Però no, non è vero che il cinema deve raccontare una storia, e neanche che la storia è in qualche modo prioritaria; questo è solo un retaggio catacresizzato (madò che brutta parola) diventato convenzione a un livello molto basso di percezione del medium. Il cinema nasce come pura illusione mediale, un sensazionalismo fortemente metalinguistico. Ed è giusto che si tenga sempre presente questa specificità. Se si fa un discorso critico sul mezzo cinema, non si può partire dal presupposto che alla base ci sia la storia.
Quindi se tali contraddizioni sono ancora vive per il cinema, figurarsi per il videogioco, che come si è ampiamente detto deve ancora trovare nella sua "critica" (o ricezione, o analisi, o percezione) una specificità. Questo peraltro mi fa venire in mente un post di Karat da qualche parte sulle competenze di chi scrive di videogiochi. Venendo dopo il cinema come mezzo "multimediale", il videogioco ne prende appunto, ancora, le stesse contraddizioni. Vale anche per il cinema l'obiezione di Karat: spesso si parla magari di un elemento narrativo o tematico e non se ne sa nulla a parte quello che dice il film. E se le storie che ci capitano sotto mano sono tantissime e degli argomenti più disparati, ecco che una corretta decodifica del testo dovrebbe in qualche modo prevedere una sorta di conoscenza da ideale ottocentesco balzachiano, una specie di enciclopedia globale. E questo nel migliore dei casi, qualora cioè sia rimasto solo l'elemento (relativamente marginale) della competenza tematica. Anche livelli più immediatamente pertinenti al filmico soffrono di questo problema, ad esempio la competenza drammaturgica, fotografica, attoriale. Molti critici non sanno nulla di alcuni di questi argomenti e approcciano il testo attraverso una, un'altra o altre ancora lenti interpretative.
Se al videogioco strappiamo il giogo narrativo, cosa su cui peraltro concordo, ne rimangono lo stesso molte altre di convergenze "artistiche" che la critica dovrebbe prevedere e che, allo stato dei fatti, è utopico prevedere.
Io credo che questi processi si assestino da soli tipo tettonica delle placche. Nel frattempo però bisognerebbe secondo me far convivere le due spinte, "informativa" e "artistica", senza far soccombere la prima alla seconda in nome di un furore rivoluzionario. Perchè a me pare che la critica "matura" di altri mezzi espressivi sia giunta a compimento attraverso la sintesi delle due componenti, e non attraverso la sostituzione di una concezione artistica a una puramente informativa. Ancora una volta il cinema di oggi le contiene entrambe, secondo me. Questo in relazione ad esempio all'intervista a SS e agli strali da essa provocati, immediatamente causa di fazioni e distinzioni nette.
Vero che il cinema non debba necessariamente raccontare una storia (intesa come inizio-svolgimento-fine) ma deve essere in grado di veicolare quantomeno un messaggio, fosse anche solo tramite l'ausilio dell'immagine (in questo il muto era assai potente). Parlo della comunicazione di uno o più concetti, siano essi resi espliciti o impliciti alla narrazione. Perchè è pur giusto che il cinema fonda su suggestioni e sensazioni (come ogni arte del visivo) ma non può essere negata la sua evoluzione mediatica e l'affermazione sociale composta da tanti piccoli e grandi passaggi. Il cinema non è la pittura come il videogioco non è il cinema, benchè in entrambi i casi siano spesso ricercate sublimazioni emozionali assai derivative.