La bruttezza è coerente al discorso sulla mancanza dei mezzi lessicali prima che logici da parte dei watchmen del videogioco. Viene imbastito un unico presupposto (nulla è mai come te lo aspetti) ma su quello mica si costruiscono pur timide digressioni, no: si racconta - limitatamente (lupo ulula, lupo ululì) - quanto avviene a schermo. Così tutta la parte dedita all'analisi degli elementi di gioco (3/4 di "recensione", praticamente) è un riassunto di eventi e situazioni, talvolta sospesi da qualche "it's easy to see a lot of gamers being put off by something like The Path. It doesn't have much in the way of traditional gameplay..". Ovvero non è un gioco per tutti, e su.. diciamolo, dai. Classica recensione che parla tanto ma non dice nulla e si rifà quasi esclusivamente allo specchietto finale diplomatico. Con una macroscopica aggravante: non si sbilancia ponendo la valutazione numerica all'interno di una centralità che è tipica scappatoia di chi non sa o vuole dire. Dice vabbè, è sintomatico della media di recensioni su IGN (boh, talvolta di rece belline ne ho lette anche lì) però mi sembra il modo perfetto per non vedere l'universo sensoriale e soprattutto contenutistico di The Path. Che poi, caspita, di contenuto mi pare ne abbia e da vendere anche e questo prescinde dal fatto che chi videogioca sia geometra, saltimbanco circense, filosofo o concorrente di reality show. Il watchmen avrebbe dovuto cogliere e discutere la profondità dell'esperienza, non tanto l'estetica (che comunque è parte integrante nel rapporto di significanza) o sonoro e longevità. The Graveyard è longevo quanto la sua protagonista, vive in una singola partita che tuttavia vale più di cento ore al brutto jrpg di turno, ben ripagando del rapporto qualità-prezzo. The Path ne rappresenta la naturale estensione sia nei termini che nelle velleità. Avete ben ragione di criticarlo quando non segue le regole; "segui il sentiero", dice la mamma. Ma noi siamo fanciullini e ci piace trasgredire, andiamo oltre i limiti imposti dalla regola come Cappuccetto Rosso disobbediva alla madre nella classica fiaba popolare. Poi cresciamo, maturiamo senza che The Path perda la propria trasgressività. E' una cosa che va accettata e compresa. Ritengo ci sia ancora molto da dire, gli argomenti sono molteplici e tutti meriterebbero approfondimento, dall'ineluttabilità del cammino/sorte (tema portante anche in The Graveyard) all'uso del dolore e del tragico come climax lirico. Dall'inevitabilità che mai sfocia nella pericolosa prevedibilità (a meno che si intenda prevedibile l'inevitabile) al discutibile ruolo che ci vede carnefici di noi stessi. Ci ripensi e trovi nuovi spunti, nuovi argomenti. Ho come l'impressione che i Tale of Tales stiano ponendo importanti basi sul divenire. Noi mica saremo fra i rivalutatori, vero?