define('DISALLOW_FILE_EDIT', true);
define('DISALLOW_FILE_MODS', true);

Realizzato in una settimana, Receiver è uno sparatutto ambientato in un singolo edificio: il giocatore sarà chiamato a collezionare 11 audiolog disseminati in una mappa generata in maniera casuale, l’obiettivo sarà quello di scoprire cosa sia successo nel mondo di gioco. Descritto in questi termini il gioco sembra abbastanza semplice, quasi banale: ciò che lo rende unico è che, per difenderci dalle orde di robot assassini che fanno da guardia nell’ambientazione, i giocatore avrà a disposizione una sola arma, e ne dovrà gestire ogni aspetto, dal disinserimento della sicura alla rimozione manuale del caricatore, dal carrello alla ricarica dei singoli caricatori.
Queste azioni, le quali vengono considerate triviali dal mondo videoludico, costituiscono ben presto la vera difficoltà del gioco: mentre in tutti gli altri sparatutto la ricarica e la raccolta di munizioni viene gestita completamente in automatico, in Receiver il giocatore dovrà destreggiarsi tramite la complessa interfaccia di gioco per eseguire manualmente ognuna di queste attività; in questo modo, persino un cambio di caricatore diventa problematico quando un robot tenta di elettrificarti con un taser, e la soddisfazione data dalla destrezza che si manifesta nelle fasi di ricarica e tiro è, stranamente, davvero edificante.
La sperimentazione proposta da Receiver in questo senso è molto più profonda di quanto sembri: nella contemporanea concezione degli sparatutto le armi sono viste come semplici strumenti di offesa e l’azione del giocatore è interamente concentrata sull’atto dello sparare; Receiver invece costringe il giocatore a prendere consapevolezza della complessità meccanica e funzionale dell’oggetto che si sta maneggiando. Mentre in Call of Duty controllare l’arma significava sparare a raffiche per compensare il rinculo, in Receiver maneggiare la pistola vuol dire entrare in un ordine mentale completamente diverso, in cui anche la preparazione assume un’importanza unica (organizzare i proiettili nei caricatori, allenare le dita nell’eseguire la sequenza di azioni per inserire un nuovo caricatore, etc.).

Da notare la lista dei comandi a destra, quelli evidenziati sono quelli eseguibili
Se Receiver è un esperimento, a questo punto è lecito chiedersi se queste meccaniche abbiano un futuro nel mondo videoludico: realisticamente parlando, penso che questo paradigma non avrà successo nel genere degli FPS: questo tipo di titoli infatti è relegato in una dimensione alquanto infantile, in cui il gameplay non riesce a trasmette altro fuorché fantasie di onnipotenza tramite improbabili massacri perpetrati da altrettanto improbabili eroi o presunti tali, mentre il gameplay di Receiver è naturalmente più sottotono poiché costringe il giocatore a concentrarsi non solo sull’azione dello sparare, ma anche sull’esecuzione, in momenti di tensione, di azioni di preparazione quasi mai viste prima, in cui l’errore può significare il game over.
Ciò significa che Receiver non può avere dei seguiti ? Non per forza, pensiamo ad un genere come quello dei survival horror: i primi Resident Evil e i Silent Hill proponevano sistemi di combattimento macchinosi, quasi legnosi, in modo da accrescere in maniera efficace la tensione nel giocatore. In questo modo non c’era bisogno di creare orde di avversari per trasmettere sensazioni di tensione e pericolo: due zombie erano sufficienti a creare non pochi problemi (non ha caso Resident Evil 4, con le sue orde di simil-zombie, ha portato il genere verso una prospettiva più action); in Receiver questo scenario sarebbe di grande impatto, poiché la mira diventerebbe fondamentale, e la mancanza di fuoco controllato costringerebbe ad un difficile e rischioso cambio di caricatore (condizione di vulnerabilità che i giochi moderni raramente riescono a trasmettere con la dovuta efficacia).
Introdurre queste meccaniche creerebbe un paradigma di gioco diverso, in cui i combattimenti sarebbero ridotti in termine di scala ma diventerebbero più maturi, più rilevanti e meglio contestualizzati da un punto di vista narrativo, aumentando notevolmente l’immersione del giocatore (penso che Receiver sia uno dei pochi giochi moderni in cui la mancanza di HUD abbia senso, poiché tutte le informazioni necessarie sono comunicate efficacemente al giocatore).

Altro che ricarica rapida alla Gears of War!
Receiver è un esperimento interessante poiché propone una nuova interfaccia; sebbene singoli elementi del gameplay siano apparsi qua e là nella storia dei videogiochi (Trespasser, Condemned), per la prima volta abbiamo un titolo che costringe i giocatori a confrontarsi prima di tutto con lo strumento che stanno impugnando. In un panorama come quello odierno, in cui quasi ogni interazione complessa viene ridotta ad un becero QTE, questa caratteristica risalta per freschezza e innovazione.
]]>
Troppo spesso sento dire che al giorno d’oggi i giochi sono troppo facili e che i boss non valgono un decimo di quelli d’un tempo. Io sono del medesimo parere, anche se ogni tanto mi son dovuto ricredere; ma altre volte la convinzione è cresciuta in modo esponenziale.
Tutti mi parlavano dell’estrema difficoltà nell’affrontare l’ultimo boss di inFamous, dicendo che è praticamente impossibile affrontarlo a livello difficile. L’altro giorno stavo finendo il gioco (sono in stragrande ritardo, ma vabbé) alla difficoltà massima, e quando il combattimento finale ebbe inizio avevo davvero i brividi, perché mi aspettavo un nemico impossibile d’abbattere. Dopo che sono deceduto due-tre volte, ho compreso che la tecnica per sconfiggere il nemico era davvero banale. Non avevo bisogno nemmeno di muovermi (se non in alcuni frangenti) e la sua intelligenza era paragonabile a quella del mio gatto. Finito il gioco sono rimasto piuttosto deluso, mi aspettavo… volevo aspettarmi un combattimento difficile e lungo e invece ho ottenuto una battaglia breve, in cui la facevo da padrone.
Per puro sfizio sono andato a vedere le persone che esultavano per via dell’estrema “difficoltà” del titolo e mi son accorto che sono tutti ragazzini. Erano bambini che come la prima console hanno avuto una PS3 (o PS2 durante il suo tramonto). Gente che non sa nemmeno cosa significa la parola “difficile”.
Ora vorrei parlare di un caso contrario. Qualche anno fa, giocando a Killzone 2 alla difficoltà normale mi sono imbattuto in ciò che chiamo “Il mostro”. Un boss talmente difficile da farmi venir voglia di distruggere la console e spezzare il gioco: parlo di Radec, il boss finale del secondo capitolo del più famoso FPS su PS3. Senza esagerare posso dire che sono morto all’incirca 26 volte e la mia esasperazione era arrivata davvero al culmine. Dopo aver finito il gioco volevo piangere per la felicità e per il dolore alle dita.
Domandando ai miei amici di età più matura, ho scoperto che molti avevano lasciato stare perché il boss era davvero troppo difficile. Altri hanno fatto scendere qualche santo dal paradiso, mentre altri ancora hanno davvero dato di matto. A quel punto la mia felicità divenne euforia, perché avevo capito d’aver ucciso un nemico che ha fatto esasperare moltissime persone.
Il problema è che Killzone 2 è un titolo per amanti dello sparatutto duro e puro e credo che un padre di famiglia, che ha poco tempo, una famiglia e lo stress lancerà il gioco nella spazzatura dopo i primi cinque tentativi. La difficoltà è una cosa che desideriamo noi giovani, che non abbiamo tanti problemi, che possiamo permetterci di stare una notte davanti alla console, ma non una persona adulta, con tantissimi impegni. La difficoltà eccessivamente elevata, poi, non ti fa apprezzare pienamente il titolo, in quanto sei occupato a restare concentrato e buttare qualche bestemmia.
]]>
Who’s That Flying? è uno sparatutto a scorrimento orizzontale senza troppe pretese, che richiede al giocatore di affrontare ondate aliene senza farle uscire dalla parte sinistra dello schermo, per non fargli distruggere la città sottostante. A parte l’arma base non ce ne sono di supplementari; c’è solo una barra che cresce ammazzando gli alieni e che, riempendo delle caselle, fornisce degli attacchi speciali.
La modalità storia è divisa in quattro città da proteggere, più un livello finale che si sblocca dopo aver terminato gli altri. Ogni città è divisa in tre livelli, alla fine dei quali c’è un boss da abbattere. L’unica variante allo sparare sono i nemici speciali, che dopo aver subito diversi colpi richiedono l’esecuzione di una specie di evento filmato per essere eliminati definitivamente.
Il livello di difficoltà della modalità storia è impostato verso il basso, mentre ci sono delle modalità extra (infinite e challenge) che offrono sfide più impegnative e che richiedono un po’ di dedizione per essere completate.

Non c’è molto altro da dire su Who’s That Flying?, a parte che visivamente ricorda uno dei tanti cartoon seriali americani e che gli intermezzi che raccontano l’esile trama sono patetici.
In realtà è tutto il gioco a non trascendere mai e a scorrere un po’ troppo aleatoriamente. Non ha mai cadute, ma nemmeno picchi. È uguale a se stesso dall’inizio alla fine. Non dura molto, ma, una volta finito, non si desidera che fosse durato di più. Verrebbe da descriverlo con un solo aggettivo: superfluo, ma in fondo non merita tanto impegno o cattiveria. L’unico vero pregio è il prezzo bassissimo.
]]>
Le intuizioni creative dell’ultima produzione di IO Interactive si fermano allo stile visivo, con i personaggi inseguiti da una telecamera amatoriale che produce immagini simil-YouTube. Per il resto basta prendere Gears of War, togliere i nazi omofobici in armatura e mettere al loro posto i due criminali da cui il titolo, talmente criminali che all’epoca della loro prima apparizione tentarono di corrompere un noto sito web per avere bei voti (dilettanti, fatevi insegnare da altri come si fa), e avrete questo brutto riassunto di un gioco, in cui per una manciata di ore bisogna ripetere la formula: percorri corridoio – trova copertura quando arrivano i nemici – spara ai nemici – mettiti al riparo quando lo schermo diventa troppo rosso e stai per morire – dopo che li hai eliminati tutti, fai rifornimento di armi – ripeti.
Il sistema di ricarica automatica dell’energia ammazza quel minimo di tensione che si respira durante gli scontri a fuoco, trasformati in una mera formalità ginnica, mentre la strizzata d’occhio alla YouTube generation, passato l’interesse iniziale, diventa un fastidio, soprattutto lì dove l’effetto telecamera a mano rischia di causare forti mal di testa più che coinvolgimento. Ci sono degli accenni di stealth ma sono poca, fastidiosa, cosa.

La trama racconta di Kane che va a fare visita a Lynch per un affare. I due si ritrovano coinvolti in una brutta storia con la malavita locale, fondamentalmente a causa del caratteraccio che si ritrovano, e devono tirarsene fuori nel solito modo: sparando. Alcuni dei loro presunti amici diventeranno nemici affiancando quelli che nemici lo sono sin dall’inizio e, a quel punto, il dinamico duo potrà contare solo su se stesso, costretti dagli eventi ad attraversare una Shangai sporca e malata, colma di feccia che sbuca da ogni angolo e di poliziotti che si comportano come la feccia di cui sopra. Tra terreni in costruzione, aeroporti, magazzini, grattacieli con le finestre a specchio, centri commerciali senza negozi di abbigliamento e strade illuminate a giorno dalle insegne colorate, Kane e Lynch abbattono tutto e tutti, come due carri armati. I proiettili non gli fanno nulla, anche quando si ritrovano a fuggire nudi e pieni di ferite (un giorno qualcuno getterà ai porci il cadavere di Master Chief per il male causato al mondo dei videogiochi).
L’unico punto a favore di Kane & Lynch 2: Dog Days è la ricostruzione della città, piena di dettagli che la delineano con spietato realismo. Peccato che uno scenario simile sia stato sprecato per un banalissimo sparatutto in terza persona con coperture e parolacce, un gangster movie lo-fi fuori tempo.
]]>Razor2: Hidden Skies dicesi gioco con astronavine. Le astronavine sparano e creano astrovine. Il giovine pilota dell’astronavina principale non ha nome, ma vuoi mettere? I livelli sono otto e se li finisci tutti sei davvero bravo, perché qualche sadico porco ha deciso che in alcuni frangenti tu debba morire. No no, non è semplicemente troppo difficile; è proprio fatto male! Ci sono dei momenti in cui è del tutto impossibile evitare i proiettili, persino al livello normal (non parliamo di quello hard).
Il perché è presto spiegato: ogni gruppo nemico segue un suo schema di movimento e uno di fuoco. Il problema è che i gruppi appaiono casualmente e spesso creano degli intrecci di proiettili impossibili da superare senza morire o senza farsi grossi danni: addirittura, c’è il caso di un boss con un attacco inevitabile. Ovviamente la situazione peggiora nei livelli avanzati. Forse lo scarso sono io, lo ammetto; faccio mea culpa. E poi l’astronave è potenziabile.
Magari, investendo i crediti raccolti giocando nel modo giusto è possibile rendere possibile ciò che appare impossibile? Vediamo, fatemici pensare… no, non è assolutamente così: basta fare un paio di partite per capire che conviene investire soltanto in una delle tre armi disponibili e che, a conti fatti, di tutti gli altri upgrade acquistabili, gli unici su cui valga la pena spendere i soldi sono i più costosi, semplicemente perché più potenti.
Qualsiasi altra strategia della spesa si risolve in livelli finali infernali con nemici che, oltre a creare muraglie di proiettili, sono anche molto difficili da distruggere (e quindi niente armi secondarie).
Pensandoci bene, tutta questa difficoltà non è un male in sé: il male sta nel percepire che il gioco bari e, soprattutto, capire che quella che all’inizio sembra varietà, si rivela essere un inutile orpello che non aggiunge niente al gioco. Non è un problema di difficoltà, ma di design, carente sotto ogni punto di vista.
Non aiutano a perdonare i difetti del gioco neanche gli inspiegabili cali di framerate, avvertiti financo su macchine molto potenti: insomma, secondo me è un problema di cattiva idratazione. Non è possibile combattere i sensi di colpa con un gioco del genere. Proprio no. C’è di meglio, anche fra gli sparatutto freeware.
Combattere contro il senso di disgusto provato davanti a un videogioco è una pratica che andrebbe evitata. L’ho fatto giocando a Legendary, per cercare di cavarne fuori qualcosa di buono, ma sono finito a imprecare da solo come uno scemo. Vedere insieme lupi mannari, armadilli di fuoco, tentacoli assassini e folletti dispettosi è già di per sé uno spettacolo che richiede un drastico abbassamento della soglia del ridicolo percepito per non portare all’immediata disinstallazione; ma i guai arrivano proprio dalla sopportazione.
L’inizio non è male, con il solito vaso di Pandora (stranamente somigliante all’Arca dell’Alleanza vista nel primo Indiana Jones) che viene aperto in modo incauto e riversa su New York una serie di schifezze che iniziano a distruggere la città. Qualcuno, guardando le immagini a corredo dell’articolo, potrà chiedersi cosa c’entrano un golem gigante e dei grifoni con il suddetto recipiente mitologico, ma la risposta non potrebbe che essere il vago gorgheggiare bava di chi è andato avanti e ha già visto che il peggio deve ancora venire.
A livello di gameplay, Legendary è un FPS dei più tradizionali, con un paio di poteri (una cura e la creazione di un’onda d’urto) a fare da cornice al solito festival di armi da fuoco, qui diversamente efficaci rispetto alla media. Lo strano è che i nemici più difficili e frustranti da abbattere sono proprio i primi ad apparire (gli armadilli di fuoco), concentrati nelle prime fasi di gioco per poi quasi sparire in quelle avanzate, lasciando il posto a insulsi licantropi e a una specie di setta di umani con strane mire sul contenuto del vaso. In effetti gli ultimi livelli sono più semplici dei primi… vai a capire.
Il problema principale del tutto è la coerenza, con dei livelli fin troppo simili tra loro e decisamente poco ispirati. Ad esempio la Londra del terzo livello sembra uscita da un libro fantasy e ha poco a che vedere con una città moderna, eppure non mi sembra che la trama contempli un salto indietro nel tempo. L’impressione generale è quella del guazzabuglio, ovvero di una serie di idee sommate tra loro in modo dissennato, senza una direzione artistica. Il risultato è che la presa sul giocatore è minima.
A rendere ancora più nulla la già nulla tensione che si prova attraversando gli sciocchi livelli del gioco ci pensano gli immancabili eventi scriptati. Ora, al primo poliziotto che viene ucciso da un mostro uno può anche stare lì a preoccuparsi, ma quando ci si trova di fronte alla cinquantesima micro sequenza con lupo mannaro che ammazza un PNG a caso, ci si chiede seriamente chi possa rimanerne impressionato. Anzi, il risultato di questo ripetersi di eventi insulsi è l’esatto opposto del dovuto, con il giocatore che li vive con fastidio crescente finendo per farli diventare oggetto d’ironia. È matematico: quasi ogni PNG che comunica con l’insulso protagonista, una specie di agente speciale sfigato, finisce per morire in qualche modo atroce. Portasse sfiga?
]]>
La trama nemmeno ve la racconto perché ho pietà di voi. Anzi, non ho nessuna pietà: diciamo che, al comando di una squadra speciale, bisogna inseguire un’altra squadra speciale in un complesso di edifici. Ci sono di mezzo anche del materiale alieno dalle proprietà incredibili e un po’ di poteri psichici che non fanno mai male. Il tutto per giustificare un clonazzo di Gears of War, di cui riprende completamente il concept dello sparatutto a squadre con coperture annesse. La somiglianza è tale da essere quasi imbarazzante. Fortunatamente The Scourge Project: Episodes 1 and 2 è realizzato molto peggio, così uno ha qualcosa in più da dire.
La prima cosa che si nota è l’IA dei propri compagni di squadra: ogni tanto se ne rimangono imbambolati al loro posto e non ne vogliono sapere di dare una mano: “Ehi ragazzi, venite qui, su, che mi stanno sparando in venti”. Niente, nessuna pietà nemmeno loro. In verità nelle prime fasi di gioco non capita spessissimo di vederli congelati, ma quando i livelli iniziano a crescere in complessità la situazione diventa quasi tragica.
Ad esempio, in una fase di gioco bisogna scappare da una nube di gas che sopraggiunge alle spalle della squadra. Bene, decido di provare un’azione di sfondamento: ovviamente i miei non mi seguono e iniziano a farsi gli affari loro. Allora provo a dargli ordini per sbloccare la situazione: niente, non ne vogliono sapere. Vado avanti da solo, ma i nemici sono in troppi e non riesco a eliminarli tutti prima dell’arrivo del gas. Ricaricando la partita magicamente la squadra decide di seguirmi. Garrulo come un bambino mi faccio strada tra i nemici con il loro aiuto, arrivo al corridoio che permette la fuga e… si sono bloccati un’altra volta. Provo a dare ordini per farli venire dove mi trovo io (al sicuro, vorrei sottolineare), ma non ci pensano proprio. Finiscono tutti e tre a terra (il gioco concede un lasso di tempo per rianimare i personaggi che hanno esaurito la barra di energia, protagonista compresa). Dilemma: vado a salvarli e finisco nel gas anche io, o vado avanti e aspetto che la loro barra di energia si consumi completamente? In entrambi i casi dovrei rifare tutta la sezione. Fortunatamente decido di andare avanti per rendermi conto di cosa mi aspetta e… magia! Mi ritrovo con i tre Stooges al seguito.
Probabilmente gli sviluppatori erano consci dei limiti dell’IA delle loro creature quando hanno deciso di creare un sistema di raggruppamento automatico che prescinde dallo stato di salute della squadra. Purtroppo si tratta di un difetto che mina profondamente il gioco. In effetti è frustrante non poter elaborare una qualsiasi tattica e dover lasciare all’IA l’iniziativa, anche perché capita spesso che i compagni usino delle tattiche kamikaze e si lancino contro gruppi di nemici in modo scriteriato, mentre altre volte se ne stanno dietro alle coperture anche se sono in vantaggio di 4 a 1 sui nemici.
Ovviamente i cattivi sono altrettanto furbi: alcune volte mi è capitato di vederne uscire da una copertura e corrermi incontro senza un motivo apparente (se non il desiderio inconscio di essere penetrati dai miei proiettili) mentre altre volte gli sono finito davanti allo scoperto e si sono ben guardati dallo spararmi (fare le cose con lentezza). I boss da questo punto di vista sono emblematici, con la loro incapacità di combattere secondo una tattica concreta.
Tutto il resto passa in secondo piano. I livelli sono delle semplici arene con le diverse coperture posizionate opportunamente nelle zone dove sono previste le sparatorie. Gli ambienti sono piuttosto anonimi e sono ispirati a una fantascienza di tipo standardizzato. Non mancano gli alieni aracniformi che escono da delle protuberanze schifose. È proprio a loro che è legato uno dei momenti più ilari della sceneggiatura: dopo aver affrontato la prima ondata di ragnetti, il capoccia di turno chiama la squadra e gli dice una cosa del tipo: “non pensavo che vi avrebbero attaccato, sono creati per proteggere il materiale alieno e reagiscono solo in caso di pericolo.” Ovviamente il fatto di andare in giro da ore con dei grossi fucili in mano a massacrare tutte le creature viventi della struttura non gli ha suggerito che la squadra potesse rappresentare una minaccia per gli alieni. Di quale politico sarà cognato, questo deficiente integrale?
]]>
Il remake commerciale di un vecchio sparatutto bidimensionale come Armalyte, una delle glorie massime del C64 (oggi si parlerebbe di titolo tripla A esclusivo) ha senso soltanto se lo si considera dal punto di vista di quella ristretta cerchia di appassionati ancora legatissimi alla macchina Commodore, per la quale continuano a cercare e ad acquistare software (sì, qualcosa viene ancora prodotto). La Psytronik Software (il cui logo è intenzionalmente ispirato a quello della vecchia Ocean) basa tutto il suo business sulla nostalgia (sul loro shop potete trovare moltissimo materiale relativo al C64, tra cui alcuni giochi molto recenti) e lo fa con un discreto successo, visto che è già da qualche anno sul mercato. Armalyte è il progetto più ambizioso della compagnia. Sviluppato da S-A-S Design, gruppo nato dalla fusione di alcuni dei più grandi talenti della scena indie specializzati in remake, tra i quali Trevor ‘Smila’ Storey, Armalyte è una copia fedele del titolo originale che viene venduta in una confezione celebrativa contenente diverso materiale extra (il making of del gioco, la demo “remix-e-load”, la versione per emulatori dell’Armalyte di Cyberdyne Systems del 1988 e altre cosette molto belline, dedicate solo ai retrogamer certificati).
Per tutti quelli che non lo conoscono, diciamo che Armalyte è uno sparatutto a scrolling orizzontale diviso in otto livelli di difficoltà crescente (anche se il settimo non mi è mai sembrato così duro… come sono vecchio) che fondava molto del suo fascino sulle sue indubbie qualità tecniche. Non vi scandalizzate troppo per un’affermazione del genere, perché all’epoca ammirare la grafica di un gioco significava per prima cosa riconoscere le capacità dello sviluppatore, soprattutto su macchine ‘chiuse’ come il Commodore 64. Produrre certi effetti sullo schermo era una sfida e aiutava a spostare in avanti i limiti di un sistema. Oltretutto era una battaglia tra l’uomo e la macchina che non si giocava sulla quantità di soldi investiti su una singola produzione. Se si guarda alla softeca del Commodore 64 (ma anche dello Spectrum, dell’Amiga, dell’Amstrad e così via) è facile notare che i titoli dei suoi primi anni di vita sono molto diversi da quelli degli anni del crepuscolo e un Beyond the Forbidden Forest, che nel 1985 sembrava un miracolo, nel 1989, messo a confronto con, ad esempio, Retrograde, non lo sembrava più, pur essendo l’hardware rimasto identico. È per questo motivo che molti vecchi giocatori tendono a legarsi alla scena indie, ovvero cercano di ritrovare la dimensione intima dei videogiochi; quel senso di sfida ai limiti possibile soltanto dove c’è un legame diretto tra lo sviluppatore e il gioco, cioè dove lo sviluppatore è prima di tutto “autore” e non uno dei tanti che mette mano su una catena di montaggio che costruisce qualcosa che non gli appartiene e che, tra i fattori determinanti per la riuscita o meno di un progetto, vede sempre meno spesso messa in campo l’abilità del singolo.

Da questo punto di vista il remake di Armalyte, con tutti i nemici al loro posto, la grafica rifatta ma fedele all’originale, i livelli identici nella struttura, i boss dotati degli stessi schemi d’attacco di un tempo e così via, è un atto d’amore che va premiato. Oppure è semplicemente la splendida follia di un’epoca perennemente distratta dall’eterno futuro a cui è condannata.
Articolo già apparso su Babel 22
]]>
Una delle più grosse assurdità di BioShock 2 è la fedeltà dei ricombinanti a Sofia Lamb, l’antagonista principale, e alla sua pseudo-religione. Nel primo BioShock, i simpatici tossici sempre a caccia di Adam, il liquido che le Sorelline estraggono dai cadaveri, erano il simbolo della decadenza dell’utopia di Ryan, il fallimento di un progetto che pur partendo da basi teoriche solide, non aveva tenuto conto della natura umana e dei rischi che un mondo come Rapture poteva produrre.
L’ego aveva preso il sopravvento, distruggendo l’individualità e creando dei mostri che vivevano in funzione soltanto delle loro dipendenze e desideri.
La follia aveva preso il sopravvento, inoculata nel sistema dagli stessi che dovevano garantirne l’ordine.
Non è chiaro, quindi, perché in BioShock 2 i ricombinanti siano diventati i fedeli della Lamb; ovvero: perché si sono trasformati nell’incarnazione del collettivismo basato sul pregiudizio religioso e sull’ignoranza che distrugge la sfera individuale annichilendola nella massa? Eppure si comportano e parlano esattamente nello stesso modo. Nascono nello stesso modo. Sono identici, le stesse maschere di allora… cambia soltanto il punto di vista. Come se lo stesso ente possa essere il risultato di due opposti integralismi.
Il problema che nasce, mi pare evidente, coinvolge l’intero gioco. Sacrificata la Rapture di Levine/Ryan alla necessità di produrre un seguito, la nuova Rapture sembra una fotocopia dell’originale ma finisce per non somigliarle che negli aspetti più superficiali. Non è un problema di diversa interpretazione dello stesso scenario, quanto di barbarizzazione dei contenuti, piegati e violentati per essere adattati all’inevitabile necessità di sfruttare ancora i soldi spesi per produrre il primo BioShock, senza la volontà (o la capacità) di riplasmarli.
Rapture è Ryan e senza Ryan diventa solo un riflesso, un parco giochi, una Venezia costruita nel deserto per fare contenti i turisti ma di cui un osservatore accorto nota subito l’abominevole assenza di vissuto celata dietro il caos e i lustrini. La Rapture di BioShock 2 è la Rapture di BioShock privata della vitalità creativa dell’originale, ovvero è una celebrazione vuota di un involucro abbandonato dal bruco ormai diventato farfalla. Insomma, ci troviamo di fronte a un pessimo attore che basa tutta la sua imitazione sul trucco. La Lamb è un’abusiva, un’infiltrata in un sogno che non è suo. L’assenza del sognatore è letale perché il sogno si sgretola subito.
L’idea da cui nasce BioShock 2 non ha niente a che fare con l’ispirazione: è puro calcolo industriale: al giocatore sono piaciuti Bid Daddy e Sorelline? Diamogliene a iosa! Moltiplichiamoli, riempiamone lo schermo, anzi, trasformiamolo in uno di loro. Il resto è niente, e la coerenza dei contenuti può andare a farsi benedire. Probabilmente è da questo che è dipeso il disagio indistinto che buona parte della critica ha provato giocandoci, disagio che non nasce dal deja-vu in sé, quanto dalla trasformazione in retorica della visione originale. Il livello ambientato nel parco giochi di Ryan è il più indicativo in tal senso, perché non fa che ripetere i temi visti nel primo episodio, accorpandoli e privandoli di peso.
La stessa immagine, ma leggermente modificata per cercare di renderla altrettanto profonda. Peccato che il fallimento sia evidente e che, se è possibile attribuire un difetto a BioShock 2, è proprio l’incapacità di riprodurre la stessa empatia tra il giocatore e l’ambiente, proprio in virtù del fallimento della rappresentazione. Non c’è niente nella Rapture della Lamb che sia alternativo alla Rapture di Ryan, e allora che senso ha innestare la sua visione sulla precedente?
L’unica cosa azzeccata è che Ryan per tutto il gioco, nei suoi diari audio non nasconde di considerare la Lamb una parassita… come dargli torto?
]]>La versione testata è quella PC
Avvertenza: questa è la recensione semplice di Bioshock 2. Domani uscirà un articolo d’approfondimento sugli aspetti tematici del gioco.
Stavolta non c’è nessun incidente aereo a condurre il protagonista a Rapture. Nel filmato iniziale, visto completamente in soggettiva dagli occhi di un Big Daddy (di cui vestiremo i larghi panni per tutto il gioco) tutto preso dal difendere una Sorellina, verremo costretti al suicidio da una certa Sophia Lamb, donna di cui sapremo di più nel corso dei nove livelli che ci dividono dal finale. Ripresa coscienza del mondo qualche anno dopo la rivoltellata in testa, inizierà la nostra marcia verso il ritrovamento di Eleanor Lamb, la Sorellina dell’introduzione, ormai cresciuta, che però ci considera come un padre.
Appena svegli verremo guidati da una voce ben nota, ovvero quella della dottoressa Tenenbaum. Dai fatti narrati nel primo BioShock sono passati dieci anni e Rapture sembra tutt’altro che morta: la produzione delle Sorelline è stata riattivata così come la ricerca dell’Adam, il liquido miracoloso che consente di acquistare i plasmidi (vanno attivati premendo un tasto) e i tonici (vanno solo installati e producono i loro effetti passivamente), ma che causa una forte dipenza e può portare alla follia. In compenso la Lamb ha preso il posto di Ryan, e il suo culto domina questa valle di lacrime e psicopatici.
L’impressione iniziale è quella di appiccicaticcio, ovvero la narrazione sembra un mero pretesto per mettere il giocatore nei panni di un Big Daddy, ormai vera icona pop del mondo dei videogiochi. Il traballante eroe può compiere esattamente le azioni che compiva il protagonista del primo episodio: sparare con armi di taglia maggiorata (ma dagli stessi effetti), usare tonici e plasmidi e raccogliere gli oggetti sparsi per gli scenari (munizioni, kit medici, kit di eve e così via). Tra le armi ce ne sono alcune che non servono necessariamente a uccidere, come ad esempio il grimaldello elettronico che permette di manomettere i macchinari di Rapture (distributori, pannelli di controllo delle porte, casseforti, telecamere, torrette e così via) in modo automatico o dopo aver superato un piccolo gioco di abilità in cui bisogna cercare di fermare una lancetta nelle zone giuste (verdi o blu) evitando quelle rosse, perché farebbero scattare l’allarme. Ovviamente, essendo un Big Daddy, disponiamo anche della trivella, una delle armi più efficaci se potenziata a dovere.
I nemici sono gli stessi del primo episodio, i ricombinanti, a parte un paio di aggiunte: i bruti, dei picchiatori capaci di sollevare e lanciare massi pesantissimi, e le Big Sister, ovvero la versione femminile dei Big Daddy in grado di usare in modo massiccio i plasmidi e dotate di un’agilità che i papini si sognano. Queste ultime sono avversari veramente forti, che fortunatamente si incontrano una sola volta per livello (a parte il penultimo e l’ultimo) dopo aver salvato un certo numero di Sorelline e che danno sempre vita a scontri molto duri (però hanno la tendenza a placarsi se stanno per uccidere il giocatore).
La novità più interessante è la telecamera di ricerca, ovvero un apparecchio che permette di studiare i ricombinanti e gli altri nemici per ottenere delle ricompense di grande valore (bonus o tonici). Il funzionamento è molto semplice: selezionata la telecamera, bisogna iniziare a filmare il nemico da esaminare e poi combatterci normalmente. In base alla prestazione del giocatore vengono attribuiti dei punti che fanno crescere la ricerca. Ogni nemico ha quattro livelli di studio che corrispondono ad altrettante ricompense.
Per il resto, chi ha giocato al primo episodio si troverà a casa con i controlli e il resto, visto che a parte qualche dettaglio tutto è rimasto uguale, Rapture compresa. In realtà, nonostante non sia facile definire quella che sembra soltanto un’impressione, c’è più di qualcosa che non va: è come se tutto fosse sforzato (ne riparleremo nell’approfondimento annunciato a inizio articolo). La Lamb ispira nulla, nessun sentimento. È come un’abusiva, una che occupa un posto non suo. La tensione del primo BioShock è morta, e questo secondo episodio fa completamente sua la vocazione sparatutto del titolo Irrational rinunciando a parte della raffinatezza dell’azione del primo e, soprattutto, all’atmosfera horror dovuta alla debolezza iniziale del protagonista. Un Big Daddy è un Big Daddy e non ha senso mettersi a fare i furtivi o a evitare gli scontri. Qui si spara e basta… e con armi sempre più potenti.
Ovviamente le Sorelline ci sono… ma anche in questo caso non si riesce più a sentire nulla per la loro condizione. È tutto troppo posticcio per riuscire a creare l’empatia necessaria a rendere più partecipe il giocatore per una condizione già vissuta e già risolta.
È strano dirlo, ma fortunatamente BioShock 2 dura meno del primo episodio, quasi sette ore, ad essere precisi. Non sto cercando il paradosso, non vi preoccupate. Il fatto è che farlo durare di più lo avrebbe penalizzato, perché non ci sono i presupposti narrativi adatti a tirarla per le lunghe. Essendo difficile entrare in contatto emotivo con “questa” Rapture, l’interesse nel viverla è minimo e si tende a concentrarsi sulle dinamiche ludiche. Insomma, allungare il brodo avrebbe portato soltanto a un calo costante dell’interesse e probabilmente alla noia.
Comunque, rispetto al primo episodio è stata aggiunta la possibilità di giocare online. Ci sono diverse modalità, che altro non sono se non quelle classiche adattate a Rapture (es. Cattura la Sorellina invece di Cattura la bandiera). Aggiunta simpatica ma che sinceramente non credo riuscirà a scalfire la fama titoli maggiormente incentrati sugli scontri online e dallo spessore maggiore.
Commento: BioShock 2 è BioShock senza Andrew Ryan. La differenza non è da poco. Gli effetti ottenuti sono quelli della normalizzazione e della perdita di peso. Rapture è diventata pura retorica di sé stessa, e la trasformazione non le ha fatto bene. Per il resto un buon gioco, curato e dalle dinamiche sparatutto più articolate della media.
]]>La versione testata è quella PC

Rogue Warrior è un gioco di merda. Una corta ma intensa esperienza di insulti, razzismo, americanismo becero e ignorante, non nel senso cool del termine. L’unico pregio è che finisce subito, nel senso che dura nemmeno due ore e quindi lo strazio non si protrae più del tempo di rendersi conto di come si sono buttati i soldi.
Il protagonista è un povero mentecatto. Guidarlo causa pietà e un grosso senso di disgusto. Inoltre è talmente potente rispetto agli avversari che dopo qualche minuto ci si chiede dove sia il gioco, visto che i poveri coreani sono così ottusi che è quasi difficile convincerli a sparare. A volte risulta difficilissimo anche farsi scoprire: quando sono girati di spalle potete mettervi a suonare con una banda, tanto non vi sentiranno. La vita deve avergli negato il dono dell’udito.
In realtà vorrei evitare le critiche troppo facili, ma di fronte a un prodotto del genere è difficile rimanere su toni più analitici. Semplicemente non funziona e non c’è un aspetto che possa essere salvato, a meno che uno non si diverta a trascinare un personaggio semi-immortale in giro per brutti ambienti mal realizzati dove fargli massacrare nemici inermi sentendolo pronunciare una raffica di battute cretine che cessa solo con il finale.
Non mi va di farla troppo lunga. Ho scritto questa brevissima recensione solo per sconsigliarlo. Mi viene solo da chiedere perché mai Bethesda ha accettato di pubblicare questa schifezza immonda.

Alma è una bambina tenera e carina, anzi, diciamo che ormai è un’adolescente, che vuole trombare (figurativamente) come un riccio dopo essere stata rinchiusa per svariati anni in una specie di kebab neuronico. Ovviamente la nostra è casta e pura come la vergine Maria e concepisce l’accoppiamento soltanto come un fatto mentale, quasi platonico, che ha come sola controindicazione la possibilità che la testa del macho di turno salti per aria in un fuoco d’artificio sanguinolento (l’immacolata concezione non riesce bene a tutti).
Nei panni di un soldato oggetto delle attenzioni psicosessuali della nostra, dovremo arrivare alla fine del gioco per vedere il finale che non vi svelo perché altrimenti vi lamentate tutti che vi ho svelato il finale, ecco (ok, la smetto di scrivere come un bambino di tre anni). Comunque sappiate che sarete perseguitati dalla terribile bambina per tutto il corso dell’avventura… che non dura molto.
Cosa si può dire di più di un gioco che si chiama F.E.A.R. (2), che è stato lanciato con la frase “Fear Alma again” e che non crea fear se non per brevissimi momenti? Eppure è un buon gioco, se lo si considera un mero sparatutto vecchio stile con litri di sangue che scorrono sullo schermo (e se lo si gioca al livello di difficoltà massimo, perché già a quello medio è molto, molto facile), capace di regalare anche qualche soddisfazione grazie alle armi realizzate molto bene (il fucile da cecchino è veramente godurioso).
C’è un errore di fondo che pervade tutta l’atmosfera di F.E.A.R. 2: Alma è una rockstar (non la casa di sviluppo). Nel primo capitolo l’angoscia nasceva dal non sapere nulla su questa terrificante presenza che compiva massacri indiscriminatamente. Si avanzava e si assisteva alle visioni con l’interesse di riuscire a carpire qualche elemento in più su quanto stava avvenendo. Nel secondo capitolo i Monolith non ci provano neanche a mantenere un po’ di mistero.
In uno dei primi livelli di gioco ci viene spiegato che le visioni che ogni tanto abbiamo sono causate da Alma e sono solo un fatto mentale. Lo supponevamo, ma per favore, non ditelo (consiglio per qualche sviluppatore in lettura)… soprattutto all’inizio. Le visioni, per essere credibili, devono essere vissute come un fatto fisico, non mentale o, almeno, devono rimanere ambigue, fuori dalla comprensione razionale, togliendo così a quest’ultima la possibilità di raffreddare il senso d’angoscia e di rischio che potrebbero causare.

Insomma, se appena inizia il gioco mi viene detto: “ehi ragazzo, stai per avere delle visioni molto paurose, ma non ti preoccupare, sono causate dalla bambina terribile, quindi abbastanza innocue”, c’è il forte rischio che tutta la costruzione drammatica dell’azione vada a farsi benedire. E infatti è quello che accade. Le sequenze migliori sono le sparatorie tradizionali che non mettono paura ma, almeno, creano la tensione da scontro a fuoco. Nei momenti horror, invece, si tende a correre perché le luci che se ne vanno e le porte che sbattono sortiscono soltanto l’effetto “luna park”, senza causare troppi sconvolgimenti o portare a una cattiva digestione della cena.
La voglia di raccontare tutto e subito è purtroppo diffusa per tutto il gioco (forse a causa della brevità? Otto ore non sono moltissime) e alcuni momenti vengono rovinati dalla logorrea del mistero buffo che dobbiamo scoprire e dalla presenza fin troppo marcata di Alma la quale, apparendo dietro a ogni porta, diventa una simpatica compagna di viaggio più che una minaccia: ammazzi un gruppo di soldati, poi arriva Alma, poi altri soldati, poi tocca nuovamente ad Alma… con la variante che quanto Alma e i soldati s’incontrano è lei ad ammazzare loro.
Eppure il mondo di gioco è ben costruito, gli effetti dell’esplosione atomica accaduta alla fine del primo episodio sono ben delineati sulle scenografie, a parte qualche ingenuità evitabile, come ad esempio la presenza di fragilissimi uomini ridotti a statue di cenere integre, accanto alla carcassa di un aereo di linea. Per il resto la ricerca visiva è buona e c’è stata una discreta cura anche nel cercare di rendere meno banali i livelli che avrebbero rischiato di esserlo (come la base di ricerca).
Ma in fondo è uno sparatutto e, in quanto tale, richiede di sparare. Come già accennato il livello di difficoltà è basso: a livello normale è difficile morire, mentre a livello massimo si rischia un po’ di più, ma siamo sempre sotto gli standard del genere. Probabilmente con un joypad le cose cambiano (questa è sottile… neanche tanto), ma con il mouse e la tastiera è una passeggiata. Fortunatamente lo spettacolo c’è e il ralenty accresce il sense of wonder (e quello di onnipotenza).
Insomma, pare evidente come F.E.A.R. 2 punti più sullo spettacolo puro che su altro, nonostante le promesse… in effetti le sequenze migliori sono quelle a bordo del robot da combattimento, con buona pace della povera Alma, condannata a essere una star e quindi completamente anonima. Facendo un paragone con la produzione letteraria, possiamo assimilare l’ultima fatica della Monolith a quei libri per ragazzi con le copertine che promettono chissà quali misteri e che, invece, si rivelano essere soltanto la solita storia di fantasmi che parlano.
]]>

Space Phallus è uno sparatutto con una grafica stile 8 bit ma dal tema decisamente particolare: il sesso. L’oggetto intorno a cui ruota tutta la produzione è, più precisamente, il pene maschile. Nei panni della classica astronavina il nostro compito è quello di distruggere ondate su ondate di spermatozoi giganti e famelici, cazzetti schizzanti, torrette spara sperma e così via. I boss, tanto per rimanere in tema, possono avere la foggia di uno scroto enorme che vola grazie a un’elica, di un immenso pisello che spunta dal terreno come un verme di Dune e così via. In realtà non c’è molto da spiegare riguardo al gioco, visto che non ci sono armi extra o particolari evoluzioni nei livelli da commentare. Forse merita menzione la difficoltà, veramente elevata. Ma è soltanto una nota a margine.
Più che altro sembra essere un divertissement dell’autore di Bullet Candy, sparatutto stile Geometry Wars uscito qualche tempo fa, con cui si è divertito a dissacrare il genere rendendone esplicita la metafora sessuale che da sempre gli aleggia intorno. In realtà, giocandoci, si nota la professionalità con cui è stato realizzato e il gusto retrò di cui è impregnato ogni singolo pixel. La scelta di rendere il tema con uno stile grafico estremamente legato all’immaginario videoludico permette di sdrammatizzarne i contenuti, iniettandoli subito in una dimensione ludica che una rappresentazione più realistica avrebbe precluso. Da provare.
———————————————
Segnalazione: Saggio di Marco Benoit Carbone estratto dal libro “Autori videoludici” di prossima pubblicazione [LINK]
]]>Il mio problema, tutto personale, con Left 4 Dead è che non lo aspettavo minimamente. Come per Team Fortress 2, a cui ormai gioco dal rilascio della beta, l’amore è nato per caso ed è stato occasionale. Ho fatto il pre-order poco convinto, spinto dalle parole entusiaste degli altri giocatori, poi ho installato la demo e… vabbé, gli ultimi giorni li ho passati praticamente nel gioco, quindi c’è poco da raccontare.
Per chi non lo conoscesse Left 4 Dead è un gioco d’azione multiplayer incentrato sulla cooperazione tra i personaggi. È possibile giocarlo anche in single player, ma sinceramente non vale la pena perderci tempo. Il bello del gioco non è andare avanti nei livelli o scoprire i risvolti narrativi (che praticamente non esistono). L’unico modo per giocare decentemente a Left 4 Dead è dotarsi di cuffie con microfono, entrare in una stanza con 3 amici scafati (7 nella modalità versus) e darsi da fare per il gruppo.
Sì, perché se non lo avete capito, Left 4 Dead è la massima espressione del co-op in cui ogni elemento del gameplay è stato tarato per favorire la collaborazione tra i giocatori. L’idea è stata così raffinata che praticamente, se non si collabora, non si riesce a fare praticamente nulla.
Ma di che gioco stiamo parlando? Semplice: nel ruolo di un membro di gruppo di quattro personaggi (tre uomini, di cui uno ‘abbronzato’, e una donna… si fanno chiamare i Survivor) dobbiamo riuscire a fuggire da alcune zone piene di esseri umani contaminati da uno strano virus che li ha resi intelligenti come me (autocensura estremamente politically correct). Questo è tutto a livello di trama.
Credo che sia inutile descrivere il senso di accerchiamento che si prova quando si è sotto l’attacco di un’orda o l’inquietudine nel sentire il pianto di una witch. Credo che sia altrettanto inutile descrivere il panico che nasce dall’arrivo di un tank, bestione durissimo da abbattere, capace di massacrare interi gruppi in pochi istanti. Left 4 Dead può essere raccontato per momenti, non per caratteristiche.
Il fascino del gioco non risiede nei singoli elementi, ma nel fatto che giocando viene naturale coprire un compagno che si sta curando, come viene naturale, nel caso ad esempio due membri del gruppo stiano tenendo a bada i contaminati che provengono da un corridoio in avanti, girarsi per vedere se arriva qualcuno alle spalle. Ad esempio durante una partita, per aiutare il gruppo, ho attirato un tank verso una pompa di benzina e mi sono fatto esplodere insieme ad essa sacrificandomi per eliminarlo… è stato esaltante fare il kamikaze per il bene degli altri (prendetela bene questa frase…), come sono stato contento dei commenti dei compagni del gruppo (si è riso parecchio per questa mia sparata).
Si parla molto nel gioco, anche se non è essenziale. Si parla perché si avvertono gli altri sul dove ci si sta dirigendo. Si parla perché se un compagno si allontana troppo gli si chiede dove sta andando e, magari, qualcuno di sua spontanea volontà, o sotto consiglio degli altri, può raggiungerlo per aiutarlo. Si parla perché cazzeggiando si stemperano i momenti più tesi, come quelli in cui si affronta un tank. Si parla per elaborare tattiche sul momento, perché i nemici e gli oggetti posizionati casualmente (armi, bombe, medikit e così via), rendono necessario comunicare come procedere, senza prendere iniziative personali deleterie per il gruppo. Insomma, si parla per molti motivi, ma il parlare non è fine a se stesso e consente di giocare “meglio”, ovvero è una parte molto attiva del gameplay, di cui ben presto non si può fare a meno.
In un certo senso in Left 4 Dead l’egocentrismo viene continuamente penalizzato… è semplicemente impossibile farcela da soli. Se si viene attaccati da uno smoker o da un hunter (due dei nemici più cattivi insieme al boomer, ciccione che spara della bava verde capace di richiamare una piccola orda), bisogna contare sul supporto degli altri per liberarsi, mentre gli altri giocaotri sono invogliati ad aiutare per il semplice fatto che, rimanendo da soli, andrebbero incontro a morte certa.
Il gameplay è tutto incentrato sul favorire la collaborazione, a differenza di molti altri titoli co-op in cui i giocatori possono fare quello che voglio senza penalità, perché la cooperazione si limita al fare in due o più, quello che si sarebbe potuto fare tranquillamente da soli.
Oltre alla modalità base, in cui bisogna affrontare una delle quattro campagne disponibili, e oltre alla modalità single player, in cui i compagni vengono sostituiti da bot, c’è la già citata modalità versus, in cui a turno due squadre interpretano i Survivor e i mostri e in cui i primi devono cercare di arrivare alla fine del livello di turno, mentre i secondo devono comportarsi appunto come mostri, ovvero cercare di fermare i vivi massacrandoli. A differenza della modalità normale, i Survivor morti nella modalità versus non rinascono e si avanza di livello anche se le squadre umane non sono riuscite ad arrivare alla fine.
]]>Circolo polare artico – ore: 14.00 – GMT -2

– Forse a stare qui in mezzo al niente mi sono rimbecillito, ma ho come l’impressione che ci siano sempre più orsi bianchi, laggiù in mezzo alla neve.
– Ora ci guardo. Aspetta che qui devo staccare tutto, dopo cinque ore ho fatto il pieno per un mese di questa cantilena arcade.
– A proposito, cos’era quel casino, un gioco di guerra?
– Macché, un nuovo spara-a-tutto a scorrimento orizzontale, che ricorda un vecchio spara-a-tutto a scorrimento orizzontale. Forgotten Worlds, se vuoi la mia opinione.
– Sì ma tu ascolta anche la mia di opinione, perché qui ti assicuro che ci sono sempre più orsi in mezzo alla neve. Ora mi sto convincendo che ci stanno fissando. Pensi che sia pazzo?
– È da pazzi realizzare personaggi del genere. Voglio dire, erano proprio brutti a vedersi. Pensa che il maschio sparava col cazzo. Sul serio, una delle tre armi a disposizione sembrava pure piscio. Ma dico, te lo vedi? Questi ci attaccano e noi gli rispondiamo a colpi di piscio?
– Ascolta, se qui ci attaccano siamo in due. Due fessi in mezzo ai ghiacci, neanche fosse uno dei tuoi videogiochi. E ora ti dico che quegli orsi là fuori non sono normali, si muovono tutti allo stesso modo.
– Giusta osservazione, anche i nemici non hanno fatto altro per quattro miseri livelli. Sempre uguali, sempre a sparare negli stessi punti. Era solo questione di provare e riprovare, come ai vecchi tempi. Magari c’è a chi piace però boh, un po’ di varietà con le armi avrebbe giovato alla tattica. Magari un negozio in cui fare acquisti, qualche add-on per difendersi, un famiglio volante. E bada che c’erano dieci anni fa queste cose. Già che vuoi fare un classico dico io.
– Secondo me è il fucile che non ci basta. Guardali per dio, stanno ballando. Passami il binocolo, che qui esco pazzo.
– Sì è come imparare i passi di un ballo, provi e riprovi per il gusto di vedere una coreografia perfettamente riuscita, dove il ballerino chiaramente sei tu. Purtroppo sai cos’è? Che con tutti quei colori e i fondali tridimensionali, a volte non si capiva più niente. Pareva più il carnevale di Rio psichedelico. E al posto delle ballerine c’erano robot-medusa, sfere volanti e serpenti d’acciaio. Non un granché originali devo dire. Peccato perché le ambientazioni avevano un certo stile. Non trovo il binocolo. Ti vanno delle patatine al mais?
– Devono essere le droghe, ma noi non ci droghiamo vero? O abbiamo cominciato e non me ne sono accorto? Orsi di merda. Guardali, sono un centinaio. Ora gli sparo. Anzi no, restiamo chiusi qui. Orsi ballerini, venite! Moriranno di fame e di frustrazione prima di avere anche solo scalfito il portello.
– Già, una bella sfida. Ma più che altro nel cercare di raggiungere un punteggio elevato, perché i quattro livelli si bruciano in un pomeriggio, tanto più se puoi giocare insieme a qualcuno, secondo me. Anzi, visto che non si può giocare on-line con quelli della stazione Alfa, facciamoci un doppio. Si possono pure sbloccare dei personaggi extra.
– C’è già qualcuno in più qui. Cristo, voltati.
– Cavolo queste patatine, oh. Come ha fatto ad entrare?

L’autore di questo remake potenziato di Scramble deve amare alla follia il classico della Konami. In effetti questa versione di Scramble è la seconda che ha realizzato. Trovandosi nella necessità di aggiornare la prima versione per farla girare sui sistemi più moderni, ha aggiunto moltissime novità. L’aggiornamento è diventato quindi un gioco a se che si caratterizza per alcuni nuovi livelli e per una sezione in cui, invece di procedere da sinistra verso destra, si va da destra verso sinistra.
Armed Seven
Sparatutto a scorrimento orizzontale nato nella scena indie nipponica, Armed Seven strizza l’occhio a Nemesis, soprattutto nella selezione dell’arsenale, e pesca a piene mani dai classici del genere, alternando fasi più tattiche ad altre in cui bisogna semplicemente schivare le centinaia di proiettili che affollano contemporaneamente lo schermo.
Caciarone ed eccessivo come il genere prescrive, nonostante la banalità stilistica che lo caratterizza, Armed Seven è godibile pur se follemente difficile.
Tetroid 2012
Tetroid 2012 è un Tetris sotto acido.
Ci troviamo davanti ad una vera e propria esperienza allucinatoria in cui il gioco classico, già di per se astratto, si connota di un look psichedelico che arriva a deformarlo rendendolo lisergico. Una specie di trip in pixel accompagnato da una colonna sonora fatta di brani industrial/ambient (ma anche no… vado a braccio) che lo rendono ancora più coinvolgente/sconvolgente. Non mancano le citazioni videoludiche con le apparizioni di Breakout e Mr. Driller, inseriti nel gameplay come bonus inediti che rendono ancora più surreale l’esperienza di gioco.
L’immagine del classico pozzo di gioco con i pezzi dalle forme arcinote viene deformata, duplicata, strizzata e resa irriconoscibile tramite l’utilizzo di una serie di effetti grafici che sembrano usciti da un incubo di Jeff Minter.
Dedicategli una partita anche se odiate Tetris e, mi raccomando, giocatelo con il sonoro.
]]>Dagli archivi di Ars Ludica.

Quello degli sparatutto a scorrimento (in questo caso orizzontale) è stato un genere davvero abusato negli anni d’oro di C64 e Amiga. Tra tutti quelli usciti ho scelto di recensire Silk Worm, sparatutto che si è saputo distinguere, grazie ad una modalità multiplayer davvero avvincente.
All’inizio della partita, il giocatore dovrà decidere se controllare un elicottero o una jeep, i quali hanno vantaggi e svantaggi. Posso solo dirvi che giocare in singolo con la jeep è un vero suicidio, in quanto è un mezzo limitato, può solo scorrere accelerando e rallentando (può anche effettuare un piccolo salto in corsa) e può sparare con un mitra in tutte le direzioni. L’elicottero è avvantaggiato, in quanto può scansare facilmente i nemici muovendosi per tutto lo schermo, è anch’esso armato di mitra (upgradabile per entrambi i mezzi) ma non può coprirsi le spalle.
I livelli sono simili tra loro, i nemici non sono poi moltissimi (i boss sono solo due, si alternano per livello) ma la sfida (che in questi giochi è ciò che conta) è davvero elevata. Per riuscire a completare il gioco (impresa ardua, invero) è quasi necessario il supporto di un altro giocatore. Ed è proprio qui che il gioco dà il meglio di sé, il multiplayer. I due giocatori sono obbligati a scegliere un mezzo complementare all’altro, e insieme dovranno affrontare la decina e più di livelli, parandosi le spalle a vicenda.
La grafica è davvero carina, anche se essenziale, ed è colorata egregiamente; i suoni non sono male e le musiche sono praticamente inesistenti. In definitiva promosso a pieni voti se giocato in doppio (io continuo a giocarlo ancora oggi con un amico amighista d’infanzia) e con qualche riserva per il gioco in singolo, a volte davvero frustrante. Si può dire che è invecchiato bene.
]]>Si parte da Space Invaders: nemici tutti uguali estremamente naif, background nero e pochi proiettili.
Nella seconda generazione appaiono le stelle sullo sfondo, i nemici iniziano a prendere forme più definite e i proiettili aumentano; sia quelli sparati dai mostri, sia quelli sparati dalla nostra navicella. Si può usare una smart bomb.
Nella terza generazione il background è colorato e appaiono delle sfumature a disegnare lo spazio stellare. I nemici sono molto più definiti e lo schermo è pieno di proiettili. La smart bomb diventa più versatile e dinamica.
Ogni generazione ha il suo boss caratterizzato in base alla sua epoca.
Genetos non è ancora completo, però è possibile scaricare una demo che permette di provare tre generazioni.
]]>