define('DISALLOW_FILE_EDIT', true); define('DISALLOW_FILE_MODS', true); difficoltà – ArsLudica.org https://arsludica.org Blog e podcast sui videogiochi, l'universo, e tutto quanto Fri, 07 Nov 2014 21:11:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.4.8 49222165 Videogiocatore mainstream https://arsludica.org/2010/10/28/videogiocatore-mainstream/ https://arsludica.org/2010/10/28/videogiocatore-mainstream/#comments Thu, 28 Oct 2010 05:00:19 +0000 http://arsludica.org/?p=14358 Per saperne di più]]> Ho l’ansia di non riuscire a stare al passo. Nel week end ho finito Privates e Lost Planet, ho corso alcuni Grand Prix a F1 2010, ho scartato la confezione di Dead Rising e mi hanno riportato Mirror’s Edge, il cui disco ora riposa nel carrello della PS3. Il tutto in meno di 6 ore, visti i numerosi impegni che, volente o nolente, hanno colorato il mio week end in famiglia. La cosa buffa è che io, di lavoro, faccio tutt’altro: non dovendoci vivere, di videogiochi, dovrei approcciarmi al tempo trascorso in loro compagnia con un atteggiamento diverso. Eppure non riesco più a sedermi comodo sul divano e giocare. Sono in preda ad una frenesia dovuta a diversi fattori, non ultimi i tanti titoli lasciati a prendere polvere sulle mensole o la nevrotica tendenza a non volerli mai abbandonare una volta iniziati, sino ai ringraziamenti finali. Che spreco di tempo ed energie! Soprattutto considerato il fatto che, al passo, non potrei starci comunque, vista la penuria del mio budget mensile destinato all’intrattenimento videoludico. La realtà è che il sistema mi sta fregando e io glielo sto facendo fare indisturbato!

Troppi Demon’s Soul da vagabondare, troppi Uncharted da scoprire, troppi Call of Duty da sparare. Prendiamo Dead Rising. Un’esperienza niente male, vista l’originalità del gameplay e la miriade di cose che si possono inventare e sperimentare. Anche la trama, vi dirò, non ha nulla da invidiare al resto della produzione zombesca di casa Capcom. Ma come si fa a dedicargli il tempo che meritano le centinaia di sfaccettature di cui è pregno? Sul “comodino” mi stanno già aspettando altri dieci giochi dei quali è vergognoso che non abbia almeno provato la demo. Pensate ad Heavy Rain o Alan Wake. Avventure le cui peculiarità, per essere esperite con il massimo del godimento, devono necessariamente essere colte in prossimità della loro pubblicazione. Nel ritardare il loro completamento, il rischio non è solo quello di vederle invecchiare troppo precocemente, ma anche di cascare nella sempre più diffusa trappola dello spoiler (come accaduto a me durante l’ascolto di una puntata di Outcast Magazine, li mortacci loro…).

Da un po’ di tempo a questa parte, la strategia adottata è quella del: livello facile, niente side quest, bye bye Achievement o Trofei, tasso di replay pari a zero e filosofia del minimo sforzo, massimo risultato. La conseguenza di tutto questo è che ho smesso di divertirmi. Sono entrato in un loop da: “Visto che oggi ho iniziato Runaway 3, sabato prossimo posso cominciare DeathSpank, senza dimenticare che, se avessi tempo, c’ho ancora Super Mario Sunshine da finire!”. Vivere così non si può. Devo darci un taglio e cercare di resuscitare da questo vortice senza uscita che è il voler rimanere nella corrente dei ben informati.

Forse la cosa giusta da fare sarebbe quella di spegnere l’internet e tornare a scegliere il nuovo scatolato dal negoziante di fiducia. Lungo la strada potrei anche fermarsi dal Prevosto per sapere se la nuova Perpetua ha imparato a rammendare le coperte dell’altare, piuttosto che chiamare l’amico allevatore per farmi preparare sei uova ancora calde di cova e riempire la tanica di alluminio satinato con il latte della Lola. Rientrato a casa, sedutomi davanti al camino e salutata la moglie, intenta a setacciare il riso per la minestra, e la figlia, alle prese con il suo primo lavoro a maglia, potrei trovare la forza di accendere la console senza preoccuparmi del tempo che avrò perduto.

]]> https://arsludica.org/2010/10/28/videogiocatore-mainstream/feed/ 34 14358 Game Over: again? https://arsludica.org/2010/06/14/game-over-again/ https://arsludica.org/2010/06/14/game-over-again/#comments Mon, 14 Jun 2010 05:42:11 +0000 http://arsludica.org/?p=11401 Per saperne di più]]> Non ci voleva. Ma soprattutto pensavo che non mi sarebbe ricapitato così scioccamente! Ero convinto che prima di trovare un gioco in cui il “morire” rappresentasse uno stimolo al ripetere la stessa sessione, cercando di impegnarsi di più, fosse una possibilità legata esclusivamente alle reminiscenze di un passato privo del tasto F5. Ovvio che, questa osservazione, abbia senso solo ed esclusivamente per ciò che riguarda la mia esperienza videoludica, ché di giocatori seri ce ne sono in giro ancora tanti. Io, invece, mi sono impigrito parecchio, negli ultimi anni. Nonostante ciò, Resident Evil 5 è stato un piacevole scossone alla mia sempre più monotona attività di player. Sto giocando a livello normale… eppure qualche scappellotto ho avuto modo di prenderlo! Oddio, niente che non stia imparando ad evitare, ma la prima missione, quella in cui dovevo fuggire dal boia incappucciato, mi ha dato del filo da torcere.

Non ero più abituato, infatti, a relazionarmi con una scarsità endemica di munizioni e medikit! No davvero! Il morire quattro o cinque volte consecutive è stato quasi come fare una doccia fresca, dopo una nottata di caldo afoso. Inoltre, il mio solito iniziare titoli pubblicati molto tempo prima, mi ha permesso di viverlo senza grandi pregiudizi o aspettative, tanto da rendere la sorpresa ancor più significativa. Questa tipo di sensazione, provata da chiunque sperimenti un qualcosa senza averne letto o visto nulla in precedenza, mi ha dato modo di scoprire un titolo dalle impostazioni tutto sommato vecchie, poco diverse da quello del precedente gioco per Game Cube, un gameplay che sa di Dual Shock 1.0 e un animo ambiziosamente hardcore. Eppure, forse perché così dannatamente ancorato ad un qualcosa di passato, il gioco della Capcom è riuscito a infondermi quel brivido che, altri software sviluppati più di recente, non erano riusciti a trasmettermi.  Nulla di particolarmente eclatante, a dir la verità, ma comunque leggermente più stuzzicante della solita e mediamente insipida minestra. Bisognerebbe, a questo punto, iniziare una piccola digressione sul rapporto tra il concetto di divertimento e quello di difficoltà, così da articolare una riflessione avente come tema il giusto equilibrio tra le due parti. Si potrebbe cominciare con domande del tipo: “Qual è la differenza tra la goduria provata nel riuscire a sopravvivere, con una sola manciata di proiettili, ad un’ondata interminabile di zombie e quella legata allo scaricare un caricatore via l’altro in faccia ai nazisti, fino al raggiungimento del successivo checkpoint?”, e proseguire con: “Eseguire una combinazione perfetta di salti tra piattaforme, può essere paragonabile al pigiare correttamente i tasti di una sequenza QTE in stile Heavy Rain?. Però ho mal di testa e non me la sento. Tanto vale andare nel menù delle opzioni e abbassare al minimo il livello di difficoltà, chè ormai ho perso l’abitudine e la voglia di perdere tempo dietro al Game Over.

Che la colpa di questo mio tedio sia imputabile, per parafrasare Montaigne, all’ingombranza dell’abbondanza?

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La logica “trials and errors” https://arsludica.org/2008/12/16/la-logica-trials-and-errors/ https://arsludica.org/2008/12/16/la-logica-trials-and-errors/#comments Tue, 16 Dec 2008 09:42:26 +0000 http://arsludica.org/?p=3339 Per saperne di più]]>

Di recente sul forum si è sviluppata una discussione sulla difficoltà dei videogames.

Fleym, in riferimento al tema, in una frase ha descritto in modo sintetico e efficace come qualcosa sia cambiato da qualche tempo a questa parte: ” […] la difficoltà easy di 10 anni fà e ben oltre il maniac dei giochi attuali.”

Effettivamente è vero, i giochi di una volta erano dannatamente più difficili di quelli odierni, ma soprattutto facevano largo uso di quella che mi piace definire come la logica “trials and errors”.

Con questa formula faccio riferimento a quelle dinamiche di gameplay che costringono il giocatore a ripetere una determinata sequenza di gioco particolarmente impegnativa avanzando per prove ed errori, riducendo al minimo la possibilità di interpretarla e superarla attraverso diverse soluzioni e obbligandolo a individuare la “one best way” per venirne fuori, ovviamente a suon di game over.
Calza a pennello la metafora dell’organizzazione del lavoro industriale taylor-fordista: si tratta di trovare il modo più efficiente per superare un problema mediante aggiustamenti del processo altamente formalizzati, attraverso meccanismi ben collaudati.

Il primo esempio che mi viene in mente per spiegare il concetto (che immagino i giocatori di vecchia data non facciano fatica a individuare) è la sequenza iniziale di Another World (di Eric Chahi, Delphine Software, distribuito da Interplay nel 1991).

Il nostro amico scienziato, appena arrivato nella dimensione parallela (di cui, beninteso, non sa nulla), una volta superata la prima schermata non può fare altro che morire. I vermi che passeggiano per la seconda schermata sono letali, eh sì, in pochi lo potevano immaginare. Ma andiamo avanti, non possiamo certo parlare di trials and errors di fronte a questa inezia. Il problema vero arriva dopo, ed è rappresentato da una sagoma oscura (che i più attenti hanno notato nelle schermate precedenti) che ci fronteggia minacciosa. Neanche il tempo di rendersene conto e il bestio ci salta addosso, game over. Dopo diversi tentativi capiremo che l’unico modo per evitarlo è scappare, e il segreto per riuscirci è farlo piuttosto in fretta, per ben due volte, e soprattutto senza sbagliare una virgola (sì, diversi altri game over ci suggeriranno anche questo).

Another World nello splendore della sua poetica è tremendamente duro, e fa un larghissimo uso del “trials and errors”.

Un altro esempio per spiegare il concetto può essere efficacemente individuato in  Oddworld: Abe’s Exoddus (Oddworld Inhabitants, Gt Interactive, 1998).

A metà strada tra un platform 2d e un puzzle game, nell’avventura di Oddworld Inhabitants l’esperienza del giocatore si basa sulla risoluzione di enigmi finalizzati a portare in salvo gli amici Mudokon. La strada è irta di pericoli e tutte le minacce sono letali. La schematicità del gameplay è notevole, virtualmente è possibile descrivere le modalità di superamento di un livello o dei singoli enigmi con una sequenza di comandi definita, raramente sono contemplate più alternative. Il risultato? Per superare la maggior parte delle schermate in cui è presente un potenziale pericolo dovete morire, e state pur certi che la maggior parte delle volte ci cascherete, con buona pace per la vostra autostima.

Le vostre possibilità di farcela sono direttamente proporzionali alla vostra capacità di individuare una serie di azioni standard la cui esecuzione è strettamente legata all’esecuzione “just in time” dei comandi. Inutile dire che per arrivarci dovete sbatterci la testa, ergo: morirci su un buon numero di volte.

In chiusura: è chiaro che la logica “trials and errors” è strettamente legata a delle dinamiche di gameplay piuttosto formalizzabili. Il suo utilizzo è in calo a causa del fatto che spesso generano una frustrazione non indifferente nel giocatore e ormai rappresenta una tendenza piuttosto in disuso. Oggi si preferiscono videogame accessibili a un pubblico più vasto e meno incline a far fronte alle difficoltà insite in questa logica a cui spesso vengono associati difetti di game design.

La domanda è: i videogame ne hanno guadagnato?

Sì e no. Come ho già sostenuto sul forum “[…] credo che in buona misura ne abbiamo guadagnato, la linea tra difficoltà, logiche assurde e frustrazione era sin troppo sottile in molti vecchi videogame”. Da un altro punto di vista però la tendenza opposta (meccaniche libere e possibilità di gameover edulcorate in vario modo) assume dimensioni preoccupanti.

E’ chiaro che si va avanti per tendenze piuttosto estreme, non esattamente il modo migliore per avere dei videogame di qualità: sicuramente qualche sguardo in più alle Opere del passato farebbe bene.
Perché? Perché Another World e Abe’s Exoddus sono titoli che ci permettono di parlare di videogame come medium, opere d’arte indiscusse (meglio: indiscutibili), e non ci si può permettere di dimenticarlo.

]]> https://arsludica.org/2008/12/16/la-logica-trials-and-errors/feed/ 13 3339 Tutti devono poter finire un videogioco! https://arsludica.org/2008/02/23/tutti-devono-poter-finire-un-videogioco/ https://arsludica.org/2008/02/23/tutti-devono-poter-finire-un-videogioco/#comments Sat, 23 Feb 2008 06:00:00 +0000 http://arsludica.org/2008/02/23/tutti-devono-poter-finire-un-videogioco/ Per saperne di più]]> Una delle feature più chiacchierate dell’imminente, nuovo, Alone in the Dark, che con l’originale condivide soltanto il titolo, sarà la possibilità di saltare i livelli nel caso di sezioni troppo difficili.

Ars Ludica è fiera che i videogiochi abbiano imboccato questa strada.

Ma perché limitarsi soltanto a questo? Qualche utente potrebbe comunque trovare troppo frustrante l’esperienza di gioco e, quindi, allontanarsi dal medium videoludico impaurito dalla terribile sfida posta dalla necessità di capire quando la sfida è troppo difficile per lui. Come fare per impedire che abbia luogo un tragedia simile? Come evitare che il giocatore medio venga scioccato a tal punto dagli sviluppatori malvagi e dalla loro obsoleta concezione dei videogiochi?

Alone in the Dark

Ecco le mie proposte:

1. Rendere più amichevoli i nemici, ma non nel senso di renderli eliminabili più facilmente o limitare la loro IA. L’idea è quella di fargli apparire dei fumetti in testa con cui suggerire al giocatore sprovveduto cosa fare per avanzare. Immaginate di stare combattendo con un boss gigantesco che, in onore della sua mole, potrebbe eliminarvi con un solo colpo. Bene, renderlo più amichevole significa non solo farlo fermare per non infierire su di voi che, in fondo, avete acquistato il gioco, ma anche fargli capire che il signore e padrone della sua esistenza virtuale si trova dall’altra parte dello schermo. Quindi, dopo qualche tentativo di eliminazione andato a vuoto, il boss, o anche un nemico normale, dovrebbe poter suggerire al giocatore la modalità migliore per la sua stessa eliminazione. Frasi come: “non spararmi sulle gambe, colpisci la testa” o “vedi quell’occhio rosso brillante? Colpiscilo! È il mio punto debole” dovrebbero essere la norma. Volendo esagerare, si potrebbero inserire fumetti con cui suggerire al giocatore cosa fare dopo avere eliminato il boss o un nemico posto prima di un’enigma: “Quando mi avrai eliminato dal mio cadavere cadrà una chiave grigia. Aprici la porta chiusa che si trova dietro la colonna sopra la balaustra. Se non la trovi segui la grande freccia rossa che indica la strada che devi seguire.”

2. Giochi monotasto. Perché non creare dei giochi che per essere finiti richiedano soltanto la pressione continua di un tasto? Qualcuno ha detto Heavenly Sword? No! Bisogna andare ancora oltre e creare titoli che non abbiano bisogno dei movimenti! L’idea è che il personaggio dovrebbe camminare da solo e, nel caso incontrasse dei nemici, il giocatore dovrebbe poter premere soltanto un tasto per farglieli eliminare. Basterà aggiungere effetti speciali a manetta per ottenere l’approvazione di una larga fetta di utenza, ansiosa di sentirsi potente senza doversi impegnare troppo.

3. Fine del gioco dinamica. Perché non creare dei giochi dinamici che durano giusto il tempo che avete voi? Avete mezz’ora? Un’ora? Tre ore? Non cambia niente! In qualsiasi momento dovrà essere possibile premere un tasto e far apparire il boss finale che, seguendo le regole indicate nel punto 1 si dimostrerà amichevole e si farà eliminare permettendovi di vedere la sequenza finale!

4. Opzione film. Siete completamente incapaci? Nessun problema! Perché privarvi del piacere di infilare un disco dentro una console? Infilatelo, selezionate l’opzione film e guardatelo mentre si finisce da solo. Non avete abbastanza tempo? Usate l’opzione 3 e fatelo finire quando volete!

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