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Somnia / Re: A proposito della critica videoludica
« il: Marzo 08, 2008, 21:26:22 »
Qui Radical.
Non so perché, Mario mi ha chiesto copiare qui un post che scrissi l'altro ieri sul suo articolo.
Spero non mi linciate.
Io che pensavo: "toh, effettivamente questo è un articolo che condivide un sacco delle battaglie di Mario Morandi". Mi sono reso conto solo dopo che l'hai scritto tu.
Io direi che sottovaluti assai il fattore umano, ossia il fatto che l'analisi e la divulgazione delle gioie del videogioco hanno sempre difettato di gente competente in materia, che fosse slegata sia dai meccanismi editoriali (ma prendetemi con le pinze, sono sempre stato troppo estremista in proposito), sia da una considerazione adeguata della materia.
Perché, dai, Another World (1991) dice già tutto quello di cui ci si è riempiti la bocca con il passare degli anni sulla narrazione interattiva. Ciò che è venuto dopo, da un punto di vista tecnico, è poco più di un orpello. Negarlo significa semplicemente non aver fatto i compiti.
E non a caso l'unico libro sui videogiochi che non mi abbia fatto sentire preso per i fondelli è The Art of Computer Game Design di Chris Crawford, tanto game designer quanto François Truffaut dai Cahiers du Cinema è stato regista (oddio, Balance of Power non sarà I Quattrocento Colpi del videogioco, però ci siamo capiti).
Secondo me, il motivo per cui i "giornalisti del settore" continuano a dire che i creatori non dicono niente di interessante è che hanno paura di essere soppiantati. Guardate il sito di Eric Chahi su Another World, il blog di Ron Gilbert, i deliri di Tim Schaefer dalla newsletter di Double Fine. Avanti, provate a dirmi che non sono interessanti. Diamine, persino Victor Ireland che era "solo" un localizzatore aveva sempre qualcosa da dire sul lavoro di Working Designs, tanto che teneva una newsletter cartacea in proposito, ai tempi in cui Internet voleva dire "seriously nerd".
Il mio problema è che il videogioco non è mai stato visto veramente come qualcosa di diverso da un prodotto di consumo, neanche dalla cosiddetta "avanguardia colta". Sarebbero loro che mi fanno più paura, ma soprassediamo. Anche chi cerca di tenersi a galla, se gli chiedi qualcosa, alla fin fine ti parla di marketing. Non a caso, gli articoli della redazione italiana di Edge sono principalmente una sorta di Sole 24 Ore del videogioco con attempati manager che ti parlano di target, IP, e altre sburàt.
Anche chi ha voluto farsi bello con triple lauree, master e quant'altro, in realtà, non è riuscito ad arrivare molto più in là di quello che avrebbe fatto un diciassettenne con un po' di sale in zucca. Anzi, molto probabilmente il diciassettenne avrebbe usato un linguaggio più semplice.
Non so perché, Mario mi ha chiesto copiare qui un post che scrissi l'altro ieri sul suo articolo.
Spero non mi linciate.
Io che pensavo: "toh, effettivamente questo è un articolo che condivide un sacco delle battaglie di Mario Morandi". Mi sono reso conto solo dopo che l'hai scritto tu.

Io direi che sottovaluti assai il fattore umano, ossia il fatto che l'analisi e la divulgazione delle gioie del videogioco hanno sempre difettato di gente competente in materia, che fosse slegata sia dai meccanismi editoriali (ma prendetemi con le pinze, sono sempre stato troppo estremista in proposito), sia da una considerazione adeguata della materia.
Perché, dai, Another World (1991) dice già tutto quello di cui ci si è riempiti la bocca con il passare degli anni sulla narrazione interattiva. Ciò che è venuto dopo, da un punto di vista tecnico, è poco più di un orpello. Negarlo significa semplicemente non aver fatto i compiti.
E non a caso l'unico libro sui videogiochi che non mi abbia fatto sentire preso per i fondelli è The Art of Computer Game Design di Chris Crawford, tanto game designer quanto François Truffaut dai Cahiers du Cinema è stato regista (oddio, Balance of Power non sarà I Quattrocento Colpi del videogioco, però ci siamo capiti).
Secondo me, il motivo per cui i "giornalisti del settore" continuano a dire che i creatori non dicono niente di interessante è che hanno paura di essere soppiantati. Guardate il sito di Eric Chahi su Another World, il blog di Ron Gilbert, i deliri di Tim Schaefer dalla newsletter di Double Fine. Avanti, provate a dirmi che non sono interessanti. Diamine, persino Victor Ireland che era "solo" un localizzatore aveva sempre qualcosa da dire sul lavoro di Working Designs, tanto che teneva una newsletter cartacea in proposito, ai tempi in cui Internet voleva dire "seriously nerd".
Il mio problema è che il videogioco non è mai stato visto veramente come qualcosa di diverso da un prodotto di consumo, neanche dalla cosiddetta "avanguardia colta". Sarebbero loro che mi fanno più paura, ma soprassediamo. Anche chi cerca di tenersi a galla, se gli chiedi qualcosa, alla fin fine ti parla di marketing. Non a caso, gli articoli della redazione italiana di Edge sono principalmente una sorta di Sole 24 Ore del videogioco con attempati manager che ti parlano di target, IP, e altre sburàt.
Anche chi ha voluto farsi bello con triple lauree, master e quant'altro, in realtà, non è riuscito ad arrivare molto più in là di quello che avrebbe fatto un diciassettenne con un po' di sale in zucca. Anzi, molto probabilmente il diciassettenne avrebbe usato un linguaggio più semplice.


