari come prima cosa, a resuscitare coloro che sono passati a miglior vita, virtualmente prolungando all’infinito le possibilità di riuscita di un combattimento o, più spesso, di fuga; “virtualmente”, perché non sempre le cose sono così facili, ma a titolo personale sono contento di non aver dovuto buttare delle ore di gioco perché un tenero coniglietto aveva l’abilità speciale “scoreggia” che toglieva 3000 punti vita in una botta sola a tutto il party e io, prima di imbattermici, non lo sapevo; questa è ovviamente un’iperbole, non ci sono coniglietti che scoreggiano in FF12; non che io sappia.

FF12 - foto di gruppo

Parlando di coniglietti, la maggior parte dei nemici ordinari che incontrerete è scialba; i modelli di base saranno al più di una decina (ricordatevi che stiamo parlando di una esperienza di gioco che può tranquillamente raggiungere il centinaio di ore), e cambiano giusto (ma non troppo) le texture che li ricoprono. Sostanzialmente comincio a supplicare per un Final Fantasy, ma anche un rpg più in generale, in cui l’esperienza di gioco sia corta quanto volete, ma densa, e faccia quindi a meno di squallidi riempitivi come decine di ore di combattimenti tutti uguali. Fin qui le notizie cattive. Rispetto ai capitoli precedenti della saga, comunque, non esistono più i cosiddetti “incontri casuali“: la maggior parte dei nemici (salvo qualche rettile e qualche non-morto o fantasma) che popolano la mappa non sbucherà più dal nulla come le multe da autovelox, ma avrete modo di vederli da lontano, cercare di evitarli (ché per 15 punti esperienza non vorrete mica perdere 30 secondi coi vostri personaggi di livello 60, vero?), o al limite ignorarli correndo in modalità “fuga” – qui il vantaggio più grande del combattimento in tempo reale, l’azzeramento dei tempi morti di caricamento del campo di battaglia; anche se, una volta tirate le cuoia, i nemici impiegheranno un paio di secondi prima di “lasciarsi attraversare” per farvi recuperare il bottino (moltiplicate per centinaia di combattimenti e comprenderete il fastidio).

Passando ai nemici meno ordinari, troviamo gli immancabili boss, gli ormai tradizionali Esper, i ricercati, e i mostri rari.

Gli Esper non sono pervasivi come in altri capitoli della saga, e ancor meno sono risolutivi per i combattimenti. Buona o cattiva che sia la cosa, sta a voi decidere. Per ottenere un Esper dovete sconfiggerlo, e spesso dovrete andare a cercarlo, poiché quelli ottenuti seguendo la trama principale sono solo una parte. Invocare un Esper vuol dire ridurre il party, per un tempo limitato, al personaggio invocante e all’Esper invocato (non controllabile), i valori vitali dei quali andranno entrambi tenuti sotto controllo per evitare che l’invocazione vada sprecata esaurendosi prematuramente. Personalmente non ho fatto un grande uso di questi alleati, ma collezionarli è divertente. Il vero sistema risolutivo dei combattimenti di questo capitolo, per chi trova divertente giocare così, sono le Apoteosi, tecniche speciali che, come gli Esper, possono essere associate ad un unico personaggio (fino a un massimo di 3 per ciascuno, e ce ne sono 18 in tutto), e hanno la particolarità di poter essere eseguite a catena da tutti e tre i personaggi, una volta partita la prima – a patto però di premere i tasti giusti al momento giusto, potendo poi usufruire di bonus che possono portare la catena anche a una dozzina o più di Apoteosi. La controindicazione delle Apoteosi è che svuotano i punti magia molto velocemente, indipendentemente dal livello del vostro personaggio (ci sono 3 livelli di Apoteosi e una di livello 3 porta i punti magia a zero), quindi non se ne può abusare.

Nel corso del gioco, alcuni personaggi metteranno delle taglie sulla testa di mostri particolari, che sarà vostro compito cercare ed abbattere, in una parola cacciare; trattasi dei ricercati, appunto (e stiamo parlando delle cacce). Poiché é Final Fantasy non ci si esime dal rendere il processo più complicato del necessario, visto che prima dovete vedere l’annuncio, poi parlare col committente, accettare il mandato (in qualche caso vi faranno le pulci se non avrete qualche requisito e dovrete perciò ripassare quando lo rispetterete – non vi dico la gioia di farsi dei chilometri aggratis), abbattere il mostro, parlare nuovamente col committente; a parte qualche sottigliezza, l’attività di cacciatore è divertente, sia per la sfida in sé che per le storie (un po’ fuori di testa) che ci verranno raccontate. Anche i modelli dei mostri oggetto delle cacce sono un po’ riciclati (capita che siano solo ingranditi rispetto agli altri), ma non ci farete molto caso (salvo per le maledette tartarughe giganti).

Di tanto in tanto, avanzando nel gioco, vi capiterà di incontrare mostri rari, che se ne scorrazzano allegri mimetizzati in mezzo agli altri, ma rappresenteranno per voi un buon modo di spezzare la noia quando vi occorrerà ripercorrere scenari già visti. E, mi spiace dirvelo, vi capiterà, eccome, di ripercorrere scenari già visti, magari più volte perché raramente in un giro solo potrete fare tutto (è una versione un po’ complessa del problema del commesso viaggiatore, e mi domando se vi sia una soluzione più che sub-ottima); la cosa è un po’ mitigata dai “telecristalli” presenti qua e là (cristalli di salvataggio di colore arancione che vi permettono di teletrasportarvi), o dall’uso dall’aeronave, ma alla Square Enix si sono premurati di non guastarvi il piacere di una scampagnata ponendo certi vostri obiettivi nell’esatto centro del nulla, equidistanti da ogni telecristallo o approdo di aeronave. Gliela giustifico solo per alcuni mostri rari, che altrimenti non incontrereste mai; ma si salvano al pelo.

Ho bellamente ignorato la trama fino ad ora, ma non perché sia un punto dolente, tutt’altro; certo soffre del dualismo finalfantasiano che affligge dal settimo capitolo in poi, per cui non si sa se il gioco sia una storia o un insieme di sotto-giochi manco fosse Mario Party, ma se a qualcuno continua a piacere avere le due cose nello stesso gioco vorrà dire che ci adegueremo. Non a caso, FF12 nella recensione su Gamespot (uuu, la concorrenza) viene apparentato a Star Wars: c’è un impero, c’è una principessa senza regno, pirati apparentemente cinici ma dal cuore d’oro braccati da terribili cacciatori di taglie, città maestose, mezzi volanti, razze estremamente variegate e in buona parte buffe. Leggo che il mondo di Ivalice non è nuovo ma è già stato utilizzato in Final Fantasy Tactics, quindi forse è per questa ragione che sembra così vivo e approfondito; anche troppo a dire il vero, giacché si viene bombardati fin dall’inizio con una sequela di nomi di persone, luoghi, eventi, ci viene spacciata come scontata qualche cosina (ah, certo, il Mystes, chi non se ne fa due tazze a colazione?), e si fa presto a perdere il filo; interessante il “bestiario”, compilato via via che si accoppano bestiacce, e che più se ne accoppano e più si riempie di aneddoti e lumini per la comprensione dell’oscuro mondo di gioco.

La storia è una maledetta profumiera: mi ha tenuto incollato allo schermo per la curiosità, anche quando non ero del tutto convinto che il gameplay mi piacesse e “potevo smettere quando volevo”; fino a quando non ho effettivamente cominciato ad apprezzarlo ed ero ormai dipendente. Diversi personaggi sono memorabili (la mia preferenza va indubbiamente alla viera Fran, anche per l’interessante voce scelta per il doppiaggio – a-ha! Star Wars…), benché piegati alle esigenze narrative di un videogioco (la principessa Ashe deve avere l’asma, o un buco in un polmone, o freddo – è scollatina, dopotutto -, insomma qualcuno l’aiuti!, visto che quasi ogni singolo video del gioco comincia con lei che sospira), e lo svolgimento della trama è non banale e sinceramente interessante: senza strafare, vengono messe in ballo in modo maturo nientemeno che questioni come il libero arbitrio dell’uomo e i maneggi della politica, e non per nulla assistiamo ad un’ascesa al potere del nostro principale nemico che è quasi verosimile, magicume a parte.

La quest principale, da sola, richiede una quantità di ore di gioco tutto sommato onesta, appagante e non eccessiva; va tuttavia rimarcato che, giocato senza side quest, Final Fantasy XII perde moltissimo del suo appeal. Se invece entrate nel tunnel delle cacce, se cominciate a fare tacche sul vostro controller, sappiate che avrete da giocare per settimane, mesi, forse troppo. A questo punto starà a voi decidere a che punto smettere, se proprio volete ottenere tutte le armi migliori (ottenibili solo con sistemi folli e sleali come “non aprire quel forziere 2” e “questa area di respawning non è un albergo”), completare tutte le cacce e abbattere tutti i mostri segreti (non manca il solito Ultima Qualchecosa con un milione e qualcosa di punti vita); per quel che mi riguarda, il dilemma è tanto grave da rovinarmi metà del piacere del gioco (ritengo di essermi sciupato Final Fantasy VII volendo completarlo al 100%), ma l’altra metà è pur sempre viva e pulsante.

Qualche annotazione spicciola prima di chiudere. La più importante è che giocare seguendo una buona guida è essenziale se volete ottenere tutto l’ottenibile, ma aiuta anche se non volete perdere troppo tempo esplorando chilometri di mappa in cui non trovate nulla (magari solo la prima volta che ci passate, perché alcuni eventi si verificano solo se, magari dall’altra parte del mondo, qualcuno vi ha dato informazioni essenzialissime del tenore di “nel deserto di sabbia c’è la sabbia”). Buona parte dei sottogiochi sono funzionali al gioco e alla trama stessi e, per quanto semplici (anzi forse proprio per quello, visto che vi portano via poco tempo e perciò non viene l’impulso “sì vabbe’ salvo e lo faccio la prossima volta”), sono divertenti; un esempio è lo scambio di informazioni che dovrete fare ad Archades, per far combaciare le persone in possesso di date informazioni e le persone che possono beneficiarne. Passerete moltissimo tempo ad usare magie per infliggere o curare status alterati (veramente molti e strategicamente stimolanti), mentre finirete per snobbare le altre; interessanti alcuni combattimenti in cui siete sottoposti a specifici handicap (non poter usare le tecniche, calo di HP costante, boss che vi azzerano costantemente i MP), quasi quasi si poteva sfruttare di più l’idea (a molti saranno venute in mente le missioni con handicap di Fable). I combattimenti sono un poco confusionari: alcuni messaggi importanti (“il boss ha perso le mutande, attacca ora che è impegnato a cercarle!”) vengono spesso immediatamente rimpiazzati da altri e non fate in tempo a leggerli; affrontare nemici volanti vuol dire non sapere cosa cetriolo succede, perché i numerini che segnalano i danni inflitti sono per la maggior parte del tempo fuori dalla vostra visuale. Ci sono le solite, fisiologiche lacune di credibilità nella narrazione, strettamente legate probabilmente alle esigenze di gameplay: ad esempio, all’inizio, i terribilissimi abitanti del deserto di sabbia (gli Urutan), da cui dovreste scappare a gambe levate e che invece sono solo chiacchiere e distintivo (oltre che forse una citazione dei Sabbipodi di Star Wars, ci fosse ancora bisogno di trovare similitudini); o quando passeggiate tranquilli nei quartier generali dei nemici a farvi i fatti vostri, fronteggiati da qualche spadaccino loffio e da qualche rappresentante dell’elite dell’impero che non vi impensierisce nemmeno un istante. Il sistema Gambit è un’interessante variazione, se non un miglioramento per la serie; cambia sensibilmente l’esperienza di gioco, ma se proprio non potete fare a meno della vecchia interfaccia ci sono pur sempre 10 Final Fantasy che vi potete (ri)giocare, oltre a svariati altri RPG, di Square e non; evitate invece la serie Seiken Densetsu (Secret of Mana), o perlomeno il terzo (secondo) capitolo per dirne uno che ho giocato, che di FF12 pare predecessore. A proposito di predecessori apocrifi, Vampire: the Masquerade – Redemption (sempre per dirne uno che ho giocato, ma certo ce ne saranno altri) dimostra con FF12 una sensazione di parentela insospettabile.

Final Fantasy 12 è fatto per lasciare il segno? Difficile dirlo per un titolo appartenente ad una saga che sta per raggiungere il tredicesimo capitolo. Guardando a questa come a molte altre recensioni, si nota come sia premura del recensore sottolinearne le differenze o le somiglianze rispetto ai predecessori, e questo, oltre a produrre recensioni scarsamente fruibili da chi non ha idea di cosa sia un JRPG, potrebbe andare a suo detrimento. Quel che è certo è che il titolo spicca, e non in negativo; fatta salva qualche lacuna stilistica (ad esempio la scena di “festeggiamento” che viene visualizzata dopo aver sconfitto alcuni boss particolarmente tenaci è entusiasmante come veder muovere una sfera in wireframe, s’intende non in un motore grafico fatto da voi), il gioco è solido e avvincente; perciò, se vi sentite incuriositi, e avete del tempo da investire, dategli una chance tenendo conto che capirete completamente “come funziona” solo in fase avanzata e, se avrete fiducia, verrete ripagati anche dalla sorpresa del lento dipanarsi delle potenzialità del titolo; se qualcosa vi infastidisce già solo a leggerla, evitate senza patemi e passate ad altro; non perché il gioco non meriti obiettivamente un giudizio molto positivo, ma perché di giochi così lunghi in una vita umana se ne può giocare solo un numero finito, ed è perciò giusto che le nostre aspettative siano alte e soddisfatte ai massimi livelli, con rigorosità crescente rispetto a quanto diminuisce il tempo libero a nostra disposizione.

P.S.: per chi fosse interessato allo spin-off per Nintendo DS, rimando alla recensione di Babel.

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