Game Over: again?

Non ci voleva. Ma soprattutto pensavo che non mi sarebbe ricapitato così scioccamente! Ero convinto che prima di trovare un gioco in cui il “morire” rappresentasse uno stimolo al ripetere la stessa sessione, cercando di impegnarsi di più, fosse una possibilità legata esclusivamente alle reminiscenze di un passato privo del tasto F5. Ovvio che, questa osservazione, abbia senso solo ed esclusivamente per ciò che riguarda la mia esperienza videoludica, ché di giocatori seri ce ne sono in giro ancora tanti. Io, invece, mi sono impigrito parecchio, negli ultimi anni. Nonostante ciò, Resident Evil 5 è stato un piacevole scossone alla mia sempre più monotona attività di player. Sto giocando a livello normale… eppure qualche scappellotto ho avuto modo di prenderlo! Oddio, niente che non stia imparando ad evitare, ma la prima missione, quella in cui dovevo fuggire dal boia incappucciato, mi ha dato del filo da torcere.

Non ero più abituato, infatti, a relazionarmi con una scarsità endemica di munizioni e medikit! No davvero! Il morire quattro o cinque volte consecutive è stato quasi come fare una doccia fresca, dopo una nottata di caldo afoso. Inoltre, il mio solito iniziare titoli pubblicati molto tempo prima, mi ha permesso di viverlo senza grandi pregiudizi o aspettative, tanto da rendere la sorpresa ancor più significativa. Questa tipo di sensazione, provata da chiunque sperimenti un qualcosa senza averne letto o visto nulla in precedenza, mi ha dato modo di scoprire un titolo dalle impostazioni tutto sommato vecchie, poco diverse da quello del precedente gioco per Game Cube, un gameplay che sa di Dual Shock 1.0 e un animo ambiziosamente hardcore. Eppure, forse perché così dannatamente ancorato ad un qualcosa di passato, il gioco della Capcom è riuscito a infondermi quel brivido che, altri software sviluppati più di recente, non erano riusciti a trasmettermi.  Nulla di particolarmente eclatante, a dir la verità, ma comunque leggermente più stuzzicante della solita e mediamente insipida minestra. Bisognerebbe, a questo punto, iniziare una piccola digressione sul rapporto tra il concetto di divertimento e quello di difficoltà, così da articolare una riflessione avente come tema il giusto equilibrio tra le due parti. Si potrebbe cominciare con domande del tipo: “Qual è la differenza tra la goduria provata nel riuscire a sopravvivere, con una sola manciata di proiettili, ad un’ondata interminabile di zombie e quella legata allo scaricare un caricatore via l’altro in faccia ai nazisti, fino al raggiungimento del successivo checkpoint?”, e proseguire con: “Eseguire una combinazione perfetta di salti tra piattaforme, può essere paragonabile al pigiare correttamente i tasti di una sequenza QTE in stile Heavy Rain?. Però ho mal di testa e non me la sento. Tanto vale andare nel menù delle opzioni e abbassare al minimo il livello di difficoltà, chè ormai ho perso l’abitudine e la voglia di perdere tempo dietro al Game Over.

Che la colpa di questo mio tedio sia imputabile, per parafrasare Montaigne, all’ingombranza dell’abbondanza?

3 comments on “Game Over: again?

  1. MI e’ piaciuto molto il vocabolario che hai utilizzato, migliore del solito.
    Ma le virgolette di “morire” che minchia di problemi hanno?

  2. Per me Resident Evil 5 fa rima con difficoltà solo perché feci la follia di iniziarlo a veterano in coop online con un amico.
    Tanto ai vecchi RE ce la siamo sempre cavata, dicevamo.

    Stolti.

    Lo finimmo un Sabato notte alle tre del mattino tirando fuori il peggio di noi stessi e rischiando di buttare ben più di un pad nel cimitero dei controller morti.

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