Critica videoludica, giochi come Arte, voti nelle recensioni: ci stiamo girando attorno, ma il nocciolo è innegabilmente la volontà di dare credito ad una forma espressiva che merita maggiore considerazione rispetto ad ora.
Ho già espresso parte del mio pensiero qui ad ArsLudica, che è in effetti uno dei pochissimi punti di riferimento per un approccio critico in Italia, anche se di critico c’è ancora poco. Vi sento tiepidamente indisposti nei miei confronti, per cui rincaro la dose e ribadisco il mio favore al voto nelle recensioni. Bene, oraposso continuare! [fine captatio malevolentia]
Non credo vi sia oggi una vera critica videoludica, se non sepolta dove ancora non l’ho trovata; mi sorge poi il dubbio se non ci sia confusione sulla differenza tra critica, recensione e analisi tecnica.
Una recensione non è altro che una guida all’acquisto, che ci informa dell’esistenza di un nuovo prodotto, dei suoi pregi e del perché dovremmo comprarlo. Viene spesso stilata una lista di aspetti positivi e negativi, solo in qualche caso fortuito si va oltre, suggerendo chi potrebbe apprezzarlo, perché non a tutti piace ogni genere. Può succedere che qualche recensore salti il filo spinato in direzione della critica, ma sono esperimenti piuttosto inutili, tant’è che non sono pagati per farlo.
La critica non è una guida all’acquisto, non intende influenzare il compratore su come spendere i soldi, benché possa accadere, ma solo come effetto collaterale. La critica nel senso più semplice è un parlare di qualcosa, di un gioco, di libro, di un film, di qualsiasi forma d’arte. È una discussione colta sui meriti o l’importanza di una particolare opera, dove conta il punto di vista, che varia in base all’osservatore.
Che si dice allora se non il numero di armi a disposizione del protagonista? Un’idea valida sarebbe ad esempio capire il peso storico dell’opera, cosa ci dica sull’evoluzione espressiva dell’autore e quale gradino ricopre nel suo percorso personale, a quali emozioni o riflessioni veniamo esposti, se siano fini a se stesse o capaci di arricchirci; quali tecniche vengono impiegate, se innovano e come rispetto al passato; quali sono i temi e lo stile, cosa voleva trasmettere l’autore e in che grado ci è riuscito; cosa ha spinto l’autore a creare l’opera, quando l’ha fatto e perché, qual è il contesto generale; ecc. ecc.
Nulla da spartire con le recensioni, non stiamo comparando un gioco Epic con uno targato Id software, chiedendoci su quale investire i nostri risparmi. La critica riguarda l’arte, mentre le recensioni si possono fare su tutto.
Si potrebbe iniziare un discorso critico su come Carmack sia un grande programmatore in relazione al suo biancore cutaneo, arrivando quasi certamente a dire qualcosa di meglio che “Id è superiore ad Epic”.
L’importante è trattare con serietà l’oggetto, ma anche il suo autore e il destinatario.
Le recensioni non arrivano a tanto, arrivano al massimo all’8.75 o alle 3 stelle e ½. E' un male?
È importante educare il giocatore, ma non possiamo pensare nemmeno di combattere in questi termini una società radicata nel consumismo. I recensori che iniziano le loro piccole rivoluzioni in seno alle riviste, come i *********, hanno il cuore da un lato e il portafogli dall’altro. Offriamo l’alternativa, anziché imporla, aspettando che l’acqua fluisca nella giusta direzione.
Le recensioni sono necessarie per indirizzare il consumatore, soverchiato dalle infinite opzioni disponibili. C’è bisogno di sintesi, di pappa-pronta e opinioni preconfezionate, perché il tempo è sempre troppo poco per fare da sé. Queste guide possono essere anche ben fatte, ma non c’è da preoccuparsi, perché verranno dimenticate: il loro valore appartiene al contingente, sicché non avrebbe senso scrivere oggi una recensione di un gioco di vent’anni fa.
Di un gioco che probabilmente non viene più commercializzato (e già qui…) potremmo parlare dell’influenza pregressa e quella su tutte le opere successive, all’interno di uno studio più ampio sui giochi di quel genere pubblicati negli anni 80. L’obiettivo è ben lungi dall’agevolare l’acquisto, bensì è quello di informare primariamente sull’importanza e l’impatto sulla nostra cultura.
Dello stesso gioco potremmo analizzare come viene sostenuta l’immersione del giocatore, quale calo qualitativo segua l’introduzione e quanto sia necessario per farla brillare senza far sembrare il resto un peggioramento; dal punto di vista tecnico possiamo chiederci come sia posizionata la telecamera, se cambia e soprattutto il significato del cambiamento. Queste sono informazioni scarsamente utili all’acquirente, ma di grande valore per un designer.
Dovremmo forse stigmatizzare quelle recensioni che non hanno coscienza storica del genere di cui parlano e non pesano il gioco rispetto ai precedenti, limitandosi a dire che è bello? Non sono qui per condannare il faceto, considerando anche che una Singolarità separa chi apprezza The Passage e chi solo Halo 3. Che vogliate o meno indugiare in simili pratiche, esiste sia l’intrattenimento fine a se stesso sia l’opera edificante. Per natura cerchiamo la nostra felicità, non vanno negate le facili gratificazioni, seppur effimere.
In conclusione, mettete pure un voto ad Halo 3 ma, perdìo, non provateci con The Passage!
Sicuramente il giornalismo non è la risposta al problema e ArsLudica lo ha capito: quelle che si ostina stranamente a chiamare ancora “recensioni” altro non sono che esercizi di scrittura creativa, che apostrofano il lettore con qualcosa d’interessante sul gioco, senza scadere in cosa è bene o male.
Non si tratta certo di vera critica, ma il soggetto viene piacevolmente scrutato con attitudine inerentemente critica.
ArsLudica si merita un bell’8 