Sì. Ma ci hanno condannato loro.
Non sono stati in grado di creare una base culturale nei lettori più mainstream che permettesse ad un'iniziativa come Videogiochi o Game Pro di attecchire.
Dopo numerosi numeri, si sono accorti che il lettore tipo della rivista, non esisteva nei numeri che serviva loro a tirare avanti.
Un fallimento portato da decenni di recensioni approssimative, preview dettate dai pr e un linguaggio ben al di sotto di una stampa che vorrebbe essere critica ma che spesso è improvvisata.
Eh no cazzo, va bene tutto, ma qui per parafrasare Scalfaro "non ci sto". Non è compito di chi fa informazione creare basi culturali. Forse Repubblica, Panorama, L'Espresso e Famiglia Cristiana creano basi culturali? No, loro pubblicano soltanto notizie e opinioni, spesso in modo opinabile, come fa il resto della libera stampa organizzata, sperando di attecchire su un pubblico che la "base culturale" se l'è già fatta altrove. Il problema è puramente evolutivo: un tempo videogiocare era considerato da nerd, anche e soprattutto perché la maggior parte di chi videogiocava lo faceva per istinto e passione, approfittando di qualsiasi sorgente per abbeversarsi. Oggi è da nerd parlare di "cultura dei videogiochi". Ma già allora le riviste nascevano, sbagliavano e morivano, non è una novità di questi anni. Alcune, le migliori, vendevano quel tanto che bastava loro per andare in pari e guadagnare qualcosa senza ricorrere agli allegati, ma se ci fate caso sono proprio quelle che hanno dato vita all'impostazione - ancora attuale - delle riviste che vendono oggi grazie (e purtroppo) all'allegato. Nel frattempo sono successe un po' di cose. Il videogioco si è massificato. È arrivata Internet. Il mondo si è diviso in megaproduzioni milionarie e casual games fatti da irriducibili cantinari. La gente che leggeva ieri oggi non legge più, non ha più tempo, non ha più voglia. La gente che legge ancora è poca, e se fai la rivista per loro, chiudi. That's all, folks, e mi dispiace.