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Autore Topic: Itagaki parla di censura, di Manhunt 2 e del sistema PEGI  (Letto 1518 volte)

Coolcat

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Itagaki parla di censura, di Manhunt 2 e del sistema PEGI
« il: Ottobre 27, 2007, 16:41:51 »

I tre grandi argomenti insoluti sono "che cos'è un videogioco?", "il videogioco è arte?" e "può un videogioco essere troppo violento?".

Discussioni forse sterili, fatto sta però che accendono sempre dibattiti più o meno appassionati da sempre.

Oggi è il turno di Itagaki, leader del Team Ninja, il quale prende posizione sul lavoro del PEGI e dell'ESRB. Non solo difende il lavoro di chi deve valutare cosa si possa considerare appropriato o meno e per quale pubblico, un lavoro sicuramente difficile, ma si sbilancia anche sulla questione riguardante Manhunt 2:

Ritiene che il senso comune per il quale un'artista deve essere libero di esprimersi senza restrizioni, non possa applicarsi in questa occasione, perchè un videogioco è un prodotto di intrattenimento. Per questo motivo non dovrebbe introdurre situazioni che non mettono a proprio agio i giocatori.

Sulla questione di cosa sia accettabile o meno, prende in esame il caso di Ninja Gaiden che in versione PAL ha visto scomparire le decapitazioni, asserendo che per noi occidentali tagliare una testa con una spada è un gesto cruento, mentre dal punto di vista dei giapponesi si tratta di una morte rapida e per questo misericordiosa
.

http://games.kikizo.com/features/teamninja_iv_oct07_p1.asp

Su questo punto il suo buonismo mi pare eccessivo e forse sta portando acqua al proprio mulino il vecchio Itagaki, ma è certo che la percezione dell'eccesso sia molto suscettibile della cultura dominante di un paese e delle sue tradizioni.

E' interessante come voglia invece prendere le distanze da quegli sviluppatori che desiderano portarsi volontariamente oltre il limite di ciò che viene considerato accettabile, ricercando a tutti i costi una morbosità scomoda.

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Ronove

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Re: Itagaki parla di censura, di Manhunt 2 e del sistema PEGI
« Risposta #1 il: Ottobre 28, 2007, 02:15:05 »

E' interessante come voglia invece prendere le distanze da quegli sviluppatori che desiderano portarsi volontariamente oltre il limite di ciò che viene considerato accettabile, ricercando a tutti i costi una morbosità scomoda.

Questa è sempre stata bene o male la "filosofia" della scuola di sviluppatori giapponese. Abbiamo giochi di matrice nipponica che contengono violenza, fiumi di sangue e quant'altro, ma la cosa che li differenzia è che in ogni loro gioco caratterizzato da una certa dose di violenza c'è dietro una motivazione, o un senso. In Resident Evil abbiamo zombie, li si fa fuori per sopravvivere (motivo) e soprattutto perchè c'è una storia e uno scheletro narrativo alla base che giustifica il contesto e le azioni che si devono compiere. In Manhunt invece, la violenza è fine a stessa (e accade in tanti altri titoli di stampo occidentale) e questo tipo di approccio non ha quasi mai avuto successo in Giappone (ragione per il quale la stragrande maggioranza degli FPS non vendono, non perchè ai Giapponesi non piaccia sparare, ma perchè non si riesce a dare loro un "motivo" interessante e accativante per doverlo fare, aldilà della sopravvivenza del proprio alter-ego). Anche Ninja Gaiden, per quanto violento e cruento, ha dietro una trama e un contesto che fanno sì che il giocatore in qualche modo si senta giustificato, almeno dal punto di vista dell'utente giapponese che in genere ha questa particolare modo di giocare.
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