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Yawn...che du' palle!

La proteiforme palinodia dei videogiochi: il caso di Resident Evil 4.

Prodotto e Sviluppato da Capcom | Piattaforma Nintendo Gamecube, PS2, PC, Wii | Rilasciato nel 2005 (GC, PS2)

Premetto che non sono un fan della serie, mentre amo alla follia la gente morta che cammina ciondolando, perdendo pezzi di carne ad ogni passo. Adoro la putrefazione in tutte le sue forme, possiedo un gusto romantico per l’orrido ed uno scapigliato per le cose schifose, unte e rancide, nonché una simpatia cyberpunk per i circuiti infettati da tessuti organici. Ed è per questo che ho acquistato il titolo in questione nella versione per PS2, in quanto pensavo vi fossero racchiuse tutte le caratteristiche a me gradite.

La prima delusione è quindi arrivata non appena ho scoperto che non c’erano zombi putrefatti da maciullare, bensì solo dei banalissimi burini plagiati da una setta di fanatici religiosi dediti alla coltivazione di non meglio precisate piaghe. Vabbeh, chi si accontenta, gode. M’incammino quindi per il villaggio sforacchiando gli abitanti privi della classica ospitalità della gente semplice. C’è la tensione, perché non sono facili da buttare giù e c’è la curiosità per l’esplorazione degli scenari, con la piacevole sensazione di potersi barricare dentro gli edifici, bloccando gli accessi con mobili di nome e di fatto.

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Dopo una serie imprecisata di tentativi d’approccio con gli zotici, la prima stimolante, goduriosa novità consiste nel dover proteggere e condurre fuori dal villaggio la versione scopabile di Chelsea Clinton, con l’altrettanto avvincente necessità di doversi guardare doppiamente intorno per la brutta tendenza degli abitanti alla cleptomania parental-presidenziale.

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Capito il meccanismo, e grazie anche e soprattutto alla possibilità di ricaricare lo scenario da un checkpoint, la vicenda scorre abbastanza tranquilla, con i soliti oggetti da ritrovare e qualche puzzle da risolvere. Ma è quando i due protagonisti, inseguiti da una moltitudine di buzzurri brandenti fiaccole, scena che rimanda immediatamente a mitici fotogrammi dell’inconscio collettivo, si rifugiano all’interno d’un tetro castello, è in quel preciso istante che s’insinua dentro il mio ano il sospetto d’aver sbagliato tutto nella vita inserendo il ciddì nella console. È un po’ la stessa fastidiosa sensazione che si ha anche con altri media quando s’avverte una sorta di presa per il culo da parte dell’io narrante. Perché, voglio dire, ti trovi in una regione inospitale brulicante di pazzi furiosi peggio che a Erba e, invece di scappar per campi incolti, ti vai ad infilare in bocca al nemico peggio d’uno stuzzicadenti cieco? Ma allora dillo che lo fai per masochismo narrativo! Ammetti, tu, protagonista ammerrigano intriso di retorica hollywoodiana, che la tua è una necessità favolistica e che è nella tua natura scegliere la strada più irreale al fine d’innalzare il monte ore speso dal videogiocatore. Sarebbe più onesto, non credete?

Con questo paletto di frassino infilato non vi dico dove, m’inoltro quindi per i dungeon, dove i contadini sono sostituiti via via da nemici diversi nella mise, ma sostanzialmente identici nella deambulazione. Cambia perciò lo scenario, da rurale a medievale, si susseguono gli enigmi, le leve e le carrucole, con qualche boss briosamente affettuoso, ma resta sostanzialmente invariato il game play. Si arriva pertanto ad un punto in cui è il desiderio di vedere come evolve la storia a spingere a proseguire nell’esperienza videoludica e non più il mero piacere d’essere il protagonista, seppur virtuale, d’una avvincente vicenda, il che dovrebbe essere l’inviolabile fulcro d’ogni giocosa esperienza.

Proseguo dunque per inerzia, imprecando ogni qualvolta il gioco prevede passaggi a mio modo di vedere troppo ostici, costringendomi a ricaricare e a riprovare quasi annoiato dal fatto che tanto so d’essere il buono che non muore mai, nemmeno quando compare la scritta “sei morto”. E quando nei filmati d’intermezzo, quasi assopito dopo una cena luculliana, sullo schermo compaiono i pulsanti da premere entro una frazione di secondo per far compiere una manovra acrobatica al protagonista, beh, la voglia di mandare tutto a fare in culo è piuttosto potente.

Certo, rimane la sfida e l’orgoglio annesso, soprattutto quando non riesco a superare un boss e devo ricorrere ad internet per scoprire che bastava acquistare un lanciacazzi dal commerciante…che poi, ‘sto mariuolo, spunta sempre davanti a me fresco come una rosa, mentre io mi devo rettificare l’ano come un cretino per superare trappole e nemici…ma mi prende il per il deretano? Ma corromperlo, sequestrarlo o seguirlo per i passaggi segreti che evidentemente conosce, parrebbe brutto?

Oltre a queste domande esistenziali, mi chiedo anche quanti cazzo di capitoli ci siano ancora, prima di vedere la fine presumibilmente banale e scontata della storia, ma non prima però d’aver perso e ritrovato la fanciulla un numero totalmente irreale di volte. Perché sa tutto di già visto e di già sentito: la setta, il capo che invia i suoi scagnozzi per eliminarti, ben sapendo che li farai fuori uno dopo l’altro; il sacrificio della vergine; il cattivo troppo sicuro di sé; dialoghi enfatici ed inutili; deus ex machina che intervengono quando più te lo aspetti.

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Arrivo, nonostante una certa frustrazione derivante anche da un sistema di puntamento e da una visuale non certo entusiasmanti, né adatti al coinvolgimento, alla fine della storia, per il gusto d’aver terminato il gioco, quando l’ultimo test d’abilità mi fa letteralmente screpolare i marroni. Senza timore di svelare nulla che non si sappia già, la scena della fuga con la moto d’acqua è l’emblema di tutto quanto già scritto. L’isola è stata minata, sta per saltare in aria e voi dovete fuggire facendo un paio di slalom ed accelerando per evitare l’ondata che sopraggiunge alle vostre spalle. Niente d’impossibile, ma per via della visuale in terza persona e d’una meccanica non proprio ottimale, ho dovuto riprovare sei o sette volte prima di riuscire a farcela. E mentre attendevo il caricamento, mi chiedevo se fosse veramente necessario ai fini del gioco quest’ulteriore prova d’abilità con le levette analogiche. La risposta è, ovviamente, no.

In conclusione, quelli appena descritti sono i principali difetti che riconosco ai videogiochi: ripetitività, prevedibilità, retorica. Difetti comuni anche a media quali cinema, televisione e letteratura, ma che nei videogiochi stonano forse ancora di più. Anche se mi rendo conto che magari sono solo io ad essere fuori target.

La profezia di Blog e Magog.

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Nel libro di Ezechiele, il lupo cattivo, si profetizza un futuro oscuro e tenebroso in cui la conoscenza sarà nelle mani di pochi eletti, mentre la maggior parte delle persone dovranno accontentarsi delle briciole e pagare salatissime parcelle ai cosiddetti specialisti.

Secondo l’esegesi di Filo Sganga, esimio studioso dell’Accademia dei Georgofili, siamo nel bel mezzo di questa profezia. A favore della propria pretestuosa interpretazione, Sganga cita tutta una serie di avvenimenti personali dal significato storico-statistico praticamente nullo.

Egli afferma che, per aggiustare tutta una serie di elettrodomestici, ha dovuto far ricorso alla sapienza di esperti del settore, ognuno dei quali sottospecializzato in una particolare tipologia di apparecchio. Secondo Sganga, esisterebbero quindi dei tecnici in grado di riparare lavatrici, lavastoviglie, televisori, videoregistratori, fotocamere e lettori MP3, come se non fosse di pubblico dominio che quando uno di questi oggetti si guasta la cosa più semplice da fare è acquistarne un altro.

Ma la cosa più assurda è che l’arteriosclerotico vecchiardo vorrebbe far passare l’idea che la tecnocrazia dilagante avrebbe trovato la propria consacrazione nella diffusione del Personal Computer, le cui iniziali sarebbero un segnale divinatorio da interpretare come una delle tante metamorfosi del luciferino comunismo (PC= Partito Comunista).

Filo Sganga prosegue nei suoi vaneggiamenti cercando di dimostrare che ormai si usano i computer senza apprenderne il funzionamento. Ed il web, con i propri protocolli e le applicazioni sempre più tentacolari, non sarebbe altro che un immenso culto esoterico di cui non si conoscono i reali scopi e gli obiettivi.

“Io stesso ho un blog su sui scrivo quasi giornalmente. Ma se lei mi chiedesse come funziona il programma che mi permette di scrivere io non glielo saprei dire. So che pigiando alcuni tasti ottengo un certo risultato, so che clickando su pubblica post milioni di potenziali lettori saranno raggiunti dalle mie parole scritte, ma il tutto è avvolto dal mistero. Non so nulla sul funzionamento dei nodi, né su quello delle indicizzazioni dei motori di ricerca. Così, di tutta la tecnologia di cui dispongo, conosco solo la superficie, mentre ne ignoro totalmente la natura più profonda. Ed anche per disinceppare la stampante, devo chiamare un tecnico e dipendere dalla sua conoscenza. Ecco perché la profezia di Blog e Magog si è già avverata.”

Che altro aggiungere? È evidente che si tratta di un pazzo visionario. Perché lo sanno tutti che per togliere i fogli incastrati nella stampante, basta picchiare con una grossa mazza sul coperchio della stessa.

De inusitate inventionis.

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Redigo hac loco tremendissimo et cogitabondo, remotus ab agi dimorae imperiali, pro informatione urbanae gentis de inusitate inventionis. Dum deambulavit in sentierus in ombra frescurae arbustis, meus baculum incastravit in petra never oculata. Res visa like nigra capsula materiae incognita, et in laboratorius consilio meo ducebit, sed extraendo ab terrenum stranus apparatus radicalis emersuit. Penzolantis filis et nova forma of tuberus lignosus, non edule et diabolorum pinto. Quis creatura terribilis potest extruire vana et foederrima machina? Cupidus in exploratione, in circustantia alia petra nitea et rettangolari invenio, so magno apparato quam hominis juvenilis clamatus est for adiumentum. In meo laboratorio panta trasferitus, multitudinis curiosis accalcavit finestris, consecutio temporum ignavia dilagantis. Cum magna admiratione lapidem rettangolaris lux emetuit et stranus rumoris alvearis in alia capsula audiebit, ad modum continuitate energiae fluendi ab internum. In recessione timore misteria, but homus parvulus appropinquabit et, cum summa magnificentia, incipiebit abilis tractatione cum manus simultanea et celeris. Naviculae movimentabat in praesidium, cum explosionis et ignis digitalis, godimento libidinisque juvelinis acclamationi. Qui prodest similis fustigatione? Qui libenter sperperabit bona tempora in natura coltivationis impiegandi? Quo vadis imperus if humane activitate et aspirationis in ista machina demoni imploditura esse? Etiam scriptura et alia inventionis avverxate fuerunt. Progressus non castratus puote, sed aliquando non futura magna lontana in anticipatione, aliter prasentis res similusque sopita esse.

‘Na roba mai vista che gnanca li cani la magnaria.

Nelo mentre che caminava par’isentieri de la brugheria brusada dalo sole, so’inciampà in’na roba che gnanca li cani gavaria podesto magnare. La parea ‘na patata fata male a sé, ma non la iera ‘na patata de quele che te po’ dopararle par frizarle. La gavea dele figure dipinzade inzima: deli zerci, deli quadrati, deli triangoli e dele crosi, che non capiso se le fuse funghi o se la fuse solo ocià. Ma sicome mi so’ curioso compagna la peste bubonica, me so cucià, la g’ho tirada fora dala polvere e gh’è vegnù fora deli fili neri che li parea impestà de pece marza. Mi a tirava, ma ‘ste raise non le volea saverghene de vegner fora, alora g’ho ciamà un boteleto chel me iutase e ala fine semo cascà indrio schina cosita forte che g’ho ancora male al dedrio. Se semo rialzà e ghemo veduo che tacà ale raise ghe iera ‘na scatola negra, che non la iera de piera, ma la iera isteso lisa e dura com’el marmo.

D’intorno a ‘sta scatola ghen’avemo catà dele altre, anca più grose e strambote. Par’al sotoscrito le ievaria lasade lì indo che le iera, ma el bambocieto el g’ha volesto portarle intela capana. Le gh’avemo montà sul tavolo e de colpo, intreziando li fili, se g’ha impizà una dele scatole, quela più sé lisa e piata, come se la g’avese ciapà fogo senza brusare, mentre da n’altra a vegnea fora un rumore come de alveare. Mi a me son spaventà e me so ocultà dedrìo al lavandìn, ma el giovine el se g’ha meso sentà intela carega, el g’ha ciapà in man la patata dipinzesta e elseg’ha miso a zugare con che le robe che solava in the la scatola che ciapava fogo. Mi ghe so resta de’merda, ma li curiosi delo paese i sa asembrà d’intorno ala tola e i fasea anche i cori cumpagna i fuse al palio dele contrade. Mi a non so’ mia contro el progresso, ma me domando indove naremo a finire di ‘sti tempi, se ‘ste machine moderne, compagna i mulini a vento e li torchi par stampare li pergameni, le meterà da parte lo sudore deli omani e li omelie deli preti le vegnarà ignorà par pasare el tempo davanti a ‘sti zughi del diavolo. E del casso.

Videogiochi e coscienza. Epifania di un fenomeno universale.

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Come disse Jean Michel Oignag, “Anche il più ateo degli apostati ha la propria wunderkammer interiore.” Ebbene, se così è la natura umana, duale, combattuta tra l’hubris divina e l’adiaforica noluntas animale, cos’è un videogioco, se non un’introiezione della realtà coagulatasi per effetto d’una sospensione temporale ed espettorata attraverso un’apoftegmica contrazione dell’istinto di sopravvivenza? Controllare un personaggio fatto di poligoni non avrebbe quindi nulla di diverso da qualsiasi altro osservabile spaziotemporale, almeno dal punto di vista ontologico. Tuttavia, se si cercano differenze, si troveranno differenze. Infatti, nonostante i peana dei trinariciuti pasdaràn del decostruttivismo coatto, che si fanno beffe di quello che i vari think-tank dell’intellighenzia con la erre moscia esternano, qualche dubbio sull’effettiva equipollenza tra realtà e virtualità sovviene, anziché nò, piuttosto ben volentieri. Orbene, allo stesso modo in cui si è indotti – intuitivamente – a pensare che un oggetto tridimensionale contenga un numero maggiore di punti rispetto ad un oggetto bidimensionale (cosa dimostrata falsa), vivere dentro un videogioco potrebbe non essere diverso dal viverne al di fuori. Questo è il dilemma di tutti quelli che hanno giocato almeno una volta e che si sono chiesti, almeno per un secondo, se avessero potuto impiegare il proprio tempo in modo migliore. Ma così facendo essi non s’accorgono d’aver sotterrato il diorisma che ha generato la domanda, cioè la sospensione temporale, il senso di proteiforme fluttuazione della coscienza partorito dall’invaginazione del proprio ego nel personaggio comandato sullo schermo. Ma più che di sospensione d’incredulità, nel caso del videogioco si tratta di proiezione moebiusica del sé (ed anche del magari). Il videogiocatore non s’immedesima semplicemente nel personaggio, bensì lo possiede (o ne è posseduto!)! Ed amplifica, di conseguenza, attraverso di esso la propria volontà di potenza (detta anche “di Ceppaloni”), nell’illusione che la propria percezione della realtà possa essere aumentata da quello che altro non è che un processo di nutrizione/denutrizione mentale. Il problema è che questo fenomeno potrebbe anche essere controllabile, ma è altrettanto vero che è maggiormente probabile un depauperamento della capacità di auto-analisi per effetto dell’atrofizzazione della coscienza come discrimen tra uomo e macchina. Perché è il peggior nemico della coscienza è l’automatismo, e noi videogiocatori siamo a conoscenza di quanto possa essere alienante un videogioco con le proprie regole e con la propria ripetitività. Quindi, la soluzione proposta è assimilabile ad un assioma di forcing: ognuno faccia un po’ come cazzo gli pare e buona notte al secchio!

Dall’uomo catodico all’utente liquicristallizzato.

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Lo abbiamo visto tutti. La televisione ha cambiato profondamente il mondo ed il mondo ha cambiato profondamente la televisione. Da elettrodomestico massiccio, a sottiletta tutta fili e sfondi; da mappamondo illuminato nelle camerette, a località incendiate nei telegiornali. Nell’era della televisione tutti sanno tutto di tutti e qualcuno forse anche qualcosa di più di quel tutto che tutti credono di sapere. Lo abbiamo visto tutti e nessuno ha fatto qualcosa per impedire che questa trasformazione avvenisse. Forse perché eravamo troppo piccoli? Mah, tutte le scuse sono buone.

Fatto sta che l’immagine ha preso il sopravvento sulla parola, sul suono, sugli odori e sulle sensazioni in generale. Perché l’immagine è un anestetico molto potente, persino Dio lo sapeva e ne aveva vietato la riproduzione, aveva inventato il copy-right, ma poi deve aver dimenticato di creare il copy-right del copy-right. Anzi, probabilmente è ancora intento a creare leggi che impediscano di riprodurre qualsiasi cosa creata da Lui ed altrettanto probabilmente non s’accorge che, mentre Lui è intento a proteggere il creato, il creato sta andando a meretrici (per reggere il gonfalone della processione è stato scelto, stranamente, un parlamentare di area cattolica-igea marina).

Ad ogni modo, il fatto incontestabile è che oggi l’immagine è preponderante, perché quello che più temiamo è il dolore, giustamente, dirà qualcuno. Ecco che allora vogliamo sognare la bella vita dei vip, guardando le foto rubate dai paparazzi, adorando, sin da piccoli, i poster dei nostri idoli, facendo delle nostre case le moderne chiese, sminuzzando la nostra identità d’animali sociali.

Siamo andati a letto una sera dopo Carosello e ci siamo svegliati con un controller in mano ed un ping-pong di tipo paleolitico. Un pomeriggio, tornando da scuola, abbiamo ricevuto in regalo il primo computer e le nostre prime bestemmie che ci hanno fatto credere d’essere diventati improvvisamente adulti. All’imbrunire, prima di cena, sono arrivati internet ed il cellulare, il mondo, i mondi in tasca che ci hanno fatto gridare troppo spesso “arrivo subitoooo” quando la tavola era già apparecchiata. Dopo cena, invece di fare due chiacchiere con quelle strane creature che dicono d’averci creato, sono comparse la fotocamera e la videocamera, per immortalare ciò che è mortalmente mortale. E ancora non avevamo finito di scaricare la nostra vita sull’hard-disk, che sono comparsi il navigatore satellitare, il palmare, il media center, il masterizzatore, lo scanner, la fotocopiatrice all-in-one, per avere tutto a portata di mano, per non perdersi mai, per non annoiarsi mai, per non morire mai, in un eterno susseguirsi di loading&tryagain.

Siamo circondati da una quantità esorbitante di strumenti che dovrebbero servire per comunicare, eppure abbiamo l’impressione di non essere mai stati così soli. Perché non ci siamo accorti di essere stati avvolti da un ragno malefico in bozzoli di fili elettrici. Adesso sta arrivando per digerirci con la propria saliva fatta di cristalli liquidi. Sopravvivremo anche all’interno del suo stomaco, disciolti nella grande rete sotto forma di aminoacidi essenziali. L’importante è che, ogni tanto, ci sia un posto comodo, accogliente, non troppo illuminato, in cui fermarsi, dove sia possibile sperare che non appaia mai la scritta: “Ora è possibile spegnere…”

Sono un adoratore del Diavolo.

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Diablo (il primo) mi è rimasto nel cuore come un paletto di frassino nel torace di un vampiro giapponese che pratica il seppuku come hobby. Ricordo che lo installai con sufficienza, nel lontano 1997. C’era ‘sto tizio nerboruto che gironzolava per un villaggio, accompagnato da una musichetta suadente ed ipnotica. Ricordo che lo “escai” dopo due minuti senza averci capito una mazza. Ma un paio di giorni dopo, nel solito pomeriggio estivo in cui fa troppo caldo per uscire e le pagine dei libri tendono a diventare incredibilmente appiccicose, lo rispolverai e ne capii il game-play. Praticamente, un genio! Da allora, il suo spirito prese posto accanto alla mia anima di amante di film horror. Lo ho giocato e rigiocato, ho percorso più volte i dungeons sino ad arrivare ad uccidere Diablo a pugni (col guerriero). Ho giocato anche il secondo, finito più per rispetto dei soldi spesi che per reale passione, mentre il primo rimarrà, con la sua semplice logica dell’arraffa-mazzuola&scappa, una pietra tombale della storia del videoludo. E la tentazione di riadorarne – e riodorarne! – l’adorevole profumo di morte è sempre grande.

Com’è bello spalar letame!

BASTAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!! Basta coi soliti giochi ammazzatutti, ammazza quante unità ammassate tutte quante ammazzate a mazzate, gestione risorse e salite alla destra del padre, automobili con carrozzerie rovina carrozzerie, impila qua, impila là, mangia pillole digerenti per fantasmi egiziani ruotati di novanta gradi, che non si capisce come cazzo facciano a vedere dove cazzo stiano andando… BASTAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!! Davvero, hanno rotto il cazzo.

Ma un bel simulatore di vita contadina, in cui ci si debba alzare col canto del gallo, rompere il ghiaccio nel lavabo per potersi lavare la faccia, salutare il pinguino chiuso dentro l’armadio, scendere in cucina e fare colazione con il ferro da stiro sul tavolo, in modo da poter rompere la forma di pane, e poter quindi passare la giornata a spalare letame, no, eh? Troppo stimolante? Troppo simile alla vita reale che già conducete fuori dallo schermo?

Beh, allora perché non un simulatore di “vita da ufficio”, con una bella pila di pratiche sulla scrivania posizionata nel sottoscala, punti esperienza da spendere nelle agognate pause caffè in cui si potrà chattare di calciomercato col collega dell’Ufficio Sinistri, gare di battaglia navale via intranet per ownarsi senza pudore, ma col timore d’essere scoperti dal capo e gameoverati di brutto, colleghe mazzamauriane da broccolare nella più classica delle competizioni testosteroniche e… magari un bel fucile a canne mozze da tirare fuori dal cassetto e trasformare il tutto in una bella strage american style? Ah, che bello sarebbe!

O ancora, perché non un bel simulatore di Camera dei Deputati? Ore ed ore seduti ad ascoltare discorsi in politichese stretto, sforzandosi di non essere scoperti a dormire, con qualche sussulto sugli interventi verdastri, nella speranza che dicano qualcosa di stordente, superamento della successiva delusione e punti-mummia imbalsamata che s’impennano, pigiatura zombesca del pulsante di voto preceduta talvolta da una conta imparata alle elementari, interviste di rito con retrogusto di microfono incorporato, corsa in ambulanza per raggiungere uno studio televisivo… ma senza poterla guidare, sarebbe poco consono alla carica che impersonate.

Eureka! Il simulatore di casalinga disperata. Il gioco inizierebbe con la creazione del personaggio ad un livello di sex-appeal prossimo allo zero assoluto: vestagliona a fiori, ciabatte pupazzose, capelli tipo punk rancido, occhio di triglia morta da una settimana. Poi, man mano che s’acquista dimestichezza con le faccende domestiche, le skill del personaggio aumenterebbero sino a poter tentare di sedurre maestranze varie ed eventuali summonate per finti guasti a tubazioni ed elettrodomestici d’ogni sorta, per concludere l’esperienza videoludica con il più classico degli strip in guepiere e reggicalze, al fine di resuscitare quella larva umana che dovrebbe essere il vostro bot-marito, colui il quale dovrebbe farvi godere sino alla morte dopo aver passato la giornata a giocare al simulatore d’ufficio di cui sopra.

Oddio! NOOOOOOOOOO!!! Non ci credo! Ma perché nessuno ci ha pensato prima? Un simulatore di internet: in pratica, il vostro alter ego trascorrerebbe la giornata a cazzeggiare su vari forum di discussione, informandosi sui videogiochi di prossima uscita, infuocando polemiche gratuite e sterili sugli argomenti più disparati, al solo scopo di percorrere il filo del rasoio del ban senza tagliarsi e per accumulare punti-nerd sino al livello di esperienza massima rappresentato dall’apoftegma del “bamboccio-brufoloso-occhialuto-sfigherrimo”. O ancora, leggendo blog di gente sconosciuta e lasciando commenti del tipo: “Bello il tuo blog, spero farai visita al mio”… infatti, come add-on, potrebbe essere utile un simulatore di blog in cui sarebbe possibile impostare in automatico il numero di commenti ad ogni banalità scritta come se dovesse essere la cosa più interessante di questo mondo… e, naturalmente, siti di pseudocultura ludica alternativa, scritti da cazzari di quart’ordine che, invece, farebbero bene ad andare a lavorare in miniera… lavativi del cazzo… in miniera, vi manderei… in miniera…