define('DISALLOW_FILE_EDIT', true); define('DISALLOW_FILE_MODS', true); 2009 – ArsLudica.org https://arsludica.org Blog e podcast sui videogiochi, l'universo, e tutto quanto Tue, 21 Feb 2017 06:38:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.4.8 49222165 Retro Game Challenge https://arsludica.org/2011/02/02/retro-game-challenge/ https://arsludica.org/2011/02/02/retro-game-challenge/#comments Wed, 02 Feb 2011 06:00:20 +0000 http://arsludica.org/?p=16456 Per saperne di più]]> Sviluppato da indieszero | Pubblicato da Xseed Games | Piattaforme Nintendo DS | Rilasciato nel 2007 (Giappone), 2009 (USA) | Versione testata USA

Un super giocatore virtuale chiamato Arino, strano essere con la testa fluttuante sopra una croce direzionale, sfida il giocatore a superare delle prove di difficoltà crescente in giochi fittizi usciti nella metà degli anni ’80, che girano su una console simil-NES. Ogni gioco richiede di superare quattro prove per sbloccare il successivo e per diventare liberamente utilizzabile senza i limiti della campagna principale. La selezione comprende:

Cosmic Gate
È uno sparatutto a schermate fisse con nemici che arrivano a ondate, ordinandosi nella parte alta del livello. Lo potremmo chiamare anche Galaga, soprattutto per la struttura e per il look dei nemici.

Robot Ninja Haggle Man
Un platform in cui bisogna ripulire i livelli dai nemici saltandogli in testa o sbattendogli delle porte in faccia. Qui il referente più probabile è Ninja JaJaMaru-kun per NES, attualmente giocabile sulla Virtual Console del Wii.

Rally King
Gioco di corse con visuale a volo d’uccello, in cui, partendo per ultimi, bisogna scalare le posizioni della corsa per cercare di arrivare in buona posizione. Non mancano accelerazioni improvvise, sgommate, testa-coda, scorciatoie e tutta una serie di extra che rendono interessanti i quattro circuiti. Le fonti d’ispirazione potenziali sono molteplici.

Star Prince
Sparatutto a scorrimento verticale con potenziamenti e boss di fine livello. Molto difficile, soprattutto nei livelli avanzati. Anche qui le fonti d’ispirazione sono diverse, ma quella più riconoscibile è sicuramente il primo Star Soldier (MSX, NES).

Robot Ninja Haggle Man 2
Anche nelle competizioni di retrogaming esistono i sequel che migliorano solo la grafica.

Rally King SP
Altro sequel con grafica ritoccata.

Guadia Quest
Il piatto forte della compilation. Guardia Quest è un vero e proprio JRPG, realizzato con tutti i crismi del caso. Dura parecchie ore ed è ben realizzato. Ci sono oggetti da raccogliere, boss da combattere e una specie di trama da seguire. Anche qui le fonti d’ispirazione sono molteplici, dai Final Fantasy ai Dragon Quest, passando per Zelda.

Robot Ninja Haggle Man 3
Terzo episodio della saga dei ninja robot. È molto diverso dagli altri due episodi; ricorda Ninja Gaiden.

Il giocatore sarà aiutato nella sua impresa dalla lettura di alcune riviste di settore, fittizie anch’esse, dove troverà recensioni, trucchi e anticipazioni. Volendo può leggere anche i manuali di tutti i giochi… ma conoscete un vero giocatore che legga i manuali? Suvvia, non scherziamo. Farsi le pippe con le guide ufficiali è lecito (qualcuno le scambia anche per letteratura), ma i manuali proprio no.

Retro Game Challenge segue il filo della nostalgia e tenta di ricostruire un’atmosfera, oltre che di proporre delle sfide impegnative. I giochi della raccolta sono tutti di buona fattura, in relazione a quello che ci si aspetta da un prodotto degli anni ’80, e sembra veramente di trovarsi di fronte a dei classici del passato. E poi c’è anche la mamma che prepara la merenda ai bambini che giocano da soli nella stanzetta, cosa volere di più?

Curiosità: Retro Game Challenge è ispirato a una trasmissione televisiva giapponese, Game Center CX: Arino’s Challenge. In Giappone è uscito un sequel del gioco, chiamato Game Center CX: Arino’s Challenge 2, che non è stato portato nel mercato occidentale a causa delle scarse vendite registrate. Peccato.

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Brütal Legend [single player] https://arsludica.org/2010/07/21/brutal-legend-single-player/ https://arsludica.org/2010/07/21/brutal-legend-single-player/#comments Wed, 21 Jul 2010 05:05:40 +0000 http://arsludica.org/?p=12274 Per saperne di più]]> Sviluppato da Double Fine Productions | Pubblicato da Electronic Arts | Piattaforme Xbox 360, PlayStation 3 | Rilasciato il 13 Ottobre 2009

Brütal Legend è uno di quei titoli che ti prende immediatamente, se ne condividi il background culturale. Il suo punto di forza, e al contempo, la sua principale debolezza, consiste infatti nel pescare a piene mani dall’immaginario della scena di musica metal: non solo costumi e colonna sonora, ma modi di fare, ideologie, (auto)ironia. Si vede lontano un miglio che l’opera di caratterizzazione del mondo di Brütal Legend e dei suoi personaggi è stata compiuta con cognizione di causa e passione. Com’è ovvio che sia, in questo action adventure in terza persona condito da elementi di free roaming e real time strategy non mancano cameo e partecipazioni di illustri esponenti del firmamento Heavy Metal, annoverando frontman del calibro di Ozzy Osbourne, (la voce di) Rob Halford e il mitico Lemmy Von Motörhead. Tre sono i punti a mio avviso emblematici della pregiata qualità del titolo: il protagonista, la mitologia creata ad hoc ed il senso dell’umorismo.

Il nostro alter ego digitale, Eddie Riggis, cui l’attore Jack Black (School Of Rock, Tropic Thunder) fornisce voce e connotati, è un “roadie”, cioé uno di quei tecnici tuttofare di supporto alle band che provvedono al corretto svolgimento dello show, e, muovendosi per forza di cose dietro le quinte, non godranno mai del supporto dei fan ma solo della stima di chi li conosce in prima persona. Eddie, all’inizio del gioco, subisce un piccolo trauma: muore schiacciato dal crollo del set che lui stesso aveva messo in piedi, giungendo così all’altro mondo. Solo che quest’ultimo non è tutto bianco e pieno di angeli che suonano arpe, ma rossastro e popolato da creature per lo più ostili, benché allietato da chitarre che sputano fuoco e fulmini. Un paradiso metal, insomma, che avrà sullo spirito di Eddie gli stessi benefici effetti che la vita sull’isola ha apportato a John Locke in Lost. Senza rivelare ulteriori dettagli della trama, basti dire che Eddie si troverà invischiato in prima linea per liberare gli umani dal giogo delle Spirali Infette, creature orripilanti guidate dall’Imperatore Doviculus coadiuvato dal suo Generale Lionwhite.

Mossa abilissima e certamente efficace per conferire sia spessore sia plausibilità al misterioso mondo (ultraterreno?) dove Eddie viene catapultato è stata la creazione di una mitologia coerente ed articolata, costituita da un pantheon di bestie ignee (in principio era Ormagöden, la leggendaria bestia ignea, dalla carne d’acciaio, che illuminava le tenebre di una landa desolata abitata da creature derelitte, e talmente orribili da preferire il buio per non conoscere il proprio aspetto), eroici e giganteschi Titani (detentori del suono del Metal e dei motori), gentili donzelle il cui canto e pianto sono d’ispirazione per popoli interi, e via di questo passo. La realizzazione di una sovrastruttura mitologica così articolata, seppur appartenente alla sfera del fantastico, è ottimale per dare un senso agli eventi del gioco.

Gli sceneggiatori di Brütal Legend, ricorrendo a massicce dosi di umorismo e ironia, non peccano di quella seriosità decisamente fuori luogo e poco credibile di parecchi gruppi metal, che si cuciono addosso un mood posticcio di grave tragedia che può suonare credibile solo ad una platea di adolescenti. Fortunatamente Double Fine ha costruito un’opera davvero trasversale in questo senso, battendo sia la strada dell’umorismo classico (con scenette assortite) sia quella dell’ironia (il primo esercito che arruoleremo sarà quello dei Testaferra, headbanger dal collo ipersviluppato che risolvono tutti i problemi della vita a capocciate), rendendo in questo modo l’atmosfera del titolo godibile anche per un pubblico più maturo.

Mi rendo conto sinora di aver scritto sino a questo momento più un panegirico che una recensione, decantando solo le virtù del videogioco. In realtà, le note dolenti provengono dal gameplay, non malvagio ma affetto da una sindrome che lo rende ripetitivo nonostante i lodevoli tentativi di Schafer e soci di costruire un titolo vario prendendo in prestito schemi di gioco eterogenei. Il free roaming a bordo del Bolide è piacevole, così come metter sotto quei dannati caproni sempre in posa plastica, ma se le side quest e la raccolta di tributi di fuoco consistono sempre nelle stesse azioni (preparare agguati, correre da un punto A a un punto B, dissotterrare reliquie e liberare serpenti di fuoco suonando una nota con la nostra amata chitarra Clementine), ecco che tutto si riduce ad accumulare crediti da spendere nel Forgiamotori, dove il Guardiano del Metal (Ozzy Osbourne) sblocca potenziamenti assortiti. Gli elementi mutuati dagli RTS, invece, sono veramente pochi, e non permettono l’elaborazione di vere e proprie strategie, visto che Eddie deve trovarsi vicino alle truppe per poter dare gli ordini (e i campi di battaglia spesso sono veramente grandi). Anche i frangenti di combattimento corpo a corpo, seppur divertenti, non riescono certo a replicare la completezza di un God of War qualsiasi: gli attacchi a disposizione sono sostanzialmente due, a distanza ravvicinata tramite ascia e da lontano tramite chitarra elettrica. La chitarra, strumento principe del rock, svolge anche qui un ruolo di primaria importanza: tramite un sorta di gioco musicale alla stessa stregua di Rock Band, ovvero premendo i pulsanti del pad giusti al tempo giusto, si possono evocare reliquie, radunare eserciti, sciogliere le facce dei nemici ed evocare enormi dirigibili in fiamme che vanno a schiantarsi sul campo di battaglia (!).

Brütal Legend è un videogioco per metallari, ovvero per chi mostra di apprezzare l’originalità di setting e trama almeno allo stesso livello del gameplay. A tutti gli altri, venendo a cadere le motivazioni “ideologiche”, Brütal Legend potrebbe andare a noia alla lunga, peccando di ripetitività e di caoticità nei combattimenti, nonostante i buonissimi propositi.
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Damnation https://arsludica.org/2010/07/14/damnation/ https://arsludica.org/2010/07/14/damnation/#comments Wed, 14 Jul 2010 13:08:55 +0000 http://arsludica.org/?p=12208 Per saperne di più]]> Sviluppato da: Blue Omega Entertainment | Distribuito da Codemasters | Piattaforme: PC, PS3, Xbox 360 | Pubblicato: Maggio 2009 | Sito ufficiale | Versione testata: PC

Un tizio proprietario di un’industria potentissima vuole conquistare il territorio di Dannazione (non è un’esclamazione) per avere forza lavoro aggratise e diventare il patrone di monto. Le popolazioni schiavizzate vengono stupefazionate con uno strangio liquido vierte che blurp bleurp bleurgh. Ovviamente al tipo il dominio assoluto sul presente non basta e vuole anche quello sul futuro, quindi si mette a sodomizzare e a rubare i pensieri dei veggenti, gente che gira mezza nuda per le montagne rocciose e vede cose che nessuno riesce a vedere. Che fare per fermarlo? Un brutto gioco, ovviamente.

Quest’estate la sto dedicando a recuperare schifezze. Dopo The Scourge Project e Legendary è la volta di Damnation. Sarà il caldo, ma non riesco a resistere al richiamo di un gioco pessimo (soprattutto se acquistabile in saldo). L’ultima (in senso assoluto) fatica di Blu Omega Entertainment è un action/platform in terza persona che ricorda molto Tomb Raider. Il giocatore è chiamato ad esplorare una serie di livelli, ammazzando i nemici che gironzolano per gli ambienti spogli e ripetitivi. Un salto qua, una sparatoria là e via. Di tanto in tanto dovrà salire a bordo di un veicolo e farsi una corsetta lungo dei circuiti che sono… spogli. Sì, l’assenza di dettagli è una delle caratteristiche principali del gioco, forse dovuta al fatto di aver privilegiato aree molto ampie rispetto ad ambienti chiusi. Di certo vedere dei parallelepipedi con delle piramidi sopra a rappresentare delle case non fa un grande effetto nel 2010.

Per dare l’idea della qualità complessiva di Damnation basta raccontare cosa succede quando, a bordo di una moto, si va a sbattere a tutta velocità contro un ostacolo qualsiasi: assolutamente niente. Semplicemente il mezzo si blocca come se niente fosse e si può ripartire. Il pilota e i passeggeri non vengono nemmeno sbalzati dai loro posti. Non fate quelle facce da Lady GaGa, è proprio così. La stessa infima cura per i particolari si manifesta in tutti gli aspetti del gioco. Le sparatorie stesse sono di una noia mortale. Giocato a difficoltà hardcore, Damnation è di una facilità sconfortante. Il fatto è che i nemici sono pure abbastanza precisi, ma solo quando si ricordano di sparare.

La chiave di tutto è il fucile da cecchino: una volta raccolta l’arma definitiva nei primi livelli di gioco, fare strage dei poveracci che si frappongono tra Rourke (il nome del protagonista) e la gloria è una passeggiata. Semplicemente, quando ci si trova a una certa distanza, gli avversari impazziscono e non rappresentano alcuna minaccia. A volte si bloccano sul posto in attesa di essere crivellati, altre iniziano a ruotare su loro stessi. Comunque, anche quando s’impegnano e sparano, morire è difficilissimo perché per curarsi basta mettersi dietro a una copertura e attendere che l’energia venga ripristinata. A dirla tutta, mi è capitato che dei boss si bloccassero e mi permettessero di eliminarli senza battere ciglio. La situazione alla lunga diventa sconfortante, considerando anche la scarsa varietà dei nemici. Ci sono alcuni sgherri che tentano di assalire fisicamente l’avatar, ma fanno talmente tanta fatica a trovare la strada che fanno pena più che paura. Gli unici nemici leggermente impegnativi sono dei robot che compaiono a metà gioco, ma sono anch’essi poca cosa, soprattutto perché, come i loro colleghi umani, hanno la tendenza a bloccarsi in continuazione.

Le fasi platform migliorano leggermente la situazione, nel senso che i livelli non sono progettati male e in alcuni casi sono piuttosto ingegnosi, quando non vertiginosi per via della loro estensione. C’è qualche problema nel sistema di controllo, soprattutto quando bisogna eseguire un salto contro un muro, ma in generale le meccaniche di gioco non funzionano malaccio e la telecamera non dà grossi problemi se gestita con il mouse (provandola con il joypad della Xbox 360 è risultata più legnosa).

Dal punto di vista stilistico, Damnation è un disastro che si nutre del peggio dello Steampunk. Sceneggiato male (alcuni dialoghi sono surreali tanto sono scoordinati e brutti), con dei colpi di scena gestiti in modo terrificante (la scoperta della fine fatta dalla donna di Rourke è un momento imbarazzante tanto è squallido nei dialoghi e nella mancanza di pathos e drammaticità), non riesce ad approfondire nessuno dei suoi temi e paga fortemente l’anonimità generale degli elementi che lo compongono.

Commento: a parte per qualche salto spettacolare, Damnation è complessivamente un disastro. Tra qualche anno potrei riciclarlo per un retrocrap.

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The Scourge Project: Episodes 1 and 2 https://arsludica.org/2010/07/06/the-scourge-project-episodes-1-and-2/ https://arsludica.org/2010/07/06/the-scourge-project-episodes-1-and-2/#comments Tue, 06 Jul 2010 06:24:13 +0000 http://arsludica.org/?p=11999 Per saperne di più]]> Sviluppato da: Tragnarion Studios | Distribuito da BITBOX S.L. | Piattaforma: PC | Pubblicato: 2009 | Sito ufficiale


La trama nemmeno ve la racconto perché ho pietà di voi. Anzi, non ho nessuna pietà: diciamo che, al comando di una squadra speciale, bisogna inseguire un’altra squadra speciale in un complesso di edifici. Ci sono di mezzo anche del materiale alieno dalle proprietà incredibili e un po’ di poteri psichici che non fanno mai male. Il tutto per giustificare un clonazzo di Gears of War, di cui riprende completamente il concept dello sparatutto a squadre con coperture annesse. La somiglianza è tale da essere quasi imbarazzante. Fortunatamente The Scourge Project: Episodes 1 and 2 è realizzato molto peggio, così uno ha qualcosa in più da dire.

La prima cosa che si nota è l’IA dei propri compagni di squadra: ogni tanto se ne rimangono imbambolati al loro posto e non ne vogliono sapere di dare una mano: “Ehi ragazzi, venite qui, su, che mi stanno sparando in venti”. Niente, nessuna pietà nemmeno loro. In verità nelle prime fasi di gioco non capita spessissimo di vederli congelati, ma quando i livelli iniziano a crescere in complessità la situazione diventa quasi tragica.

Ad esempio, in una fase di gioco bisogna scappare da una nube di gas che sopraggiunge alle spalle della squadra. Bene, decido di provare un’azione di sfondamento: ovviamente i miei non mi seguono e iniziano a farsi gli affari loro. Allora provo a dargli ordini per sbloccare la situazione: niente, non ne vogliono sapere. Vado avanti da solo, ma i nemici sono in troppi e non riesco a eliminarli tutti prima dell’arrivo del gas. Ricaricando la partita magicamente la squadra decide di seguirmi. Garrulo come un bambino mi faccio strada tra i nemici con il loro aiuto, arrivo al corridoio che permette la fuga e… si sono bloccati un’altra volta. Provo a dare ordini per farli venire dove mi trovo io (al sicuro, vorrei sottolineare), ma non ci pensano proprio. Finiscono tutti e tre a terra (il gioco concede un lasso di tempo per rianimare i personaggi che hanno esaurito la barra di energia, protagonista compresa). Dilemma: vado a salvarli e finisco nel gas anche io, o vado avanti e aspetto che la loro barra di energia si consumi completamente? In entrambi i casi dovrei rifare tutta la sezione. Fortunatamente decido di andare avanti per rendermi conto di cosa mi aspetta e… magia! Mi ritrovo con i tre Stooges al seguito.

Probabilmente gli sviluppatori erano consci dei limiti dell’IA delle loro creature quando hanno deciso di creare un sistema di raggruppamento automatico che prescinde dallo stato di salute della squadra. Purtroppo si tratta di un difetto che mina profondamente il gioco. In effetti è frustrante non poter elaborare una qualsiasi tattica e dover lasciare all’IA l’iniziativa, anche perché capita spesso che i compagni usino delle tattiche kamikaze e si lancino contro gruppi di nemici in modo scriteriato, mentre altre volte se ne stanno dietro alle coperture anche se sono in vantaggio di 4 a 1 sui nemici.

Ovviamente i cattivi sono altrettanto furbi: alcune volte mi è capitato di vederne uscire da una copertura e corrermi incontro senza un motivo apparente (se non il desiderio inconscio di essere penetrati dai miei proiettili) mentre altre volte gli sono finito davanti allo scoperto e si sono ben guardati dallo spararmi (fare le cose con lentezza). I boss da questo punto di vista sono emblematici, con la loro incapacità di combattere secondo una tattica concreta.

Tutto il resto passa in secondo piano. I livelli sono delle semplici arene con le diverse coperture posizionate opportunamente nelle zone dove sono previste le sparatorie. Gli ambienti sono piuttosto anonimi e sono ispirati a una fantascienza di tipo standardizzato. Non mancano gli alieni aracniformi che escono da delle protuberanze schifose. È proprio a loro che è legato uno dei momenti più ilari della sceneggiatura: dopo aver affrontato la prima ondata di ragnetti, il capoccia di turno chiama la squadra e gli dice una cosa del tipo: “non pensavo che vi avrebbero attaccato, sono creati per proteggere il materiale alieno e reagiscono solo in caso di pericolo.” Ovviamente il fatto di andare in giro da ore con dei grossi fucili in mano a massacrare tutte le creature viventi della struttura non gli ha suggerito che la squadra potesse rappresentare una minaccia per gli alieni. Di quale politico sarà cognato, questo deficiente integrale?

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Nostalgia https://arsludica.org/2010/05/27/nostalgia/ https://arsludica.org/2010/05/27/nostalgia/#comments Thu, 27 May 2010 11:06:51 +0000 http://arsludica.org/?p=11241 Per saperne di più]]> Sviluppato da Tecmo | Distribuito da Ignition Entertainment | Piattaforme: Nintendo DS | Pubblicato 2009

Il titolo del gioco mi piace parecchio. Nostalgia. A cosa si riferirà? L’atmosfera è vagamente Steampunk, ovvero è uno steampunk alla giapponese che si lascia apprezzare ma che a livello stilistico risulta troppo diluito all’interno di una visione più classica da JRPG. Più un aroma che un sapore vero e proprio. Purtroppo c’è anche una trama, con un avventuriero che salva una ragazzina da un gruppo di fanatici (i Cabal) che vogliono conquistare il mondo (ma dai?), ma rimane vittima di un incidente mentre tenta la fuga e il figlio, di non si capisce quanti anni, biondo e con gli occhi, azzurri (londinese, per giunta) che decide di cercarlo girando il mondo (il nostro mondo… proprio quello che finirà nel 2012) a bordo del suo aeroveicolo e visitando la principali città a caccia di indizi. Per farlo dovrà prima diventare un avventuriero (come il padre) ammazzando un po’ di topi nelle fogne della capitale inglese (ma dai). In effetti la trama sembra scritta in cinque minuti da qualcuno che aveva ben altro a cui pensare, ma riesce a mantenere un minimo di tensione grazie al classico personaggio misterioso (Fiona, come la moglie di Shrek) di cui non si conoscerà bene il ruolo fino a verso la fine del gioco.

Nostalgia rivela sin da subito la sua impostazione estremamente classica, con città da esplorare per prendere quest, ottenere qualche informazione e acquistare/vendere oggetti e con dungeon in cui massacrare nemici in incontri casuali. Insomma, se esistesse un manuale del perfetto JRPG, Nostalgia ne sarebbe un’applicazione pedissequa, senza guizzi e senza cadute di stile. Un compitino da 6-7 che mira a fare contento il professore, ma che non brilla certo per personalità. L’unica novità introdotta dagli sviluppatori è la fase aerea, nella quale, invece di combattere con il party, si combatte tra veicoli volanti. Il velivolo in sé non cresce di livello, ma visitando le diverse città è possibile acquistare potenziamenti. In queste fasi il numero di personaggi nel party (massimo quattro) determina la possibilità di utilizzare o meno le diverse armi del mezzo e di usare delle abilità specifiche per i combattimenti aerei a disposizione di ogni eroe (c’è quello che cura, quello che potenzia, quello che supporta e così via).

La struttura di gioco è abbastanza rigida e la difficoltà non è elevatissima, soprattutto se si svolgono le missioni secondarie e si portano i protagonisti ben oltre il livello di esperienza necessario per svolgere la missione principale. In generale i combattimenti aerei impegnano più di quelli ‘a terra’. Ovviamente ignorando le missioni secondarie la storia cambia e anche la missione principale diventa più impegnativa, anche se mai proibitiva. Certo, va detto anche che andando dritti per la storia principale si taglia più di metà gioco e si perdono alcuni combattimenti parecchio interessanti. Oltretutto non si può fare carriera nella gilda degli avventurieri, che offre le ricompense migliori, soprattutto nelle missioni di classe avanzata.

Oltre alla storia principale e alle missioni della gilda, è possibile svolgere altri compiti come andare alla ricerca di siti nascosti da riportare al museo di Londra. Si tratta di un’extra interessante e parecchio impegnativo (e alla lunga stancante), che richiede di esplorare la mappa da cima a fondo con il velivolo a diverse altezze, seguendo delle indicazioni di massima reperite nelle città. Come in altri giochi dello stesso genere, mentre si esplora è possibile salvare ovunque, mentre nei dungeon bisogna raggiungere dei punti di salvataggio, solitamente piazzati prima dei boss. Questo significa che, soprattutto nei dungeon ancora da esplorare, bisogna avere a disposizione diverse decine di minuti di seguito per poter arrivare a salvare e non perdere tutti i progressi fatti.

I nemici, come i personaggi principali, non brillano per fantasia e sono un accozzaglia tecno-fantasy già vista altrove. Le mummie ci sono, i vermoni giganti ci sono, i ragni robot ci sono e così via. Anche in questo caso spiccano i nemici degli scontri aerei che, per necessità, risultano più originali degli altri, mentre i boss sono abbastanza banali, compresi quelli finali.

Commento:
complessivamente si tratta di un prodotto discreto che non spicca in nessun campo, ma che si lascia giocare. Peccato che sia abbastanza superficiale nelle tematiche che tratta e che, se non siete dei bambinetti scafati, difficilmente vi appassionerete alle vicende dei protagonisti.

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Backdoor Man https://arsludica.org/2010/02/26/backdoor-man/ https://arsludica.org/2010/02/26/backdoor-man/#comments Fri, 26 Feb 2010 13:15:28 +0000 http://arsludica.org/?p=9164 Per saperne di più]]> Sviluppato da Grundislav Games | Piattaforme: PC | Pubblicato nel 2009 | Sito ufficiale

Backdoor Man è una piccolissima avventura grafica gratuita che si gioca in mezz’ora e che è stata realizzata per una competizione dedicata al tema dei giochi per adulti. In realtà c’è poco da giocare e basta qualche click nei punti giusti per andare avanti. Si tratta comunque di un esperimento interessante per il suo trattare un tema pruriginoso in modo intelligente e per nulla retorico. Il gioco inizia con il protagonista, un escort maschile, seduto a un bancone di un bar dove, parlando con il barista e sorseggiando qualche drink di troppo, finisce per parlargli del suo lavoro raccontandogli tre storie diverse riguardanti tre clienti: una donna giovane, una donna anziana e un uomo.

Con gli scarsissimi mezzi a disposizione, gli sviluppatori sono riusciti a descrivere una borghesia che vive in case di lusso ma che è perennemente insoddisfatta e alla ricerca di qualcosa di diverso. Così abbiamo la giovane donna che cerca l’emozione del sesso mercenario, ma che sembra più interessata a parlare che a fare, la vecchia che vuole andare subito al sodo lasciandoci le penne e il marito tutto casa e lavoro che approfitta dell’assenza della moglie per provare qualcosa di diverso. Tutti i personaggi vivono in case ampie e arredate con gusto moderno tipicamente americano. Tutti sembrano rifiutare la loro vita fatta di una sessualità repressa e incapace di esprimersi fuori da certi canoni sociali. Con buona sapienza narrativa, il finale ricongiunge le storie raccontate dall’uomo con un colpo di scena niente male in cui viene svelata per la prima volta la sua vera identità.

Non c’è niente di stupefacente in Backdoor Man, se non il fatto che riesca a essere narrativamente più compiuto della maggior parte dei giochi commerciali che si vantano del loro lato narrativo. I limiti della realizzazione sono evidenti, ma quello che conta è la dimostrazione che anche i videogiochi possono affrontare certi temi senza scadere nello stucchevole e senza pagare pegno per la loro natura videoludica. Basterebbe un po’ di volontà in più e la capacità di pensare a una fascia di pubblico differente da quella che cerca soddisfazioni ormonali sopra a ogni altra cosa.

Articolo pubblicato originariamente su Babel 17

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Divinity II: Ego Draconis https://arsludica.org/2010/02/16/divinity-ii-ego-draconis/ https://arsludica.org/2010/02/16/divinity-ii-ego-draconis/#comments Tue, 16 Feb 2010 10:18:40 +0000 http://arsludica.org/?p=8667 Per saperne di più]]> Sviluppato da Larian studios | Distribuito da Koch Media | Piattaforme: PC, Xbox 360 | Pubblicato nel  2009 | Sito ufficiale

La versione testata è quella PC


Lo guardi un po’, ci pensi su e ti chiedi se non hai di meglio a cui giocare. Lo avvii, inizi svogliatamente a provarlo e continui a chiederti se non hai proprio niente di meglio a cui giocare. Poi scopri che ti ha preso, nonostante tutto, e continui. Vai avanti e scopri che ha un sacco di pregi e che vuoi vedere dove può arrivare. Lo finisci, e sei costretto a convenire che i colpi di classe sono notevoli e che è stata proprio una bella esperienza di gioco, nonostante qualche limite dovuto più a fattori produttivi che alle capacità degli sviluppatori.

Vi è mai successo di provare sensazioni simili con un videogioco? A me sì, più volte. Recentemente è toccato a Divinity II: Ego Draconis a cui sinceramente avevo dato ben poco credito, nonostante in molti me ne avessero parlato bene.

La trama è piuttosto classica, con uno studente che diventa cacciatore di draghi per poi subire un evoluzione inaspettata e diventare drago egli stesso. L’ambientazione è di tipo fantasy senza derive in altri generi, quindi aspettatevi torri gigantesche che nascondono chissà quali misteri, templi enormi che nascondono chissà quali misteri e fortezze volanti che nascondono chissà quali misteri.

La particolarità del gioco sta tutta nel potere di trasformarsi in drago che si ottiene a circa metà dell’avventura e che aggiunge ai classici combattimenti con spade, frecce o magie, quelli volanti sotto forma di lucertola alata, oltre a una nuova dimensione nell’esplorazione degli scenari.

La crescita del personaggio si basa su una manciata di caratteristiche, migliorabili ogni volta che si sale di livello, accoppiate con alcune abilità che ricordano molto quelle di un gioco di ruolo d’azione. D’altro canto il gameplay non è banale come quello di un Diablo qualsiasi e presenta territori vasti da esplorare con cautela, dato il serio rischio di incontrare nemici ben più forti del protagonista.

Ovviamente non mancano missioni da svolgere per ottenere equipaggiamento, soldi ed esperienza. Il bello dell’affrontare le quest è che mancano indicatori che ti dicono con precisione millimetrica dove devi andare e cosa devi fare, lasciando al giocatore il gusto di esplorare e di scoprire le diverse sezioni della mappa, caratteristica sempre gradita da quelli che odiano i giochi che si risolvono da soli come Oblivion.

Potere interessante a disposizione dell’eroe, che però costa punti esperienza, è la telepatia. Leggere la mente degli altri personaggi è utile per diversi motivi: permette di scoprire nascondigli segreti, password per serrature magiche, permette di acquisire punti abilità e, in alcuni casi, di ottenere pezzi di equipaggiamento eccezionali.

Come già detto i combattimenti sono orientati all’azione pura, con gli arcieri e i maghi che sembrano usciti da uno sparatutto e i guerrieri da un picchiaduro. Poco male perché, nonostante una certa ripetitività, non risultano mai ammorbanti e, anche grazie alla varietà delle ambientazioni, scorrono con relativa tranquillità.

Un discorso a parte meritano i combattimenti con il drago, che fanno somigliare il gioco a un Rogue Squadron e che, nonostante qualche difetto, risultano notevoli (anche perché mai troppo lunghi), anche dal punto di vista meramente scenografico.

Un particolare plauso va al finale del gioco, diverso dalla media ed estremamente pessimista che consente di rileggere in modo completamente diverso le gesta compiute durante l’avventura, facendo fare al protagonista la figura dell’idiota. Va precisato che i toni del gioco sono molto ironici, come serie vuole e che non è raro imbattersi in dialoghi ridicoli e situazioni che sembrano uscite da un film comico.

Commento: Divinity II: Ego Draconis è un bel gioco di ruolo con dei momenti notevoli e una struttura che farà felici gli amanti del genere legati a una visione più classica. Sinceramente è stato un bella sorpresa. Dura anche il giusto (circa quaranta ore) e non subisce mai la deriva nella stucchevolezza dell’epicità da trenta denari.

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Call of Juarez: Bound in Blood https://arsludica.org/2010/01/29/call-of-juarez-bound-in-blood/ https://arsludica.org/2010/01/29/call-of-juarez-bound-in-blood/#comments Fri, 29 Jan 2010 08:00:04 +0000 http://arsludica.org/?p=8127 Per saperne di più]]> Sviluppato da Techland | Distribuito da Ubisoft | Piattaforme: PC, PS3, Xbox 360 | Versione testata: PC | Pubblicato 2009| Sito ufficiale

Il seguito/prequel della rubrica telefonica di Juarez ha solo una carta che lo solleva sopra la media del genere e che lo rende interessante, bellezza grafica a parte; ovvero la trama. Riassumendo, è uno sparatutto con due protagonisti, Ray e Thomas McCall, e alcuni interessanti coprotagonisti a fargli da contorno. Disertori della guerra di secessione, combattuta dalla parte dei sudisti, i McCall sono degli spietati criminali che fuggono dalle autorità e dalla morte. Il loro sogno è quello di ricostruire la fattoria di famiglia insieme al fratello William, uomo di fede che tenta di portarli verso il cammino di Dio per tutto il gioco, sogno velato dall’apparizione di una donna che fa girare la testa a entrambi e di un tesoro che li rende più avidi di quanto non siano già. A tallonarli c’è il loro ossessionato ex-comandante, un Bossi ante litteram che ha giurato di renderli cibo per vermi per punirli della loro diserzione e che vuole ricostituire l’esercito del Sud per poter liberare le sue amate terre dal controllo di Washington DC; e Mendoza Juarez, criminale messicano avido e deciso a tutto pur di mettere le mani sull’oro. Non mancano indiani, cavalli, parolacce e un senso della narrazione raro nel mondo dei videogiochi.

Techland aveva già dimostrato una certa sapienza narrativa con il primo Call of Juarez, in cui venivano mescolati temi religiosi e problematiche direttamente collegate alla natura umana. Qui fa il bis riuscendo, pur in una struttura di gioco più semplice rispetto a quella del primo episodio, a inserire una tragicità di fondo, inquadrata in un contesto storico preciso, che si matura per tutta l’avventura fino al finale, rovinato da una sparatoria di troppo che incrina l’atmosfera ma che non elimina gli indubbi meriti di un titolo che non usa la trama solo come cavalletto per reggere l’esibizione di fucili sempre più grossi, lunghi e duri.

A parte alcuni capitoli (quindici in totale), il giocatore potrà sempre scegliere se usare Ray o Thomas. I due hanno a disposizione armi e abilità differenti che rendono diverso l’approccio ai livelli, ma per quasi tutto il gioco sono chiamati a collaborare e a coprirsi a vicenda. Ray è il più brutale, ama l’approccio diretto, può impugnare due pistole contemporaneamente e sa usare la dinamite. Thomas è più sottile, ha delle capacità furtive (sottoutilizzate per tutta l’avventura, in verità), sa maneggiare i coltelli, è un abile arciere e può usare un lazo per arrampicarsi su sporgenze altrimenti irraggiungibili.

A personaggio differente spesso corrispondono compiti e biforcazioni differenti, fattore che invita a ripetere i livelli usando entrambi. In verità le differenze non sono sempre marcatissime, ma lo sforzo è apprezzabile. L’ambientazione è quella del vecchio West, uno dei West migliori mai visti nei videogiochi, con città polverose piene di banditi sputazzanti e cittadini impauriti che si alternano a montagne rigogliose dove vivono tribù indiane sospettose nei confronti dell’uomo bianco, ma realisticamente anche in guerra tra loro. Le scene d’azione sono piuttosto tipiche, con sparatorie continue, inseguimenti, carri da scortare e così via. Interessante la presenza di due livelli free roaming in cui si possono prendere delle missioni extra-narrative per ottenere un po’ di soldi e comprare delle armi migliori.

Per allungare la longevità del gioco, che non dura moltissimo, gli sviluppatori hanno disseminato le mappe di segreti da trovare che sbloccano contenuti extra accessibili dal menu principale. Si tratta di ricerche supplementari non necessarie per finire il gioco, ma suppongo che a qualcuno interessino e che, soprattutto, su Xbox 360 e PS3 siano legate agli Obiettivi e ai Trofei (se sbaglio offendetemi pure).

Commento: Dopo aver letto numerose opinioni discordanti su Call of Juarez: Bound in Blood, ero molto dubbioso sul gioco. Invece ho finito per apprezzarlo. Sarà il senso del tragico che lo pervade dall’inizio alla fine, sarà che si parla tanto di narrazione nei videogiochi e quando ne escono con trame decenti vengono ignorati, sarà che ho trovato le ambientazioni ben fatte e affascinanti, per quanto stereotipate (va anche detto che il western videoludico non ha molto da dire più di quello che ha già detto al cinema… vedremo come se la caverà Red Dead Redemption da questo punto di vista), sarà anche, perché no, la curiosità di vedere la genesi di uno dei personaggi migliori del primo videogioco… insomma, l’ho trovato interessante e appassionante. E pensare che stavo per perderlo, retrocedendolo a seconda scelta. Una sorpresa.

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Assassin’s Creed II Discovery https://arsludica.org/2010/01/08/assassins-creed-ii-discovery/ https://arsludica.org/2010/01/08/assassins-creed-ii-discovery/#comments Fri, 08 Jan 2010 09:32:34 +0000 http://arsludica.org/?p=7414 Per saperne di più]]> Sviluppato da Griptonite | Distribuito da Ubisoft | Piattaforme: Nintendo DS | Pubblicato 2009| Sito ufficiale

Pare che stia diventando una tradizione il fatto che a ogni Assassin’s Creed pubblicato io riesca a giocare e finire la versione per Nintendo DS prima di quella per i sistemi maggiori. Il primo capitolo (sottotitolo: Altair’s Chronicles) era abbastanza pietoso e, nonostante qualche spunto discreto (LEGGETE QUI), c’era poco da stare allegri. Ad essere bacata era la struttura di fondo, struttura che è stata completamente rivoluzionata in questo Discovery. Insomma, a differenza dell’Assassin’s Creed II per console e PC (quest’ultima versione deve ancora uscire), quella per la caffettiera portatile della grande N non ha seguito i passi dell’originale tentando di migliorarli. È completamente diverso.

Ci troviamo sempre al cospetto di un platform con elementi stealth, ma qui si è scelta la via della semplificazione per favorire meccaniche di gioco più easy e più gestibili. Abbandonata la pretesa della terza dimensione, relegata alla rappresentazione degli scenari, si è scelto un gameplay completamente 2D con il buon Ezio Auditore come protagonista. La trama del gioco, uno spin-off di quella di AC 2, lo porterà a viaggiare fino in Spagna per aiutare nientemeno che Cristoforo Colombo e la regina Isabella, vittime di un complotto a base di alti prelati e di onnipresenti templari, i quali nelle trame di serie C stanno sempre bene (speriamo che prima o poi si scopra qualche altro ordine segreto da infilare nel mucchio).

Discovery è diviso in otto capitoli a loro volta suddivisi in micro livelli. Questi ultimi possono avere tre generi di obiettivi: raggiungi il punto X (sia esso un luogo o una persona); raggiungi il punto Y senza farti scoprire dai nemici; fuggi dai nemici che ti hanno scoperto raggiungendo il punto Z.

Il sistema stealth è altrettanto semplice e richiede soltanto di arrivare alle spalle dei nemici tenendo premuto il tasto del movimento furtivo. Sparsi per gli scenari ci sono delle zone in cui Ezio può nascondersi (carri con fieno e dei barili), ma francamente sono piuttosto inutili e si usano poco, visto che il ritmo delle uccisioni è molto alto e spesso conviene semplicemente aspettare che il nemico si giri mentre ci si trova su una piattaforma diversa dalla sua per poi coglierlo di sorpresa. Quando si ottengono i coltelli, tutto diventa più facile perché è possibile ammazzare anche i nemici più forti colpendoli mentre si trovano ancora fuori campo. Ogni tanto il nostro eroe troverà dei poster da ricercato che lo rappresentano (i possessori di DSi potranno metterci la loro faccia). Strappandone dieci la barra della vita cresce rendendo Auditore più resistente in combattimento.


Le meccaniche platform sono molto buone, con Ezio che dimostra una grande agilità nella corsa e nei salti acrobatici. Il nostro assassino di quartiere è in grado di scalare palazzi e di cadere da altezze relativamente alte senza farsi nemmeno un graffio. I combattimenti, fortunatamente evitabili nella maggioranza dei casi, sono la parte più debole del gioco; sicuramente migliori e più impegnativi di quelli del predecessore, sono comunque facili e ripetitivi, con i nemici che si mettono in fila per farsi ammazzare. Furbamente però, gli sviluppatori hanno inserito un sistema di obiettivi che invoglia a evitare gli scontri diretti a favore delle uccisioni silenziose, fattore determinante per mantenere l’azione fluida e per evitare che il giocatore perda tempo in scontri inutili.

Commento: Assassin’s Creed II Discovery è un buon gioco che rinuncia completamente alle funzioni del touch screen del DS in favore di un approccio più tradizionale al genere. Non un capolavoro ma sicuramente da provare, anche vista la scarsezza delle recenti uscite per il sistema. Come nota finale vorrei sottolineare che la brevità dei singoli sottolivelli permette di giocarlo avendo anche poco tempo a disposizione (si parla di 2-5 minuti a sezione, ultima a parte che richiede un quarto d’ora circa per essere terminata).

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GTA: Episodes From Liberty City [The Lost and Damned + The Ballad of Gay Tony] https://arsludica.org/2010/01/06/gta-episodes-from-liberty-city-the-lost-and-damned-the-ballad-of-gay-tony/ https://arsludica.org/2010/01/06/gta-episodes-from-liberty-city-the-lost-and-damned-the-ballad-of-gay-tony/#comments Wed, 06 Jan 2010 05:15:36 +0000 http://arsludica.org/?p=7224 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da Rockstar Games | Piattaforma Xbox 360 | Rilasciato il 29 Ottobre 2009

Il more of the same è una strategia che viene spesso premiata: i rischi sono inversamente proporzionali alla vastità del pubblico accalappiato in precedenza. Episodes From Liberty City è un disco indirizzato proprio a quei fan che non possono fare a meno di quell’immenso scenario gravido di storie che è appunto Liberty City. Ecco pertanto spiegata la ragion d’essere di The Lost and Damned e di The Ballad of Gay Tony, inizialmente rilasciati in guisa di DLC su Live e successivamente riuniti in un solo disco stand alone (col vantaggio di non necessitare della copia originale di GTA IV); lo spaziotempo è sempre quello vissuto da Niko Bellic (infatti si registrano non poche intersezioni nelle storyline), ma naturalmente le prospettive ora proposte sono inedite e vivono di vita propria. Non vi sono pertanto sostanziali novità nel gameplay, e neanche di marginali a dirla tutta; ci si trova ancora una volta a scorrazzare per le strade, compiere crimini, godere della recitazione di ottimo livello, uscire con gli amici per una bevuta o un torneo a freccette.

Brothers for life, Lost MC!

In The Lost and Damned, primo episodio ad essere pubblicato su Live, il giocatore è calato nelle vesti sudicie e terribilmente fuori moda di un motociclista, Johnny Klebitz. Ebreo che ha rinnegato la sua fede, è un classico uomo di strada che ha nutrito il suo senso d’appartenenza accasandosi al club di motociclisti dei Lost. Come è ormai norma dei protagonisti creati da Rockstar, Johnny ha un codice morale e persino un’ideologia: crede nella lealtà della fratellanza (ovvero dei suoi compagni d’armi, o, per meglio dire, di moto), per la quale sarebbe prontamente disposto a sacrificare la sua vita, se necessario. Una visione delle cose se vogliamo romantica, e che subirà duri colpi dagli eventi raccontati in questo primo spinoff di GTA IV.

Johnny KlebitzGli sceneggiatori di Rockstar hanno realizzato un’avventura compatta (in meno di otto ore ho portato a termine tutte le quest principali), meno dispersiva rispetto a quella di Niko Bellic (che soffriva di una caduta libera nella parte centrale, per poi riprendersi miracolosamente sul finale), ma anche meno originale; purtroppo Johnny Klebitz non riesce a muoversi al di fuori del cliché dell’uomo duro e spietato ma con dei princìpi, che lo fanno assomigliare immancabilmente ad un eroe che ha smarrito la retta via piuttosto che ad un criminale per scelta. Anche la varietà delle missioni non si distacca molto da quanto già tracciato da GTA IV, nonostante l’occasione fosse ben fertile per fare di meglio (e, in effetti, di meglio è stato fatto con The Ballad of Gay Tony).

Il lavoro di caratterizzazione è invece ottimo (come al solito): il covo dei Lost è un ambiente vivace e attraente, in cui viene voglia di sfidare i fratelli a braccio di ferro o a carte, o semplicemente di spaparanzarsi sul divano a guardare la tv. Le incursioni in giro per la città, fare la festa a quei pezzenti degli Angels Of Death (il club motociclistico rivale), o ancora gareggiare poco sportivamente contro avversari altrettanto poco sportivi, sono insomma la punta di diamante di quanto ha da offrire The Lost and The Damned.

We’re getting Arab money!

Per quanto abbia dei gusti musicali orrendi, Luis Lopez, il protagonista di The Ballad of Gay Tony, è un gran fico e socio fidatissimo di “Gay” Tony Prince (identico a George Michael, per inciso), l’unico personaggio nella storia della città a possedere sia locali etero sia locali gay. Purtroppo Tony ha perso lo scettro di re delle feste che possedeva saldamente prima dell’avvento di Internet, e gli affari sono precipitati con l’attuale crisi economica; ciò gli è causa di continue nevrosi, e di seri grattacapi per Luis, il cui ruolo è fondamentalmente quello di occuparsi degli aspetti più sconvenienti e antipatici del business delle discoteche.

Luis LopezLe primissime tappe della storyline di The Ballad of Gay Tony sono poco esaltanti, perché danno il sospetto che si tratti della solita minestra riscaldata all’inverosimile. In realtà, dopo un paio di missioni, l’episodio in oggetto mostra una personalità spiccata e sfrutta Liberty City a respiro più ampio dei suoi predecessori: ad esempio, il megalomane imprenditore egiziano Yusuf Amir porrà Luis Lopez al centro di imprese spettacolari, che contemplano elicotteri pesantemente armati, yacht di lusso e pacadutismo da uno dei grattacieli più alti della città. Da segnalare una piccola novità: al termine di ogni missione compare una schermata riassuntiva con punteggio circa la prestazione appena offerta; che si tratti di un timido stimolo per la rigiocabilità?

L’atmosfera decisamente allegra che permea l’intero canovaccio fa da contraltare a quanto espresso nelle incarnazioni più recenti di GTA: non ci sono più i fantasmi della guerra patita da Niko, è sparita la cupezza di Johnny, dissolta l’ossessione per la famiglia di CJ; l’episodio è un continuo rimbalzare da una situazione critica all’altra i cui protagonisti sembrano in preda a uno stato d’esaltazione selvaggia (il ricco russo – Ray Bulgarin – che ordina una strage per potersi comprare una squadra di hockey o il già citato Yusuf Amir sono emblematici in tal senso). Persino le nevrosi di Tony appaiono divertenti piuttosto che irritanti, e i continui siparietti cui rende partecipe il nostro protagonista strappano ben più di qualche sorriso.

Giudizio sintetico: pur senza innovare alcunché, Episodes From Liberty City permette di cementare il rapporto con la città e di coglierne altre due storie; dedicati agli aficionados della serie, e anche a chi ne è intrigato ma ne detesta la dispersività: The Lost and Damned e The Ballad of Gay Tony sono compatti e di una durata oscillante tra le otto e le dieci ore ciascuno.
Johnny Klebitz Luis Lopez ]]>
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Dragon Age Origins https://arsludica.org/2009/12/30/dragon-age-origins/ https://arsludica.org/2009/12/30/dragon-age-origins/#comments Wed, 30 Dec 2009 13:30:27 +0000 http://arsludica.org/?p=7179 Per saperne di più]]> Sviluppato da Bioware| Distribuito da Electronic Arts | Piattaforme: PC, Xbox 360, PlayStation 3 | Pubblicato 2009| Sito ufficiale

Nota: l’articolo è stato scritto provando le versioni PC e Xbox 360 (quest’ultima solo per notare le differenze nell’interfaccia).


Dragon Age Origins è la morte del concetto di gioco di ruolo all’occidentale, probabilmente la sua massima espressione ma anche la negazione della possibilità di spingere oltre una formula che appare ormai immota. Nella sua perfezione evidenzia tutti i limiti derivati dai compromessi che si sono abbattuti sul genere nel corso degli anni. La necessità di sottomettere il genere a logiche di produzione nemmeno troppo sotterranee ha prodotto il capolavoro di un certo modo di esprimere il fantasy nei videogiochi, in copula diretta con l’estetica de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, da cui copia moltissimo, a partire dalla maggior parte delle inquadrature dei filmati che creano una liason inscindibile con un immaginario ben stagionato e facente parte della retorica culturale dominante, più che della sua messa in discussione.

Parlandone, molti hanno citato i Baldur’s Gate. Il collegamento è evidente, così come la continuità rispetto a quell’esperienza. Il problema è che le similitudini sono così marcate da consentire di affermare che di passi in avanti da allora ne sono stati fatti pochissimi. Anzi, a dirla tutta la gestione del party è stata semplificata, sia a livello di azione vera e propria, sia a livello di gestione della crescita dei singoli personaggi. Probabilmente sembrerà una bestemmia ai più, ma considerando soltanto la storia della Bioware, Dragon Age Origins è un passo indietro rispetto a Mass Effect che, non dovendo giustificare la sua natura ibrida, era molto più definito nelle sue caratteristiche e molto più libero di essere. Qui è evidente la volontà di creare un gioco che celebri il passato del genere su PC, senza dimenticare o discriminare troppo gli utenti console. Il risultato è, come già detto, perfetto ma castrante. Chi vorrà andare oltre dovrà vedersela con la Bioware, oppure dovrà girarsi completamente da un’altra parte. Le alternative avranno vita durissima, perché Dragon Age Origins è sedimentazione pura, un monolite difficilissimo da abbattere.

Figlio di cinque anni di gestazione e di uno sforzo produttivo immenso, chiede al giocatore di guidare un party, composto da un massimo di quattro personaggi, nella lotta contro la cosiddetta “Prole oscura” che sta minacciando il mondo dei ‘civili’ (in effetti parlare di bene contro male appare abbastanza stucchevole vista la quantità di stronzi che popola il mondo degli umani). Già qui è forte il richiamo al Signore degli Anelli, ma è il proseguo della trama a confermare tutte le impressioni chiedendoci di riunificare diverse razze per affrontare tutti insieme la terribile minaccia la quale, per la cronaca, era già stata sconfitta in passato ma è tornata più forte che mai guidata da un arcidemone vestito da drago.

Creato un personaggio e superato un prologo in cui la situazione, già di per se tragica, viene ulteriormente peggiorata, bisogna vagabondare per le diverse locazioni attive sulla mappa andando a parlare con i diversi capi di questo mondo in preda al caos. Ovviamente bisognerà risolvere numerose quest (ottenibili dagli abitanti dei vari insediamenti e leggendo delle bacheche… AAA cercasi ammazzadraghi per disinfestazione di un appartamento. Sbrigarsi perché la moquette costa), si potranno raccogliere centinaia di oggetti differenti, si affronteranno molti nemici e, perché no, se si è bravi si tromberà pure. Il party si gestisce con un’interfaccia ibrida che consente di posizionare la telecamera alle spalle del personaggio selezionato o a volo di uccello. Dopo qualche tentativo ho trovato comodo alternare le due visuali, anche se avrei preferito che in quella a volo d’uccello le pareti che vanno a coprire i personaggi diventassero trasparenti così da non dover ruotare continuamente la telecamera.

Visto che sono una persona coscienziosa (non si direbbe, in effetti), ho deciso di scrivere questo articolo solo dopo aver provato il gioco anche su console. In effetti le minori possibilità di gestione dell’interfaccia peggiorano parecchio l’esperienza di gioco. Mi rendo conto che avendo provato prima la versione più completa, che poi è anche quella per cui è stato progettato originariamente Dragon Age, l’effetto negativo prodotto dall’altra sia stato accentuato, e ammetto anche che, abituato a tutte le opzioni della versione PC, i controlli castrati della versione per Xbox 360, pur se ben studiati vista la quantità di opzioni del gioco, mi hanno messo in difficoltà più del dovuto (i downgrade sono sempre traumatici).

Paradossalmente ho apprezzato il fatto che il motore grafico non sia stato appesantito eccessivamente per correre dietro al conteggio dei poligoni o alla misurazione della superficie occupata dalle texture (solitamente inversamente proporzionale all’intelligenza di chi si perde in disquisizioni sul tema). Sarà che sto invecchiando, ma avere un gioco fluido su PC senza dover perdere tempo in lunghe ore di tuning lo considero un pregio, anche se per ottenerlo c’è bisogno di sacrificare qualche effetto.

L’articolo è apparso originariamente su: Babel 19

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Mini Ninjas (seconda opinione) https://arsludica.org/2009/12/15/mini-ninjas-seconda-opinione/ https://arsludica.org/2009/12/15/mini-ninjas-seconda-opinione/#comments Tue, 15 Dec 2009 07:00:22 +0000 http://arsludica.org/?p=6977 Per saperne di più]]> Sviluppato da IO Interactive | Pubblicato da EIDOS
Piattaforme: Windows, Wii, DS, PS3, X360

minin05

“IO” Interactive è uno studio di sviluppo che sperimenta. Ce ne siamo accorti con il primo Hitman e i suoi discontinui seguiti ma anche con quel capolavoro di Freedom Fighters e con il mediocre Kane & Lynch. Ora “IO” sembra voler provare la strada del gioco semplice e per tutti senza però abbandonare l’azione. Mini Ninjas, dall’aspetto infantile (il primo gioco “IO” pensato in quest’ottica) può sembrare un classico Platform dedicato ai più piccoli. In realtà si tratta di un gioco d’azione a scorrimento che sperimenta diversi approcci. Non ci soffermiamo più di tanto ad esaminare la trama la quale non propone niente di diverso dal solito stereotipo del generico cattivo che causa una minaccia ecologica (rapisce e trasforma animali in servi, un po’ come Eggman in Sonic). Questa stessa minaccia verrà smantellata pezzo per pezzo dal gruppo dei giovani ninja del titolo, tra i quali spicca il protagonista Hiro (assonanza non scelta a caso). Dal lato grafico Mini Ninjas non manca di stupire: malgrado la grafica caramellosa e rotondeggiante ci troviamo davanti a un Giappone bucolico e cartoonesco davvero suggestivo. Il design dei personaggi è stilizzato ma molto azzeccato, e le animazioni a loro attribuite sono consone e mai fuori luogo.

Lo svolgimento di ogni singolo livello è lineare: bisogna arrivare da un punto A ad un punto B della mappa, sconfiggendo i vari gruppetti di pacioccosi samurai ostili che troveremo per la via. Per arricchire questo schema, “IO” si è messa di impegno per offrire al giocatore una grossa gamma di approcci diversi e una serie di curiose azioni collaterali. I livelli sono molto grandi, quindi, oltre al sentiero principale da seguire, l’esplorazione è comunque incentivata dalla classica sindrome da collezione: possiamo raccogliere diverse piante per creare decotti e pozioni curative e difensive, possiamo navigare sugli specchi d’acqua e interrompere la nostra missione con un piccolo minigioco di pesca per recuperare qualche medipack extra (sotto forma di sushi) e, infine, ci sono diversi punti nascosti dove si celano dei piccoli templi che donano al nostro eroe poteri e utili magie. Queste magie (che sbloccheremo man mano che si va avanti nel gioco) costituiscono parte degli approcci diversi che “IO” ci offre per affrontare le diverse situazioni: si può prendere il possesso dei corpi di piccoli animali per sgattaiolare inosservati agli occhi dei nemici, creare tornado e piccole tempeste per colpire più di un bersaglio a distanza, ed è pure presente un incantesimo di luce per sbarazzarsi di fantasmi e fastidiosi non morti. Oltre a questi poteri possiamo ricorrere all’uso di diverse armi (come le immancabili shuriken, e bombe a mano) e alle diverse abilità dei vari personaggi secondari. Anche questi verranno progressivamente sbloccati durante il corso dell’avventura e si potranno usare a proprio piacimento in qualsiasi momento; dal Ninja grosso indispensabile per sbarazzarsi di nemici di dimensioni considerevoli a quello munito di arco per non sporcarsi troppo la katana rimanendo a distanza.

“IO” quindi ci propone una declinazione suo classico tema: la libertà di approccio, che tanto ha reso la serie di Hitman particolare ed unica. In Hitman il giocatore era libero di finire l’intero gioco sia in maniera silenziosa (ottenendo il massimo punteggio nel non farsi scoprire) sia in maniera rumorosa (uccidendo tutti indiscriminatamente), quindi con un approccio antitetico al genere del gioco stesso (che dovrebbe essere uno stealth). Invece in Mini Ninjas questa libertà si manifesta solo attraverso la gamma di azioni possibili senza mai andare contro alla natura stessa del genere: infatti, mentre in Hitman la via rumorosa è vista come penalizzante mentre quella silenziosa è remunerativa, in Mini Ninjas la via più semplice (eliminare tutti usando la semplice katana) sarà sempre quella che garantirà la resa migliore con il minor sforzo. Il provare i vari attacchi, incantesimi e abilità dei personaggi secondari non porta a nulla se non a soddisfare una curiosità, visto che non c’è mai un reale bisogno di usare un determinato incantesimo o un personaggio particolare (se non i sporadici casi già citati sopra). Non è certo d’aiuto poi la  scarsissima varietà di nemici, che non spinge e non motiva all’utilizzo di attacchi che non siano quelli di base. Il sistema di mosse speciali poi è alquanto semplice e immediato, e di conseguenza sarà sempre più comodo della selezione di magie ed armi che rimane un po’ più macchinosa, anche se  non ostica.

Possiamo quindi dire che Mini Ninjas è un gioco riuscito a metà; non fallisce certo su tutta la linea (il level design è sempre molto azzeccato) ma che fatica un po’ ad elevarsi al di sopra della massa di action 3D che popolano il mercato. Si poteva di certo aspirare a qualcosa di più (sarebbe bastata qualche sistematina qua e là) ma se ci si accontenta non si rimane delusi!

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Rogue Warrior https://arsludica.org/2009/12/14/rogue-warrior/ https://arsludica.org/2009/12/14/rogue-warrior/#comments Mon, 14 Dec 2009 13:15:37 +0000 http://arsludica.org/?p=6960 Per saperne di più]]> Sviluppato da Rebellion | Distribuito da Bethesda Softworks | Piattaforme: PS3, Xbox 360, PC | Pubblicato Dicembre 2009 (PC) | Sito ufficiale

La versione testata è quella PC

ivan_throat_rev4

Rogue Warrior è un gioco di merda. Una corta ma intensa esperienza di insulti, razzismo, americanismo becero e ignorante, non nel senso cool del termine. L’unico pregio è che finisce subito, nel senso che dura nemmeno due ore e quindi lo strazio non si protrae più del tempo di rendersi conto di come si sono buttati i soldi.

Il protagonista è un povero mentecatto. Guidarlo causa pietà e un grosso senso di disgusto. Inoltre è talmente potente rispetto agli avversari che dopo qualche minuto ci si chiede dove sia il gioco, visto che i poveri coreani sono così ottusi che è quasi difficile convincerli a sparare. A volte risulta difficilissimo anche farsi scoprire: quando sono girati di spalle potete mettervi a suonare con una banda, tanto non vi sentiranno. La vita deve avergli negato il dono dell’udito.

In realtà vorrei evitare le critiche troppo facili, ma di fronte a un prodotto del genere è difficile rimanere su toni più analitici. Semplicemente non funziona e non c’è un aspetto che possa essere salvato, a meno che uno non si diverta a trascinare un personaggio semi-immortale in giro per brutti ambienti mal realizzati dove fargli massacrare nemici inermi sentendolo pronunciare una raffica di battute cretine che cessa solo con il finale.

Non mi va di farla troppo lunga. Ho scritto questa brevissima recensione solo per sconsigliarlo. Mi viene solo da chiedere perché mai Bethesda ha accettato di pubblicare questa schifezza immonda.

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Tales of Monkey Island: Rise of the Pirate God https://arsludica.org/2009/12/12/tales-of-monkey-island-rise-of-the-pirate-god/ https://arsludica.org/2009/12/12/tales-of-monkey-island-rise-of-the-pirate-god/#comments Sat, 12 Dec 2009 13:03:35 +0000 http://arsludica.org/?p=6850 Per saperne di più]]> Lieto fine?

Tales of Monkey Island: Rise of the Pirate God su arsludica.org

Sta a voi scoprirlo: posso solo dirvi che ho appena concluso l’ultimo capitolo di questo Tales of Monkey Island e sono ancora scosso, vuoi per l’emozione per aver completato un Monkey Island dopo 9 anni, vuoi perché a tratti Rise of the Pirate God mi ha ricordato maledettamente l’immenso Le Chuck’s Revenge, seppur con le dovute proporzioni. Non sto scherzando, sono diverse le citazioni al capolavoro LucasArts per eccellenza, sia nella trama che nel gameplay. Impossibile parlarvi del gioco senza rovinarvi nulla, vi dico solo che è una sofferta e intensa passeggiata nei meandri dell’aldilà (e aldiqua) ricca di momenti epici che difficilmente scorderemo.
Rise of the Pirate God è sicuramente il capitolo più bello da vedere e da ascoltare, musiche finalmente adeguate e interpretazione da oscar per Dominic Armato (e in generale per tutti gli altri personaggi) che doppia un Guybrush via via sempre più sofferente e affaticato, a volte quasi arrendevole, come mai l’avevamo visto prima. Parlavamo di passeggiate e in effetti ci troviamo al cospetto del più semplice dei cinque episodi, facilissimo da portare a termine, basta solo aguzzare la vista e avere buona memoria, il più delle volte. Il riciclo delle locazioni è quasi inesistente e quel poco che c’è è più per esigenze di copione che per risparmio nei tempi di sviluppo. Meno personaggi con cui dialogare (ognuno col proprio doppiatore, migliorando nettamente l’immersione rispetto ai primissimi episodi) ma tante cose da dire e da ascoltare.

Rise of the Pirate God su arsludica.org

Tales of Monkey Island è importantissimo per il presente e il futuro della saga, sta contribuendo a fare del bene al mondo delle avventure grafiche moderne (seppur con alcuni innegabili difetti da sistemare) e corregge il tiro di Curse ed Escape from Monkey Island, consegnandoci un Guybrush meno idiota e più maturo, capace di suscitare anche sentimenti diversi dall’ilarità spicciola. L’impegno e il rispetto nei confronti della Saga è evidente e sono sicuro che Ron Gilbert sia soddisfatto del lavoro fatto da tutta Telltale Games; i miei complimenti vanno a tutto il team e in particolare a Mike Stemmle che ha saputo farsi perdonare per le strambe idee di Escape from Monkey Island. Le rivelazioni racchiuse in questo capitolo conclusivo sono pachidermiche, l’unica nota dolente è il finale che lascia diversi punti interrogativi più o meno importanti ma che sono sicuro verranno chiariti in un futuro sequel che possiamo dare per scontato. Attendiamo, io approfitterò della versione DVD per rigiocarci fra qualche tempo e nel frattempo punto il mio browser su www.samandmax2010.com, in attesa dell’uscita della terza stagione!

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Batman: Arkham Asylum https://arsludica.org/2009/12/11/batman-arkham-asylum/ https://arsludica.org/2009/12/11/batman-arkham-asylum/#comments Fri, 11 Dec 2009 14:36:12 +0000 http://arsludica.org/?p=6822 Per saperne di più]]> Sviluppato da Rocksteady Studios | Distribuito da Eidos | Piattaforme: PS3, Xbox 360, PC | Pubblicato Agosto 2009 (PC) | Sito ufficiale

La versione testata è quella PC

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Non vedo la forza di Arkham Asylum nella trama. Sì, i cliché del personaggio ci sono tutti, ma proprio per questo non stupiscono e sinceramente faccio fatica a spasimare per l’ennesimo scontro contro il Joker. I combattimenti sono belli, ma capito il trucco sono piuttosto semplici, scontro finale compreso. Eppure il gameplay è difficile da denigrare. C’è qualcosa che ti cattura, esteticamente parlando, qualcosa che ti costringe ad andare avanti al di là dei dialoghi e della solita rivolta dei detenuti di Arkham.

Il trucco è il mantello.

Se non ci fosse il mantello il gioco varrebbe la metà. Quando Batman corre, il pezzo di stoffa nero che lo accompagna nelle sue avventure si alza e fende l’aria, mentre combatte si attorciglia e mulinella sullo schermo componendo una danza ipnotica che rapisce. Segue il ritmo dell’azione. Per assurdo, qualche volta sembra dettarlo. Andando avanti nel gioco si lacera diventando simbolo delle vicissitudini dell’eroe mascherato. È il mantello a fare il personaggio. Toglietelo e Batman sarà nudo, un ridicolo pipistrello senza ali che combatte i problemi psicologici riempendo il suo mondo di mostri. Quel pezzo di stoffa svolazzante gli dona regalità e rende dignitosa quella che altrimenti sarebbe una pagliacciata senza senso.

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Andando avanti nel gioco si trova la solita menata sulla morte dei genitori di Bruce Wayne, sfruttata da uno dei cattivi per cercare di eliminarlo. Empatia zero. Ormai i fatti privati di Bruce, raccontati in mille modi diversi, fanno parte dei conati culturali che ci tocca subire per dare un senso a una calzamaglia e a una corazza. Arkham Asylum non racconta una bella storia. È sempre la solita storia. È nella costruzione stessa dello scenario che risiede la sua forza immaginifica, l’idea che incatena allo schermo. Arkham è proprio come uno se la aspetta: architettonicamente folle, non nasconde la sua natura ma ne fa sfoggio. È un teatro perfetto per la follia più che per la giustizia. Non c’è niente di razionale nella sua essenza. È un labirinto pieno di passaggi segreti e trabocchetti, quasi che il suo autore l’abbia pensata a priori come luogo per far esplodere un conflitto tra la ragione e la pazzia. Con il passare degli anni si è arricchita di tecnologia e di misteri, alla spalle degli ignari occupanti che non sono mai riusciti a comprenderla appieno, nonostante la calpestino tutti i giorni.

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Ninja Blade https://arsludica.org/2009/12/10/ninja-blade/ https://arsludica.org/2009/12/10/ninja-blade/#comments Thu, 10 Dec 2009 10:13:43 +0000 http://arsludica.org/?p=6790 Per saperne di più]]> Sviluppato da From Software | Distribuito da Microsoft (versione Xbox 360) | Piattaforme: Xbox 360, PC | Pubblicato 2008 (Xbox 360), Novembre 2009 (PC) | Sito ufficiale

La versione testata è quella PC

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Il protagonista di Ninja Blade frena un jumbo con due rampini, ma ha bisogno di una spinta per tirare su una botola. Fa dei salti da capogiro gettandosi dalla cima dei grattacieli di Tokio, ma se cade dal secondo piano di un palazzo normale finisce spiaccicato come la marmellata. Non voglio essere puntiglioso, ma qui il problema è tutto narrativo. Hai i mezzi per fare filmati spettacolari (spesso all’eccesso, tanto da diventare ridicoli) che durano molti minuti, con botti ed esplosioni ovunque, con i personaggi che volano a destra e a sinistra e con dei bestioni immensi che si muovono come fossero delle cavallette impazzite… però non hai le capacità per capire che un personaggio non può continuamente contraddire se stesso.

Arrivati a metà gioco raggiungiamo un gruppo di ostaggi prigionieri di uno dei deuteragonisti più importanti, oltretutto ex-collega del protagonista. Uno di loro riesce a slegarsi e inizia a prendere a pugni il boss meno carismatico della storia dandogliele di santa ragione. Dov’è il problema? Beh, intanto perché si è fatto legare? Voglio dire, se sei così forte, dagliele di santa ragione prima che ti catturi in modo da evitare di diventare l’esca per il salvatore del mondo. È un po’ come se Peach, arrivato Mario a salvarla, picchiasse Bowser senza l’ausilio del baffuto eroe. Inoltre, da tanta violenza il boss ne emerge sminuito e ridicolizzato, visto che fa la figura del babbeo. Lo scontro susseguente, narrativamente parlando, non vede più fronteggiarsi l’eroe e il terribile nemico, ma l’eroe e un cattivo da commedia (oltretutto è molto più facile da battere di molti boss precedenti).

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Ma lasciamo perdere il lato narrativo e veniamo al gioco. Ninja Blade è un misto tra un gioco d’azione alla Devil May Cry e un laser game. Pieno fino al midollo di quick time event, nei quali bisogna premere il tasto giusto al momento giusto seguendo le indicazioni sullo schermo, tenta di sopperire alla banalità e alla leggerezza di fondo che lo caratterizzano con grosse dosi di spettacolarità posticcia e fin troppo ostentata.

L’azione è ambientata a Tokio e risente della poca varietà generale. Il problema vero del gioco è la sua estrema facilità e il gameplay continuamente scompaginato dai QTE, che a volte infastidiscono più che stupire, soprattutto quando sono appiccicati come colpi di accetta in mezzo all’azione. Il sistema di crescita del personaggio, con la possibilità di potenziare le armi usando il sangue raccolto uccidendo nemici, non dà grossi spunti, visto che la maggior parte dei poteri sbloccabili sono completamente inutili e li si utilizza una sola volta tanto per vederli. Purtroppo l’attacco base è più che sufficiente per spazzare via la maggior parte dei mostri.

I combattimenti sono frenetici e ben impostati dal punto di vista coreografico, con sequenze di combo spettacolari e sangue che schizza da tutte le parti. Anche i boss sono ben fatti e molto vari, peccato soltanto per gli ultimi livelli dove c’è un grosso riciclo di idee che, data la brevità del gioco, infastidisce non poco. I livelli sono soltanto nove e in media per concluderli tutti si impiegano poco più di cinque ore.

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La versione PC si Ninja Blade si caratterizza per i numerosi bug, alcuni dei quali piuttosto fastidiosi. Quello peggiore che ho incontrato è stato la sopravvenuta impossibilità di salvare la partita per motivi ignoti (il messaggio a schermo diceva che avevo rimosso la periferica di memorizzazione…) che mi ha costretto a rigiocare due livelli. Altri meno fastidiosi sono la mancata visualizzazione di alcune voci nelle opzioni e la perdita del sonoro durante i filmati.

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Tales of Monkey Island: The Trial and Execution of Guybrush Threepwood https://arsludica.org/2009/12/07/tales-of-monkey-island-the-trial-and-execution-of-guybrush-threepwood/ https://arsludica.org/2009/12/07/tales-of-monkey-island-the-trial-and-execution-of-guybrush-threepwood/#respond Mon, 07 Dec 2009 18:26:43 +0000 http://arsludica.org/?p=6724 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da Telltale Games | Piattaforme PC – Wii (Wiiware) | Rilasciato il 30 ottobre 2009

In attesa del capitolo conclusivo dei racconti di Monkey Island, vi parliamo di questo quarto episodio con cronico ritardo.

Tales of Monkey Island - Ars Ludica

Difficile poter eguagliare Lair of the Leviathan, che reputo il miglior capitolo del lotto per contenuti ludici e scenici, ma comunque The Trial riesce a mantenersi su un buon livello e si rivela l’episodio più importante quanto agli avvenimenti che racconta. Guybrush, ritenuto responsabile dell’epidemia causata dalla “Pox of  Le Chuck” viene processato per direttissima nel tribunale di Flotsam Island, locazione del primo capitolo, dopo essere stato salvato dalle grinfie dell’odioso DeSinge (a cui stava per essere consegnato da Morgan LeFlay, traditrice!). Questa volta l’ago della bilancia pende nettamente verso l’importanza e la cura per trama e dialoghi, contornati da una struttura ludica poco entusiasmante ma che ha saputo mettermi in difficoltà diverse volte, soprattutto nella parte finale. Per metà del capitolo dovremo cercare di smontare tutti i capi d’accusa di Guybrush, che farà l’avvocato di se stesso dando sfoggio delle sue scarse abilità oratorie. Nella seconda parte torneremo ad avere a che fare con la foresta di Flotsam Island e i suoi contorti enigmi che un po’ mi hanno ricordato quelli poco immediati dei primi due Monkey. Tornando a parlare di trama e personaggi, arriviamo a una svolta importante nell’intera saga di Monkey Island, e i colpi di scena si susseguono da metà gioco in avanti, facendo probabilmente storcere il naso a diversi fan. Per la prima volta in questo Tales of proviamo emozioni diverse dal solito, grazie all’impegno degli sceneggiatori Telltale che sono riusciti a rappresentare alcuni momenti topici con maestria, senza scadere nel prolisso o nel banale, offrendoci per la prima volta sia il dolce che l’amaro. È piacevole incontrare quasi tutti i personaggi conosciuti fin qui con l’aggiunta del mitico Stan, trasformista del commercio qui presente in veste di avvocato accusatore con il solo scopo di lucrare sul caso, con i suoi gadget a tema.

Tales of Monkey Island - Ars Ludica

Non c’è molto da dire sul comparto tecnico del gioco data la natura episodica, ma si puo’ affermare che il doppiaggio è ancora più impegnato e sentito che nel passato, vuoi anche per le particolari situazioni che si pareranno davanti alle nostre orecchie. La colonna sonora continua a essere poco coraggiosa e ci propone per lo più  i soliti richiami a temi già noti sin dal primo episodio: avrei gradito un’impegno maggiore da parte di Michael Z. Land, in generale per tutta la Tales of, speriamo si rifaccia nella nuova stagione (perché ci sarà, vero Telltale?). Il finale col botto ci prepara all’ultimo capitolo, pericoloso per l’identità e la coerenza di tutta la saga.

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Dead Space Extraction https://arsludica.org/2009/11/12/dead-space-extraction/ https://arsludica.org/2009/11/12/dead-space-extraction/#comments Thu, 12 Nov 2009 08:46:41 +0000 http://arsludica.org/?p=6501 Per saperne di più]]> Sviluppato da Visceral games | Distribuito da Electronic Arts | Piattaforme: Wii | Pubblicato Settembre 2009 | Sito ufficiale

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Dead Space Extraction è un rail shooter (sullo stile di Operation Wolf, per intenderci) ambientato nel mondo fantascientifico di Dead Space, di cui è anche il prequel. A differenza di altri titoli del genere, tipo House of the Dead Overkill, gli sviluppatori hanno tentato di rendere più intrigante lo svolgimento dei livelli dando alla visuale in soggettiva una maggiore naturalezza, ovvero simulando i movimenti di un essere umano con maggiore accuratezza rispetto alla concorrenza. Il risultato è che la soggettiva è decisamente verosimile e comprende il tipico dondolio degli esseri umani quando camminano, le svolte veloci in caso di pericolo, l’osservazione di dettagli come controlli delle porte o ostacoli vari e così via.

La ricerca della cinematograficità è evidente sin dal primo dei dieci livelli che lo compongono. Sperimentando una chiave narrativa più articolata, gli sviluppatori hanno scelto di mettere i giocatori nei panni di diversi personaggi, nonostante con uno di essi si affrontino la maggior parte dei livelli (sei), fatto atipico per un rail shooter, genere nel quale le trame sono spesso un mero pretesto per sparare un gran numero di proiettili.

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L’ambientazione è di tipo horror, con la trama che racconta del ritrovamento di un manufatto alieno, avvenuto tre settimane prima dei fatti di Dead Space, che genera il terrore nella colonia dei terrestri prima e nella nave spaziale Ishimura poi. In sostanza si tratta di una lunga corsa per la sopravvivenza agli assalti delle creature aliene, con sequenze d’azione molto veloci e concitate e altri momenti più lenti che lasciano spazio ai dialoghi o ai semplici spostamenti lungo i corridoi infestati.

Il sistema di controllo è abbastanza articolato: con il telecomando si puntano i nemici e si spara, si usa la telecinesi con cui si raccolgono gli oggetti, agitandolo si accende una luce d’emergenza e nei sottogiochi permette di interagire con i cursori; al nunchuk invece sono affidati la ricarica dell’arma impugnata, l’attacco corpo a corpo (che serve soprattutto per rimuovere alcuni ostacoli), l’uso della stasi (un attacco che congela i nemici) e la selezioni delle quattro armi trasportabili. Ogni gingillo spargi morte dispone di due attacchi selezionabili ruotando il telecomando sull’asse Z.

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Gli alieni sono di diverso tipo, ma possono essere tutti smembrati a piacere colpendo i vari arti di cui dispongono. Solitamente attaccano in branco e tendono ad avanzare verso il personaggio piuttosto rapidamente (è per questo che conviene staccargli subito le gambe, così da rallentarli costringendoli a strisciare). Nel caso riescano ad afferrarci, bisognerà scuotere il telecomando e premere il tasto A per scrollarseli di dosso. Non mancano gli scontri con i boss che solitamente non vanno giù con attacchi diretti.

Le armi sono molte, visto il genere, e sono decisamente varie. L’arma base è una pistola sparachiodi lenta e poco efficace, ma ben presto si impugneranno sparalame, pistole, pistole gravitazionali, fucili d’assalto, saldatrici e così via. Paradossalmente ho trovato i primi livelli più difficili degli ultimi proprio grazie alla possibilità di utilizzare armi più potenti come il lanciafiamme, che consentono di annichilire i nemici con un colpo solo. Raccogliendo dei power up nascosti nelle mappe (solitamente vanno presi al volo in una frazione di secondo) è possibile incrementare la capienza dei caricatori, così da poter sparare più colpi prima di dover perdere preziosi secondi a ricaricare l’arma.

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Parlando di Dead Space Extraction non è possibile non pensare alla recente polemica di John Riccitiello sulle scarse vendite dei giochi non Nintendo su Wii. È strano che su una console di cui gli utenti lamentano spesso la mancanza di prodotti “hardcore” (ma quante parole idiote si spargono tra i videogiocatori?), quando finalmente esce un gioco più maturo (siamo sempre sul livello dell’adolescente brufoloso in caccia di surrogati sessuali, non vi preoccupate troppo) e tecnicamente ben fatto, non lo compra nessuno (su Vgchartz sta sulle sessantamila copie, un’inezia).

Cosa voglio dire con questo? Niente… semplicemente mi sembrava brutto recensire un gioco per Wii senza scrivere le solite cazzate sulla diatriba tra casual gaming e hardcore gaming. Magari ne nasce una bella console war nei commenti, pratica che va foraggiata dalla stampa specializzata per consentire ai vegetali che girano su internet di tirare fuori i loro argomenti preferiti (anche perché sono gli unici di cui dispongono, rutti a parte). Quindi vi prego, deliziateci a botte di “il Wii è graficamente inferiore” o “il Wii è una console che serve solo per fare fitness”. Viviamo solo per questo.

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Commento: Dead Space Extraction è il miglior rail shooter uscito su Wii (e forse su qualsiasi altro sistema) e, nonostante il genere, riesce a essere discretamente originale grazie a un’impostazione fresca e ben studiata. Peccato che sia stato praticamente ignorato.

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Machinarium https://arsludica.org/2009/11/11/machinarium-2/ https://arsludica.org/2009/11/11/machinarium-2/#comments Wed, 11 Nov 2009 09:12:28 +0000 http://arsludica.org/?p=6472 Per saperne di più]]> Sviluppato da Amanita Design | Distribuito in Digital Delivery | Piattaforme: PC | Pubblicato Ottobre 2009 | Sito ufficiale

machinarium 2009-11-06 16-50-43-78

La rappresentazione ha un peso specifico elevatissimo nell’esperienza videoludica perché la contemplazione stessa è gioco nel gioco e aiuta al formarsi del senso che si trae durante la fruizione. Machinarium, come tutte le opere di Amanita Design, è prima di tutto un’esperienza estetica; l’esposizione di un modo inedito di sfruttare il medium videoludico pur affidandosi a forme di gioco conosciute e ben rodate. Sostanzialmente si tratta di un’avventura grafica, peraltro molto semplice nell’interfaccia (basta cliccare sugli oggetti per compiere azioni e l’inventario non si riempie praticamente mai), in cui bisogna controllare un robot gettato in una discarica da un’astronave. All’inizio, di lui sappiamo ben poco. Il primo compito da affrontare è riuscire a rientrare in città superando una guardia all’entrata. Per farlo bisognerà risolvere diversi enigmi. Dopo aver superato i sotterranei, ci si ritroverà in un ambiente urbano costruito verticalmente e fatto a misura di robot. Di tanto in tanto dei flashback sveleranno dei dettagli su quanto è accaduto e sulla minaccia incombente, ma va detto che la trama non è il fulcro del gioco.

Machinarium è una storia d’amore? Una spy story? Anche, ma solo a livello superficiale. Osservandolo bene ci si rende conto del suo essere un’opera nostalgica, ma non patetica. La città dove si svolgono le nostre peregrinazioni è fatta di tecnologie vecchie e arrugginite. Tutto comunica abbandono e sembra sospeso in un tempo dimenticato. Le forme, nonostante i materali, sono arrotondate e delicate, come se cullassero dei ricordi ormai esclusi dal momentum perennemente inseguito dalla società, ma ben presenti nella coscienza degli individui. La ruggine è un velo delicato che ricopre le superfici, regalando loro la bellezza della memoria e facendole diventare la rappresentazione del sentimento del tempo, più che della decadenza di una gloria che ormai non c’è più e che, forse, non c’è mai stata. C’è tecnologia, ma non è la tecnologia che ti aspetti. Non c’è ricerca della gratificazione o della celebrazione fine a se stessa. È come ritrovarsi in un mercatino delle pulci pieno di vecchie radio e di televisori a valvole, oggetti un tempo considerati come massima espressione della potenza tecnologica umana e oggi ridotti a pezzi d’antiquariato, buoni magari per qualche mostra d’epoca… o per trasformarsi in un pezzo di immaginario.

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Così il robot finisce in una vecchia salagiochi con tre cassoni che vanno alimentati pedalando su una bicicletta. Per andare avanti deve fare mille punti in Space Invaders e superare diversi schemi di un puzzle game. In un’altra occasione si ritrova in una serra a vedere vecchie diapositive e a usare un raggio che sembra uscito da un film di fantascienza degli anni cinquanta. Gli altri personaggi che s’incontrano in giro per la città, fatta di scale e piazze più che di strade, sono tutti robot e hanno tutti dei problemi che non ti aspetti. Ovvero, non te li aspetteresti dai rappresentati della loro specie. C’è chi ha perso il proprio animaletto domestico, anch’esso robotico, chi ha problemi con le giunture ed è costretto su di una sedia a rotelle e chi è talmente ossessionato da se stesso da non riuscire a fare altro che domande che lo riguardano (infuriandosi in caso di risposte errate).

Il protagonista non è un eroe in senso stretto. Ogni volta affronta fisicamente uno degli antagonisti finisce nei guai. Oltretutto ha delle origini piuttosto umili che si scopriranno verso la fine dell’avventura. È un sentimentale, innamorato e preoccupato per la sua ragazza (fortunatamente non è mai mieloso), ed è sicuramente ingegnoso. Gli enigmi sono abbastanza elementari, ma alcuni sottogiochi sono piuttosto ostici. L’idea che ci si fa giocando, comunque, è che gli sviluppatori abbiano voluto fare in modo che tutti possano portare avanti l’avventura, arrivando a fornire essi stessi la soluzione sottoforma di fumetti in caso di necessità (accessibile tramite un sottogioco).

Commento: per quel che mi riguarda è senza dubbio uno dei giochi dell’anno. Un’avventura piccola e delicata capace di appassionare per la sua poeticità e di coinvolgere per le sue virtù espressive.

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Eufloria https://arsludica.org/2009/11/10/eufloria/ https://arsludica.org/2009/11/10/eufloria/#comments Tue, 10 Nov 2009 07:00:09 +0000 http://arsludica.org/?p=6409 Per saperne di più]]> Sviluppato da Rudolf Kremers & Alex May | Distribuito in Digital Delivery | Piattaforme: PC | Pubblicato nell’Ottobre 2009 | Sito ufficiale

Eufloria 2009-10-27 00-20-24-66
Eufloria è un gioco su semi che colonizzano dei nuclei in cui fanno crescere degli alberi che creano altri semi che diventano un esercito che deve annichilire i semi avversari per conquistare altri nuclei fino a dominare tutta una zona (prendete fiato).

I semi hanno caratteristiche diverse a seconda del nucleo che li ha prodotti e possono essere più o meno forti, veloci e resistenti (solitamente i nuclei grandi producono semi migliori). Gli alberi sono di due tipi: riproduttivi e difensivi, con i secondi che sparano dei baccelli contro gli eserciti nemici che si avvicinano al nucleo. Volendo è possibile potenziare difesa e semi con degli extra prodotti dalle piante in condizioni specifiche.

Per conquistare un nucleo occorre piantarci sopra almeno un albero. Nel caso in cui il nucleo sia vuoto, basterà inviarci dieci semi e scegliere il tipo di flora da generare; invece, nel caso sia occupato, bisognerà combattere contro gli avversari, distruggere una pianta e azzerare l’energia del nucleo, sacrificando dei semi, per convertirlo alla propria fazione. La campagna principale è composta da venticinque missioni, divise in cinque sottoinsiemi che rappresentano altrettante fasi, da giocare in sequenza. Completandole vengono sbloccate delle missioni extra nella modalità schermaglia. Finita la venticinquesima missione è possibile rigiocare a un livello di difficoltà più elevato. Volendo è anche possibile creare dei livelli personalizzati tramite un editor semplice e funzionale.

Gli spostamenti da un nucleo all’altro sono molto semplici: basta cliccare con il tasto sinistro del mouse sul nucleo di partenza e trascinarlo fino a quello di arrivo. Il movimento è possibile solo nel caso in cui ci sia un collegamento tra i nuclei (ognuno di essi ha un proprio raggio di influenza sui nuclei circostanti) e, nel caso si voglia raggiungere un luogo molto lontano, sarà il gioco stesso a calcolare la strada migliore generando un percorso appropriato.

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Nonostate la semplicità della rappresentazione grafica, fatta di forme primarie molto semplici e di ampie sfumature di colore, Eufloria riesce a stupire proprio dal punto di vista visivo, creando continuamente immagini minimaliste dal fascino incredibile, con momenti di pura poesia estetica. Non c’è mai tensione in quello che accade sullo schermo, mai un eccesso barocco o un moltiplicarsi di informazioni inutili e ridondanti. Tutto sembra scorrere con una naturalezza biologicamente determinata e, nonostante le meccaniche di gioco premino fortemente la strategia dell’accumulo, il gusto ludico rimane invariato dall’inizio alla fine proprio in virtù della sua astrattezza e del non trascendere mai verso forme figurative ovvie. Oltretutto è presente una discreta componente narrativa che contestualizza i livelli e che offre anche un colpo di scena finale niente male (la narrazione è condotta tramite testi, quindi non aspettatevi niente di troppo spettacolare).

La traduzione in italiano del gioco è di Paolo Rostagno Giaiero, un amico di Ars Ludica già autore dell’ottima localizzazione di Zeno Clash.

Curiosità: il titolo originale del gioco era Dyson. Gli sviluppatori lo cambiarono, facendolo scegliere agli utenti, quando decisero di farlo diventare un prodotto commerciale.

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Mini Ninjas https://arsludica.org/2009/11/05/mini-ninjas/ https://arsludica.org/2009/11/05/mini-ninjas/#comments Thu, 05 Nov 2009 09:00:21 +0000 http://arsludica.org/?p=6224 Per saperne di più]]> Sviluppato da IO Interactive | Pubblicato da EIDOS
Piattaforme: Windows, Wii, DS, PS3, X360

Mini Ninjas 22

Il signore della guerra è tornato e ha turbato l’equilibrio naturale della natura, trasformando gli animali in samurai spietati. Hiro, un giovane ninja inesperto ma in grado di padroneggiare le arti magiche Kuji, nonché ultima recluta del suo maestro, viene mandato a salvare i suoi compagni dispersi, ristabilire l’equilibrio naturale e sconfiggere il malvagio Signore della Guerra. Tra mutande calate, humor gioioso e violenza cartoon, Mini Ninjas non solo lascia con il fiato sospeso per i suoi scenari ma riesce a divertire e convincere, anche se lo fa con una certa avarizia.

La presentazione e i presupposti di Mini Ninjas fanno subito pensare ad un adventure da paura, tipo Zelda od Okami: una storia semplice, con personaggi interessanti e un filo conduttore abbastanza lineare, pretesto per esplorare un mondo brioso e colorato con un livello di dettaglio quasi cinematografico.

L’esplorazione del mondo è molto divertente e raramente viene vista come uno spreco di tempo o un’attività noiosa. A rendere tutto così interessante ci pensa non solo l’engine grafico ma anche il level design che non penalizza mai il giocatore rendendo più difficili del dovuto compiti ingrati come trovare zone segrete o oggetti nascosti. A meno di avverse condizioni meteorologiche, la vista dell’orizzonte è lontanissima e questo rende molto semplice esplorare visualmente i territori circostanti utilizzando i sensi amplificati degli animali per trovare segreti e cibo, oppure farsi un’idea del percorso giusto per raggiungere un’altura o scendere in una gola molto prima di iniziare l’impresa. Oltre a tutto questo, a livello completato è possibile decidere di rimanere nella mappa corrente per finire di esplorare o fare la spesa: raramente nei livelli ci sono barriere insormontabili e il backtracking non solo è possibile, ma è anche incoraggiato dal fine di reperire materiali alchemici o di scovare qualche nuova magia.

Mini Ninjas 15

Hiro e i suoi amici hanno a disposizione moltissimi tipi diversi di abilità, armi e oggetti con i quali raggiungere i propri obiettivi. Ogni personaggio è dotato di un’arma che lo caratterizza e di un attacco potente personalizzato (che migliorerà man mano che si accumulano punti esperienza), sono poi presenti molte armi accessorie come shuriken, triboli e bombette ninja (al pepe, esplosive, a tempo, etc…). I personaggi poi possono usare pozioni (preparabili anche dal giocatore, raccogliendo gli ingredienti sparsi per le mappe), pescare del pesce (che diventa subito succulente sushi) e usare un cappello ninja passibile di trasformazioni, da uno scudo una canoa. A tutto questo si aggiungono le magie Kuji, che possono essere utilizzate solo da Hiro. Egli dovrà imparare le magie tramite appositi altari ai quali dovrà presentare come voto dei fiori speciali che sono sempre nascosti nelle vicinanze.

Il punto più debole di Mini Ninjas forse sono i comprimari che Hiro libererà durante il gioco e che possono essere richiamati da un menù radiale in qualsiasi momento. Le loro abilità sono interessanti: c’è un ninja che può incantare i nemici con il suo flauto, c’è il classico omaccione armato di martello che fa un male cane, c’è il clone di Wolverine che da piccolo è stato scambiato per un cucciolo di tigre, c’è l’esperto con la lancia e non può mancare l’arciere infallibile.

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Il problema è che nonostante i nemici siano sufficientemente vari, raramente c’è bisogno del ninja giusto per velocizzare la battaglia. Kunoichi può essere molto efficiente nel combattere contro i nemici con le armi lunghe (anche lei è armata con una lancia), ma nulla che non possa essere fatto usando la combo salto+attacco di Hiro, oppure un paio di magie o armi secondarie ben piazzate. Anche se il gioco fa intendere che Futo (l’omaccione) sia il modo migliore per uccidere i nemici colossali, in realtà non è affatto vero. Questi sono solo due esempi della sostituibilità dei comprimari per la cui liberazione dovremo oltretutto sudare sette camicie. Non stupisce che siano stati catturati! Diciamo che alternare i personaggi è più una questione di cercare lo stile ed il ritmo di gioco che ci piace di più, piuttosto che un requisito stringente del game design.

Anche le magie soffrono in maniera minore dello stesso difetto, ma in questo caso il tutto è da vedersi in positivo: sono moltissime e molto varie, quindi è normale trovare una versione migliore di una magia d’attacco (quando riceverete il fulmine la palla di fuoco sarà praticamente obsoleta, ad esempio) anche se ci sono dei riempitivi più o meno ironici (fantastica la magia che prende in giro Metal Gear Solid).

C’è anche una terza via per risolvere gli incontri, ed è la furtività: tutti i ninja possono nascondersi per tendere attacchi letali agli avversari a patto che ci sia dell’erba alta o qualche riparo nelle vicinanze. Lo stealth sembra quasi una specie di meccanica bonus ma con il tempo ed il crescere della difficoltà diventa indispensabile gestire correttamente i nemici, che spesso metteranno in allarme interi accampamenti o chiameranno rinforzi. Questa è una delle cose che mi è piaciuta di più del gioco: se scollinate in bella vista e vedete in fondo alla vallata un accampamento di soldati e qualcuno guarda nella vostra direzione, essi daranno l’allarme (con pantomime da scompiscio) e ben presto una squadra verrà mandata sulle vostre tracce. Ma non tutto il male viene per nuocere: basta nascondersi alla loro vista e tendere una trappola agli sprovveduti samurai mandati in avanscoperta.

Mini Ninjas 2

Mini Ninjas è un gioco molto bello, il character design è perfetto (tanto che i personaggi si sono meritati anche una serie animata, in produzione proprio adesso) e il mondo dei Ninja è uno di quei posti che esplorerei volentieri in un sequel. I boss sono un vero spasso: tutti hanno un livello dedicato e le battaglie contro di loro sono molto dinamiche; in alcuni casi i developer si sono chiaramente ispirati a classici del genere, come Shadow of the Colossus o God of War. Peccato che siano solo cinque. Anche i normali nemici sono un siparietto continuo: dai mini boss che incitano gli sgherri ad attaccarvi e poi si spaventano per la rapidità con cui li fate fuori ai semplici soldati che marciano come i marziani della Warner Bros (il distributore statunitense del gioco). Ogni nemico ha diversi stati d’animo e reazioni alle vostre azioni: in concreto non aggiungono nulla ma rendono più credibili gli avversari. Combattete pur sempre contro volpi, galline e micetti antropomorfi!

Quindi arriviamo all’unico vero nocciolo della questione: nonostante la sovrabbondanza di cose da fare e le ottime locazioni Mini Ninjas è un gioco piuttosto corto. La difficoltà scala molto bene e quindi le fasi finali saranno più impegnative e lunghe di quelle inziali ma anche a livello difficile (consigliato) è possibile completare il gioco in una decina di ore e se si sta molto attenti è possibile portarsi a casa anche la maggior parte dei segreti già alla prima giocata.

Tuttavia, poiché le situazioni sono comunque varie, i boss sono uno spasso, le gag abbondano, gli scenari trasudano poesia e tutto è così colorato è impossibile non consigliare Mini Ninjas: saranno comunque una decina di ore passate benissimo. Speriamo tutti insieme in un sequel che renda piena giustizia a questo concept, con un’avventura altrettanto divertente ma molto più epica.

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Torchlight https://arsludica.org/2009/11/04/torchlight/ https://arsludica.org/2009/11/04/torchlight/#comments Wed, 04 Nov 2009 09:45:40 +0000 http://arsludica.org/?p=6390 Per saperne di più]]> Sviluppato da Runic Games | Distribuito in Digital Delivery | Piattaforme: PC | Pubblicato: 27 Ottobre 2009 | Sito ufficiale

Torchlight 2009-11-04 09-43-02-50

C’è un villaggio, c’è un sotterraneo pieno di mostri, ci sono una manciata di personaggi che danno delle quest, ci sono negozianti da cui comprare o vendere oggetti, all’inizio si deve selezionare un personaggio tra tre classi, c’è il cucciolo a cui dar da mangiare del pesce, si sono vagonate di armi e oggetti casuali, ci sono i portali, le pergamene per identificare gli oggetti, le pozioni di vita e di mana, le tre caratteristiche, i livelli che crescono, c’è l’albero delle abilità e c’è da cliccare furiosamente sul mouse… no, non è Diablo, ma tanto cosa cambia?

Torchlight è l’ennesimo clone del titolo Blizzard, tra l’altro realizzato in modo ineccepibile, che esce per dimostrare la vacuità dell’esistenza e la gioia del ripetere esperienze già vissute. In questo senso è un titolo di un’ironia profonda che si smarca da ogni pretesa di innovatività e, per questo, piace ai giocatori. Sì, proprio a quelli che sui forum chiedono novità e si stracciano le vesti per la mancanza di originalità e poi comprano sempre la stessa merda (detto in senso buono, ma neanche tanto).

Torchlight è il solito Diablo, senza alti ne bassi. È un elettrocardiogramma piatto ma coloratissimo. In fondo è come timbrare carte in un ufficio. Il gusto macabro della quotidianità. Un caffè sciapo ma a cui siamo affezionati per assuefazione e che beviamo in modo quasi meccanico. La sigaretta dopo pranzo. Il chiacchiericcio che tenta di riempire il vuoto. Una giornata uggiosa che non riesce a diventare tempesta.

Non fraintendete, non sto dicendo che Torchlight sia brutto. Anzi, nel suo genere è probabilmente una spanna sopra alla concorrenza. Solo che non dovete aspettarvi nulla più di quanto avete già visto. Torchlight non produce ricordi, non rimane impresso, non stupisce mai e non ha mai momenti talmente bassi da essere notati. Scorre via dalla mente e dall’esperienza senza lasciare traccia, senza aprire canali e senza stimolazione alcuna.

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Painkiller: Resurrection https://arsludica.org/2009/10/30/painkiller-resurrection/ https://arsludica.org/2009/10/30/painkiller-resurrection/#comments Fri, 30 Oct 2009 06:30:36 +0000 http://arsludica.org/?p=6332 Per saperne di più]]> Sviluppato da Homegrown Games | Distribuito da Dreamcatcher, JoWood Productions, | Piattaforme: PC | Pubblicato 28 Ottobre 2009 | Sito ufficiale

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Painkiller: Resurrection è un affronto. Appena lo si avvia ci si rende conto che, a distanza di cinque anni dal primo Painkiller, non è stato fatto nessun tentativo di proporre non dico delle novità, ma quantomento degli elementi di diversificazione, quelli che non si negano nemmeno alle serie EA. I menu sono rimasti identici, il motore grafico è lo stesso e l’impatto complessivo è invariato: più che un prodotto nuovo sembra un mod. Un brutto mod. Fossero solo questi i problemi riscontrati saremmo già un passo avanti, peccato che il resto faccia ancora più ribrezzo.

Ora, qual è stata la feature più strombazzata dal publisher in fase di comunicati stampa? Vi rispondo subito e senza doverci pensare troppo: il co-op. Resurrection è stato presentato come il Left 4 Dead degli sparatutto in prima persona stile Serious Sam… ma credo che sia più appropriato paragonarlo a un pessimo scherzo fatto da un nano scorreggione… dov’è la Dolce Euchessina quando serve? In sostanza la modalità co-op non c’è. Ovvero c’è ma è ben nascosta e quando la si riesce a trovare (personalmente ho dovuto leggere il forum ufficiale per scoprire dove cercarla) e la si avvia ci si trova in un inferno fatto di lag a manetta, di pochissime opzioni di configurazione e di crash continui (che caratterizzano anche le altre modalità multigiocatore). Niente tenerezze o giustificazioni: allo stato attuale Painkiller: Resurrection è completamente inutilizzabile online e oltretutto manca del suo fiore all’occhiello, che guarda caso è anche il motivo per cui molti lo aspettavano.

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Già questo basterebbe per stroncarlo senza pietà e usarlo per concimare le ortensie della nonna ninfomane che vive al piano di sotto, ma c’è anche il resto da considerare, purtroppo.

Il gioco è composto da sei livelli. Sono piuttosto lunghi ma in circa quattro ore li si riesce a domare senza problemi, anche considerando i problemi di design che li affliggono (considerando che manca il co-op si potrebbe parlare di una vera e propria truffa… ma non sottilizziamo). Ora, un bravo level designer sa che i livelli devono essere adeguati alla fauna che li popolerà. Non parlo solo della concordanza stilistica, sempre gradevole ma non essenziale, ma di una più strettamente ‘fisica’. Faccio un esempio per farmi capire: se devi costruire un livello intorno a dei nemici veloci ma stupidi e soprattutto incapaci di seguire percorsi complessi, non puoi riempirlo di zone impervie e piene di strettoie ed escrescenze, ma devi creare delle arene ampie (più o meno camuffate per non creare l’effetto Colosseo) in cui favorirne i movimenti e nasconderne i limiti (vedi il lavoro eccellente fatto da Croteam con il già citato Serious Sam). Gli sviluppatori di Painkiller: Resurrection hanno fatto l’esatto contrario, ovvero hanno creato aree articolate, magari belle da vedere, ma la cui morfologia mette i mostri in grossa difficoltà. Praticamente si bloccano spesso… talmente spesso che li si ammazza più per pietà che per progredire. Rocce, anse, nicchie, oggetti ribaltati, asperità del terreno e così via: tutto può rappresentare una trappola letale per i poveri nemici che a ben vedere non sanno neanche salire delle semplici scalinate larghe come quelle della Reggia di Caserta (sono stati furbi a metterle a inizio gioco, così ci si rende subito conto della fetecchia che si è acquistata).

A peggiorare la situazione ci pensano anche altre scelte di design non proprio felicissime. Ad esempio è possibile progredire senza uccidere i nemici. Traducendo: correndo senza sparare i livelli si finiscono in una manciata di minuti. Alcuni, come il terzo, richiedono soltanto poche uccisioni e quasi ci vuole più tempo a caricarli che a giocarli (i tempi di caricamento sono da sudorazione testicolare e vanno da poco meno di un minuto per i livelli iniziali a quasi due minuti per i livelli avanzati).

Cos’altro manca per completare il ritratto di un gioco disastroso? Ho accennato al fatto che c’è soltanto un’arma nuova? Ho detto che i nemici sono in gran parte identici a quelli degli episodi precedenti? No? E dei bug grafici ne ho parlato? E della mostruosa compenetrazione poligonale? E dei cali di framerate folli (da 70 FPS a 12 FPS per una pioggerellina)? E della musica che non riesce a seguire il ritmo del gioco? E dei 30 fottuti euro che ho speso per acquistarlo? Di quelli vogliamo parlarne? Probabilmente nei prossimi mesi uscirà qualche patch, sempre che lo sviluppatore non fallisca prima, ma intanto che me ne faccio di questa roba? Painkiller: Resurrection è stato pubblicato in uno stato pietoso che non ammette giustificazioni di sorta.

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Commento: dopo Gothic 3 la JoWood è riuscita a far uscire un altro gioco senza preoccuparsi che fosse terminato o meno e a rovinare un’altra serie che non meritava di finire in questo modo. Il risultato è un disastro totale. Roba degna solo del cassonetto.

Edit:

visto che la pratica vale più di mille parole, ecco un paio di video autoesplicativi:

Watch more videos of Painkiller: Resurrection

Watch more videos of Painkiller: Resurrection
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Marvel Ultimate Alliance 2 https://arsludica.org/2009/10/16/marvel-ultimate-alliance-2/ https://arsludica.org/2009/10/16/marvel-ultimate-alliance-2/#respond Fri, 16 Oct 2009 05:00:57 +0000 http://arsludica.org/?p=6188 Per saperne di più]]> Sviluppato da Vicarious Visions | Pubblicato da Activision
Piattaforme NDS, PS2, PS3, PSP, X360, Wii | Rilasciato il 25/09/2009

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Enciclopedia supereroistica o videogame? Picchiaduro a scorrimento o action RPG? Questo è il dilemma quando si osserva Ultimate Alliance 2. Il tiepido benvenuto riservato al titolo ha dimostrato una cosa sola, sino ad oggi: i supereroi non piacciono a tutti.

Se il primo episodio di Ultimate Alliance sembrava più una tour dell’universo Marvel, questa volta il team creativo ha deciso di dare più spazio alla sostanza narrativa. Il gioco inizia approfondendo gli antefatti di Civil War, e sviluppa il conflitto civile tra supereroi pronti a smascherarsi su richiesta del governo e quelli che invece vedono la cosa come una deriva totalitaria e razzista ai loro danni. Inizialmente ero preoccupato: Civil War l’avevo letta e giocare su una storia già nota non è mai una bella cosa, passati i 12 anni. Fortunatamente per me la Marvel ha concesso parecchie licenze sulla continuity e gli sviluppi di Civil War e possiamo dire che sia più un grosso antefatto al finale col botto piuttosto che la spina dorsale dell’intero gioco. Eppure scegliere la fazione con cui giocare conta. Conta perché circa metà del gioco seguirà una storia diversa se si è pro o contro la registrazione dei supereroi e conta perché ogni eroe sviluppa abilità diverse in base allo schieramento scelto. In generale la scelta di un impianto così drammatico e cupo come Civil War premia: la storia va avanti con un senso, senza sembrare un semplice pretesto per mettere sullo schermo decine di supereroi e supercattivi. Sul finale i toni si alleggeriscono un po’ ed il gioco torna sulle cifre iperboliche e spettacolari del primo ma una buona metà, questa volta, è con i piedi saldamente ancorati a terra.

Un altro elemento che differenzia moltissimo il secondo episodio dal primo (ed uno dei meno capiti dai recensori non troppo esperti del genere) è che il focus del sistema di gioco si è spostato dallo sviluppo del singolo eroe alla gestione dell’intero gruppo. La scelta ha determinato una semplificazione dei poteri disponibili per ogni eroe (ora sono quattro, uno per tasto, come in X-Men Legends) ed una razionalizzazione dei tratti secondari che vanno ad incidere sulla crescita delle statistiche e dei poteri. Questo vuol dire che, piuttosto che evolvere le statistiche separatamente, ogni eroe ha dei “pacchetti” di attributi che si possono aumentare in base al proprio profilo, la cui natura è influenzata dalla fazione scelta (possiamo dire che sia una trasposizione dell’etica dei due gruppi: i pro reg tendono a giocare sporco, mentre gli anti-reg sono più eroici).

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Come stavo dicendo,  il focus fondamentale è il gruppo, quindi finalmente spariscono gli stonatissimi oggetti equipaggiabili ed appaiono tre slot per dei “boost” (bonus) selezionabili da un pool di circa 300 sbloccabili da applicare al gruppo attivo; vengono inoltre riproposti i bonus assegnati se si forma un team storico (Fantastici Quattro, Vendicatori, etc…). Altra importante novità è che tutto ora è reversibile in qualsiasi momento senza penalità: i punti allocati nello sviluppo dell’eroe sono un pool che è possibile distribuire in maniera differente in base alle circostanze (quindi con l’esperienza aumenta la flessibilità, non la specializzazione) ed in qualsiasi momento è possibile cambiare i supereroi attivi nel party.

Le modifiche sulle dinamiche del gruppo introducono il ritorno delle combo, ora rese più utili e spettacolari, ribattezzate per l’occasione “fusion”. Ogni coppia di eroi è in grado di effettuare un diverso attacco speciale a seconda delle caratteristiche reciproche. Esistono tre tipologie di attacchi: guidati, ad area e a bersaglio singolo. Essi hanno utilizzi differenti: quelli guidati e ad area sono pensati principalmente per gli scontri con gli sgherri che ora attaccano in gruppi nutritissimi, mentre le fusion a bersaglio sono più utili per i boss e i mini-boss.

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Non ci vuole uno scienziato a capire che diventa quindi fondamentale alternare spesso e bene i propri eroi e far togliere le mani della CPU dalle build dei personaggi, visto che essa sceglierà sempre build bilanciate, poco utili nel gioco avanzato. Potrebbe sembrare una piccolezza ma se il primo Marvel: Ultimate Alliance era un semplice brawler, come anche X-Men Legends, da Ultimate Alliance 2 non si esce divertiti se non si usano correttamente poteri e fusioni: diciamo che è più RPG dei suoi predecessori. Qui forse c’è il problema di bilanciamento più grave (evidenziato principalmente nel livello di difficoltà normale): se le build sono sbagliate o il team è male assortito non è che si muore senza pietà come succedeva in X-Men Legends, semplicemente il gioco diventa lento e frustrante. Badate bene che la differenza è tra finire una mappa in poche decine di minuti e finirla in un paio d’ore.

Nonostante di personaggi carismatici il gioco ne abbia tanti, irritano alcune scelte di caratterizzazione: i nostri personaggi parleranno molto ma diranno ben poco di significativo, anche nei dialoghi a scelta multipla tra una missione e l’altra che per lo più servono per approfondire la storia, piuttosto che i personaggi stessi. Per i boss, invece, il discorso cambia: si lasceranno andare a maniacali monologhi veramente ben scritti e del tutto in linea con le loro personalità. Il bello è che tutto avviene mentre ce le si suona di santa ragione, facendo subire passivamente al giocatore solo l’entrata ad effetto del villain, accompagnata di solito da intermezzi molto cinematografici. Ottima l’idea di ridurre la passività del giocatore, meno buona l’idea di rendere i cattivi (o i buoni della fazione avversa) più interessanti dei personaggi che controlliamo noi. La cadenza delle apparizioni poteva essere migliorata: la seconda metà dell’ultimo atto vedrà principalmente scontri con supercattivi che se la sono data a gambe in extremis durante tutto il resto del gioco. Altra idea molto originale è quella di legare quasi sempre la sconfitta di un boss importante a qualcosa di più del ridurlo inerme a suon di botte: c’è sempre qualcosa da fare attorno a lui.

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Lasciatemi parlare di una cosa che mi è piaciuta molto: le locazioni. La prima metà del gioco vede gli eroi impegnati quasi sempre negli Stati Uniti, in contesti urbani. Il resto del gioco è più vario e spazia per le solite basi nemiche, passando per locazioni come la Zona Negativa o le foreste del Wakanda. Come al solito le mappe sono molto dinamiche e risentiranno parecchio delle risse supereroistiche, visto che quasi tutto può essere mandato in pezzi o usato come arma. Oltre a questo, però, ora c’è molto più dinamismo e varietà, dovuto anche al fatto che si ha sempre l’eroe giusto per il puzzle giusto a disposizione. Inoltre i fondali sono spesso molto più che animati: sullo sfondo si vedono i nostri alleati impegnati con altri nemici, oppure accadono cose catastrofiche attorno a noi, come un bomardamento d’artiglieria o l’abbattimento di un velivolo. Anche durante gli scontri con i boss spesso il terreno viene usato come arma indiretta: molti nemici devasteranno le mappe mentre ci inseguono, scappano o ci affrontano. Quasi tutto avviene mentre si gioca, senza interruzioni sull’azione, spesso nemmeno ci si fa caso ma anche a livello subcosciente queste chicche rendono l’esperienza di gioco molto più appagante.

Dimenticabile il multiplayer cooperativo online (troppe limitazioni sul bilanciamento dei personaggi e se non le si rispetta non viene salvata alcuna progressione), molto meglio quello offline. Tutte le modalità di gioco (simulatore, qui molto castrato: ci sono solo una manciata di livelli-puzzle, e trivia inclusi!) ora supportano sino a quattro giocatori contemporanei.

In definitiva, Ultimate Alliance 2 è un buon action RPG con una storia decente e un bel po’ di replay value, ma il setting potrebbe lasciarvi del tutto indifferenti se non siete amanti del genere supereroistico o non siete sufficientemente ferrati in materia.

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Red Faction Guerrilla (consigli su come non realizzare le missioni finali dei videogiochi) https://arsludica.org/2009/10/13/red-faction-guerrilla/ https://arsludica.org/2009/10/13/red-faction-guerrilla/#comments Tue, 13 Oct 2009 06:00:38 +0000 http://arsludica.org/?p=6192 Per saperne di più]]> Sviluppato da Volition | Distribuito da THQ | Piattaforme: PC, Xbox 360, PlayStation 3 | Pubblicato 2009 | Sito ufficiale

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Red Faction Guerrilla mi è piaciuto e quasi non riesco a crederci. Ho odiato il primo Red Faction per quella promessa non mantenuta del mondo completamente distruttibile. Il secondo capitolo della serie l’ho snobbato senza rimpianti. E ora il terzo. Lo gioco o non lo gioco? Atroce dilemma. Oltretutto è un free roaming. L’ultimo free roaming che ho finito è stato Mafia. Gli altri, GTA IV compreso, non sono mai riuscito a portarli a termine per sopravvenuta boria.

La storia di Red Faction Guerrilla fa schifo, diciamolo subito. Cinque minuti dopo essere arrivato su Marte ti accoppano davanti tuo fratello e diventi una specie di leader della resistenza locale, con tanto di martellone spaccatutto. Vabbé, roba da saltare le sequenze narrative senza rimpianti, tanto so già dove andrà a parare la trama e non mi eccita particolarmente (le impressioni iniziali verranno confermate tutte giocando).

Però si spacca tutto. Ecco, perché non fare una modalità con palazzi sempre più grossi da abbattere con amore? La distruzione degli edifici è la parte più curata del gioco, quella che fa andare avanti senza rimpianti e che regala un certo gusto sadico nell’avvicinarsi a ogni costruzione. Un paio di martellate le do anche alla popolazione locale perché, anche se oppressa, sono sicuro che si fa corrompere facilmente nella cabina elettorale e vota chi fa le promesse più mirabolanti anche se prima gli ha sparato addosso.

Annotazione: niente bambini in giro per le polverose strade del pianeta rosso.

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Il paesaggio è piuttosto anonimo, con Marte che somiglia talmente tanto a Marte da far rimpiangere di non poter usare il martellone spaccatutto nel mondo fungoso e colorato di Super Mario, tanto per far vedere all’idraulico baffuto che a volte le piattaforme conviene spaccarle invece di continuare a dargli inefficaci culate (avrei voglia di riarredare il castello di Peach).

I veicoli si guidano tutti più o meno allo stesso modo, ma non sono male. Inoltre Marte ha il paesaggio ideale per scorrazzare con l’accelleratore a tavoletta. Ci sono varie missioni secondarie da svolgere, roba da trovare sulla mappa, scarti metallici da raccogliere, minerali da scavare, predoni locali che vivono in mezzo alle radiazioni, le basi dei ribelli e bla bla bla. Tutto è ben fatto, tra alti e bassi, ma poi arriva l’ultima missione e mi crolla il mondo addosso… e senza averlo preso a martellate.

Sui manuali di game design dovrebbero dedicare un capitolo alle ultime missioni dei videogiochi, che solitamente sono un concentrato di inettitudine e pigrizia. Capisco volerle fare difficili per favorire la catarsi, ma non prendiamo in giro il povero giocatore. Ora, Red Faction Guerrilla ha venti missioni principali e un numero indefinito di missioni secondarie. Come è giusto che sia alcune sono più difficili mentre altre sono più abbordabili. La ventesima missione, invece, è puro delirio.

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Prendete una strada e metteteci sopra un numero spropositato di truppe da abbattere in sequenza. A parte la povertà dell’idea in sé stessa, che sa molto di ammucchio da finale col botto e che andrebbe vietata per legge (e impegnatevi nel fare i finali… possibile che le ultime missioni debbano essere sempre quelle peggiori?), i problemi che sorgono sono altri.

In primo luogo scatta tutto. Ora, ho giocato per ore con un certo livello di dettaglio senza avere problemi e mi sono di conseguenza disinteressato della schermata di configurazione, è mai possibile che debba preoccuparmene proprio nel finale perché avete deciso di rimpinzarlo di truppe e veicoli al punto da renderlo enormemente più pesante di tutto il resto del gioco? Va bene, abbasso il dettaglio e vivo lo stesso.

Il secondo problema è più grave e riguarda il gameplay . Si da il caso che le sparatorie di Red Faction Guerrilla siano piuttosto confusionarie e che il sopraggiungere di nemici da ogni lato renda inutile mettersi a fare i tattici o a sfruttare le coperture. L’unica tattica che funziona veramente per tutto il gioco è: tira fuori il cannone più grosso che hai e spara, con le dovute eccezioni. Da questo punto di vista la missione finale è ingestibile. Dopo aver fermato dei veicoli a suon di missili per proteggere non ho capito nemmeno bene cosa (come ho detto, mi sono completamente disinteressato della storia), bisogna salire su un carro armato e percorrere la strada di cui parlavo sopra. Peccato che il veicolo in dotazione sia di una lentezza micidiale, fatto che rende impossibile schivare i proiettili nemici, e che questi ultimi siano in numero immenso. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto con l’approccio diretto, tento una via alternativa. Il punto di arrivo è vicino al punto di partenza, devo solo riuscire a scalare una montagna. Con il jetpack dovrei farcela (anche perché costa caro ed è abbastanza inutile). Inizio la salita, ci sono quasi e… muro invisibile. Ci rimango di sale e capisco che vogliono costringermi a tutti i costi a passare per la strada disseminata di nemici. Bravi, è così che si fa. I muri invisibili in un free roaming è quello che ci vuole.

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Un po’ mi arrabbio. Faccio altri tentativi e miglioro. In uno riesco a superare la zona più dura ma vengo abbattuto da un proiettile vagante. Al prossimo supererò i posti di blocco… ma chi me lo fa fare? C’era veramente bisogno di una missione del genere? Non si poteva creare una sequenza sì complessa, ma in linea con la curva di difficoltà del resto del gioco? Voglio dire, non mi sto lamentando della sfida in sé, ma di come la missione più attesa stoni completamente con quanto giocato fino a quel momento. Inoltre, dopo ore passate a spaccare palazzi e a vagabondare per le distese di Marte, possibile che non si sia trovata un’alternativa interessante alla mega sparatoria finale? Ovvero a uno sfregio totale del ritmo di gioco?

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Fatale https://arsludica.org/2009/10/08/fatale/ https://arsludica.org/2009/10/08/fatale/#comments Thu, 08 Oct 2009 05:54:29 +0000 http://arsludica.org/?p=6132 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da Tale of Tales | Piattaforme PC, Mac | Rilasciato a Ottobre 2009 | Sito ufficiale

FATALE 2009-10-06 16-34-45-07FATALE 2009-10-06 16-35-09-08FATALE 2009-10-06 16-35-24-07

La Salomé di Oscar Wilde fa tagliare la testa del profeta di cui era invaghita dopo aver ricevuto un diniego alla richiesta di un bacio.

Fatale inizia con la danza dei sette veli della principessa, ma il fruitore può percepirla soltanto in modo indiretto: nei panni del Battista, infatti, si trova in fondo alla cisterna-prigione dove lo ha rinchiuso Erode. Non c’è via di fuga. Si può solo girovagare per il piccolo spazio a disposizione e guardarsi intorno, leggendo delle scritte sui muri e le frasi che egli stesso pronuncia contro la ragazza (tutte tratte dalla piece di Wilde).

La danza finisce e il boia compie il suo dovere staccando di netto la testa del Battista.

Fatale è un quadro o, meglio, un trittico (è diviso in tre scene distinte molto diverse tra loro)  su cui è dipinta un’interpretazione dell’opera di Wilde e del personaggio di Salomé che prende a piene mani dall’iconografia sviluppatasi nel corso dei secoli intorno alla sua figura. Non c’è molto di ludico, ma non è certo il divertimento inteso in senso tradizionale lo scopo principale dei Tale of Tales. Più che The Path viene in mente The Graveyard, ovvero ci troviamo di fronte a una “descrizione interattiva” in cui il piacere deriva tutto dalla contemplazione dinamica di una composizione virtuale complessa e piena di simboli e rimandi (penso al melograno e alla rosa, entrambi vicini a Salomé, ma anche all’iPod sul fianco della ragazza che ne attualizza la figura entrando in contrasto con la classicità della scena).

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Se la pretesa è quella di completare un gioco rimarrete delusi… la soluzione è inclusa nelle istruzioni e la sfida è praticamente nulla, a parte che per il sistema di controllo volutamente ostico (anche questo è dichiarato nelle istruzioni). In Fatale si vagabonda nel quadro, si spengono luci, si leggono scritte, si ammira la splendida Luna che incombe sulla scena, si osserva una ragazzina ballare inondata dai raggi del Sole.

Viene tracciata una linea tra il buio (la prigione) e la luce  (l’alba) che percorre l’opera nella sua interezza e in cui non è facile afferrare dove si ponga la morte, che incombe su tutto.

Prima di affrontarlo quasi converrebbe leggere l’opera originale, in modo da cogliere tutti i riferimenti, ma anche per esaminare le discrepanze, ovvero dove il videogioco – perché di un videogioco stiamo parlando, questo sia chiaro – riesce a creare senso tramite il suo linguaggio specifico.

Troppo intellettuale? E quindi?

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Come per The Path e The Graveyard, le suggestioni sono molte. Niente è casuale e non è difficile trovare accostamenti che producano senso. Il gusto è quello dei grandi pittori, ed è lapalissiana una forte teatralità, evidente nella splendida coreografia del ballo finale di Salomé, ma anche nel posizionamento dei pochi personaggi sul balcone di Erode (seconda scena).

Salomé guarda la Luna penseriosamente. Affianco  a lei c’è la testa del Battista su un piatto d’argento. È vestita con un abito riccamente lavorato che lascia scoperti i seni. Sulla testa ha un velo trasparente. Non ci è dato di sapere a cosa pensa, non ci è dato di sapere cosa è successo durante la festa, anche se i segni dei bagordi sono ben visibili. A noi spetta di spegnere le candele sparse per il terrazzo, osservando i dettagli di quello che nella prima scena era un fuoricampo quasi totale, eccezion fatta per una grata che collega entrambi gli ambienti.

Orientaleggiante, mistico, profondo e creativo, Fatale è uno dei pochi videogiochi a mettere il corpo femminile al centro della rappresentazione senza pornografizzarlo (nonostante il nudo) e senza svilirlo trasformandolo in un oggetto sessuale vuoto e atto solo al soddisfacimento degli istinti maschili (Wet tua madre). Inoltre è uno dei pochi a toccare temi religiosi in modo diretto, senza banalizzarli riducendoli a cibo avariato per adolescenti.

Mi rendo conto che descrivendolo in un articolo molto breve come questo si rischia di creare più confusione che altro. Purtroppo i temi da affrontare sarebbero innumerevoli, così come le suggestioni che emergono giocando. Lo stesso rifiuto completo di ciò che Fatale rappresenta potrebbe essere un argomento interessante, ma rischiamo di andare troppo oltre (magari gli dedicheremo un altro post).

Fatale è difficile da leggere, probabilmente è anche difficile da accettare in quanto tale, ma forse è questa la sua grandezza.

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Grid Runner Revolution https://arsludica.org/2009/10/06/grid-runner-revolution/ https://arsludica.org/2009/10/06/grid-runner-revolution/#comments Tue, 06 Oct 2009 10:19:12 +0000 http://arsludica.org/?p=6104 Per saperne di più]]> Sviluppato da Llama Soft | Distribuito da Llama Soft in DD | Piattaforme: PC Windows | Pubblicato 2009 | Sito ufficiale

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Jeff Minter se ne fotte nemmeno troppo discretamente di quello che dovrebbe fare. Non gli interessa stare negli schemi di una qualche forma di gameplay rodata e lavorare di cesello per creare qualcosa di alternativo; la sua idea di videogioco è puramente estetizzante e legata a una concezione magmatica della materia ludica, pensata per assorbire tramite un sovrapporsi continuo di immagini e suoni sintetizzati.

Apparentemente Grid Runner Revolution è uno sparatutto con astronavi che distruggono gli alieni, trasportato di peso dagli anni ottanta fino alla fine del primo decennio del duemila. Il massimo concesso in termini di controllo, oltre al movimento, è la rotazione in senso orario o antiorario del veicolo sfruttando i due tasti principali del mouse. Le astronavi sparano automaticamente e anche i potenziamenti graduali si applicano senza necessità di intervento da parte del giocatore.

Il paradosso principale che si è costretti ad affrontare giocando all’ultima fatica di Minter è che la perdita di punti di riferimento dovuta al caos creato dal magma di luci, forme e suoni è il momento in cui il gioco prende vita e si esprime al massimo. Sembra che il fine ultimo sia proprio quello di portare il fruitore a rispondere con movimenti intuitivi a quello che accade sullo schermo, senza permettergli di uscire dal flusso lisergico e visionario creato da pecore belanti, soli a forma di mucca, astronavi stile 8-bit, scie di luce, forme primarie e nebulose brillanti che disegnano sfondi astratti e indefiniti. Più sullo schermo regna la confusione, più si è costretti a giocare rimanendo preda di quel movimento generato dalla confusione stessa, perdendo il senso di quello che si sta facendo e disinteressandosi di vite e proiettili da schivare.

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Non ha molto senso mettersi a elencare cosa va o cosa non va nel gioco, perché semplicemente non è interessante mettere Grid Runner Revolution su una scala di valori precotti a uso e consumo dei cataloghi dei grandi magazzini. Minter percorre da sempre una strada tutta sua, imitata e mai eguagliata, fatta di sperimentazione audiovisiva, di citazioni di un passato visto con una certa nostalgia e del disprezzo per le forme attuali che il videogioco ha assunto e che perpetra nei prodotti fatti con lo stampino che vengono proposti di mese in mese. Si può esserne estasiati o disgustati, ma non gli si può chiedere di entrare nei ranghi… lo si ucciderebbe!

PS. Finendo gli schemi della modalità principale si sbloccano altre modalità veramente interessanti, con la Survivor, in cui non ci sono livelli da superare ma bisogna soltanto sopravvivere il più a lungo possibile, o la modalità Vic-20, che riproduce il Grid Runner originale uscito sullo storico computer di casa Commodore.

PPS.
Purtroppo il filmato è rallentato rispetto al gioco vero e proprio. Diciamo che il ritmo è doppio rispetto a quello visualizzato.

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La fine di GamePro https://arsludica.org/2009/10/01/la-fine-di-gamepro/ https://arsludica.org/2009/10/01/la-fine-di-gamepro/#comments Thu, 01 Oct 2009 19:37:28 +0000 http://arsludica.org/?p=6088 Per saperne di più]]> Quel che mi appresto a sfogliare è l’ultimo numero di GamePro, rivista a cui abbiamo augurato tanta fortuna in occasione del suo primo numero, su questo stesso blog. Di pagine ne sono state sfogliate in questi mesi e nell’ultimo periodo abbiamo anche salutato l’ingresso di Stefano Silvestri arrivato per affiancare Marco Accordi Rickards nella gestione della rivista che non navigava in buone acque già da diversi mesi. Purtroppo secondo Sprea, tutto questo non è bastato. Colpa dell’eccessiva italianizzazione della rivista? Fine dei fondi? Non ci è dato saperlo, o forse sì (se siete stati attenti). gamepro 27

Di tutta la mondezza che è uscita fuori in seguito a questo triste annuncio a noi ormai frega poco, perché alla fine gli unici sconfitti, chi sono? I lettori. GP checché se ne dica era l’unica rivista che affrontava il videogioco con un linguaggio e degli articoli più maturi. Ricca di approfondimenti e di interviste interessanti (sì, anche quelle italiane) era comprata soprattutto dai videogiocatori più scafati e meno interessati alle solite recensioni per microcefali. Adesso cosa ci resta? Siamo certi che stiamo per arrivare ad una svolta, una nuova era di informazione ci attende, probabilmente non resterà quasi più niente nelle edicole. Lo spazio sarà relegato alle riviste di gossip, gazzette varie e Cioè che regala i profumini alle undicenni in fase premestruale.

La chiusura di GamePro è assimilabile all’apertura del vaso di Pandora; la notizia ha funzionato da casus belli per molti degli operatori di primissimo piano dell’editoria italiana, fornendo loro la scusa per calare la maschera e divulgare tutte le tensioni e tutti i conflitti (in precedenza ipocritamente taciuti o mistificati) che animano il settore. Su tutti i grandi forum e su parecchi blog hanno imperversato e continuano ad imperversare aspre discussioni e vere e proprie dichiarazioni di guerra tra le varie fazioni, che giocano una partita che (a loro detta) verte su etica, rispetto del lavoratore e della libera concorrenza. Persino il lettore meno attento si trova a dover dubitare, ora, di rapporti lavorativi decennali spacciati per sincere amicizie sulle pagine di riviste con qualche lustro di storia alle spalle, ma che in realtà serbano rancori e perplessità covate per molto tempo.

Senza addentrarci nel merito delle inchieste e delle denunce sinora portate avanti (le quali sicuramente saranno arricchite di nuove e sorprendenti puntate, tanto ramificate che già da varie parti fanno capolino dei post riassuntivi), cerchiamo di individuare e definire per bene il problema principale: in Italia i videogiochi interessano veramente a qualcuno? Siamo appena divenuti orfani del magazine che più di tutti in edicola aspirava a trattare il medium videoludico da una prospettiva culturale piuttosto che dalla mera valutazione dei prodotti più recenti; la carta stampata vive un presente segnato da un futuro tutt’altro che roseo (una nota rivista per PC esce con 16 pagine in meno), e attende che le venga sferrato il colpo definitivo – la cosiddetta rivoluzione – che sia in grado di resettarla e di attrarre nuovi e migliori investimenti; i pochi saloni dedicati ai videogiochi non sono assolutamente all’altezza dei corrispettivi europei ma gli organizzatori non perdono occasione per farsi concorrenza sovrapponendosi nel tempo (invece di diversificare e potenziare l’offerta, s’intende); il nostro Paese rappresenta un mercato software da 670 milioni di euro (dati AESVI) eppure le aziende (le software house) operanti nel settore si contano sulle dita di una mano. La situazione, insomma, non è delle più piacevoli.

Nel frattempo, per rimediare mi sono abbonato a GamesTM perché sento ancora il piacere della lettura sul mio water.

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Windosill https://arsludica.org/2009/10/01/windosill/ https://arsludica.org/2009/10/01/windosill/#respond Thu, 01 Oct 2009 11:27:36 +0000 http://arsludica.org/?p=6080 Per saperne di più]]> Sviluppato da Vectorpark | Distribuito in DD | Piattaforme: Flash game | Pubblicato 26 Maggio 2009 | Sito ufficiale

Windosill è un gioco bonsai. Completamente realizzato in flash è un’avventura grafica in cui bisogna far attraversare diverse schermate a una macchinina di legno. Dura poco, costa poco (un paio di euro), e non pretende altro se non di far compiere un breve viaggio in un mondo onirico e naif, pieno di oggetti e animali strani. Ogni schermata ha i suoi enigmi, generalmente molto semplici anche se ben studiati, che richiedono delle interazioni blande per essere risolti. E’ evidente la volontà espressiva e il voler dipingere un mondo surreale pieno di poesia partendo da un’immagine realistica (una bacheca piena di giocattoli) per poi espandere la visione verso un cielo stellato senza confini (praticamente ogni livello sembra una stanza della bacheca, solo più grande) in un finale delicato e catartico.

Sul sito ufficiale è possibile provare metà gioco (per completarlo dovete registrarvi).

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Tales of Monkey Island: Lair of the Leviathan https://arsludica.org/2009/09/29/tales-of-monkey-island-lair-of-the-leviathan/ https://arsludica.org/2009/09/29/tales-of-monkey-island-lair-of-the-leviathan/#comments Tue, 29 Sep 2009 12:20:34 +0000 http://arsludica.org/?p=5975 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da Telltale Games | Piattaforme PC – Wii (Wiiware) | Rilasciato il 29 settembre 2009

"Posso trattenere il fiato per 10 minuti"
Anche stavolta sarà Voodoo Lady a ricordarci cosa è successo, cosa sta succedendo, cosa succederà e che dobbiamo anche rinnovare la patente P (quella per i velieri dei pirati). Il problema (ricorrente) che ci trovavamo a fronteggiare alla chiusura del secondo episodio si riduce imperiosamente quanto a priorità, perché il fratellastro maggiore del branzino mangiato da Guybrush alla mensa dei personaggi della serie era effettivamente molto affezionato al piccolo parente adottivo. Nessun tonno e nemmeno il padre di Guybrush alla Pinocchio, ma c’è sorprendentemente più vita di quanto si pensi nella pancia dei trichechi giganti, e Guybrush avrà il suo daffare per riaffermare ancora una volta, alla sua maniera, il suo status di Pirata Alfa.

La nube tossica ha degli effetti davvero devastanti!
Questo terzo episodio si rivela leggermente più corto (circa 4 ore) e più facile dei precedenti, dove definisco “più facile” un episodio che non mi tiene occupato per più di una decina di minuti a sbattere la testa su un enigma, e soprattutto che non richiede a un incapace come me (in rapporto alle belle ma ostiche e per me quasi irrisolvibili avventure di un tempo) di ricorrere ad aiuti esterni; va anche detto che ciò che (riformulando) riconosco come una maggiore piacevolezza è dovuta al fatto che è possibile portare avanti molti enigmi in parallelo, tenendosi impegnati in qualcosa di divertente mentre si pensa alle cose un po’ più difficili e meno logiche da fare. Lair of the Leviathan si qualifica quindi come una piccola gemma di rifinitura, forse non così essenziale per la trama della serie ma sicuramente un buon esempio di ciò che sarebbe bello offrissero anche gli episodi più lunghi e complessi: avere sempre ben chiaro l’obiettivo e qualcosa da fare e, al di là della difficoltà forse non appetibile per i giocatori più esperti, enigmi coerenti, avvincenti e divertenti per come sono inseriti nel contesto.

Devo essermi dimenticato di dirlo finora, ma questo episodio vede la ricomparsa di un personaggio molto atteso, che ad ogni episodio ci si aspettava di rivedere e invece non c’era mai. Stavolta c’è, ed è proprio lui. E rende i titoli di coda quelli più divertenti che si siano visti da un bel po’ di tempo in qua. Proseguono insomma i complimenti alla cura filologica di Telltale nell’appropriarsi di personaggi (o dovremmo dire IP) altrui, riadattandoli. Non so se il riadattamento possa essere considerato un ammodernamento, ma possiamo osservare ad esempio che Monkey Island in questa serie ha dimostrato di essere cresciuto, non in senso stilistico ma come target di età, dato il tono vagamente maturo di alcune battute e gag visive; non è certo un problema, ma è interessante notare come sia una tendenza riscontrabile anche altrove: viene in mente l’esempio del film di animazione L’Era glaciale 3, che per quanto apprezzabile anche da un pubblico molto giovane non disdegna di mettere in atto qualche battuta innocentemente a sfondo sessuale.

Con questo episodio mi proclamo definitivamente un sostenitore dello stile grafico scelto per la serie, che si lascia guardare piacevolmente per buona parte del tempo (starei ORE a guardare i trichechi giganti!), e della caratterizzazione dei personaggi (Guybrush su tutti), anche perché una volta tanto non succederà di trovare due personaggi con il modello uguale e solo qualche texture diversa.

Rimaniamo in attesa degli episodi conclusivi, fiduciosi che sapranno stupire e avvincere (e che siano i depositari delle cartucce forse un po’ risparmiate nei primi due episodi).

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Risen https://arsludica.org/2009/09/29/risen-2/ https://arsludica.org/2009/09/29/risen-2/#comments Tue, 29 Sep 2009 05:00:13 +0000 http://arsludica.org/?p=5863 Per saperne di più]]> Sviluppato da Piranha Bytes | Distribuito da Koch Media | Piattaforme: PC, Xbox 360 | Pubblicato 2 Ottobre 2009 | Sito ufficiale

Atteso con trepidazione dagli appassionati di giochi di ruolo, Risen promette di stupire rimanendo nei solchi della serie Gothic, da cui eredita meccaniche di gioco e team di sviluppo. Riuscirà finalmente a far dimenticare la débâcle di Gothic 3?

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Se volete altre informazioni su Risen, visitate il fan site ufficiale italiano: Risen Italia

Annunciamo che è uscita la demo del gioco. SCARICATELA QUI

Un eroe senza nome e senza ricordi, un’isola selvaggia piena di bestie impazzite e creature malvagie, una lotta tra gli uomini e i titani; questo è Risen. L’ansia inizia con l’installazione. Purtroppo ho avuto un brutto trascorso con Gothic 3 che non riuscii ad avviare fino all’arrivo della patch uscita mesi dopo la pubblicazione (da fan della serie avevo comprato il gioco al lancio), quindi stavo un po’ in tensione, anche se le promesse fatte in tal senso dagli sviluppatori e il fatto che il gioco sia stato chiuso con qualche settimana d’anticipo rispetto alla pubblicazione puntavano proprio a rassicurare i dubbiosi. Dopo più di cinquanta ore di gioco senza crash l’ansia è svanita e posso affermare con certezza che Risen è un gioco stabile e privo di bug significativi.

Dopo il naufragio mostrato nel filmato iniziale, l’eroe senza nome si ritrova su una spiaggia di un luogo sconosciuto insieme ad un’altra superstite. Entrambi sono malconci, non hanno niente con sé e, soprattutto, non hanno la più pallida idea di cosa fare. La prima missione consiste nel trovare un’arma: un coltellaccio arrugginito o un bastone vanno benissimo per ammazzare i nemici che girovagano per la spiaggia, degli uccelli giganti particolarmente aggressivi. Evidentemente sono nella fase tutorial, ma i combattimenti non mi risparmiano e anche sconfiggere il primo nemico è affare che richiede un certo impegno. Sembra quasi un “bentornati a casa” scritto a caratteri cubitali per gli orfani di Gothic 2.

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Il sistema di combattimento è familiare se si sono provati i precedenti giochi dei Piranha Bytes: tasto destro del mouse per parare o mirare e tasto sinistro per attaccare con l’arma impugnata o con la magia. Non fatevi ingannare da tanta semplicità, perché in realtà le variabili da considerare sono veramente molte, a iniziare dal livello raggiunto nell’uso di una determinata famiglia di armi, che consente attacchi più o meno potenti ed efficaci. Inoltre i nemici non stanno a guardare e si dimostrano da subito reattivi e poco propensi a farsi massacrare dalle combo. Vincere alcuni combattimenti in Risen è un’impresa veramente ardua e lì dove la forza del singolo mostro non è in grado di spaventare il personaggio, può subentrare il fattore numerico a metterlo in difficoltà e soverchiarlo, visto che spesso si viene attaccati da branchi numerosi che hanno la brutta tendenza a cercare l’accerchiamento, così da eludere la posizione di parata (anche il giocatore può fare lo stesso quando è in party con altri personaggi).

Sconfitti con una certa fatica i primi nemici, inizio l’esplorazione addentrandomi nell’entroterra con l’inutile compagna di viaggio, fortunatamente provvisoria. L’area intorno alla spiaggia è piena di alberi. La vegetazione è rigogliosa e non ci sono mappe a disposizione per capire dove mi trovo. Non esiste nemmeno un sistema di automapping: per avere una piantina bisognerà guadagnarsela alleandosi a una delle tre fazioni in guerra sull’isola e svolgendo delle missioni per loro. Ma è meglio non correre troppo e rimanere alle fasi preliminari.

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Fortunatamente c’è un sentiero che posso seguire. Sulla strada apprendo come cucinare la carne degli animali uccisi e che per aprire i forzieri bisogna trovare le chiavi giuste, oppure essere degli scassinatori provetti. Apprendo anche che dormendo si recupera energia e che i nemici sono dei veri bastardi (ribadisco). Faccio la conoscenza degli gnomi, piccole e inquietanti creature che girano sempre in gruppo; degli istrici velenosi, pericolosi e spesso ben mimetizzati tra la vegetazione; dei lupi, dotati di una tripla combo letale; e dei dirupi, da cui mi sono sfracellato un paio di volte con una nonchalance invidiabile. Dopo qualche decina di minuti arrivo a un incrocio e parlo con un bandito cacciatore che mi spiega un po’ di cose del posto in cui mi trovo. Lo invio a recuperare la mia amica, lasciata in una casa abbandonata incontrata lungo la strada e capisco che la fase preliminare è finita: devo scegliere se dirigermi alla fortezza e diventare un mago, se andare alla Città del Porto e diventare un membro dell’Ordine o se recarmi nella paludi alla ricerca degli uomini del Don, un gruppo di banditi che dominava la Città del Porto prima dell’arrivo dell’Inquisizione. Si tratta di una scelta importante perché si ripercuoterà sulle missioni che affronterò per tutto il gioco e modificherà l’atteggiamento delle altre fazioni nei confronti dell’eroe.

Scelgo il Don. Mi dirigo verso la palude seguendo la strada indicatami dal bandito. In mezzo alla boscaglia vedo delle sagome familiari. Sono dei lupi. Garrulo come un bambino di tre anni vado ad affrontarli e… divento cibo per cani. Sono più forti di quelli incontrati precedentemente, non ci sono dubbi. Provo di nuovo ma niente, finisco di nuovo a mangiare la polvere. Apro la scheda delle caratteristiche, la osservo, penso ai vecchi Gothic e capisco che il personaggio è ancora di basso livello e mal armato (ho sempre il coltellaccio) e mal vestito (gli stracci che indossa non gli danno alcuna protezione) per andarsene in giro liberamente a fare l’Indiana Jones di turno. É un classico della serie: le mappe non danno limiti all’esplorazione, a parte quelli geografici, ma ai livelli più bassi si corrono grossi rischi per la presenza di mostri spesso troppo forti da affrontare senza una buona preparazione. Per alcuni si tratta di un difetto che rende troppo ostici i giochi dei Piranha per i neofiti, che si trovano costantemente a dover ricaricare perché hanno affrontato incautamente un nemico inatteso, incrociato magari vicino a dove avevano affrontato creature ben più scarse.

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Personalmente preferisco questa impostazione alla livellazione ossessiva di un Oblivion qualsiasi, dove esplorare non ha senso perché tanto giungendo nelle aree più remote della mappa con un personaggio di primo livello si troveranno gli stessi oggetti e nemici che si sarebbero trovati nella fogna iniziale. In un gioco di ruolo l’esplorazione deve trasmettere il giusto senso del pericolo e deve tenere in tensione il giocatore facendogli mettere sempre in conto la possibilità di incontrare inaspettatamente creature molto forti, soprattutto lì dove ci si inerpica in aree nascoste che contengono tesori preziosi. Da questo punto di vista Risen regala moltissime soddisfazioni, con decine di luoghi segreti zeppi di oggetti rari e molto potenti, protetti da avversari spesso molto ostici anche per personaggi di livello avanzato (le bestie di cenere e gli orchi possono mettere in seria difficoltà anche un personaggio di ventesimo livello). Non c’è l’abbondanza di un Diablo a caso, ma la differenza tra una spada base e una rara si sente eccome.

Ma proseguiamo il viaggio verso la casa del Don (un tempio in rovina). Per il momento decido di evitare i lupi e salgo su un pontile che mi permette di attraversa la palude. Incontro un altro bandito del Don con cui svolgo una missione piuttosto semplice (uccidere un vermone gigante che vernecchia nelle vicinanze con una specie di lumaca gigante). Quindi arrivo all’accampamento del farabutto e inizio la serie di missioni che mi porterà ad unirmi alla sua fazione e a ottenere una bella armatura da cacciatore, ma non prima di essere penetrato nella Città del Porto, passando per una via poco controllata dall’Inquisizione, e aver aiutato gli uomini del Don rimasti in città a sbrigare alcune faccende, per conquistare la fiducia del leader locale.

Nel mentre devo ovviamente scegliere come sviluppare il personaggio. Opto per un guerriero con abilità da ladro e punto sulla forza e l’abilità con la spada, tralasciando la destrezza e la saggezza. Faccio crescere “scasso” e “muoversi silenziosamente”, così da poter penetrare indisturbato nelle case per svaligiarle (si fanno molti soldi e si recuperano molti gingilli utili). Visto che la grana non è mai abbastanza, faccio imparare all’eroe come scuoiare gli animali uccisi. Condisco il tutto con un po’ di alchimia per poter creare delle preziosissime pozioni.

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Accrescere l’abilità con la spada mi consente di eseguire combo sempre più potenti e al penultimo livello mi permette di impugnare con una mano gli spadoni a due mani, potere preziosissimo che permette di usare le armi che fanno più danni in abbinamento con gli scudi migliori, così da essere imbattibili sia in attacco che in difesa (beh, diciamo quasi imbattibili… non esageriamo che se mi sente una bestia di cenere s’inalbera e poi son dolori).

Con “scasso” a tre (il valore massimo) è possibile aprire praticamente tutte le serrature dei forzieri e delle porte, tranne quelle che richiedono per forza una chiave. Nelle prime fasi scassinare può sembrare un’abilità abbastanza inutile, ma nelle fasi avanzate diverrà essenziale per poter ottenere i tesori più consistenti (in sostituzione si possono usare delle pergamene, ma costano e non se ne trovano moltissime).

Il mio è solo uno degli sviluppi possibili, ci sono molte altre abilità. Ad esempio è possibile fare il fabbro, aumentare “acrobazia” per dimezzare i danni delle cadute, specializzarsi nell’uso dell’arco o delle asce, diventare dei maghi e così via. Come ogni buon gioco di ruolo che si rispetti, anche Risen consente di creare un personaggio personalizzato, ma senza i limiti spesso imposti dalle classi. Volete un mago che sappia tirare con l’arco? Perché no, l’importante è riuscire a gestirlo in modo tale da non subire troppo le difficoltà che si dovranno affrontare.
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Le missioni da svolgere durante il gioco sono molte e molto varie: parla con Tizio, recupera l’oggetto X e portalo a Caio, ruba da Ambrogio, uccidi Menelao e così via. Ne esistono diverse categorie, catalogate a seconda del luogo in cui vanno svolte. Fortunatamente molte sono pensate per favorire l’esplorazione della mappa e richiederanno del tempo per essere completate (ad esempio la missione di recupero dei materiali grezzi dagli gnomi). Dal secondo atto in poi, gli spostamenti vengono agevolati dalle pietre di teletrasporto, quattordici in tutto, che consentono di andare velocemente nei luoghi più significativi dell’isola.

Parlando proprio dell’isola, è bene notare che è disegnata in modo eccellente. Non parlo di realizzazione tecnica, ma di geografia vera e propria. Dimenticatevi i paesaggi idilliaci di certi giochi di ruolo in cui le colline e le montagne sembrano brufoli estratti a forza da territori evidentemente piatti; in Risen, puro concentrato di scuola tedesca, i profili delle montagne sono frastagliati ed estremamente intricati e danno un aspetto ostile e misterioso al paesaggio, formato da spuntoni di roccia, scogliere a strapiombo sul mare, ponti sospesi nel vuoto, roccaforti diroccate poste su rupi inaccessibili, vulcani che eruttano in continuazione, cascate che confluiscono in paludi nebbiose e mefitiche, isole da cui si odono i versi di creature pericolosissime e da molti altri dettagli che concorrono a produrre una visione poco rassicurante del mondo di gioco, in perfetta armonia con la terribile minaccia che incombe sull’umanità tutta (mica pizza e fichi).

Commento: Risen è uno scatto di orgoglio che, se ci si trova in sintonia con la sua filosofia di fondo, risulta magnifico da giocare e assolutamente superiore alla maggior parte dei giochi di ruolo usciti negli ultimi anni. Si tratta sicuramente di un titolo impegnativo e poco adatto ai giocatori che non amano le sfide troppo ardue. I fan di Gothic si sentiranno a casa e lo adoreranno, ma anche gli altri videogiocatori amanti dei giochi di ruolo dovrebbero tenerlo in seria considerazione, perché è veramente difficile trovare di meglio tra le produzioni più recenti.

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Bionic Commando https://arsludica.org/2009/09/25/bionic-commando/ https://arsludica.org/2009/09/25/bionic-commando/#comments Fri, 25 Sep 2009 09:42:05 +0000 http://arsludica.org/?p=5767 Per saperne di più]]> Sviluppato da GRIN | Distribuito da Capcom | Piattaforme: PC, Xbox 360, PlayStation 3 | Pubblicato 2009 | Sito ufficiale

La versione testata è quella PC

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Nota: La versione PC e le versioni console di Bionic Commando sono identiche. L’unica differenza è nel sistema di controllo: con il mouse e la tastiera diventa molto più manovrabile e perde uno dei difetti principali sottolineati nelle varie critiche ricevute, ovvero la difficoltà nel maneggiare il rampino. Per questo ho sottolineato la versione testata in cima all’articolo.

Bionic Commando ha una lunga e strana storia. Lunga perché il titolo originale viene pubblicato negli anni Ottanta e quindi è passato quasi un quarto di secolo dalla sua prima apparizione, strana perché nonostante il successo sia del coin op che della versione NES, la Capcom non ha mai ritenuto necessario dargli un seguito, almeno fino a quest’anno.

Eh sì, perché Bionic Commando (2009) è il seguito diretto di Bionic Commando (1987) di cui continua la storia. Il fatto che da allora non siano stati pubblicati sequel si riflette in modo evidente sul tono generale dello stile narrativo e visivo. Esaminando un’altra serie storica della Capcom, quella di Ghost’n’Goblins, è possibile notare che l’ultimo titolo pubblicato, Ultimate Ghosts ‘N’ Goblins per PSP, ha ancora dei rapporti strettissimi con l’originale, sia per quanto riguarda il gameplay, sia a livello narrativo (ambientazione, trama). Anche gli episodi tridimensionali (i Maximo), sono comunque facilmente riconducibili alla serie, di cui sono un’evidente derivazione. Lo stesso discorso è fattibile per i Mega Man, di cui il nono capitolo riprende addirittura un’estetica 8 bit senza pagarne pegno in termini di freschezza, segno che, nonostante gli anni passati dal primo, il nucleo fondante della serie è rimasto fortemente ancorato a quei canoni.

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La differenza fondamentale tra le due serie citate e Bionic Commando è che nel corso degli anni queste hanno avuto dei sequel che hanno sì seguito l’evoluzione tecnologica delle macchine da gioco, ma che, essendo usciti a distanze relativamente brevi l’uno dall’altro, hanno sempre cercato una maggiore continuità in termini tematici e stilistici, non riuscendo a lasciarsi alle spalle l’ingenuità narrativa che li caratterizzava.

Bionic Commando inizia lì dove era finito il primo, ma tenta di ribaltare la prospettiva dell’eroismo naif degli eroi videoludici degli anni ’80, sin dalla prima sequenza filmata. L’eroe è sempre lo stesso, ma dice molte parolacce, ha la barba incolta, i capelli rasta ed è afflitto da un cinismo di maniera, procuratogli dal fatto che alla fine della sua precedente avventura il governo, invece di riservagli gloria e onori per aver salvato il mondo, ha deciso che i bionici sono un pericolo e li ha fatti sterminare o imprigionare.

L’eroe, che nel 1987 era motivato soltanto dal senso del dovere, è oggi riluttante e va ricattato per essere mandato a fare quello che in passato avrebbe fatto per puro idealismo, ovvero deve essere messo nella condizione di scorgere una qualche forma di guadagno personale prima di gettarsi nella mischia, in questo caso il ritrovamento della moglie perduta dopo l’incarcerazione.

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Il mondo di gioco stesso sottolinea questo disgregarsi di valori: non ci sono più basi nemiche organizzatissime e piene di soldati, ma una città distrutta in preda alle radiazioni, completamente spopolata, dove sia l’eroe che i nemici appaiono come anacronismi visivi e la loro lotta per il potere distante e aliena al contesto. Le macerie dominano su tutto. Lo spazio è solo la carcassa di una civiltà utopica che ha fallito e che oggi è oggetto di razzia.

Non è sicuramente il solo Bionic Commando a offrire suggestioni simili nel racconto ambientale, ma credo sia interessante notare come il medium videoludico sappia narrare la modernità, pur non esplicitandola mai negli elementi superficiali che lo compongono. Non per niente si arriva alla fine coinvolti in un intrigo in cui a farla da padrone è la disperazione e in cui si moltiplicano tradimenti e doppi giochi. La salvezza alla fine arriva, ma nessuno dei personaggi coinvolti può goderne o offrirsi come agente immacolato per l’ottenimento del risultato. Quindi, Bionic Commando offre sì una visione del potere stereotipata secondo i canoni della modernità, ma comunque interessante perché priva di orpelli e svuotata da barocchismi inconcludenti. In un certo senso si tratta di un prodotto asciutto e diretto, nonostante le molte derive retoriche.

L’opera dei Grin è un gioco d’azione molto classico con rampino incorporato. I primi livelli sono piuttosto lenti, nel senso che servono per fare confidenza con il sistema di controllo e non offrono sparatorie particolarmente accese. Paradossalmente c’è più azione nel primo schema, che in quelli immediatamente successivi. Diciamo che è tutto il primo atto ad essere caratterizzato dalla presenza di pochi nemici.

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Come detto a inizio articolo, la versione PC non soffre dello stesso difetto di quelle console e manovrare il rampino risulta un’operazione di facile apprendimento. Non ci vorrà molto per prodursi nelle prime evoluzioni e anche le fasi più concitate non diverranno problematiche come lo erano usando un joypad.

Bionic Commando diventa bello nel momento in cui ci si rende conto che il fulcro dell’esperienza di gioco è il rampino e non le sparatorie, con queste ultime quasi accessorie rispetto alle fasi esplorative, atto finale a parte. In effetti le armi sono poche e hanno pochi proiettili e, oltretutto, per uccidere i nemici è molto più efficace usare i poteri del rampino, soprattutto quando si affrontano i robot più forti, che richiedono sempre una certa capacità tattica per essere sconfitti, oltre all’abilità nello sfruttare lo scenario come copertura, muovendosi rapidamente da una parte all’altra con il braccio meccanico.

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Commento: dopo aver letto le recensioni sparse per la rete e sulle riviste, tipo la stroncatura di Gamespot, me lo aspettavo molto peggio. In realtà, anche se alcune delle critiche sono condivisibili, tipo quella alla scarsa visibilità delle zone radioattive che sono spesso causa di morte accidentale, non capisco tanto accanimento sulla trama, visto che non mi sembra peggiore di quella della maggior parte dei videogiochi. Non so, dov’è che l’osannatissimo Gears of War avrebbe una storia migliore?

Segnalazione: lo so che non c’entra nulla con Bionic Commando, ma se andate su Risen Italia, a QUESTO indirizzo, troverete un ricchissimo speciale sul gioco curato dalla redazione. Tutto da leggere.

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https://arsludica.org/2009/09/25/bionic-commando/feed/ 3 5767
Giochi Zen: Osmos https://arsludica.org/2009/09/22/giochi-zen-osmos/ https://arsludica.org/2009/09/22/giochi-zen-osmos/#respond Tue, 22 Sep 2009 05:00:51 +0000 http://arsludica.org/?p=5735 Per saperne di più]]> Sviluppato da Hemisphere Games | Pubblicato da Hemisphere Games | Piattaforme PC | Rilasciato nel 2009


Osmos
Se quello che vediamo in Osmos è vero, essere una particella senziente di un qualche cosa non dev’essere poi così male. Certo, fatta barba e colazione bisogna cominciare a darsi da fare di buona lena per inglobare le particelle più piccole ed evitare di essere inglobati da quelle più grandi, ma a differenza di quanto accade in fl0w questa volta è divertente.

Una piccola, forse banale e non nuova intuizione è ciò che dà senso e pepe alla sfida: per muovervi in una data direzione dovete espellere una parte di voi nella direzione opposta; più veloci volete andare, più goccioline di voi stessi dovete espellere e più piccoli diventate, riducendo quindi il numero delle potenziali “vittime” che potete inglobare. Questo contribuisce a definire Osmos un gioco “zen” perché, per quanto il tempo si possa rallentare o accelerare, alcuni livelli sono risolvibili solo con tempo e pazienza, proprio a causa del fatto che la fretta rischia di mettervi rapidamente in una situazione di inferiorità.

Oltre a quelli di esercitazione, esistono tre differenti tipi di livello in Osmos: quelli in cui la sfida è data da un ambiente statico (“Ambient”), quelli in cui occorre fronteggiare particelle concorrenti (“Sentient”), e quelli in cui occorre fronteggiare un ambiente sottoposto a forze di attrazione o repulsione (“Force”). È interessante a questo riguardo dare un’occhiata alle statistiche degli achievement legati al gioco su Steam: mentre rispettivamente il 31% e il 17% dei giocatori è riuscito a completare le zone Sentient e Ambient, solo un misero 2,9% ha completato la zona Force.

La spiegazione di questo è il fatto che i livelli Ambient sono risolvibili da tutti con un po’ di pazienza, e quelli Sentient riuscendo a capire quale sia il modo migliore di cominciare il livello (si può dire che dopo 30 secondi sapete già se di lì a un paio di minuti avrete la vittoria in pugno o no); i livelli Force sono invece per veri fuoriclasse, perché richiedono controllo, intuizione, capacità di astrazione, o in alternativa di una dose biblica di pazienza. Osmos rappresenta insomma al contempo un piacevole (ma breve, in quanto essenziale) passatempo per i comuni mortali che non si addentrino in certi ricettacoli di frustrazione, e una degna sfida per le manguste del pixel affamate di achievement; anche se va detto che alla sua uscita, prima di un update correttivo, alcuni livelli Force risultavano ancora più ostici di quanto siano ora, e c’erano pure pazzi furiosi che li trovavano facili (ora verrà qualcuno a saccagnarmi di botte perché il mondo non offre sfide alla sua altezza, e sono quelli come me che abbassano la richiesta di abilità da parte dei giochi odierni).

Un’osservazione, a metà tra un appunto e un consiglio a chi affronta il gioco, è che purtroppo giova mettere i dettagli al minimo: solo in questo modo si evita che alcuni elementi dello sfondo si confondano con le particelle più piccole nella modalità di visualizzazione panoramica, quasi obbligata soprattutto per i livelli Force in cui dovete capire quale traiettoria state percorrendo e cosa incrocerete sul vostro cammino.

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[Anteprima] Risen https://arsludica.org/2009/09/11/risen/ https://arsludica.org/2009/09/11/risen/#comments Fri, 11 Sep 2009 06:00:03 +0000 http://arsludica.org/?p=5590 Per saperne di più]]> Sviluppato da Piranha bytes | Distribuito da Koch Media | Piattaforme: PC, Xbox 360 | Data di pubblicazione prevista 2 Ottobre 2009 | Sito ufficiale

Si ringraziano i ragazzi di Risen Italia per la disponibilità e il materiale usato per scrivere questa anteprima. Fateci un salto se volete trovare moltissime altre informazioni e interviste inerenti al gioco.

Risen_Key_ArtworkManca poco all’uscita di Risen nei negozi e gli orfani della serie Gothic (l’uscita del quarto capitolo è stata rimandata all’anno prossimo, ma non c’è ancora nulla di ufficiale) fremono nell’attesa di poterci mettere le mani sopra. Dopo Gothic 3 i Piranha Bytes promisero di non ripetere gli stessi errori e sono riusciti a chiudere il gioco qualche settimana prima della pubblicazione, cercando di limitare bug e problemi di natura tecnica: gli hands-on pubblicati sui siti internazionali hanno sottolineato la stabilità delle versioni preview in loro possesso, vero cruccio di Gothic 3 che per molti è diventato giocabile soltanto dopo la pubblicazione di una grossa patch che si è fatta attendere per mesi. Non per niente Kai Rosenkranz, responsabile della musica e degli effetti sonori, ha fatto un mea culpa sull’argomento dichiarando: “I giocatori hanno tutto il diritto di lamentarsi: una cosa del genere non deve accadere nuovamente per nessun motivo“. Al di là di questo, l’impressione generale offerta da Risen è quella di voler stabilire delle assonanze rispetto ai Gothic, con cui condivide molto. Il primo punto in comune è che il protagonista ha perso la sua identità e si ritrova a vagare per un’immensa e selvaggia isola di cui ignora praticamente tutto.

La trama verrà svelata esplorando e parlando con gli altri personaggi. I dialoghi prevedono scelte multiple che influenzano gli eventi successivi secondo una logica lineare ma insolitamente dinamica. Il linguaggio usato è rude e colorito, limato verso un approccio più occidentale al genere fantasy rispetto al linguaggio edulcorato a cui ci hanno abituato i titolo provenienti dal paese del Sol Levante. Dopo le prime fasi esplorative, utili per prendere confidenza con i controlli, il combattimento e il sistema di crescita del personaggio, bisognerà scegliere una fazione con cui associarsi e svolgere le missioni che verranno offerte da essa. Le fazioni disponibili sono tre: gli Inquisitori, i Banditi e i Maghi, tutte molto interessate alle rovine apparse recentemente sull’isola. Realisticamente non sarà possibile associarsi a più di una fazione in conflitto, fatto questo che garantisce a Risen una buona rigiocabilità, soprattutto per i completisti che non vogliono perdersi nemmeno una riga di dialogo.

Risen_20090312_22
Rispetto al passato l’inventario sembra più funzionale e di facile utilizzo, probabilmente per venire incontro alle esigenze dell’utenza Xbox 360 che avrebbe avuto qualche difficoltà a gestire interfacce troppo complesse come quelle dei Gothic con il solo joypad. La filosofia scelta è quella dello spazio illimitato, utile per non costringere il giocatore a fare avanti e indietro per vendere il superfluo in nome di un falso realismo che non sta né in cielo né in terra. In effetti portarsi dietro dieci o cento spade che differenza fa? Siamo sempre nel mondo della fiction e di realistico c’è ben poco (è un po’ come la storia dei medikit e delle ferite che si rimarginano da sole in tempi record… ma questa è un’altra storia). Il reperimento degli oggetti avverrà tramite il classico sistema ammazza&razzia tanto caro agli amanti dei giochi di ruolo, persone dalla dubbia moralità che adorano frugare tra i cadaveri (c’è anche chi si diverte a palpeggiare gli orchi morti… tenete ben in vista le mani, suvvia). Ovviamente non mancheranno tesori nascosti in fondo a dungeon oscuri e pieni di pericoli.

Il sistema di combattimento sembra molto simile a quello dell’ultimo Gothic (tasto sinistro del mouse per attaccare, tasto destro per parare e contrattaccare). Dal punto di vista della difficoltà non sono stati fatti sconti a nessuno: nonostante alcune concessioni alla modernità come la possibilità di selezionare un nemico-bersaglio, girare in modo scriteriato per l’isola di Risen, soprattutto quando si è di livello medio-basso, riserverà delle sgradite sorprese sotto forma di nemici molto potenti capaci di ammazzare l’eroe senza nome con una semplice alitata (beh, sapete… magari i draghi…). In realtà basteranno anche creature più deboli a dare del filo da torcere al protagonista e non aspettatevi mostri di livello allineato al suo come accade, ad esempio, in Oblivion o in Fallout 3. Il sistema di crescita dei livelli è basato sui maestri, ovvero per apprendere abilità di livello superiore occorrerà trovare qualcuno in grado di insegnarle (a pagamento) e non basterà assegnare i punti esperienza ottenuti come in altri giochi di ruolo. Ovviamente sarà possibile differenziare il personaggio secondo i propri gusti, facendogli percorrere diverse carriere e portandolo a diventare a propria volta un maestro in differenti discipline (chissà se verrà esaudito il mio sogno di poter creare un cuoco francese guerriero).

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Ma veniamo all’isola dove Risen è ambientato: immensa e rigogliosa, è un vero spettacolo per occhi e orecchie (e anche lingua, se siete abituati a leccare i monitor). In alcune zone la vegetazione è così fitta che, pur potendo attraversarla, rende difficile l’orientamento. Non mancano effetti atmosferici e giochi di luce, con la pioggia che pare anch’essa particolarmente fitta e la notte decisamente buia. L’eroe che nessuno riuscirà mai ad aggiungere a un elenco telefonico potrà arrampicarsi, saltare, accovacciarsi e… levitare (come il mago di Segrate). Quest’ultima abilità sarà ovviamente legata a una barra energetica che, una volta esaurita, costringerà a rimettere i piedi per terra (in modo più o meno rovinoso a seconda dell’altezza). Alcune aree sono raggiungibili soltanto levitando quindi, se si vogliono scoprire tutti i segreti del gioco, sarà necessario padroneggiare l’arte del camminare a mezz’aria (il maestro sarà Goku?). E se invece di un mago uno avesse creato un rude guerriero che trova difficoltà anche a camminare? Nessun problema, perché esistono delle pergamene del volo che possono essere acquistate, (solo dai venditori autorizzati e certificati dalla UE) o scritte usando un’abilità apposita (che non sarà sicuramete ‘Sopravvivenza all’ingestione ripetuta di cibo messicano’).

L’uscita del gioco è prevista per il 2 Ottobre in edizione normale e per collezionisti. Quest’ultima costerà di più ma ci troverete dentro le mutande di ghisa del protagonista e una spada vera con la lama sporca del sangue degli sviluppatori.

I requisiti di sistema della versione PC sono i seguenti:

Minimi:
Windows XP/Vista, CPU a 2.0 GHz, scheda grafica Dx9.1 con shader model 3.0 e 256MB di video RAM, 1GB di RAM.
Consigliati:
Windows XP o Vista, CPU dual core a 3.0 GHz, scheda grafica Dx9.1 con shader model 3.0 e 512MB di video RAM, 2GB di RAM.

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[Diario] Tanti auguri Dreamcast :) https://arsludica.org/2009/09/09/tanti-auguri-dreamcast/ https://arsludica.org/2009/09/09/tanti-auguri-dreamcast/#comments Wed, 09 Sep 2009 14:54:14 +0000 http://arsludica.org/?p=5581 Per saperne di più]]> 9/9/99

logo Dreamcast PAL

Sono passati ben 10 anni dal lancio del rivoluzionario SEGA Dreamcast, console che regalò gioie e dolori ai videogiocatori di tutto il mondo. Macchina di culto e simbolo della fine del videogioco arcade (quello vero, delle sale), in 10 anni ha raccolto non poche delusioni commerciali (per via della pessima gestione della SEGA) e tanti tributi da parte di critica e videogiocatori che ancora oggi ne piangono la prematura dipartita. E’ inutile stare qui a chiedersi come sarebbe andata se avesse beneficiato del supporto di un colosso quale EA (che decise di supportare in pieno le rivali Playstation e Playstation 2) e di una migliore campagna di advertising (un mostro di potenza del genere veniva pubblicizzato dalla Giochi Preziosi qui in italia, praticamente veniva notato solo dai bambini che guardavano Bim Bum Bam) fatto sta che la produzione venne cessata troppo presto, ma non prima di averci lasciato delle perle di inestimabile valore storico, ludico e artistico da aggiungere alle innovazioni tecnologiche riprese dai competitors (anche nell’Xbox c’è un po’ di Dreamcast) qualche anno dopo.

dc_f745

DC, ti ho amato tanto, anche se quella dannata conversione di Scud Race non è mai arrivata.

Sappi che anche dopo dieci anni la tua spirale (rossa o blue) continua a girare nel cuore di molti di noi.

Buon compleanno. =)

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Wolfenstein https://arsludica.org/2009/09/07/wolfenstein/ https://arsludica.org/2009/09/07/wolfenstein/#comments Sun, 06 Sep 2009 22:37:44 +0000 http://arsludica.org/?p=5495 Per saperne di più]]> Sviluppato da Raven Software | Distribuito da Activision | Piattaforme: PC, Xbox 360, PlayStation 3 | Pubblicato Agosto 2009 | Sito ufficiale

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Wolfenstein è il classico gioco della Raven: un compitino ben svolto che procede lungo un elettrocardiogramma piatto ma che è ben confezionato, e che non lascia spazio a nient’altro che al consumo rapido e coatto. I nazisti ci sono e sono sempre quelli del primo Wolfenstein 3D, ovvero sono caratterizzati da una malvagità fumettistica che li rende più un’astrazione che una ricostruizione storica. Il vero nazista è il protagonista, un macho americano con la barba sfatta che incarna il modello dell’eroe-tipo dei videogiochi degli ultimi anni,  privo di qualsiasi personalità e un concentrato di sciocca arroganza tratteggiato da un fare rozzo e da battute salaci prive di creatività (che sia un’allegoria del videogiocatore medio?). Insomma, prendete un brand celebre, i nazi finti, il nazi vero, un po’ di paranormale e mescolate cuocendo a fuoco lento per avere Wolfenstein in tutta la sua gloria.

La trama è un distillato di resti umani con il nostro B.J. Blaskowitz, arrogante sin dal nome, che si approccia all’occulto come una prostituta si approccia ai clienti. E qui bisognerebbe fare un piccolo accenno a quanto il mondo dei videogiochi abbia bisogno di sceneggiatori di livello, con quel tanto di cultura che basta a non far pronunciare ai personaggi frasi tratte dal bignami delle battute cinematografiche dei film per adoloscenti che stanno scoprendo l’arte della masturbazione. Ma questa è, indubbiamente, un’altra storia. Rimane però il fatto che Wolfenstein è affetto da scelte narrative che sfiorano il ridicolo in più di un’occasione e che probabilmente, se il titolo non si prendesse troppo sul serio, sarebbero state ottime per una rilettura satirica del genere. Invece il nostro eroe sembra convintissimo di essere il più figo del mondo, atteggiamento che lo rende odioso e che lo espone al lancio di pomodori virtuali ogni volta che parla.

Wolf2 2009-09-04 22-58-19-77

Il livello migliore del gioco è indubbiamente il primo, quello in cui fa la sua apparizione il liquido azzurro (estratto di puffo?) che altera la gravità. Si tratta di una trovata non originalissima ma dal buon impatto spettacolare; peccato che sia stata sfruttata pochissimo nel resto del gioco. Si arriva quindi in città, hub di raccordo tra le diverse, linearissime, missioni e languida strizzata d’occhio al free roaming e si inizia a fare sul serio entrando in contatto con i mercanti di armi, con la resistenza e con una società segreta che si occupa di occulto. L’idea più fresca è sicuramente quella delle armi moddabili, previa spesa dell’oro reperito cercando nei livelli; mentre i famosi poteri occulti,  derivati dal cosiddetto “velo”, si riducono a fornire forza, velocità e resistenza extra e a svelare passaggi nascosti oppurtanamente segnati.

Le missioni vanno affrontate in un ordine prefissato, a parte le quattro facoltative che possono essere svolte in qualsiasi momento, e in generale sono linearissime. All’inizio della missione della miniera viene spiegato che è stato implementato un sistema stealth. In realtà si tratta di una bestemmia bella e buona che non ha assolutamente senso, visto che è molto più pratico piantare pallottole in testa ai nemici che perdere tempo ad arrivargli alle spalle per colpirli di sorpresa, anche perché l’esercito nazista è composto da una masnada di idioti pronti a tutto pur di farsi ammazzare dal primo americano di passaggio. Capisco che dei nemici troppo reattivi potrebbero mettere in difficoltà qualche acquirente minchione e capisco anche che nazismo e intelligenza insieme sono un ossimoro, ma qui si esagera e la stupidità artificiale tocca vette di puro lirismo. Così non sono rari i nazi che coprendosi dietro a dei barili esplosivi sparano colpendo il barile stesso con il prevedibile risultato di finire all’altro mondo (vogliono candidarsi per i Darwin Awards?). In altri casi il barile rosso non lo colpiscono… ma perché nascondersi proprio dietro a un barile esplosivo? Ovviamente gli sparo io (compiendo un gesto di profonda pietà) e loro fanno comunque una finaccia coprendosi di ridicolo.

Wolf2 2009-09-04 21-05-08-42

Ma gli esempi di scarsa intelligenza dei nemici non si limitano al sistema di copertura totalmente sballato: non mancano occasioni in cui i nazi si divertono a correre allo scoperto contro il protagonista (carenza di piombo?) o altre in cui non sparano per qualche secondo pur avendo il bersaglio a tiro. In altri casi è il level design a essere carente e possono capitare, tanto per fare un esempio, dei cecchini posizionati proprio accanto ai famigerati barili rossi (perché poi le basi naziste dovrebbero contenere tutto questo esplosivo messo a cazzo in giro per le piattaforme qualcuno ce lo vuole spiegare? Forse è un modo sottile per rappresentarne la furbizia?). Il top lo si raggiunge quando i nemici sfigati ottengono in dotazione delle barriere di energia occulta che, teoricamente, dovrebbero usare per proteggersi… beh, non lo fanno quasi mai e spesso, pur avendo le barriere attive, sono ben lieti di uscire allo scoperto per farsi crivellare con amore. Sinceramente mi chiedo come abbia fatto un esercito del genere a terrorizzare il mondo, vista la quantità d’imbecilli da cui era formato (stando a Wolfenstein).

Commento affranto: Wolfenstein è uno sparatutto in prima persona classico e banalotto, anche divertente finché dura e se si chiude un occhio sui suoi limiti, mancante però di picchi o anche di semplici sobbalzi che lo innalzino sopra la media del genere. Anzi, probabilmente ci troviamo di fronte al prodotto medio per eccellenza, che prende un po’ qui e un po’ là e che pretende soltanto un giro veloce prima di autoconsegnarsi all’oblio.

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https://arsludica.org/2009/09/07/wolfenstein/feed/ 9 5495
Cursed Mountain https://arsludica.org/2009/09/03/cursed-mountain-recensione/ https://arsludica.org/2009/09/03/cursed-mountain-recensione/#comments Thu, 03 Sep 2009 21:37:40 +0000 http://arsludica.org/?p=5480 Per saperne di più]]> Sviluppato da Deep Silver | Distribuito da Koch Media | Piattaforme: WII | Pubblicato Settembre 2009 | Sito ufficiale

Cursed_Mountain_20090209_01Della serie: in montagna non vive solo Heidi. Cursed Mountain ha due grandi vantaggi rispetto alla concorrenza, vantaggi che magari non saranno caratteristiche del gioco vere e proprie ma che vanno comunque considerati. Il primo è che su Wii la concorrenza è scarsa se non proprio nulla. Il secondo è che il genere dei survival horror si è snaturato a tal punto negli ultimi anni che ha alienato più di un giocatore, facendolo fuggire schifato. Il primo vantaggio non credo richieda troppe delucidazioni e da solo spiega anche perché molti proprietari di Wii aspettassero Cursed Mountain con una certa ansia. I giochi tradizionali (diciamo “tradizionali” rispetto alle generazioni di console dell’epoca PSX e dell’epoca PS2) latitano sulla console Nintendo e ogni nuova uscita è ben accolta dalla comunità.
La questione dello snaturamento del genere, invece, riguarda il fatto che anche sulle altre console c’è poco che possa ricordare vagamente un survival horror alla Alone in the Dark, con gli sviluppatori sempre più propensi a degradare le serie famose riducendole a sparatutto a tema horror pieni di filmati spettacolari ma in cui la suspense latita a favore di scelte di regia cialtronesche che sembrano ispirate ai teen movie più che alla consapevolezza dell’effetto emotivo che si vuole produrre. Insomma, riuscirà Cursed Mountain a raccogliere consensi tra i delusi delle sparatorie infinite di Resident Evil 5?

Il gioco si presenta bene grazie all’ambientazione originale e affascinante che finalmente fa uscire il genere dalle case stregate o dalle città infestate (dai, fatemi fare la battuta. La faccio? È “fresco”. Ora potete picchiarmi). Visivamente non è male come dicono in molti; certo, non è eccezionale, ma nella softeca Wii non sfigura di sicuro.
Inoltre, texture stirate a parte, mi sembra che si sia fatto un uso intelligente dei colori per rendere l’atmosfera più livida e meno rassicurante. L’avvio è piuttosto lento, con il protagonista, Eric Simmons, scalatore professionista giunto sull’Himalaya in cerca del fratello Frank, scalatore anch’esso e scomparso misteriosamente, che gira per le strade deserte di una città in putrefazione dove si sente solo il soffiare del vento. Che fine hanno fatto i cittadini? Perché sono fuggiti? Il giocatore viene messo sul chi vive da qualche apparizione soprannaturale; i pericoli latitano ma girare per quell’ambiente vuoto mette inquietudine e la già sottolineata lentezza aiuta a generare una certa apprensione, che in un gioco horror non fa mai male. Diciamo che gli sviluppatori hanno scelto un ritmo molto graduale in crescendo, senza arrivare agli eccessi di un RE 4 o 5, prendendo ispirazione dai capisaldi del genere. I primi minuti sono tutti dedicati all’apprendimento del sistema di controllo, con lo stick del nunchuk che serve per muoversi, il tasto Z per correre e il telecomando per agire. Inizialmente non è chiaro se i sensori di movimento siano stati sfruttati in qualche modo, ma andando avanti si scopre che servono per distruggere, tramite delle serie di movimenti, dei simboli magici che appaiono sugli oggetti (porte, rocce sacre, dipinti e così via) e sui nemici e, soprattutto, per mirare in combattimento.

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C’è poco con cui interagire, almeno finché non si prende la piccozza e si può iniziare a spaccare qualche vaso. Ovviamente il fine non è la gratificazione del teppista che è in noi ma il reperimento di oggetti, tra i quali i preziosissimi incensi profumati che se usati con degli altari permettono di recuperare energia. La piccozza (con lama sacra aggiunta) è anche la prima arma che il buon Erik dovrà impugnare contro i fantasmi, creature inquiete e disperate che vagano per i livelli con il solo scopo di… ma vi devo dire anche che cosa fanno i nemici nei videogiochi? Pigri. Immaginate. No, non è Metal Gear Solid, quindi non parlano per ore (e la battuta settimanale su Metal Gear è andata); al massimo gemono un po’.

Il sistema di combattimento è molto semplice: con il tasto B si colpisce corpo a corpo, mentre premendo il tasto C Erik attiva il terzo occhio che gli consente di mirare e sparare sempre con la piccozza magica. I fantasmi sono inizialmente lenti e goffi, ma andando avanti prendono un po’ di coraggio e diventano più complicati da mandare definitivamente all’altro mondo. Non mancano neanche i boss che si danno da fare per rispedire a valle il nostro Erik, magari in posizione orizzontale.

Uno degli elementi più interessanti di Cursed Mountain è che la trama migliora invece di peggiorare. Le prime battute di gioco lasciano temere il peggio, anche se non definiscono nulla con precisione; ma andando avanti la situazione s’intrica, spuntano temi più adulti e si hanno delle rivelazioni interessanti che intrigano non poco e che aiutano a passare sopra alla facilità generale degli enigmi e dei combattimenti. In realtà anche sulla durata si potrebbe discutere un po’: non è lunghissimo, questo è vero, ma a conti fatti va anche detto che non si disperde in lungaggini inutili messe tanto per allungare il brodo e, soprattutto, costa qualcosa in meno rispetto alla media dei titoli per Wii, il che non è affatto un male. Diciamo che qualche enigma un po’ più complicato gli avrebbe fatto bene e che anche i fantasmi non verranno ricordati certo per coriaceità, ma per il resto non mi sento affatto di affossarlo per questo motivo, anche perché non mi sembra più corto rispetto a moltissimi altri giochi. Diciamo che è nella media e tagliamo la testa al toro (visto che Emack non s’è voluto sacrificare al suo posto).

Commento finale, definitivo, firmato e controfirmato con il sangue: Cursed Mountain non è un capolavoro, ma è sicuramente un gioco intrigante che sul Wii spicca particolarmente (l’effetto è quello di Cristoforo Colombo che fa vedere gli orologi ai nativi americani) grazie alla trama e all’ambientazione (ottima anche per combattere gli ultimi scampoli della calura estiva).

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[Anteprima] Fairytale Fights https://arsludica.org/2009/08/28/fairytale-fights-anteprima/ https://arsludica.org/2009/08/28/fairytale-fights-anteprima/#comments Fri, 28 Aug 2009 14:13:45 +0000 http://arsludica.org/?p=5469 Per saperne di più]]> Sviluppato da Playlogic Game Factory | Distribuito da Koch Media | Piattaforme: PC, PS3, Xbox 360, | Previsto per 23 Ottobre 2009 | Sito ufficiale

1Che sia questo il gioco che American McGee non ha potuto o saputo fare?

Immaginate un mondo colorato in cui tutti gli alberi sono rigogliosi e fischiettano insieme agli animaletti pieni di buoni sentimenti. Immaginate vasti prati verdi, fiori ovunque, castelli in cima a montagne apparentemente inaccessibili, uomini pelati e molto simpatici che decidono di sposarsi e, soprattutto, personaggi piccoli e tondeggianti dall’aspetto buffo e simpatico che vivono in città in cui la gente sorride (addirittura). Cosa ne ha fatto McGee di una simile materia? Beh, ha preso un nano dotato del potere di trasformare il bene in male e ha mutato la favola in horror. Dovessi indicare il più grosso difetto di Grimm direi l’”incisività”, ovvero l’incapacità di portare fino al limite estremo il tema di fondo del gioco, rimanendo sul vago e non stupendo mai per crudeltà o ispirazione (come invece aveva fatto con Alice). Fairytale Fights sembra voler percorrere una strada simile, ma sceglie di lasciare intatta la bellezza delle favole… sfigurandola e inondandola di sangue (denso e voluminoso).

Le tenere creaturine che popolano il mondo di gioco hanno gli occhi di fuori e sanno usare spade, asce e coltelli. Se le danno di santa ragione al punto da massacrarsi (letteralmente) e da inondare di sangue i lussureggianti scenari. Ciò che rende promettente Fairytale Fights è l’estremo cinismo, l’amoralità programmatica e la capacità di osare, anche nella rappresentazione visiva, cercando di superare i limiti che hanno frenato titoli dalle ambizioni simili. I quattro protagonisti provengono da altrettante favole (degno di menzione il re nudo con una foglia davanti al pacco) e si muovono in un ambiente tridimensionale (mosso dall’Unreal Engine, detto per amore di cronaca) particolarmente curato e dettagliato che fa dell’eccesso la sua cifra stilistica (basta osservare l’artwork del castello di dolciumi che ho messo per illustrare l’articolo per rendersene conto).

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Il tentativo di esasperare ogni elemento sembra evidente sin dal trailer, dove non mancano nemici facilmente riconoscibili ed entrati da tempo nell’immaginario di massa, come l’uomo focaccina e, soprattutto, i riferimenti a uno dei generi indie hardcore per eccellenza, ovvero quello degli arena shooter; particolari questi che danno precisamente l’idea di dove vuole andare a parare il gioco, che rimane comunque un hack’n’slash con elementi platform. Gli sviluppatori hanno dato addirittura un nome alla tecnologia di smembramento dei personaggi (Dynamic Slicing Technology… è fantastico, me lo sono segnato su un’agendina di pelle umana) affermando di voler dare al giocatore il controllo sugli affettamenti dei nemici (chissà se funziona… potrebbe tornarmi utile nel caso decidessi di seguire la carriera di serial killer, un mio vecchio pallino) e per non scontentare nessuno hanno realizzato più di centoquaranta armi adatte a tutti i gusto. Il pezzo forte del gioco sembra essere la modalità co-op con fino a quattro giocatori che potranno andare in giro a compiere interventi chirurgici a cielo aperto.

Riuscirà la causticità di Fairtytale Adventure a fare breccia in un Natale 2009 particolarmente affollato di titoli? In realtà dopo il matrimonio di Joe niente avrà più senso e il mondo finirà con largo anticipo anche rispetto alle profezie più aggiornate, quindi di cosa mi devo preoccupare?

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Shadow Complex https://arsludica.org/2009/08/25/shadow-complex/ https://arsludica.org/2009/08/25/shadow-complex/#comments Tue, 25 Aug 2009 06:20:35 +0000 http://arsludica.org/?p=5405 Per saperne di più]]> Sviluppato da Chair Entertainment | Pubblicato da Microsoft
Uscito il 19 Agosto 2009 | Piattaforme: X360 (XBLA, 1200MSP/14.40€)

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Far uscire un clone di Metroid (quello vero, non l’FPS) su una console diametralmente opposta a Nintendo per utenza e offerta è una scelta coraggiosa e non mi stupisce più di tanto che a farla sia stato uno studio indipendente, Chair Entertainment, piuttosto che un grande publisher. Fortunatamente per noi Chair ha fatto un ottimo lavoro sia a copiare che a migliorare il paradigma dei Metroidvania, regalandoci un vero e proprio capolavoro travestito da budget game.

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In Shadow Complex si vestono i panni di Jason Fleming che, dopo una vita passata ad assecondare il padre che lo vorrebbe ufficiale, decide di mandare tutto al diavolo dichiarandosi non adatto a combattere e desideroso di una vita meno avventurosa. La parentesi pacifista di Jason si chiude quando Claire, la sua nuova fiamma, viene rapita durante un’escursione da un’organizzazione high-tech che mira alla conquista del mondo. Armato solo di torcia, pistola e del suo passato addestramento, Jason si introduce di soppiatto nella base nemica con l’obiettivo di salvare la donzella in pericolo e suo malgrado non può fare a meno di riconoscere le ragioni del padre sul combattere per difendere una causa a cui si tiene…

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Shadow Complex è un action RPG in 2.5D esplorativo. Ciò vuol dire che, nonostante il gioco sia completamente 3D, il protagonista si muove su un piano come in un normale platform. Tutto il resto (i nemici, la telecamera e la vostra mira) può spaziare liberamente nelle tre dimensioni. Per far questo si controlla il personaggio con la levetta sinistra del joypad e si mira con quella destra, avendo un controllo totale sulla direzione di puntamento dell’arma, conferendo la possibilità di effettuare manovre tipiche degli FPS come headshot o colpi alle gambe e alle mani per disarmare o disabilitare i nemici. Forse la più grande novità di Shadow Complex è proprio l’abbandono dello stantio salta-spara, che continua a piagare anche i moderni platform, per un sistema di controllo più dinamico ed immediato.

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I precisissimi controlli sono l’unica variazione sul tema dei platform esplorativi: tutto il resto è una armonica evoluzione Next-Gen del genere. Abbiamo la mappa divisa in quadranti che si svelano man mano che si esplora, le abilità acquisite e potenziate durante l’avventura (il nostro eroe troverà un’armatura che gli conferirà poteri sovrumani), boss spettacolari che sfruttano intelligentemente le tre dimensioni e un numero quasi pornografico di segreti. Ci sono persino le stanze-checkpoint tramite le quali si acquisiscono i nuovi waypoint di missione ed una mappa automatica che sembra venire dritta dritta da Super Metroid. Naturalmente l’esplorazione è cadenzata dall’avanzamento dei poteri di Jason e dell’acquisizione di nuove armi: alcune barriere (porte, condotti, massi, laghi, etc) possono essere superate solo con alcune armi o usando abilità avanzate (come il salto triplo o il jetpack). Questo vuol dire che l’avventura non sarà proprio lineare e se vorrete ottenere il 100% di abilità e gadget dovrete fare non poco backtracking. Questa attività è resa un po’ meno noiosa dalla dinamicità delle locazioni: oltre agli incontri scriptati spesso ci si imbatterà in veri e propri incontri casuali, come una sentinella di passaggio, un gruppo di guardie che andava chissà dove, droidi e così via. Anche i danni provocati alle strutture con il tempo vengono riparati. Questa tendenza al verosimile si riflette anche sull’IA dei boss. Nonostante essi abbiano i tradizionali schemi di attacco che ci si aspetta da un action RPG, gli sviluppatori li hanno dotati di alcune chicche per rendere il gioco più interessante: nascondersi dietro una copertura o scappare nelle stanze adiacenti quasi sempre innesca una reazione da parte del nemico, che cercherà di stanare l’avversario utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione.

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Se la storia sa molto di produzione a basso costo (non a caso è liberamente ispirata da una serie di romanzi di Orson Scott Card), il gameplay e la superba realizzazione tecnica fanno perdonare tutto. Non stupisce che Epic si sia mossa per acquisire lo studio indipendente pochi mesi prima dell’uscita del gioco: il tuning fatto a tutti i difettucci dell’Unreal Engine 3 è impressionante. In generale la qualità grafica è notevole, un pesantissimo download (circa 1GB) rende possibile il supporto di modelli ad altissima risoluzione e scenari che sono dei veri e propri set. Chair ha saputo valorizzare molto le locazioni: poiché la camera non stacca mai dall’azione, gli intermezzi si fondono armonicamente con il resto creando effetti cinematici di grande impatto anche quando si assiste all’arrivo di semplici soldati sulla scena. L’unica pecca di questo dinamismo è che quando si passa da una zona all’altra spesso la telecamera cambia distanza d’inquadratura, rendendo discontinua l’esperienza di gioco quando ci si sposta velocemente.

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Veniamo ora ad uno degli aspetti più critici del genere: la durata e la longevità. L’esperienza di gioco di Shadow Complex è paragonabile per durata a Metroid Zero Mission (considerando entrambi gli atti), anche se a livello di segreti e sbloccabili è molto più simile a Castlevania Symphony of the Night e potrebbe darvi filo da torcere, in particolare se vorrete correre dietro a tutti gli obiettivi. Parliamo, in definitiva, di circa 5-6 ore di gioco per il primo completamento, tempo che dipenderà moltissimo dal livello di difficoltà scelto e dall’abilità del giocatore nelle sequenze d’azione. Per 1200MSP (meno di 15€) i contenuti e la qualità sono del tutto accettabili. Stupisce un po’ che Microsoft non abbia ceduto alle pressioni di Epic per un prezzo più alto.

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Oltre alla campagna sono anche presenti tre mission pack di sfida (per un totale di 21 missioni) che ricordano molto i livelli-puzzle di Metal Gear Solid: VR Missions. Tramite di esse è anche possibile competere (solo con una classifica, non in multiplayer) con gli altri utenti di Xbox Live!.

Non si può chiudere la recensione senza parlare di obiettivi. Shadow Complex rientra nella categoria dei giochi bastardi: per completare una parte considerevole dei soli 200 punti di obiettivi è necessario rigiocare tutto almeno 5 volte (ma anche di più se non pianificate prima il da farsi). Veramente troppo per un gioco con solo due finali.

Il prezzo contenuto e l’elevata qualità tecnica e ludica ne fanno un must-buy per qualsiasi giocatore che ami i Metroidvania.

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Tales of Monkey Island: The Siege of Spinner Cay https://arsludica.org/2009/08/24/tales-of-monkey-island-the-siege-of-spinner-cay/ https://arsludica.org/2009/08/24/tales-of-monkey-island-the-siege-of-spinner-cay/#comments Mon, 24 Aug 2009 06:00:40 +0000 http://arsludica.org/?p=5397 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da Telltale Games | Piattaforme PC, Wii (Wiiware) | Rilasciato il 22 Agosto 2009

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Un’introduzione affidata alle preoccupanti predizioni della maga Voodoo Lady fa da preludio ad uno scoppiettante duello che apre questo secondo capitolo di Tales of Monkey Island. Guybrush, diretto a salvare la sua amata Elaine, viene attaccato niente popò di meno che da Morgan LeFay, mercenaria assoldata dal dott. De Singe per ucciderlo e amputargli la mano infetta dalla pox di Le Chuck, nube tossica generatasi dopo il tentativo di Guybrush di farlo fuori. Assisteremo e parteciperemo a questo duello direttamente col nostro mouse, cercando di trovare un modo per sbarazzarci della bella LeFay, cacciandola dallo Screaming Narwhal; peccato che dopo aver salvato la pellaccia ci ritroveremo un uncino al posto della suddetta mano.

Per le solite limitazioni dei titoli Telltale, non e’ possibile tornare all’isola Flotsam (presente nel primo episodio) perché avvolta dai suoi ostici venti. Visiteremo pertanto le Jerkbait Islands facendo conoscenza con le sirene che le popolano subito dopo aver riabbracciato Elaine alle prese con delle scomode trattative per conto del pirata McGillicutty. Nel frattempo, con stupore facciamo conoscenza con il nuovo Le Chuck spogliato delle vesti zombesche, che farà di tutto per convincerci di essere rinato e aver intrapreso la via dell’umanità.

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Con questo secondo episodio si va delineando sempre più la figura di questo nuovo Guybrush che si allontana un po’ dal tonto protagonista di Escape from Monkey Island e che, anche se assoggettato da un’autoritaria Elaine, mostra una personalità più marcata che nelle ultime apparizioni. Aumentano le gag che lo rendono protagonista, piccoli siparietti realizzati con convinzione e che riescono a strappare più di un sorriso, spesso facendo riferimento anche ad eventi legati alle precedenti avventure.
L’inventario di questo capitolo accoglie più oggetti del solito e la necessità di combinarne due è più utilizzata rispetto al primo capitolo. L’accompagnamento sonoro è buono anche se troviamo un Micheal Z. Land che si limita a fare il suo compitino. Purtroppo su PC non è possibile acquistare i singoli episodi, a differenza della versione Wii, quindi se siete ancora scettici sull’andazzo di questa serie posso tranquillizzarvi dicendovi che il livello si mantiene alto anche con questo secondo capitolo.

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Giana Sisters DS https://arsludica.org/2009/08/21/giana-sisters-ds/ https://arsludica.org/2009/08/21/giana-sisters-ds/#comments Fri, 21 Aug 2009 06:00:47 +0000 http://arsludica.org/?p=5376 Per saperne di più]]> Sviluppato da Bitfield | Distribuito da dtp entertainment AG | Piattaforme: Nintendo DS | Rilasciato nel 2009 | Sito ufficiale

artAnni colmi di remake questi ultimi, prima fioriti nella scena indie, sempre piena di appassionati pronti a rifare il loro videogioco preferito, quindi trasbordati verso l’industria che, in tempi in cui se un gioco non ha un numero davanti al nome non vende, ha accolto come la manna dal cielo la possibilità di sfruttare commercialmente qualche vecchia gloria. Così ecco che i vari servizi di distribuzione digitale delle tre console maggiori si sono riempiti di remake più o meno riusciti, i quali hanno riattizzato fiamme apparentemente sopite e ridato potenza sessuale ai vecchi videogiocatori ormai impantanati davanti alla TV o davanti ai videopoker. Al grido di: “spendi trecento euro per una console, poi altri venti e gioca a… Bubble Bobble, ma con la grafica rifatta”, la cafonissima industry videoludy sempry pronty a speculare sulla propria carcassa non fa mancare nulla sul piatto delle riesumazioni per necrofili, roba degna di un banchetto nuziale per nerd di quarant’anni.

Dopo The Secret of Monkey Island Special Mega Supra Ultra Beta Menga Edition, realizzato da un parrucchiere in vena di scherzi, parliamo di un classico ancora più classico: The Great Giana Sisters, diventato per l’occasione Giana Sisters DS. L’originale uscì nel 1987 per Commodore 64 e Amiga 500 e fu causa di grossi turbamenti per la vita sessuale di Pino Miyamoto che, dopo averci giocato, soffrì di eiaculazione precoce per sei mesi e dovette comprare un cucciolo per riprendersi (e vai di Nintendogs). Il motivo? Era identico al suo Super Mario Bros. In effetti nei primi livelli cambiavano soltanto il sesso e il mestiere della protagonista (e se Giana fosse un idraulico? Lo ha mai appurato qualcuno?), mentre nei successivi i cambiamenti c’erano ma erano poca cosa (probabilmente gli sviluppatori non erano stati capaci di arrivare oltre un certo punto in Super Mario e avevano dovuto fare da soli).

Ne nacque una delle prime querelle della storia del videoludo, con la Nintendo che inviò un paio di teste di cavallo alla Rainbow Arts per intimargli di ritirare il gioco dal mercato e con la Rainbow Arts che, forte del proprio onore, pronta a dare battaglia e tronfia del suo successo, chinò la testa e mandò il ragazzino di Paperboy a riprendere le confezioni del gioco dai negozi, temendo che la casa giapponese vincesse una causa legale e ottenesse come risarcimento la collezione di tanga maschili usati di Manfred Trenz (il grafico). Gli sviluppatori di Giana, i Time Warp Productions, si ritirarono in montagna, sacrificarono Armin Gessert (il programmatore) al dio Bhaal e, colpiti dalle accuse, cambiarono nome e realizzarono un gioco completamente originale che nessuno gli avrebbe mai potuto contestare: Katakis. Ma questa è un’altra storia.

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Ovviamente The Great Giana Sisters è passato alla storia come un videogioco maledetto, più di tutti quelli del C64 che non partivano perché il nastro delle cassette su cui erano registrati era rovinato, e il suo nome si è perpetuato negli anni entrando a pieno diritto tra i miti del medium videoludico. Ironicamente nel 2008-9 ne viene fatto un remake per Nintendo DS, console di punta della Nintendo, prodotto nientemeno che dalla Spellbound, società di sviluppo fondata nel 1994 proprio da Armin Gessert. Potevo non comprarlo (e sono malato, che ci devo fare…)?

Giana Sisters DS è un titolo pieno d’ironia. Iniziamo con il dire che è sempre un clone spudorato di Super Mario Bros., con tanto di muretti da abbattere a testate e oggetto da raccogliere (una palla) per punkizzare Giana, facendole così ottenere  il potere di sparare palle di fuoco. Per il resto si tratta di un un platform molto classico, talmente classico che sembra uscito da un sistema a 8 bit (ma con la grafica aggiornata… e decisamente non male): lo scopo è quello di raggiungere le bandierine messe alla fine degli ottanta e passa livelli, evitando trappole, mostri e raccogliendo gemme blu (cento gemme danno una vita extra) e rosse (trovando tutte le gemme di un livello si otterrà il punteggio perfetto, mentre superando con punteggio perfetto tutti i livelli di un mondo, si otterrà l’accesso a un livello bonus ambientato sulle nuvole).

Le prime fasi di gioco sono molto facili, con salti corti, mostri prevedibili e gemme rosse messe in luoghi individuabili anche dopo una sessione intensiva di Cucina il tuo Nintendo DS. Diciamo che le cose si fanno serie dal quinto mondo in poi, con i salti che diventano più ardui, mostri più rognosi e le gemme rosse posizionate in punti complicati da raggiungere. Niente di impossibile, sia chiaro, ma almeno non si va avanti filando come una zecca sul sedere di un cavallo. Alla fine di ogni mondo c’è il classico boss: un drago verde piuttosto bruttarello che va sconfitto saltandogli in testa. A parte il primo mondo, dove non c’è boss, troverete sempre lui a sbarrarvi la strada. Superato l’ultimo mondo e vista la sequenza finale, si avrà accesso a uno stage bonus pensato per i giocatori masochisti. Rispetto all’originale ci sono due varianti: le gomme da masticare che permettono di volare e la bibita gassata che consente di distruggere muri non raggiungibili con la testa.

Commento: Giana Sisters DS è un tuffo nel passato, una specie di riconciliazione a scopo commerciale che piacerà a tutti quelli che rimpiangono i bei tempi andati o agli appassionati di platform game che si sentono orfani, soli e incompresi. Probabilmente il giocatore moderno si troverà spiazzato di fronte a un titolo che fa della vecchiezza il suo maggior punto di forza. Vecchiezza che consiste in meccaniche di gioco essenziali e ripulite da anni di lordure accumulate alla ricerca della modernizzazione. Personalmente l’ho trovato ben fatto e, nonostante qualche resistenza dovuta all’ambiguità dell’operazione in sé, credo che valga la pena provarlo. A parte tutto, sarete invece felici di sapere che in onore della pubblicazione del gioco, Armin Gessert e Shigeru Miyamoto si sono incontrati e hanno fatto sesso. Era ora, dopo più di vent’anni che si mandavano messaggi anonimi pieni di parolacce.

Sito ufficiale di Pikomi – l’illustratore che ha dato lo stile alla grafica del gioco
The Great Giana Sisters – Pagina di Wikipedia dove è spiegata in dettaglio la storia del gioco originale (metto la pagina inglese perché quella italiana manca di molti dettagli interessanti)
Sito ufficiale di Giana Sisters DS

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Tales of Monkey Island: Launch of the screaming Narwhal https://arsludica.org/2009/08/19/tales-of-monkey-island-launch-of-the-screaming-narwhal/ https://arsludica.org/2009/08/19/tales-of-monkey-island-launch-of-the-screaming-narwhal/#comments Wed, 19 Aug 2009 18:18:59 +0000 http://arsludica.org/?p=5331 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da Telltale Games | Piattaforme PC – Wii (Wiiware) | Rilasciato il 7 Luglio 2009

Visti il successo e l’importanza del ritorno di Guybrush Threepwood, abbiamo deciso di trattare i 5 capitoli di Tales of Monkey Island singolarmente.

L'eterno scontro tra Le Chuck e Guybrush

Il primo contatto con il nuovo Monkey ci offre delle soluzioni in termini di regia e controlli mai viste prima nella saga. Ambientato in un mondo per la prima volta tridimensionale, possiamo apprezzare una regia dinamica, con inquadrature in movimento e primi piani che ci permettono di ammirare le animazioni facciali. Le concitate fasi di gioco iniziali ci vedono nei panni di un Guybrush intento a salvare la moglie Elaine, prigioniera sul vascello maledetto del solito Le Chuck, in mezzo a una tempesta tropicale. L’approccio coi comandi non è dei migliori: il mouse propone un controllo scomodo e solo parzialmente da punta e clicca, circostanza che ci spinge a preferire i tasti WASD, ottenendo un controllo alternativo più preciso e immediato.

Sotto un vestito che sembra cucito su misura per un titolo da console si cela un gioco che tiene fede agli standard qualitativi della saga, pur se adattati alla struttura tipica dei prodotti Telltale. Il doppiaggio è più che buono, così come le musiche curate da Michael Z. Land, da sempre il compositore della serie. E’ presente una decente quantità di enigmi, tra cui un paio di non immediata risoluzione, che contribuiscono positivamente al fattore longevità senza frustrare il giocatore. Finalmente ci viene offerta la possibilità di combinare due oggetti (non di più) dell’inventario, novità più che gradita in un titolo Telltale.
Un ottimo lavoro è stato fatto nella caratterizzazione dei personaggi, nuovi e vecchi, che sicuramente rivedremo anche nei prossimi episodi. Tecnicamente il gioco è basato sul solito Telltale Tool, che comincia a mostrare qualche segno di cedimento sotto il profilo prestazionale: sono stati introdotti alcuni effetti scenici che influenzano sensibilmente il frame rate e che ci spingono a ridurre sensibilmente il dettaglio su sistemi non proprio giovanissimi (ma che sono capaci di far girare dignitosamente videogiochi graficamente più gradevoli). Aggiungo anche che qualche poligono in più non avrebbe guastato. Che sia ora di rivederne un po’ il codice?

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Il sistema a episodi viene incontro alla struttura a capitoli tipica di ogni Monkey Island, permettendoci di considerare Launch of the Screaming Narwhal come il primo capitolo di questo pseudo Monkey Island 5.
La durata del titolo varia dalle 3 alle 4 ore, in base alla vostra bravura nel risolverne gli enigmi, una longevità più che dignitosa se consideriamo il prezzo e le precedenti iterazioni di Telltale. Vi ricordo che l’intera stagione al momento verrà distribuita solo digitalmente e in lingua inglese (compresi i sottotitoli); probabilmente entro la fine dell’anno uscirà una versione italiana, magari anche doppiata (non ci sono conferme a riguardo)!

Launch of the screaming Narwhal è già il titolo più venduto della storia di Telltale, il che ci fa sperare in ottimi seguiti e in un rafforzamento del rapporto di collaborazione tra Telltale Games e LucasArts, magari con qualche altra storica saga o perché no, una nuova IP da scaffale!

Un buon inizio, che ha deluso pochi (inevitabilmente, dato il rischio del resuscitare una saga di tale valenza storica) e lasciato molti soddisfatti; a breve parleremo del secondo capitolo: The Siege of Spinner Cay!

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I Tre Moschettieri: Uno per tutti! https://arsludica.org/2009/08/19/i-tre-moschettieri-uno-per-tutti/ https://arsludica.org/2009/08/19/i-tre-moschettieri-uno-per-tutti/#respond Wed, 19 Aug 2009 06:00:50 +0000 http://arsludica.org/?p=5279 Per saperne di più]]> Sviluppato da Legendo | Distribuito su Wiiware | Piattaforme: Wii | Rilasciato nel 2009

sewer-attackIn attesa che sul Wiiware faccia la sua comparsa Cave Story, platform la cui versione freeware per PC può permettersi di guardare alla pari a un Super Mario qualsiasi di quelli bidimensionali, vediamo com’è questo I Tre Moschettieri: Uno per tutti! Sviluppato da Legendo, gli stessi dietro al discreto Dracula Twins per Windows, il gioco mette alla guida di Porthos, uno dei moschettieri, con il compito di salvare i suoi compari e sventare una congiura contro il solito sfigato re di Francia.

La trama viene narrata attraverso una serie di fumetti ben disegnati. I testi e il parlato sono completamente tradotti in italiano. Preso in mano il telecomando e il Nunchuk alla ricerca di un nuovo Lostwinds, mi sono ritrovato con un platform che mal si adatta ai controlli del Wii e che, come scritto su IGN, la cui recensione stranamente condivido al 100%, poteva essere tranquillamente affidato a un sistema di controllo più classico, da cui avrebbe tratto sicuro giovamento.

“Qual è il problema?” Vi starete chiedendo. Beh, con lo stick del Nunchuk si muove il personaggio, con il tasto A si salta, mentre agitando il telecomando si sferrano spadate (c’è solo un attacco e nessuna possibilità di parare i colpi nemici). Queste sono tutte le azioni a disposizione dal prode moschettiere che, dotato di una spada più corta del capezzolo di un’iguana, paga enormemente l’imprecisione di un simile sistema di combattimento, imprecisione limitabile se fosse stato possibile assegnare gli attacchi a un tasto inutilizzato o, meglio, se fosse stato previsto l’uso del controller classico.

Insomma, quando il nemico si avvicina ovviamente si tenta di portare un colpo, ma non sempre questo va a buon fine, facendo perdere inesorabilmente uno dei cuori che rappresentano la vita di Porthos. Se le guardie normali danno pochi problemi, quelle che richiedono più colpi e quelle che caricano diventano una vera pena da affrontare, soprattutto le seconde, per colpire le quali è richiesto un tempismo mostruoso. Ovviamente nella maggior parte dei casi si viene colpiti e si finisce per agitare a caso il telecomando in preda alla furia omicida, sperando che la vita dei nemici si esaurisca prima di quella protagonista.

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A parte il sistema di controllo, che già da solo basterebbe per stroncare il gioco (ho per caso dimenticato di specificare che nel 2009, in un platform bidimensionale, è complicato salire e scendere le scale?), i problemi di I Tre Moschettieri sono anche altri. Prendiamo i tempi di caricamento che vanno dai quattro ai dieci secondi per ogni schermata superata. Poco male, verrebbe da dire, non fosse che durante il gioco si cambia schermata continuamente, spesso anche a intervalli di pochi secondi. Per capire l’empietà di questo difetto, pensate che ogni livello è diviso in microsezioni, passata ognuna delle quali appare la fatidica e depressiva schermata nera. All’inizio infastidisce parecchio, ma i primi due livelli sono piuttosto lineari e ci si passa sopra. Il difetto diventa letale e asfissiante per il gameplay quando i livelli diventano più complessi e al giocatore viene richiesto di esplorarne gli anfratti alla ricerca di bonus e segreti. In certi momenti è più il tempo che si passa a guardare schermate nere che a giocare. Visto che gli esempi di giochi per Wii dai caricamenti immediati non mancano, non è possibile attribuire il problema ai limiti tecnici della console, capace di ben altro.

Davanti a tanto sfacelo cosa può una buona realizzazione tecnica? Nulla. Certo, lo stile cartoon è ben fatto così come molto belle sono anche le musiche di sottofondo, però tutti gli altri problemi rimangono e rigettano in gola qualsiasi potenziale afflato di approvazione. Anzi, volendo è possibile aggiungere altri difetti all’elenco, come la mancanza di un tasto pausa o la ripetitività degli schemi nemici, creature invero piuttosto stupide che popolano le piattaforme dei livelli seguendo percorsi meccanici blandi e inadeguati anche per un platform del Commodore 64. Insomma, lasciatelo perdere e pensate ad altro, perché non vale i mille punti che costa.

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The Secret of Monkey Island: Special Edition https://arsludica.org/2009/08/17/the-secret-of-monkey-island-special-edition/ https://arsludica.org/2009/08/17/the-secret-of-monkey-island-special-edition/#comments Mon, 17 Aug 2009 05:00:09 +0000 http://arsludica.org/?p=5105 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da LucasArts | Piattaforme Xbox360/Live Arcade – PC/Steam – Iphone | Rilasciato il 15 Luglio 2009

Inevitabile volgere uno sguardo gelido e indispettito nei confronti di un remake tanto rischioso quanto quello di The Secret of Monkey Island. A sorpresa, dopo lo sconvolgente annuncio della nuova serie “Tales of” a cura di Telltale Games, LucasArts ci mostra un lungo trailer in cui compare Ron Gilbert, che si dichiara entusiasta di questa riproposizione del suo capolavoro immortale, datato 1990. Ed è così che, a due passi dal ventennale di Monkey Island, LucasArts rivede la sua posizione nei confronti delle avventure grafiche punta e clicca e ci propone questo importante remake su Steam, Xbox Live e da pochi giorni anche su iPhone. Alla base di tutto vi è un’obiettivo fondamentale: capire se è il momento buono per rialzarsi e riprovarci con il genere che tanta fortuna portò alla software house di Geroge Lucas.MISE 2009-08-15 19-31-10-76

Per chi è pensato questo remake? Sicuramente per chi non ha mai giocato Monkey Island: il mito è ancora duro a morire ma, pian piano, con le nuove generazioni di gamers e non-gamers (la touch generation) inevitabilmente la saga sarebbe rimasta solo un caldo ricordo nei cuori dei più anziani. Il successo riscosso dal digital delivery su pc e console ha permesso di tentare la via parsimoniosa senza rischiare troppo, permettendo di offrire il remake a un costo contenuto (10 euro per Xbox360 e circa 9 euro per PC su Steam) e a una grossa e variegata fetta di pubblico, evitando di lasciare copie invendute sugli scaffali dei negozi di tutto il mondo.

Passando ai contenuti, leviamoci il primo e unico sassolino dalla scarpa: Guybrush ed Elaine sono realizzati da schifo. È assurdo che, a dispetto di tutte le altre comparse e personaggi secondari che reggono il confronto con quelli del titolo originale, proprio il protagonista e la sua bella siano realizzati in maniera tanto diversa dallo stile del gioco originale. Forse il tentativo era rendere Guybrush un ragazzo dal taglio di capelli accattivante per i giovani di oggi? Beh, hanno fallito completamente. In ogni caso, dopo esserci ripresi dalla vista del biondino sfigurato, procediamo col gioco imparando ad apprezzare tutto il resto: dai fondali in alta risoluzione e completamente realizzati a mano (anche se con qualche curioso e inspiegabile glitch) che, anche se altalenanti, non scendono mai sotto la decenza, alla stupenda colonna sonora riarrangiata per lo più con strumenti reali: roba che da sola vale il prezzo del gioco. I programmatori ci offrono anche la possibilità di  passare dal nuovo al vecchio Monkey Island (nella fattispecie la versione CD-ROM DOS a 256 colori) con la semplice pressione di un tasto: una feature di enorme importanza sia per il vecchio che per il nuovo avventuriero, che permette in qualsiasi istante di poter apprezzare e confrontare il lavoro svolto quasi 20 anni fa e poterne valutare la trasposizione.

I nuovi Elaine e Guybrush... :(

Del resto c’è poco da dire: l’inventario e l’utilizzo delle azioni sono scomode, mi sono ritrovato spesso a passare alla versione classica per facilitarmi le cose, ma capisco che non abbiano voluto investire più di tanto nel differenziare la versione PC da quella X360. Ottimo il doppiaggio (anche se Dominic Armato ha fatto meglio in Launch of the Screaming Narwhal) e scarsine le animazioni che, essendo “ricalcate” su quelle originali, generano uno spiacevole effetto scivolamento durante le scarpinate di Guybrush. Il gioco offre i sottotitoli nelle cinque lingue più parlate nel mondo e purtroppo devo segnalare una traduzione italiana poco rispettosa della saga; leggere “pirata possente”, invece di “temibile”, mi ha rattristato non poco e la mazzata finale è arrivata con la “birra di radice”, tradotta in “orzata”. Giocateci in inglese, che è meglio!

The Secret of Monkey Island: Special Edition è disponibile su STEAM per 8.99 euro a questo indirizzo: http://store.steampowered.com/app/32360/

Oppure su Xbox Live! al costo di 800 punti, 10 euro.

Un pezzo di storia tirato a lucido al costo di una pizza, consigliato a tutti i videogiocatori della Terra.

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The Linear RPG https://arsludica.org/2009/08/11/the-linear-rpg/ https://arsludica.org/2009/08/11/the-linear-rpg/#comments Tue, 11 Aug 2009 16:53:35 +0000 http://arsludica.org/?p=5191 Per saperne di più]]> Sviluppato da Sophie Houlden | Piattaforme: Browser Game | Rilasciato nel 2009 | Link al gioco

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The Linear RPG è un gioco concettuale, opera della prolifica Sophie Houlden, che riassume gli elementi chiave caratterizzanti i giochi di ruolo, schematizzandoli in un gameplay minimale quanto azzeccato. Ci sono un personaggio stilizzato che sembra uscito da un vecchio gioco a 4 bit e una linea da seguire. Attraversando il percorso l’eroe combatte e cresce di livello, mentre sullo sfondo scorre il testo della trama. Sulla linea sono distribuiti dei punti di controllo che fanno recuperare energia al protagonista, impossibilitato a raggiungere la fine senza essere arrivato al livello adeguato. Il giocatore può muovere l’avatar soltanto verso destra o verso sinistra, cercando di elaborare una strategia, fatta di avanzate e arretramenti tattici, che gli consenta di superare i diversi tratti del percorso, più o meno lunghi e più o meno ostici.

La fine della strada è anche l’epilogo del gioco, fatto di una sola, eterna, domanda. Quello che ci interessa è la depurazione operata dall’autrice di tutti gli elementi accessori che solitamente caratterizzano il genere dei giochi di ruolo, come se ne volesse illustrare l’essenza, ovvero la natura profondamente schematica e in un certo contraddittoria, imperniata sull’accumulo più che su una crescita vera e propria, in cui la trama rimane letteralmente sullo sfondo. Siamo di fronte a un’operazione di messa a nudo, a un metavideogioco realizzato in quarantotto ore che nei pochi minuti della sua durata contraddice molti dei luoghi comuni caratterizzanti il modo con cui viene concepito il genere dalla massa dei giocatori, tra i quali l’ingordigia dei punti esperienza, che vera esperienza non sono, ma rappresentano soltanto una tendenza archetipica dell’essere umano che lo gratifica in quanto tale.

La messa in scena è costruita con sapienza e sfrutta i pochi elementi che la compongono con rara intelligenza. Lo spazio è stato gestito creando un mondo paradigmatico e pieno di rimandi impliciti nel quale ogni oggetto è anche un concetto espresso in forma non verbale che chiede di essere colto e messo in relazione non solo con gli altri oggetti che compongono il gioco, ma anche con l’idea stessa del videogiocare, cardine intorno a cui sembra ruotare tutta la produzione dell’autrice.

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Wallace & Gromit: The Bogey Man https://arsludica.org/2009/08/08/wallace-gromit-the-bogey-man/ https://arsludica.org/2009/08/08/wallace-gromit-the-bogey-man/#comments Fri, 07 Aug 2009 23:00:15 +0000 http://arsludica.org/?p=5146 Per saperne di più]]> Sviluppato e (digitalmente) distribuito da Telltale Games | Piattaforme: PC (versione recensita), XBox live arcade | Rilasciato nel 2009

Il quarto e ultimo capitolo della riduzione videoludica di Wallace & Gromit da parte della Telltale Games è un finale che non ti aspetti: la colpa, però, sta certamente nelle aspettative, non nell’episodio in sé. Niente complotti per conquistare il mondo, niente minacce per il continuum spazio-temporale dell’universo e, ancor più, niente demoni e niente non-morti affamati di cervelli. I problemi che affrontano i nostri due protagonisti lungo tutta la serie nascono e si consumano all’interno della piccola e tranquilla cittadina della provincia inglese in cui vivono (forse all’apparenza ancor più piccola e provinciale nei videogiochi che nei cortometraggi e nel lungometraggio), senza quasi mai andare oltre i suoi confini. Uniche eccezioni alla regola una piccola “scampagnata” nel primo episodio e un personaggio che viene da fuori città nel terzo. Certo la Telltale non poteva far tornare sulla luna anche Wallace e Gromit, dopo  averci fatto tornare Sam e Max, non trovate (1)?

The Bogey Man, forse effettivamente un po’ sottotono rispetto all’ottimo Muzzled!, comincia da un antefatto scioccante, là dove quello ci aveva lasciati, e un terribile risveglio nella realtà da parte di Wallace. Toccherà come sempre a Gromit tirare le castagne fuori dal fuoco per il suo padrone, e poco importa se il modo in cui lo farà sarà macchiarne la reputazione in modo terribile e radicale.

Il sesto senso di Gromit non condivide l'entusiasmo di Wallace

Nel corso del gioco, ciò che sembrava essere il problema dominante di tutto l’episodio finisce presto e inaspettatamente in secondo piano, per far spazio invece a una storia che, come quelle degli altri episodi, riesce ad appassionare nonostante a citarne l’argomento come primo impulso possa scapparci un “embè?”; tuttavia, se conoscete i due personaggi dai cortometraggi sapete che questo è del tutto normale, e ne è uno dei punti di maggior forza e carisma.

I Wallace e Gromit della Telltale Games sono piuttosto fedeli agli originali, anche se noterete che la plastilina ha ancora oggi più capacità espressive della computer grafica, e gli effetti plastilina e stop-motion (qualcuno direbbe che non è voluto ma è il motore che non ce la fa se non hai un supercomputer) riscontrabili su qualche modello e animazione sono giusto un richiamo per gli appassionati. Ma, aldilà del giudizio tecnico, i detti appassionati non dovrebbero affatto sentirsi offesi dalla Telltale, anzi dovrebbero esserle grati per aver potuto mettere sotto i denti ben quattro episodi di Wallace e Gromit in tempi molto inferiori a quelli necessari per creare un cortometraggio in stop-motion.

Wallace non può far nulla senza un'apparecchiatura stramba in mano

Appurato che un appassionato di Wallace & Gromit non si dovrebbe far scappare questa serie, cosa possiamo dire invece a un appassionato di Sam & Max? Che, per esempio, con il sistema di controllo mouse+tastiera che ho tanto visto criticare non capiterà più di cliccare convulsamente per cercare di beccare l’oggetto desiderato se avete messo incautamente il vostro personaggio (e di conseguenza la telecamera) in movimento: le inquadrature sono prevalentemente fisse e gli sporadici movimenti della telecamera sono poco invadenti. Oppure che questa di Wallace & Gromit è una serie che nemmeno gatsu può ritenere frustrante (2), perché gli enigmi sono piuttosto logici ed è stato inserito un sistema di suggerimenti (regolabile o disattivabile) che funziona egregiamente e non toglie praticamente nulla all’esperienza di gioco. Infine, come già detto, che nonostante siate abituati alle minacce di fine del mondo, troverete pane per i vostri denti anche nel costruirvi una piccola spiaggia artificiale nel vostro scantinato (secondo episodio).

E chi invece non ha mai visto nemmeno col binocolo un’avventura della Telltale Games, o un’avventura grafica? Sebbene la seconda stagione di Sam & Max sia per me attualmente insuperata, la maggiore accessibilità di Wallace & Gromit potrebbe costituire un’ottima porta di ingresso per i neofiti o per chi guarda alla Telltale con sospetto ma non si è mai buttato a provare un singolo episodio. La cura con la quale le storie sono state scritte e messe in scena rende come sempre giustizia alla fama degli sviluppatori, cantastorie di nome e di fatto: script e caratterizzazione sono di ottima qualità, Jared Emerson-Johnson (pur non troppo sfruttato) è una garanzia nella musica, i doppiatori sono tutti azzeccati (straordinario quello di Gromit (3)) e azzardano qualche espressione arcaica o dialettale ogni tanto, la parte tecnica è funzionale a parte qualche occasionale rifinitura mancante – ma va detto che per godermi il gioco ho dovuto fare l’upgrade al computer perché vedevo a schermo credo la metà dei poligoni necessari per capirci qualcosa.

Tutti i capitoli sono usciti con già inclusi i sottotitoli (tra gli altri) in italiano, anche se non ne ho fatto molto uso (mantenendo però quelli in lingua originale, che non mi dispiace mai avere) per i seguenti motivi: l’humor molto inglese, basato spesso sui giochi di parole (che raggiunge forse l’apice nell’ultimo capitolo, con tutta una serie di doppi sensi sulle espressioni golfistiche); alcune occasioni di disorientamento avute nel primo capitolo quando non capivo a quale oggetto sullo schermo corrispondevano certi nomi in italiano, accentuato da problemi hardware risolti solo con il sopra citato upgrade che mi impedivano di vedere tutto quello che c’era da vedere; il fatto che non si possa, da quel che mi risulta, cambiare la lingua dei sottotitoli al volo all’interno del gioco. Per quel che ho visto mi sembra comunque che la traduzione sia dignitosa e non pregiudichi la maggior parte dell’esperienza ludica.

Stiamo parlando di un lavoro riuscito? Indubbiamente sì, la serie nel suo complesso come i singoli episodi. Ciascuno di voi potrà avere il suo preferito perché sono tutti molto validi, probabilmente con il terzo e il secondo una spanna sopra agli altri due. Approfittate poi dell’occasione, se ancora non l’avete fatto, per recuperare e guardarvi tutta la produzione di Nick Park davanti a un bel piatto di crackers e formaggio.

Note:

(1) – Sam e Max sono stati sulla luna in una storia originale di Steve Purcell, alle prese con scarrafoni giganti, mentre Wallace e Gromit ci sono stati nel cortometraggio “A grand day out”.

(2) – Mi spiace, ma per capire la battuta dovete ascoltare RingCast 😀

(3) – 😀

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Drakensang https://arsludica.org/2009/07/23/drakensang/ https://arsludica.org/2009/07/23/drakensang/#comments Thu, 23 Jul 2009 21:08:03 +0000 http://arsludica.org/?p=5005 Per saperne di più]]> Sviluppato da Radon Labs | Distribuito da FX Interactive | Piattaforma PC | Rilasciato nel 2009 (IT)

Drakensang 2009-07-23 12-53-17-10

Drakensang è un bel gioco. Non ha quasi nulla che non vada in termini strettamente ludici. Eppure l’ho disinstallato alla fine del secondo capitolo (sono otto in totale). Lasciamo perdere la realizzazione tecnica, francamente poco meno che mediocre ma che non ha influito sulla sovvenuta necessità di smettere di giocare. La creazione del personaggio è promettente, con una scheda personaggio non proprio immediata da comprendere e un sacco di statistiche e abilità da considerare.

Ho creato un guerriero. Sono soddisfatto. Avvio l’avventura. Durante il caricamento viene letta una lettera di un certo Ardo, caro amico del protagonista, che lo invita nella città di Ferdok per parlare di affari della massima urgenza. I primi minuti di gioco li passo a prendere confidenza con l’interfaccia. Non ci vuole molto. Si respira un’aria famigliare. Il classico mondo fantasy. Parlo con il primo personaggio sulla strada, una guardia piuttosto scontrosa che mi introduce alla prima delle molte missioni che dovrò svolgere: come entrare nella città di Ferdok? Il passaggio è impedito per problemi di ordine pubblico. Ho bisogno di due persone che garantiscano per me.

Inizio a cercare. Incontro un’artista di strada con suo fratello. Lei è caratterizzata come una donna di mondo, una entreneuse spigliata e dalla lingua aguzza. Lui è un pagliaccio (lavorativamente parlando) scontroso e irascibile. Pare che l’uomo di Salina, questo il nome della donna, le abbia rubato un diadema. Se lo recupero sarà lei la prima a raccomandarmi. Giro ancora un po’. Trovo due novizi su un ponte. Il loro mentore, un potente mago, è sparito nelle profondità di una miniera. Per ottenere la seconda raccomandazione che mi serve devo ritrovarlo. Girovagando per l’area incontro un locandiere pettegolo, un’amazzone mascolina (la prima compagna di viaggio), un prete buono, un mercenario filosofo, un cacciatore che vive nei boschi, un cavaliere lunatico e così via.

Drakensang è un gioco bellissimo, lo ribadisco, ma soltanto se si è vergini. Come meccaniche di gioco di ruolo è molto sopra a un Oblivion o un Two Worlds qualsiasi. Il problema è che si nutre di stereotipi in modo talmente marcato da risultare insopportabile. I personaggi sembrano usciti dal manuale del perfetto narratore fantasy, non c’è mai una sorpresa, un colpo di genio, una variazione sul tema. Insomma, non c’è mai un accenno di fuga dal già visto.

Drakensang 2009-07-23 12-57-08-08

Almeno i primi due capitoli non si fanno mancare veramente nulla, tra la vecchia inacidita e il ladro seduttore e menzognero, c’è spazio per i topi giganti che hanno occupato un mulino e per una banda di ladri nascosta nella vicina foresta. La stessa trama puzza di già sentito e, ottenuto l’accesso alla città ci si ritrova con l’amico morto e alcuni quartieri chiusi a causa di una serie di misteriosi omicidi (qualcuno ha detto Neverqualcosa?). Sì, c’è anche la gilda del ladri. Non esiste una città fantasy senza una gilda dei ladri. Il problema principale del gioco è che non fa nulla per interessare. Veramente nulla. All’udienza con il principe non ce l’ho fatta più. Non avevo veramente motivo per andare avanti.

Ci sarebbero altri difetti che andrebbero sottolineati, come i combattimenti asettici o il sistema di scasso che scassa a ogni cassa che va scassinata, soprattutto quando le serrature sono molto toste e obbligano a passare lunghi minuti a fare tentativi (fra un tentativo fallito e il successivo c’è un periodo di dieci secondi in cui il personaggio ha le mani tremolanti ed è inutile ritentare); ma si tratta sostanzialmente di dettagli rispetto alla questione principale, ovvero la banalità di fondo che lo permea in ogni pixel.

Ad aggravare la situazione ci pensa la lentezza negli spostamenti e la carenza cronica di interazioni interessanti. Ho citato il bandito che vuole farsi pagare per farci passare? Banalità più, banalità meno. Anche le missioni secondarie non sono interessantissime e solitamente si limitano a ripercorrere gli stilemi del genere come vai a cercare tizio, oppure recupera l’oggetto finito nelle fogne e cose del genere. E pensare che un titolo come Oblivion veniva salvato proprio dalle missioni secondarie.

Insomma, che altro dire? Sicuramente è un bel gioco fantasy, su questo non ci piove. Ma considerate che è come invitare a pranzo Jessica Fletcher e vantarsi di aver previsto il morto.

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Bit Boy!! https://arsludica.org/2009/07/14/bit-boy/ https://arsludica.org/2009/07/14/bit-boy/#comments Tue, 14 Jul 2009 07:00:46 +0000 http://arsludica.org/?p=4939 Per saperne di più]]> Sviluppato da Bplus| Distribuito da WiiWare| Piattaforme Nintendo Wii | Rilasciato nel 2009 | Sito Ufficiale

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Bit Boy!! è una specie di Pac-Man con protagonista un cubo, che si propone di illustrare la storia dello sviluppo tecnologico del medium videoludico dai sistemi a 4 bit fino a quelli a 128 bit, proponendo lo stesso gioco adattato alle diverse tecnologie. Si inizia dai 4 bit, con una grafica dai pixel grossi, una manciata di colori, pochi sprite sullo schermo e livelli molto piccoli, si passa per gli 8, i 16, i 32 e i 64 bit, per arrivare ai 128 dove i labirinti sono più definiti, i nemici meglio modellati e si può finalmente usare il sensore di movimento del telecomando Wii per saltare. Interessante che nel passaggio dai 16 ai 32 bit il gioco diventi tridimensionale, ma completamente ingiocabile a meno di selezionare l’inquadratura generale, che permette di visualizzare tutto il labirinto in una singola schermata, tornando a una bidimensionalità di fatto.

Gli elementi che definiscono il genere dovrebbero esservi noti: ci sono dei labirinti, ci sono degli oggetti da raccogliere e ci sono dei nemici da evitare. Invece delle pillole il protagonista è dotato di un attacco rotante che elimina i mostri nei dintorni. Ogni sequenza tecnologica è composta da sei livelli, per un totale di trentasei complessivi.

Purtroppo, tolti gli elementi metavideoludici, il gioco è quello che è, ovvero un mezzo disastro. Paradossalmente i livelli rudimentali funzionano meglio. Il fatto è che gli sviluppatori, concentrati sull’idea di fondo del gioco, hanno dimenticato di curarne gli elementi più strettamente ludici e i livelli avanzati sono fin troppo frustranti (non in termini di difficoltà), con nemici abbondanti nel numero che girano a caso per i corridoi, labirinti mal disegnati e pieni di vicoli ciechi e una generale lentezza nella risposta del personaggio agli input che compromette buona parte dell’esperienza di gioco. Fortunatamente finisce presto e costa poco.

Roba da retromaniaci che manca di raffinatezza nell’esecuzione. Peccato.

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[Hands on] Tales of Monkey Island https://arsludica.org/2009/07/09/focus-on-tales-of-monkey-island/ https://arsludica.org/2009/07/09/focus-on-tales-of-monkey-island/#comments Thu, 09 Jul 2009 14:05:05 +0000 http://arsludica.org/?p=4912 Per saperne di più]]> Nostalgia canaglia e bastarda.

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Per diversi anni ho assistito con sofferenza al masochismo di una LucasArts incapace di rimettersi in carreggiata dopo l’infausta decisione di abbandonare il mercato delle avventure grafiche, mondo che lei stessa contribuì a rendere grande e seguitissimo da migliaia di appassionati, felici di vestire i panni di un pirata wannabe e la pelliccia di uno spietato bianconiglio. Il declino della casa è stato lento e doloroso e non nascondo che fino a pochissimo tempo fa temevo il peggio, dopottuto arrivare a cancellare lo sviluppo avanzato di un potenziale hit quale il nuovo gioco di Indiana Jones (mi riferisco alle versioni per le ultime console da casa) che doveva anche introdurre novità non indifferenti nel campo della fisica, fu un segnale molto chiaro delle condizioni dell’azienda ormai ridottasi a licenziare i suoi titoli a team esterni. Però è vero, i trend tornano a distanza di anni ed ecco che in un batter d’occhio, in poco più di un mese di tempo dal suo annuncio mi ritrovo a giocare Tales of Monkey Island: Launch Of The Screaming Narwhal, il primo di 5 episodi realizzati da Telltale Games per conto di LucasArts. Dopo alcune settimane di hype rivestiamo i polverosi panni di Guybrush Threepwood e di colpo torniamo  bambini, accorgendoci che eravamo ancora in tanti ad aspettare il ritorno del Pirata videoludico per antonomasia.

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Non ho i mezzi per farvi una recensione, come già fatto per i due Sam & Max Seasons tratterò Tales of Monkey Island alla fine della prima stagione tirandone le conclusioni, da appassionato e da umile critico.

Ci tengo a rassicurare chi sta leggendo queste righe, Guybrush è tornato meno stupido che in Escape from Monkey Island (il titolo più deludente della serie) e si rende protagonista di un gameplay leggermente più complesso rispetto agli standard degli altri titoli sviluppati da Telltale Games.  Finalmente è possibile combinare gli oggetti dell’inventario, tornano i dialoghi a scelta multipla e possiamo riscontrare anche dei miglioramenti a livello tecnico rispetto a Wallace & Gromit, soprattutto nella regia (a volte fin troppo “dinamica”). Il sistema di controllo rischia di scontentare un po’ tutti essendo una via di mezzo tra il point and click classico e il controllo tramite pulsanti direzionali. Alla fine ci si fa l’abitudine, in alternativa è comunque possibile muoversi esclusivamente tramite il mouse ma in maniera molto scomoda. Belle le espressioni facciali, pian piano i giochi di Telltale si avvicinano ai cartoni animati in CG (anche se ancora molto lontani) grazie alle varie smorfie di Guybrush e al sistema di riconoscimento del labiale che sembra simile a quello introdotto in Half Life 2 (non è perfetto, ma è già una buona base di partenza). Il comparto sonoro non voglio ancora giudicarlo, certo è che mai come in questo titolo pesa molto l’eccessiva compressione delle voci, che sia dovuto al fatto che è prevista una versione per Wii? Probabile.

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Dimenticavo, è tornata la mappa dell’isola!

Sito da cui poter acquistare la stagione o scaricare il demo del primo episodio: http://www.telltalegames.com/monkeyisland

Le premesse per un degno sequel ci sono tutte o quasi, in ogni caso Telltale è sempre molto attenta alle critiche degli appassionati che si fanno sentire a gran voce sul suo forum, quindi  c’è solo spazio per migliorare.

Bentornato guy.brush!

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https://arsludica.org/2009/07/09/focus-on-tales-of-monkey-island/feed/ 26 4912
Caster https://arsludica.org/2009/06/24/caster/ https://arsludica.org/2009/06/24/caster/#comments Wed, 24 Jun 2009 16:38:48 +0000 http://arsludica.org/?p=4801 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da Elecorn| Piattaforme Windows, Linux, Mac, iPhone | Rilasciato nel 2009 | Sito Ufficiale

caster-2009-06-24-17-24-16-01

Caster è il gioco che non ti aspetti e che bussa allo schermo timido come uragano. Esagerato fino al parossismo, si fa beffe dei manuali del buon gameplay e inonda con la sua energia prorompente. Un salto e si arriva all’altra estremità del livello. Ci sono molti nemici? Basta lanciare una sfera di energia per distruggerli tutti e, perché no, creare un gigantesco buco nel terreno. La parete è troppo alta e ripida? Perché non correrci sopra con la super velocità? C’è della lava incandescente tra noi e l’obiettivo? Corriamoci sopra (Remo Williams era un dilettante). Una montagna? Abbattiamola. Un’area pianeggiante? Creiamo delle catene montuose.

Se dovessi azzardare dei paragoni, direi che Caster è quello che un gioco di Dragonball dovrebbe essere e che nessuno sviluppatore ha mai avuto il coraggio di realizzare. Giocandoci vengono in mente i Magic Carpet, ma qui tutto è portato all’eccesso e gli autori non si sono posti il problema di  gestire la difficoltà in base alla progressione dei livelli. Paradossalmente i primi livelli sono molto più difficoltosi di quelli finali, perché i poteri del personaggio non sono ancora sviluppati e i nemici vanno affrontati con una certa cautela.

Costa poco (4€ circa), dura poco (ci vuole un’oretta per finirlo completamente… comunque a breve sono previste delle espansioni gratuite per chi lo ha acquistato), ma esalta come pochi altri giochi. Nel giro di due giorni l’ho finito tre volte (provando tutti i livelli di difficoltà). Al limite provate la demo e poi decidete (è abbastanza lunga e permette di entrare nello spirito del gioco).

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https://arsludica.org/2009/06/24/caster/feed/ 2 4801
Italian Video Game Award 2009 https://arsludica.org/2009/06/18/italian-video-game-award-2009/ https://arsludica.org/2009/06/18/italian-video-game-award-2009/#comments Thu, 18 Jun 2009 05:00:40 +0000 http://arsludica.org/?p=4596 Per saperne di più]]> E siamo già al secondo anno della IVGA, evento che elegge e premia i migliori titoli videoludici usciti nell’anno 2008; una specie di Telegatto dei videogiochi, se vogliamo. Con cronico ritardo passiamo in rassegna le nominations e i vincitori:

VIDEOGIOCO DELL’ANNO – Microsoft Xbox360

Nomination:

Fallout 3 (Atari)
Gears of War 2 (Microsoft)
Grand Theft Auto IV (Take2/Rockstar)

Vincitore:

Gears of War 2
(Microsoft)

gearsofwar2


GIOCO DELL’ANNO Nintendo Wii

Nomination:

Wii Fit (Nintendo)
Super Smash Bros. Brawl (Nintendo)
Mario Kart Wii (Nintendo)

Vincitore:

Super Smash Bros. Brawl
(Nintendo)

smashbros


VIDEOGIOCO DELL’ANNO Sony Playstation 3

Nomination:

Grand Theft Auto IV (Take2/Rockstar)
Little Big Planet (Sony)
Metal Gear Solid 4 (Halifax)
Bioshock (2K Games)

Vincitore:

Metal Gear Solid 4
(Halifax)
mgs4


GIOCO DELL’ANNO Nintendo DS

Nomination:

Professor Layton e il Paese dei Misteri (Nintendo)
Final Fantasy Tactics A2 (Halifax)
Ninja Gaiden: Dragon Sword (Ubisoft)

Vincitore:

Professor Layton e il Paese dei Misteri
(Nintendo)
professorlaytonboxgf8


VIDEOGIOCO DELL’ANNO – Sony PSP

Nomination:

LocoRoco 2 (Sony)
God of War: Chains of Olympus (Sony)
Patapon (Sony)

Vincitore:

LocoRoco 2
(Sony)
locoroco2

VIDEOGIOCO DELL’ANNO – PC

Nomination:

Grand Theft Auto IV (Take2/Rockstar)
Fallout 3 (Atari)
Mass Effect (Electronic Arts)

Vincitore:

Fallout 3
(Atari)
fallout3


MIGLIOR GIOCO D’AZIONE

Nomination:

Grand Theft Auto IV (Take2/Rockstar)
Metal Gear Solid 4 (Halifax)
Dead Space (Electronic Arts)
Super Smash Bros. Brawl (Nintendo)

Vincitore:

Grand Theft Auto IV
(Take2/Rockstar)
gtaiv


MIGLIOR GIOCO DI GUIDA

Nomination:

Race Driver Grid (Atari)
Burnout Paradise (Electronic Arts)
Mario Kart Wii (Nintendo)

Vincitore:

Burnout Paradise
(Electronic Arts)
burnout-paradise-cover


MIGLIOR GIOCO DI RUOLO

Nomination:

Fallout 3 (Atari)
Fable 2 (Microsoft)
Mass Effect (Microsoft/EA)
The Witcher Enhanced Edition (Atari)

Vincitore:

Fallout 3
(Atari)
fallout3


MIGLIOR GIOCO GESTIONALE

Nomination:

Animal Crossing: Let’s go to the City (Nintendo)
Spore (Electronic Arts)
Imperium Civitas III (FX Interactive)
Football Manager 2009 (Halifax)

Vincitore:

Spore
(Electronic Arts)
sporecover


MIGLIOR GIOCO MUSICALE

Nomination:

Guitar Hero World Tour (Activision)
Rock Band 2 (Electronic Arts)
Wii Music (Nintendo)

Vincitore:

Guitar Hero World Tour
(Activision)
guitar-hero-world-tour-8


MIGLIOR GIOCO SPORTIVO

Nomination:

NBA 2K9 (Take2/2K Games)
Pro Evolution Soccer 2009 (Halifax)
FIFA 09 (Electronic Arts)
Shaun White Snowboarding: Road Trip (Ubisoft)

Vincitore:

Pro Evolution Soccer 2009
(Halifax)
pes2009


MIGLIOR GIOCO STRATEGICO

Nomination:

Valkyria Chronicles (Halifax)
Warhammer 40.000 Dawn of War II (THQ)
Tom Clancy’s EndWar (Ubisoft)
Command & Conquer Red Alert III (Electronic Arts)

Vincitore:

Warhammer 40.000 Down of War II
(THQ)
warhammer_dawofwar2


MIGLIOR MMO

Nomination:

World of Warcraft: Wrath of the Lich King (Blizzard/Activision)
Warhammer Online: Age of Reckoning (Electronic Arts)
Il Signore degli Anelli Online: Le Miniere di Moria (Leader)

Vincitore:

World of Warcraft: Wrath of the Lich King
(Blizzard/Activision)
wow_cover


MIGLIORE AVVENTURA GRAFICA

Nomination:

Professor Layton e il Paese dei Misteri(Nintendo)
Sam & Max Season 1 (Atari)
Jack Keane – Al Riscatto dell’Impero Britannico (FX Interactive)

Vincitore:

Professor Layton e il Paese dei Misteri
(Nintendo)
professorlaytonboxgf8


MIGLIOR FPS

Nomination:

Call of Duty World at War (Activision)
Left 4 Dead (Electronic Arts)
Far Cry 2 (Ubisoft)
Gears of War 2 (Microsoft)

Vincitore:

Gears of War 2
(Microsoft)
gearsofwar2


MIGLIOR GIOCO PER LA FAMIGLIA

Nomination:

Wii Music (Nintendo)
Wii Fit (Nintendo)
Buzz!: Quiz TV (Sony)

Vincitore:

Wii Fit
(Nintendo)
wiifit_cover


MIGLIOR GRAFICA e ANIMAZIONE

Nomination:

Crysis Warhead (Electronic Arts)
Gears of War 2 (Microsoft)
Prince of Persia (Ubisoft)
Metal Gear Solid 4 (Halifax)

Vincitore:

Prince of Persia
(Ubisoft)
187 ROD PS2 Inlay UK


MIGLIOR SONORO

Nomination:

Metal Gear Solid 4 (Halifax)
Fallout 3 (Atari)
Grand Theft Auto IV (Take2/Rockstar)
Dead Space (Electronic Arts)

Vincitore:

Dead Space
(Electronic Arts)
dead_space_cover


MIGLIOR SCENEGGIATURA

Nomination:

Metal Gear Solid 4 (Halifax)
Fallout 3 (Atari)
Mass Effect (Microsoft)

Vincitore:

Metal Gear Solid 4
(Halifax)
mgs4


MIGLIOR LOCALIZZAZIONE

Nomination:

Fable 2 (Binari Sonori per Microsoft)
Dead Space (Synthesis per Electronic Arts)
Prince of Persia (Synthesis per Ubisoft)
Gears of War 2 (Synthesis per Microsoft)

Vincitore:

Dead Space
(Synthesis per Electronic Arts)
dead_space_cover


MIGLIOR PERSONAGGIO PROTAGONISTA

Nomination:

Solid Snake (Metal Gear Solid 4 / Halifax)
Nero & Dante (Devil May Cry 4 / Halifax)
Niko Bellic (GTA IV / Rockstar)
Marcus Fenix (Gears of War 2 / Microsoft)

Vincitori (pari merito):

Solid Snake (Metal Gear Solid 4 / Halifax)
Niko Bellic (GTA IV / Rockstar)
snakenico


MIGLIOR (PEGGIOR) CATTIVO

Nomination:

Liquid Ocelot (Metal Gear Solid 4 / Halifax)
Alma (F.E.A.R. 2 Project Origin / Warner)
Dimitri Rascalov (GTA IV / Rockstar)
Arthas (World of Warcraft WOTLK / Blizzard)

Vincitore:

Alma (F.E.A.R. 2 Project Origin / Warner)
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PREMIO SPECIALE GIOCO ITALIANO

Nomination:

SBK08 (Milestone/Leader)
Diabolik: the Original Sin (Artematica/Leader)
Subbuteo (Artematica/Halifax)
Giulia Passione amiche e segreti (Ubisoft Milano)

Vincitore:

SBK08
(Milestone/Leader)
sbk08

Se volete leggere i miei sfiancanti pareri andate pure avanti, o meglio postate i vostri commenti.

Ormai conosciamo l’amore dell’utenza Xbox nei confronti di Gears of War, manifesto della console Microsoft sin dal primo filmato mostrato all’E3 del 2005, capace di battere titoli del calibro di GTA IV e Fallout 3, insomma un’esclusiva oggetto di vanto per molti.

Non stupisce nemmeno la vittoria di Super Smash Bros Brawl per Wii, titolo non impeccabile per quanto concerne l’online mode davvero poco curato e pieno di problemi, a differenza di un Mario Kart Wii conservatore ma comunque capace di divertire grazie alla possibilità di gareggiare online contro altri undici concorrenti da tutto il mondo senza alcun problema di latenza.

A rafforzare la teoria che le esclusive sono manna per i fanboy ecco spuntare Guns Of The Patriots come titolo vincitore nella corsa al miglior gioco per PS3 nell’anno passato, battendo facilmente Little Big Planet (comunque già premiato dalla critica in altre occasioni) e sorprendentemente GTA IV, saga che in passato è stata capace di dominare le classifiche di vendita italiane: probabilmente non tutti sono stati felici di vederlo multipiattaforma.

Vittoria facile per Professor Layton e il paese dei misteri su Nintendo DS, un titolo capace di abbattere barriere di età e gusti senza scadere nell’idiozia dei minigiochi incolori di tante anonime raccolte shovelware.

Curioso che su PSP abbia vinto Loco Roco 2, more of the same del primo divertente titolo, soprattutto se confrontato ad un altro meritevolissimo more of the same come GoW Chains of Olympus (un gioco più da hardcore gamers) e al più originale Patapon, titolo a quanto pare capito da pochi.

Su PC vince Fallout 3, gioco ripudiato da molti estimatori dei vecchi episodi, titoli ormai troppo rigidi e ostici per avere chance di successo oggi. Comunque a qualcuno sarà pure piaciuto nel nostro paese, se è riuscito a battere blockbuster del calibro di Mass Effect e GTA IV.

Poco da obiettare da parte mia per ciò che  riguarda il miglior gioco d’azione: GTA IV offre di tutto e di più, combattimenti a piedi, in macchina, scene da stuntmen, ripari dinamici e un armamentario degno di un FPS. MGS4 non poteva meritare questo premio perché la parte action è soffocata da filmati e intermezzi in cui si assiste quasi passivamente a ciò che succede sullo schermo, Dead Space è il solito arcade horror shooter ala Doom 3 (molto più lento di quest’ultimo in realtà, anche se ben fatto) e Smash Bros. un picchiaduro in cui ci si picchia fin troppo allegramente e… basta.

Mi compiaccio del premio per il miglior gioco di guida attribuito a Burnout Paradise: i Criterion Games hanno saputo rinnovare il loro brand di maggior successo dopo le avvisaglie di declino col precedente titolo, offrendoci una vasta area scorrazzabile in free roaming senza alcun caricamento competendo offline e online quasi senza soluzione di continuità. Un gioco d’impatto, fluido e divertente come pochi, arricchito da aggiornamenti gratuiti di peso (merce rarissima al giorno d’oggi). Forse io avrei premiato GRID, per omaggiare l’eccellente carriera di Codemasters, una delle poche software house indipendenti rimaste, capace ancora oggi di rinnovare i propri titoli con intelligenza. Lotta serrata per quanto riguarda il miglior RPG dell’anno, la mia preferenza va a Fallout 3 ma anche gli altri titoli hanno qualità indiscutibili.

Non sarà il nuovo The Sims, ma di certo Spore non è passato inosservato ai più, complice la pubblicità e il fatto che sia stato uno di quei pochi titoli PC a cui è stato riservato il giusto spazio sugli scaffali degli ipermercati più importanti in Italia. La concorrenza era composta da seguiti di seguiti o semplici remake degli stessi giochi visti 10 anni fa. Spore è amato da molti e criticato da molti di più; secondo me è stato premiato il coraggio di Will Wright, uno dei pochi designer rimasti a sfidare i limiti del videogioco.

I giochi musicali rappresentano il nuovo trend capace di rivaleggiare col successo dei nuovi giochi “fisici” del Nintendo Wii, nell’attrarre casual gamers. A differenza di Wii Fit però, i vari Guitar Hero e Rockband hanno saputo attirare giocatori di tutte le tipologie e anche musicisti diffidenti come il sottoscritto. E’ giusto che vengano premiati anche se è evidente che Nintendo abbia messo maggiore impegno nella realizzazione di Wii Music, titolo meno casual di quel che sembrava e uno dei pochi flop, della nuova dirigenza.

Pro Evolution Soccer 2009 miglior titolo sportivo? Scherziamo? La serie, oltre a denotare un peggioramento costante di anno in anno, proprio quest’anno è stata persino scavalcata da FIFA 09, titolo sicuramente migliore almeno nelle versioni per console. Però l’Italia è il paese del calcio e il marchio di Konami ha ancora un peso non indifferente. Tutti sappiamo che quel premio doveva essere di NBA 2K9 (finalmente arrivato anche su PC), un titolo di assoluto pregio ma non per tutti.

Essendo un conservatore quando si parla di RTS, il mio cuore rimane legato alla saga di Command & Conquer e Red Alert, quindi sapete già chi avrei premiato. Ma considerata la concorrenza credo che Dawn of War II, pur non riuscendo a far innamorare gli appassionati come il suo illustre predecessore, meriti il premio, quantomeno per la cura e l’impegno riposti dagli sviluppatori nell’innovare questo brand.
Sugli MMO non mi esprimo, si sa che in Italia regna World of Warcraft e qualsiasi espansione regna nelle classifiche, inutile stare a disquisire su ciò che è diventata quasi una moda, anche tra gli ex nongiocatori.

Per le nominations delle avventure grafiche ci sarebbe molto da dire, ma non mi va di criticare i titoli proposti. Avrei premiato Sam & Max Season, ma essendo una saga poco conosciuta tra le nuove leve ed eccessivamente legata alla cultura americana (complice anche una traduzione limitata al solo testo e oltretutto non eccelsa) posso capire che non abbia riscosso tanto successo; Jack Keane è un titolo poco incisivo per poter competere (pur valendo i soldi che costa) e quindi è inevitabile che venga premiato nuovamente il Prof. Layton.

Gears of War 2, miglior FPS. Strano, ricordavo che fosse uno sparatutto in terza persona, devo essermi perso qualcosa. Dato il successo riscosso forse avrei premiato Left 4 Dead, piuttosto che GoW2 che non è neanche un FPS.

Wii Fit, gioco per la famiglia grassa, ci può stare; così come Prince of Persia miglior titolo dal punto di vista Grafico e di Animazione, certamente premiabile solo per questi aspetti, perché per il gameplay meriterebbe una sonora bocciatura.

Dead Space premiato per il miglior sonoro, a dispetto del lavoro certosino e di qualità stratosferica fatto per MGS4, mi pare poco condivisibile. Comunque il titolo di Kojima vince per quanto riguarda la migliore sceneggiatura, anche c’è da dire che non ha incontrato i favori di tutti come ad esempio ha fatto Mass Effect, un vero e proprio film da questo punto di vista.
Conosciamo bene il prestigioso curriculum in fatto di traduzioni di Synthesis e inevitabilmente è stato premiato uno dei tanti titoli tradotti e doppiati dall’azienda di Max Reynaud.

Solid Snake è in assoluto il miglior personaggio protagonista dello scorso anno, non c’è storia, invecchia con noi e riesce a portare a compimento la sua ultima missione facendo emozionare tanti videogiocatori dall’inizio alla fine della sua ultima avventura. Tutti gli altri sono semplici comparse. I cattivi ultimamente fanno sempre meno paura e generano sempre meno odio in noi, forse uno che è riuscito a infastidirmi un po’ è stato Dimitri in GTA IV, ma qui si va molto sul personale. Il premio lo ha ricevuto Alma, la bambina che faceva molto The Ring nel primo F.E.A.R., adesso cresciuta un po’ in occasione del seguito.

Miglior titolo italiano SBK08, e in fondo non ci voleva molto.

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https://arsludica.org/2009/06/18/italian-video-game-award-2009/feed/ 18 4596
Blueberry Garden https://arsludica.org/2009/06/17/blueberry-garden/ https://arsludica.org/2009/06/17/blueberry-garden/#comments Wed, 17 Jun 2009 12:00:54 +0000 http://arsludica.org/?p=4756 Per saperne di più]]> Sviluppato da Erik Svedang | Pubblicato da Steam | Piattaforme PC | Rilasciato nel Giugno 2009 | Sito Ufficiale

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Blueberry Garden è come un giardino giapponese. Avviato il gioco vediamo un rubinetto aperto. Come arrivare a chiuderlo? Creando una pila verticale di oggetti per spiccare il volo dalla sommità. Dopo aver chiuso il rubinetto bisogna volare sulla Luna ed entrare in una porta. Gioco finito. Gli oggetti da impilare non sono tutti immediatamente raggiungibili: alcuni sono sotto terra, altri nell’acqua, altri apparentemente troppo in alto. Per impilarli tutti bisogna mangiare i frutti delle diverse piante sparse per il giardino e imparare ad usare il potere che conferiscono. Un frutto fa volare più in alto, un altro a forma di stella crea una bolla che permette di respirare sott’acqua, un altro ancora altera la conformazione del terreno, e così via. E se ho bisogno di un frutto specifico ma non lo trovo nelle vicinanze? Semplice, bisogna prenderlo da una pianta lontana e portarlo nel luogo in cui è necessario, per poi mangiarlo o, in caso di necessità, piantarlo al suolo per far crescere degli alberi che daranno altri frutti identici. Come si fa a coltivare un albero? Niente di più facile: si getta il frutto in una zona fertile, si evita che venga mangiato da qualche animale di passaggio e lo si lascia maturare. Sparito il frutto, cresce l’albero. Ci sono nemici? No. Ci sono soltanto degli animali fastidiosi che mangiano i frutti e, se non si riesce a chiudere il rubinetto in tempo, l’acqua sommerge lo schermo.

Blueberry Garden di Erik Svedang è platform atipico, armonioso, senza elementi fuori posto. È un gioco bonsai, quasi un Haiku, senza livore e senza ormoni. Non c’è niente di più o di meno di quello che dovrebbe esserci. Un quadro perfetto con il pittore attento a non eccedere in barocchismi. Dura poco, ma si lascia rigiocare perché non pretende nulla. Ammalia ed emoziona perché è pieno d’amore per il medium e capace di stupire, nonostante possa sembrare che abbia poco da offrire. Surreale, minimale, quasi aristocratico nel suo essere oltre la sfera dell’ovvio, Blueberry Garden è un’esperienza videoludica perfetta che lascia poco spazio agli elementi extra-ludici e nutre la sua estetica soltanto di sé, incentrando il gameplay sulla capacità del giocatore di lasciarsi trasportare emotivamente senza doverlo masturbare con storielle da trenta denari. Visivamente sublime, nonostante l’apparente semplicità della grafica (ricordate sempre: ad aggiungere sono capaci tutti, mentre capire dove fermarsi e sottrarre è più difficile) Blueberry Garden s’inserisce con prepotenza nel novero dei prodotti indie che possono far crescere il medium videoludico ben oltre la sfera del divertimento adolescenziale o, quantomeno, che riescono a farsi notare per qualità che vanno oltre l’ossessione tecnologica.

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Mirror’s Edge https://arsludica.org/2009/06/15/mirrors-edge-2/ https://arsludica.org/2009/06/15/mirrors-edge-2/#comments Mon, 15 Jun 2009 21:45:17 +0000 http://arsludica.org/?p=4721 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da EA | Piattaforme PC, Xbox 360, PS3 | Rilasciato nel 2008 (Xbox 360, PS3) 2009 (PC)

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Mirror’s Edge dovrebbe dimenticarsi di avere una trama. Cancellarla, escluderla, mortificarla. Diverrebbe un capolavoro, descrizione pura. Via la stupidità narrativa, l’idea della distopia che opprime i cittadini. Tutti questi temi nel gameplay non ci sono; sono compressi nelle sequenze filmate. Oltretutto sono trattati come cosa da poco e fanno parte più di un sentimentalismo mieloso contro la dittatura che di un ragionamento eversivo sulla dittatura. Via gli intrighi tra i personaggi. Via i cattivi che portano scritto in fronte che sono dei traditori. Riassumendo: è merda da romanzetto di serie Z, roba che un Tom Clancy qualsiasi si vergognerebbe a scrivere.

La trama di Mirror’s Edge è distrazione e non aggiunge valore al gameplay; anzi, l’effetto è esattamente opposto a quello desiderato. I magnifici ambienti creati dai grafici sono forti di una bellezza monumentale muta, che viene scardinata dal chiacchiericcio castrante dello sciocco raccontino messo in scena da chi non è riuscito a concepire il silenzio come espansione del fascino del mondo di gioco e come una fonte di appeal possibile per il fruitore.

La città di Mirror’s Edge è nazismo applicato, Albert Speer non avrebbe saputo fare di meglio. L’unica forma di ribellione possibile è percorrerla come fosse una pista, de-funzionalizzandone gli elementi che la compongono. Tubi, reti, tetti, corridoi… tutto diventa percorso di una logica fluida che crea inconsistenza nel rapporto tra l’individuo e l’ambiente. La città è il medium. Non esistono luoghi, solo passaggi, questo sembra il tema portante del gioco. La dittatura è nei palazzi, nella pulizia, nell’uso dei colori primari, nel bianco della vernice che appare bruciato sullo schermo, nella sapienza della composizione scenica, nel silenzio di un ambiente vasto, spettacolare, ma sostanzialmente morto. Una città che sembra aver rinunciato ad essere specchio dell’umano beandosi e contorcendosi nell’intrinseca volontà di potenza racchiusa nelle forme nette e pulite che la disegnano.

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Peccato per l’ingombrante presenza di Faith e la sua necessità impellente e tutta adolescenziale di farci partecipi dei suoi drammi, che sembrano caselle degli scacchi. Peccato per i filmati d’intermezzo; più una punizione che una gratificazione. Mirror’s Edge poteva e doveva essere pura cultura urbana e un monumento delle potenzialità videoludiche. Il runner è una creatura dalla bellezza effimera che crea senso con il solo agire. Il runner fa l’amore con la città, ne conosce e ne percorre gli angoli più angusti e nascosti. La rispetta e ne comprende le meccaniche labirintiche. Un runner non ha bisogno di una storia e non deve pretenderla. Figura fantasmatica può ambire al mito astraendosi dall’umanità. Faith spiega e tenta di farci credere di poter affrontare e sconfiggere il male correndo sui tetti, ovvero piega la poesia all’assurdo incastrandola e soffocandola. Immaginate l’Infinito di Leopardi con l’ermo colle geotaggato. Fosse atletica pura, Mirror’s Edge sarebbe un capolavoro. Così è solo un prodotto abbastanza originale con una storia banale. Comunque si può rimediare: basta saltare le sequenze filmate e fare finta che non esistano, compiendo un atto sovversivo sul testo ed evitando di farsi incatenare a dei significati di una povertà assurda.

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[Hands On] Grand Theft Auto: Chinatown Wars https://arsludica.org/2009/04/14/hands-on-grand-theft-auto-chinatown-wars/ https://arsludica.org/2009/04/14/hands-on-grand-theft-auto-chinatown-wars/#comments Tue, 14 Apr 2009 04:45:45 +0000 http://arsludica.org/?p=4306 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da Rockstar | Piattaforma Nintendo DS | Rilasciato il 20 Marzo 2009 [EUR]

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Piccola premessa: questo hands on è un “parere veloce”. Ciò è dovuto al fatto che il titolo non è stato provato nella sua interezza, per cui ogni giudizio definitivo andrà ricercato in una ventura recensione.

La mia attitudine nei riguardi di Chinatown Wars è stata da degno fanboy della serie GTA: hype alle stelle, approccio preparato in maniera spirituale, fruizione in assoluta ascesi, lunghissime sessioni di gioco. Tutto questo, devo ammetterlo, mi è stato ripagato con un titolo dall’area di gioco mastodontica, che riesce nell’impresa – piuttosto ardua in verità – di trasporre quasi tutta la ricchezza narrativa e di gameplay degli episodi su console casalinghe nei due piccoli schermi del Nintendo DS. Tale osservazione può però far storcere il naso a più di una persona: in effetti Chinatown Wars non spicca per il suo uso peculiare dell’handheld, a parte i semplici puzzle da risolvere quando si ruba un’auto (può capitare di dover mettere in moto intrecciando dei fili oppure digitando il giusto codice dell’antifurto su PDA), o ad esempio quando bisogna frugare in un cassonetto oppure ancora quando c’è da svaligiare un camion della Ammu Nation, rimandando al touch screen funzioni di gestione delle opzioni quali scelta dell’arma da impugnare, lettura delle email, consultazione della mappa, impostazione del GPS e via discorrendo.

gta_cw_4Il plot segue pedissequamente un copione consolidato, che vuole per l’ennesima volta i legami di sangue e la famiglia al centro della vicenda: stavolta è il turno di Huang Lee, figlio di un boss della Triade assassinato da sicari sconosciuti, e che deve tornare a Liberty City dallo zio per passargli il testimone di capo famiglia in guisa di una “spada”, come da tradizione. E qui viene svelata una notevole carica di umorismo che pervade l’atmosfera generale: la tradizione è una palese baggianata, perché la spada è stata vinta in un torneo a carte, e poi a nessuno frega del suo valore simbolico se non a chi è estraneo alla famiglia, ingannato dall’alone di leggenda artatamente creato attorno all’oggetto. Questo è un modo per avvertire sin da subito il giocatore che Chinatown Wars è un gioco e come tale va preso non troppo seriamente.

Meglio gustarsi il puro e semplice gameplay, dunque, che non va certamente fuori da quanto seminato sinora: siamo in un GTA, per cui si rubano veicoli, si uccide, si commettono crimini e si fugge dalla polizia nel tripudio di un’estetica pastellosa che sembra anch’essa sottolineare una certa demenzialità degna dei polizieschi di serie B degli anni Settanta. A parte lo stile, non vorrei commentare oltre la grafica: è evidente dagli screenshot che ci troviamo dinanzi probabilmente a quanto di meglio si sia visto su DS; l’unico neo, sicuramente dovuto alle limitazioni computazionali piuttosto che da una scelta di design, è la posizione della telecamera, che visualizza un’area quasi perpendicolare ad essa, impedendo di fatto una vista ampia (un vero problema quando si tratta di sfrecciare ad alta velocità, perché spesso non si riesce a interpretare in maniera corretta il traffico e ci si stampa contro un’auto vanificando la corsa). Sono implementati i danni delle vetture, ed è stato elaborato un modo simpatico per far calare le famigerate stellette della polizia: bisogna indurre le auto inseguitrici all’errore, facendole scontrare contro un platano o un muro.

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RockStar è riuscita a costruire una Liberty City pulsante di vita, come del resto ha sempre saputo fare sin da quando il progetto era portato avanti sotto l’egida dei DMA Design. Ciò si è tradotto in un’adorazione totale da parte della critica, a cui non è corrisposta un’altrettanto positiva risposta del pubblico: in UK Chinatown Wars ha venduto nella prima settimana metà delle copie previste, fallendo il risultato raggiunto (e atteso) di Vice City Stories su PSP. Ulteriore segno dei tempi che cambiano, e di come su DS il big score lo si centri con produzioni di altro genere.

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Moon https://arsludica.org/2009/04/10/moon/ https://arsludica.org/2009/04/10/moon/#comments Fri, 10 Apr 2009 05:47:06 +0000 http://arsludica.org/?p=4282 Per saperne di più]]> Sviluppato da Renegade Kid | Pubblicato da Mastiff | Piattaforma NDS | Rilasciato il 13 Gennaio 2009 [USA]

MOON NDS

I Renegade Kid sono originali, perché hanno scelto un modo per distinguersi nel mare magnum della sconfinata ludoteca DS: la grafica. Attenzione, non sto parlando né di stile, né di particolari effetti inediti, ma di mera capacità di rappresentare su schermo delle scene tridimensionali renderizzate in tempo reale. Le potenzialità grafiche del portatilino Nintendo – non è certo un mistero – non fanno gridare al miracolo, ed è per questa ragione che nel mercato abbondano estetiche color pastello e soprattutto bidimensionali. Si può dire, insomma, che l’elemento che latita in quasi tutti i giochi DS sia proprio la mancanza di sovrastruttura grafica, ovvero di qualsivoglia orpello barocco. Pensandoci meglio, c’è un altro elemento, strettamente correlato al primo, che caratterizza la produzione RK: la trasposizione su handheld del genere dei first person shooter. A memoria, rammento solo Metroid Prime Hunters, e poi il vuoto siderale: DS e FPS non è proprio un connubio vincente.

Le due peculiarità appena enunciate non solo caratterizzano Moon, ma lo definiscono quasi completamente: si potrebbe semplicemente dire che il titolo in oggetto è un fps con una grafica che non t’aspetti su un DS. Punto. Stop. Riflettendo un attimo su questo fatto, si scopre immediatamente una terza peculiarità: gli sviluppatori non hanno evidentemente pensato ai casual gamers come audience di riferimento del titolo, quanto piuttosto ai pc-isti che non riescono a tagliare il cordone ombelicale con gli sparatutto in prima persona nemmeno quando sono in treno o in autobus (o comunque lontano da un computer). Affascinante e al tempo stesso coraggioso.

MOON DSLe meccaniche sono identiche al precedente Dementium: The Ward: sullo schermo superiore è visualizzato ciò che vede il protagonista, il cui sguardo è diretto tramite l’azione del pennino sul touch screen inferiore. Qui, inoltre, sono mostrati i vari menu di opzioni, l’inventario delle armi, e la mappa del luogo. I movimenti sono affidati alla croce direzionale oppure al D-Pad, mentre si spara mediante il pulsante dorsale sinistro. Durante l’avventura, però, capiterà di controllare anche un piccolo drone (fondamentale per raggiungere luoghi inaccessibili al protagonista) e un mezzo di superficie (una sorta di humvee lunare). L’amalgama che ne deriva funziona in modo preciso ed efficace in ogni situazione.

L’ambientazione fantascientifica stuzzica parecchio all’inizio, perché ci porta a dover fronteggiare una crisi in una base umana installata sulla Luna: ben presto si scopre che la nostra specie non è l’unica che ha deciso di stabilirvisi. Così, al maggiore Kane – l’alter ego del videogiocatore – viene data la missione di indagare e porre fine alla minaccia di una razza aliena evidentemente ostile. Peccato che, con lo svilupparsi dell’azione, l’atmosfera sci-fi si scontri con la dura realtà fatta di corridoi e avversari tutti uguali (sebbene siano da rilevare alcune architetture davvero stupefacenti), con ostacoli fatti con lo stampino e l’abusato schema del dover andare dal punto A al punto B passando per un punto C lontanissimo per poi tornare indietro. Questo secondo me rappresenta un passo indietro rispetto a Dementium, dove la tensione veniva mantenuta ad alti livelli dalla semplice trovata dell’oscurità, sondata solo da una piccola e debole torcia, mentre in Moon scema velocemente, senza che siano opposte efficaci contromisure. Nemmeno gli scontri riescono ad elevarsi dalla media, perché le limitazioni del NDS non permettono né una presenza eccessiva di nemici contemporaneamente su schermo (di solito attaccano massimo in 4) né un’intelligenza artificiale che trascenda il mero comportarsi da bersaglio mobile.

Se i Renegade Kid vogliono continuare per questa strada, dunque, sarà meglio che si concentrino su storyline e level design, perché la prossima volta non basterà certo lo sforzo tecnologico a salvare il loro progetto dalla croce della ripetitività, principale difetto di Moon, che non gli permette di assurgere all’eccellenza nonostante alcuni buoni spunti, che gli sono valsi dei commenti entusiastici in giro per la rete.

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The Path https://arsludica.org/2009/04/02/the-path-2/ https://arsludica.org/2009/04/02/the-path-2/#comments Thu, 02 Apr 2009 06:00:58 +0000 http://arsludica.org/?p=4241 Per saperne di più]]> Sviluppato e pubblicato da Tale of Tales | Piattaforma PC | Rilasciato a Marzo 2009

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The Path non dice. Suggerisce, ma non espone, lavora sullo spazio, ma non lo svilisce pornografizzandolo alla comprensione. È un videogioco liquido che si adatta all’esperienza di chi lo gioca, anche di chi lo disprezza completamente. Non impone un senso, ma lo costruisce con il giocatore, dandogli la possibilità di crearsi un’angoscia personalissima all’interno della scatola / gioco.

Le meccaniche di The Path sono semplicissime: scelta una tra le sei ragazzine / ragazze / donne disponibili nella schermata iniziale, la si ritrova alla fine di una strada asfaltata, che muta in un sentiero sterrato. Intorno c’è un bosco oscuro in cui viene suggerito di non entrare da una scritta in sovraimpressione. Seguendo il sentiero si arriva in breve a casa della nonna, fallendo nella missione. L’esperienza inizia addentrandosi nel bosco, ovvero violando il divieto iniziale, come in tutte le favole che si rispettino.

Il bosco è oscuro e profondo, uno spazio senza confini che costringe a girare in tondo e a ritornare sempre sui propri passi. Una volta fra le sue brame il sentiero sparisce e si è costretti a cercare la luce nel buio, vagando apparentemente alla cieca in un territorio che assume presto connotati metafisici. Non c’è nulla che minacci il giocatore in The Path, ma pur essendone coscienti, se ci si lascia andare alla fruizione, si riesce a provare l’inquietudine di trovarsi da soli in un luogo ameno, in cui il rischio maggiore è proprio quello di farsi travolgere dal recupero dei ricordi.

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Non c’è una linea narrativa precisa da seguire; si vaga, si interagisce con gli ambienti, si sta a guardare. Niente appare chiaro e non c’è nulla che tenti di stabilire dei punti fissi. L’interazione stessa è paradossale, perché nei momenti chiave si limita a chiedere al giocatore di abbandonare i controlli lasciando che il personaggio s’immerga nello scenario che contiene il suo ricordo traumatico.

In realtà anche la descrizione che sto facendo è una forzatura perché, me ne rendo conto, è una mia interpretazione di un microcosmo che ammette il molteplice. Non c’è niente, in The Path, che permetta di svelare il moto del giocare perché, nonostante tutto, il suo fascino ruota intorno al mistero che lo genera. Cos’è The Path se non una negazione, in termini videoludici, di come vengono interpretati oggi i videogiochi anche dai videogiocatori stessi? Non c’è morte, ma la morte è ovunque; non ci sono combattimenti, non ci sono enigmi da risolvere, se non il gioco stesso, e non c’è uno schema fisso da seguire, eppure sembra di dover fare sempre la stessa cosa.

Il giocatore è perso nel bosco come le ragazze, tutte con indosso abiti rossi e neri (tranne per… vabbé, niente spoiler): come loro vaga nel buio alla ricerca della luce e, in generale, sembra saperne quanto loro di quello che ha intorno. Sin da subito, viene invitato a modificare il processo cognitivo del medium, che in questo caso rappresenterebbe più un ostacolo alla fruizione che un aiuto a “portare a termine” l’avventura. Le sequenze finali aiutano solo in parte, ma in generale sembrano pensate per confondere e stratificare ulteriormente il senso, quasi in un gioco rizomatico di significati che non ammettono sedimentazioni (per quanto possibile).

Andando a caccia di altri paradossi, si può dire che gli elementi più stranianti siano proprio quelli più propriamente riconducibili ai videogiochi tradizionali, ovvero la raccolta dei fiori sparsi per il bosco e la schermata di fine capitolo con un riepilogo che sembra uscite da un Doom qualsiasi, più che da un gioco horror, e che possono essere lette come dichiarazione di appartenenza, come una demarcazione di territorio non priva di una certa ironia, dovuta soprattutto al fatto che i dati oggettivi non comportano la vittoria, determinata piuttosto dal fallimento, ovvero dall’incontro con il lupo, allegoria del riemergere.

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In fondo, The Path tematizza la ricerca in quanto tale, nata dall’abbandono dell’ambiente rassicurante, per quanto caotico, rappresentato dall’illusione urbana, poco visibile ma sempre presente come un’apparizione, che sembra voler indicare la distanza tra la città e l’individuo. Le bambine devono perdersi per potersi ritrovare, devono abbandonare il sentiero per poter arrivare veramente a scoprire il senso del loro viaggio che è, neanche a dirlo, insito nella casa della nonna, figura assente, ma che sottende continuamente il suo esserci, almeno fino alla fine.

Pensandoci bene, l’inserimento di elementi videoludici “puri” è anche un modo per dire: è un videogioco, non un film, non un quadro interattivo, non un prodotto determinato dalla sola composizione di altre arti a cui si vorrebbe subordinato e inferiore. È un videogioco e, in quanto tale, riesce a produrre senso, piaccia o meno. Non potete limitarvi ad osservarlo e a decantarlo, dovete anche giocarlo. Se riconoscete i suoi meriti espressivi, non potete prescindere dal riconoscerne la natura e, quindi, non potete non esaminarlo in quanto tale, senza fuggire in territori più comodi e più tranquillizzanti. Per questo evito di parlare di grafica e sonoro, che in questo caso stonerebbero ancora più del solito.

The Path invita a perdersi a tutti i livelli di lettura possibili, scartando l’ipotesi dell’indifferenza e invitando a provare sentimenti forti, fossero pure l’odio o la ripugnanza. La sua natura informe o, meglio, difforme sfugge dall’ormonalità dominante e invita alla contemplazione, a una fruizione lenta. Non per niente correre nel bosco comporta l’impossibilità di guardare in prospettiva, ovvero si perde la profondità dello sguardo sul contesto, con l’inquadratura che ruota sull’asse Y passando dall’essere posizionata alle spalle del personaggio, all’essere posizionata a volo d’uccello.

Tutto avviene all’interno dell’azione e in realtà dal fruitore non viene preteso molto, se non la partecipazione e la capacità di accettare l’impossibilità di arrivare a qualcosa di definito o, meglio, di detto. Gli stessi elementi testuali che appaiono sullo schermo non guidano, ma ampliano l’idea generale, contribuendo allo splendido smarrimento.

SITO UFFICIALE

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https://arsludica.org/2009/04/02/the-path-2/feed/ 34 4241
OnLive: The Future of Video Games? https://arsludica.org/2009/03/27/onlive-the-future-of-video-games/ https://arsludica.org/2009/03/27/onlive-the-future-of-video-games/#comments Fri, 27 Mar 2009 09:12:37 +0000 http://arsludica.org/?p=4188 Per saperne di più]]> Lo ammetto: pur non essendo una novità che illustri personalità dell’industria videoludica si siano sbilanciate nell’illustrare un futuro privo di console war e caratterizzato da servizi avanzati di digital delivery, mai avrei pensato, prima di leggere la notizia postata dal nostro prode Matteo Anelli nel forum di Ars Ludica, che un progetto di tal sorta fosse in un così avanzato stato di sviluppo (tanto da essere ufficialmente presentato alla Game Developers Conference di San Francisco, che si chiude proprio oggi). Il progetto cui faccio riferimento si chiama OnLive, e verrà commercializzato nel mercato USA quest’inverno (già da quest’estate, comunque, i cittadini statunitensi potranno provarne una beta).

La natura e il funzionamento del servizio appaiono semplicissimi: permettere all’utenza di giocare a qualsiasi titolo semplicemente connettendosi a Internet (attraverso un plugin per browser se su PC o Mac, oppure mediante l’apposita MicroConsole da collegare ad un TV). Come avveniva negli scenari a divisione di tempo dei grandi calcolatori mainframe di trent’anni fa, gli apparecchi sui quali si gioca sono dei semplici terminali di un software che viene eseguito in remoto da appositi server. Questo significa che persino configurazioni entry-level, o per l’appunto semplici televisori, sono sufficienti per gustarsi prodotti del calibro di Bioshock, Unreal Tournament 3, GRiD, F.E.A.R. 2 e via discorrendo.

I produttori promettono un’interazione realistica, l’assenza di tempi morti (neppure per il download!) e la massima resa tecnologica dei videogiochi offerti: non si può che rimanere inebriati dinnanzi alle potenzialità di simili caratteristiche, se solo si pensa al fatto che per accedere a tutto ciò potrebbe bastare una comune connessione a 1.5 megabit al secondo (5 se si desidera una risoluzione 720p): le applicazioni con interazione in tempo reale richiedono un flusso dati costante, con latenze contenute e stabili nel tempo, affinché le prestazioni siano soddisfacenti per l’operatore umano (ad esempio, in una conversazione telefonica, lag fino ai 400 millisecondi, sebbene percepiti, possono ancora risultare sopportabili per gli operatori umani, ma per preservare il senso di istantaneità bisogna per forza di cosa scendere al di sotto dei 150 millisecondi); il problema è che l’infrastruttura su cui poggia OnLive è Internet, concepita con una filosofia antipodale rispetto alla cura per la consegna del pacchetto dati entro strettissimi vincoli temporali, per cui è sufficiente un solo collegamento congestionato nel tragitto giocatore – server (e ritorno) per far decadere sensibilmente la qualità del servizio. E se consideriamo che le latenze ottimali di una DSL sono di circa 100 ms, allora capiamo le proporzioni della sfida.

La curiosità di vedere il sistema in azione, dunque, coinvolge molteplici aspetti che solo la release definitiva potrà soddisfare. La portata di OnLive è immensa, perché se l’operazione dovesse tradursi in un ampio successo ci troveremmo dinanzi alla ridefinizione del concetto stesso di fruizione dell’opera videoludica, balzando in una nuova era.

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Dead Rising https://arsludica.org/2009/01/07/dead-rising/ https://arsludica.org/2009/01/07/dead-rising/#comments Wed, 07 Jan 2009 05:04:15 +0000 http://arsludica.org/?p=3536 Per saperne di più]]> Sviluppato e Pubblicato da Capcom | Piattaforme Xbox 360, Wii | Rilasciato l’8 Settembre 2006 (EU – 360), e il 27 Febbraio 2009 (EU – Wii)

Hey… Aren’t zombies great?
I mean, all they do is eat, eat, and eat. Growing in number… Just like you, red, white and blue Americans.

Capcom, nella sua lunga carriera di software house di primissimo piano nel firmamento mondiale videoludico, ha spesso omaggiato e contemporaneamente saccheggiato l’immaginario dei non morti che camminano; inutile quasi citare l’indimenticabile saga horror di Resident Evil, capace di affascinare milioni di giocatori con la sua carica di tensione e di mistero. Messe da parte le cospirazioni della Umbrella Corporation, la storyline di Dead Rising propone ancora una volta di affrontare orde di zombie – che qui assumono le proporzioni di folle oceaniche bramose di freschissima carne umana -, e lo fa con uno stile tale da distaccarsi sensibilmente dal mood serioso e pessimista sperimentato nelle avventure di Chris Redfield e compari.

Frank West – il protagonista – è un reporter che ha fiutato le potenzialità di un sensazionale scoop nella cittadina di Willamette, Colorado (USA), e decide di sfidare i cordoni della Guardia Nazionale per recarsi sul posto e indagare le ragioni alla base di quella che a prima vista sembra una rivolta di massa che le autorità si sforzano di tenere sotto silenzio. Cuore della città è il sontuoso centro commerciale che costituisce in pratica un’enorme (nonché unica) arena di gioco entro la quale condurre le indagini e sopravvivere per 72 ore (alla fine delle quali Frank deve presentarsi all’eliporto del centro per essere prelevato mediante elicottero da Ed DeLuca, il suo pilota). La situazione si rivela immediatamente critica (si capisce ben presto che non si tratta di disordini ma di un’autentica invasione di zombie) e la storyline esibisce sin da subito la sua struttura molto aperta: essendo Frank un giornalista, al videogiocatore è lasciata la responsabilità di scegliere i casi da seguire per recuperare indizi e tentare di venire a capo del mistero. Naturalmente, è presente una storia principale, che costituisce la struttura portante narrativa di Dead Rising, ma è possibile infischiarsene in una certa misura (tant’è vero che ci sono ben 6 finali, dei quali uno solo sblocca una modalità estesa – overtime – al termine della quale si può assistere al vero finale); il canovaccio si presenta insomma come un bouquet di quest da cui attingere, con rigorosi ma non stringenti limiti temporali (non è certamente possibile risolvere tutto, ma una discreta parte sì).

Le missioni possiedono una struttura piuttosto convenzionale, che rientra nello schema del togliere le castagne dal fuoco di qualcuno scortandolo in un luogo sicuro (la Sala Sicurezza), oppure sconfiggendo un avversario particolarmente coriaceo, oppure ancora recuperare oggetti di fondamentale rilevanza. Nulla di nuovo sotto al sole, e ciò permette così di concentrare l’attenzione sull’esplorazione e sul combattimento contro gli zombie. Come ogni centro commerciale che si rispetti, infatti, quello di Willamette offre infinite occasioni di intrattenimento, che spaziano dall’accedere all’anfratto nascosto al dilettarsi con una nuova arma a mietere vittime tra le fila dei non morti, dal venire in contatto con varie forme di perniciosissima follia (osservare la psicosi di Seon al supermercato o il cervello completamente in pappa di Larry il macellaio è uno spettacolo imperdibile) allo scattare foto a soggetti molto particolari. Purtroppo, il livello di sfida non brilla né per originalità e né per durezza, specialmente quando si tratta di sopraffare i vari boss, comici nella loro incapacità di generare apprensione in chi gioca (addirittura due li si fa fuori in modo praticamente identico: Jo la poliziotta e il sopracitato Larry il macellaio); in un caso ho riscontrato un fastidioso quanto noto bug (però non riportato nelle recensioni che ho letto, ma non voglio fare illazioni), legato al respawn di tre evasi dal carcere capaci di infastidire un bel po’. Fortuna che lo si dimentica presto.

A costo di sembrare ipercritico, devo rilevare una certa mancanza di coerenza nella calibrazione degli eventi: se per tre quarti dell’esperienza ludica si ha avuto quasi l’ansia dettata dall’indecisione nel pianificare i casi da seguire (dato il gran numero degli stessi), nel momento più importante (coincidente con l’arrivo dei corpi speciali inviati a fare un po’ di pulizia), che dovrebbe costituire il compimento del climax tanto accuratamente preparato, si assiste ad un afflosciamento generale dovuto alla mancanza di compiti da svolgere: sono rimasto alcune decine di minuti con le mani in mano, attendendo che si avvicinasse il momento di presentarmi all’appuntamento con l’elicottero (il cui arrivo sancisce il termine delle 72 ore). Un tale buco, in un’esperienza ludica comunque non molto estesa in quanto a durata, ha un peso decisamente poco positivo. Tra l’altro, l’ultima sezione di gioco è quella che mostra il fianco alle maggiori critiche tecniche: gli avversari sono dei soldati, e non possiedono né la carica di simpatia degli zombie e né permettono di attuare approcci originali nel combattimento; ci si deve limitare all’appostarsi (manca un sistema di copertura adeguato, e non si può mirare e sparare allo stesso tempo, per cui si rimane sempre esposti alle raffiche nemiche) ed esplodere una sequenza infinita di proiettili fin quando l’obiettivo non cade – assistendo per giunta a delle pessime animazioni (che nel caso degli zombie avevano altresì funzionato benissimo).

I veri protagonisti di Dead Rising sono per forza di cose gli zombie, dato che da soli sono capaci di reggere la scena in tutti i contesti: la loro staticità permette di farli fuori nei modi più disparati, combattendo a mani nude, pestandoli col primo oggetto a portata di mano (televisori, martelli, rubinetti, sedie, cestini, palloni da calcio, ombrelloni… la lista è infinita), facendogli esplodere le budella con una sana vecchia doppietta, squartandoli con motoseghe e katane in un tripudio di sangue e viscere; il loro numero immenso (consiglio un giro nei sotterranei per restare a bocca aperta) e la loro elementare pulsione di divorare qualsiasi cosa abbia ancora un sangue caldo a scorrergli nelle vene da’ le palpitazioni; la loro stessa genesi conferisce spessore all’impianto ideologico del titolo in esame: se in Dawn Of The Dead George Romero aveva dipinto gli zombie sostanzialmente come un’umanità che, se privata del lume della ragione, ha come unico altro stimolo atavico oltre a nutrirsi quello di recarsi al supermercato, in Dead Rising (che attinge a piene mani fino al limite del plagio dalla pellicola del regista di Pittsburgh) Capcom ha portato la critica a un livello superiore, individuando proprio nel consumismo la ragione prima dell’origine degli zombie. Avete idea di quanta carne mangino gli Americani?

Pur non rivelandosi affatto il capolavoro sperato, Dead Rising rimane un must have soprattutto per la struttura piuttosto aperta della narrazione e per il riuscitissimo amalgama di umorismo e orrore che si rivela in grado di offrire, nonostante il gameplay sia piagato da alcune scelte ampiamente discutibili.

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Eledees: The Adventures of Kai and Zero (Nintendo DS) https://arsludica.org/2008/11/30/eledees-the-adventures-of-kai-and-zero/ https://arsludica.org/2008/11/30/eledees-the-adventures-of-kai-and-zero/#comments Sun, 30 Nov 2008 06:00:10 +0000 http://arsludica.org/?p=3144 Per saperne di più]]>

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Suikoden: Tierkreis (Nintendo DS) https://arsludica.org/2008/11/29/suikoden-tierkreis/ https://arsludica.org/2008/11/29/suikoden-tierkreis/#respond Sat, 29 Nov 2008 06:00:13 +0000 http://arsludica.org/?p=3107 Per saperne di più]]>

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