Non bastava un commento al post, per questo ho deciso di aprire un topic riguardo all'ultimo articolo di Karat45.
Molta la carne al fuoco, forse troppa. Vedo di andare per punti:
Il divertimento è troppo legato all’identità per poterlo applicare come strumento di giudizio.
Questo lo spunto di partenza.
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Divertimento
Tuesday, 6 March 2007, 11:17
Chiedete ad un bimbetto se vuole giocare ad un videogioco tratto dall’ultimo film animato uscito al cinema o se vuole cimentarsi in un altro gioco, magari molto più bello, ma per lui più anonimo. Non è un discorso snob: lui probabilmente si divertirà più con il videogioco di Happy Feet o con quello di Naruto piuttosto che con Okami, con Twilight Princess o con Gears of War. Il bambino, non in grado di razionalizzare la sua voglia di giocare convogliandola in un discorso di “gusto”, si affiderà ad un principio di identità costruito attraverso l’esperienza. Visto che ormai l’esperienza infantile è in larga parte formata dai media, la scelta sarà orientata verso ciò che nutre la sua identità, il suo universo psichico… ciò che sente come maggiormente descrittivo di se stesso, in cui può ritrovarsi e con cui può confrontarsi con gli altri bambini che formano la sua “società” di riferimento.
Avrei diverse osservazioni:
- il discorso non vale solo per i bimbetti, e nemmeno per i soli videogames: basta guardare i film che sbancano i botteghini. Ok, Boldi e De Sica sono divertenti ('nsomma) ma non fanno certo grandi film. Però hanno successo.
- E i bimbetti di una volta? In passato avrebbero preferito Mario o Sonic, o altri titoli di alto spessore vidoludico all'ultimo tie-in sfigato. Meno condizionati o condizionati in modo diverso? O eral'industria che allora pensava maggiormente ai più giovani?
Ogni videogioco ha bisogno di una fase di preidentificazione per poter diventare appetibile. Una vera e propria aspettativa del divertimento determinata da fattori vari e mutevoli nel tempo.
E qui non c'è nulla da eccepire.
In questo senso il “divertimento” è un fattore di giudizio fuorviante e soggetto a fluttuazioni incontrollabili. Volerlo rendere centrale è l’errore tipico di chi, mancando di mezzi di lettura e di analisi, sceglie di affidarsi soltanto a se stesso per definire qualcosa che andrebbe sempre esposta in modo più generale.
D'accordo. Come si ottengono mezzi di lettura e analisi?
Non so voi, ma secondo me si ottengono solo giocando. Giocando, giocando e giocando, finché non si otterrà prima una consapevolezza personale (quindi è fondamentale conoscere i propri gusti, anche se appunto il gusto non deve diventare fattore di giudizio) e in seguito una visione più ampia ed universale.
Credo che quindi una rivista di videogames o qualunque altra realtà editoriale debba comunque spronare il videogiocatore a capire che cosa è meglio per lui, senza indirizzarlo verso i cosidetti "titoloni" che in realtà non è detto che vadano bene per tutti.
Vedi Gears of War: è giusto e sacrosanto che una ragazza lo snobbi, per dire.
Dopodiché, se il lettore è sufficientemente interessato al videogioco come fenomeno culturale e non solo come mezzo di intrattenimento dovrà fare un percorso ulteriore, di lettura, di analisi, e soprattutto di autocritica.