define('DISALLOW_FILE_EDIT', true); define('DISALLOW_FILE_MODS', true); Editoriali – ArsLudica.org https://arsludica.org Blog e podcast sui videogiochi, l'universo, e tutto quanto Sun, 09 Nov 2014 21:04:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.4.8 49222165 Usato non garantito https://arsludica.org/2013/01/12/usato-non-garantito/ https://arsludica.org/2013/01/12/usato-non-garantito/#comments Sat, 12 Jan 2013 11:01:58 +0000 http://arsludica.org/?p=21347 Per saperne di più]]> 1309045254253Se c’è una persona che non è aggiornata su NULLA quello sono io: ho scoperto che Silviuzzo era da Santoro verso mezzanotte e mezza fuori dall’allenamento mentre l’Italia intera stava già uscendo dalla relativa cristallizzazione, sono venuto a conoscenza che un mio lavoro aveva fatto il botto con addirittura una settimana di ritardo rispetto a migliaia di persone non coinvolte nel lavoro, ultimo ma non meno importante ho scoperto con mio grande stupore (e questo decisamente non mi fa onore) che se lecchi la patata a una con l’AIDS sicuro 9/10 che ti tesserano nel club di Magic Johnson.
Immaginate la reazione della mia attuale compagna quando sul mio viso ha fatto capolino l’espressione basita di chi ha realizzato che le banane sono dritte.
Fortuna la mia amena vita sessuale mi preserva dal contagio di mortali malattie trasmissibili con gli umori della bagiana, cerco comunque di rimediare leccando i sedili della metropolitana.
A salvarmi da questa sinistra tendenza a non sapere niente per tempo, almeno in campo videoludico, mi salvano l’amicizia su Facebook con l’Anelli e il Tagliaferri, che solitamente postano a mitraglia news su quella parte di intrattenimento che tanto ci è cara.
L’ultima che ha catalizzato la mia attenzione riguarda la tecnologia NFC che Sony avrebbe intenzione di applicare ai suoi giochi per contrastare il mercato dell’usato: la versione Bignami è che non si potranno più rivendere i giochi poiché questi saranno legati a vita alla macchina su cui sono stati giocati la prima volta o all’account dell’utente (è ancora da definire).
Questa potrebbe essere una svolta epocale, non tanto nel videogioco quanto nella concezione di “proprietà privata” associata a determinati beni. Da sempre siamo stati abituati a spendere soldi per un prodotto ed essere effettivamente il proprietario di quella copia, sia essa un’automobile, un disco o un vibratore a 6 velocità e retromarcia (la retromarcia è quando lo infili ne … vabé). Il concetto di proprietà si estende, e si è sempre esteso, alla libertà di poter rivendere il bene senza restrizioni; è mio e ci faro ben quello che mi pare, tanto più che di questa operazione ne beneficiano sia il proprietario che l’acquirente dato che il prezzo di vendita è solitamente inferiore al “nuovo”, e permette un parziale rientro delle spese da parte di chi vende.
Basico, ora che l’ho spiegato mi sembra ovvio ai margini dello stupido.
Ne nasce una breve discussione sul social network, in cui il Tagliaferri ribadisce quanto il mercato dell’usato non produca nessuna entrata per le software house, ma è spesso considerato un costo perché costringe a mantenere attivi determinati servizi.
Ovviamente la mossa tende ad arginare anche la pirateria, fenomeno che comunque è sempre un passo avanti a tutti indipendentemente dalle misure prese per contrastarlo.
Il Tagliaferri, ora che fa videogiochi, è passato al lato oscuro della forza.
Ma non era solo, altri hanno argomentato a favore di questa scelta, e con mio grande stupore nessuno sembrava essere particolarmente preoccupato dalla perdita di diritti sul bene acquistato. Vi è più che l’eventuale cessione dei servizi relativi ai “vecchi” titoli, se davvero questa è la ragione, colpisce anche i proprietari originali (cosa che già succede), dato che molti giochi con un supporto online hanno notoriamente i giorni contati.
La verità è che il videogioco vorrebbe diventare un servizio, offrendo attraverso il meccanismo dell’abbonamento, contenuti aggiornati in continua evoluzione, staccandosi definitivamente dal legame con il supporto fisico. Ma per essere servizio vero, come l’abbonamento del tram, dovrebbe anche eliminare la necessità di avere una console (o PC sempre aggiornato) per poter usufruire del loro servizio, così come non ci dovrebbero essere limiti ai titoli a cui posso accedere, vecchi o nuovi che siano.
Siamo molto lontani da questa realtà delle cose, al momento compriamo il tram (la console) e i binari (il gioco) e l’account dei giochi online (l’autista), a queste condizioni nessuno può negarci la proprietà effettiva di tutti questi elementi.
La mia preoccupazione in merito è grande, non perché io sia un maneggione della compravendita videoludica al punto di vedere le mie finanze dimezzate da un tale intervento, ma perché vedo un’atteggiamento rinunciatario estremamente pericoloso, lo stesso che ha portato alla perdita di molti diritti, per esempio, nel campo del lavoro.
Questi cambiamenti ci tolgono un poco alla volta qualcosa, e non aggiungono nulla, li accettiamo come inevitabili, o peggio, li valutiamo singolarmente come perdite trascurabili senza soffermarci a riflettere sulla visione complessiva.
Intere foreste sono scomparse un albero alla volta, non è per vendere Freelancer (non osate!), ma è una questione di principio, è una questione di diritti.
Nel frattempo se l’Anelli o il Tagliaferri postassero, qualche volta, su Facebook anche delle informazioni di carattere sanitario ne sarei grato.

questo articolo è stato scritto ascoltando:
Planxty – The Well Below The Valley (1973)

 

]]>
https://arsludica.org/2013/01/12/usato-non-garantito/feed/ 23 21347
Troppe critiche all’attuale generazione https://arsludica.org/2012/10/18/troppe-critiche-allattuale-generazione/ https://arsludica.org/2012/10/18/troppe-critiche-allattuale-generazione/#comments Thu, 18 Oct 2012 05:00:07 +0000 http://arsludica.org/?p=21134 Per saperne di più]]> La nostalgia è una gran brutta bestia, che talvolta ci plasma a suo piacimento e altera la nostra capacità di critica. Forse molti non saranno d’accordo con il sottoscritto, forse semplicemente non ci vogliono pensare o non gli frega una cippa, ma è cosi. Spesso sento giocatori che si lamentano dell’attuale generazione videoludica, della durata dei giochi, della loro difficoltà e di tante altre cose. Ci si lamenta ricordando il passato tutto rose e fiori, “si stava meglio quando si stava peggio”. Se provi a dire ai nostalgici che anche l’attuale generazione ha dato tanto a tutti noi, quelli, titubanti diranno che sì, ha dato qualcosa, ma è tutto diverso, tutto breve, facile, vuoto. Mi viene da sorridere quando sento queste cose.

Avendo iniziato a giocare con il SNES e poi con le console SEGA e SONY ho bene o male assaporato tutte le epoche e ciò che non sono riuscito a provare lo gioco oggi. Ogni generazione ha donato moltissimo all’arte e al suo continuo evolversi, ma in ogni generazione il salto qualitativo non è solo a livello grafico. Tralasciando le avventure grafiche, che in ogni caso senza una trama ben congegnata valgono poco, e qualche decina di titoli, i giochi d’epoca sono semplici, dotati di una sceneggiatura banale e fin troppo lineare. Man mano che le generazioni avanzavano anche il livello narrativo dei giochi action, adventure, free roaming iniziò a migliorare e sfido chiunque a dire che l’attuale generazione non ha offerto niente di concreto dal punto di vista narrativo.

La valutazione del gameplay è molto soggettiva, certo, ma anche qui possiamo tranquillamente dire che l’attuale generazione, grazie alla tecnologia, ci regala giochi fluidi e ben strutturati. Non tutti, sia chiaro: anche nel 2012 se ne vedono di obbrobri, ma sono meno (complice il costo dello sviluppo di un videogame). Il level design in alcuni titoli è migliorato, in altri no. Spesso sento che Crash aveva un level design davvero di prim’ordine… ma dove? Dei semplici corridoi da percorrere con degli ostacoli messi in modo molto organizzato non sono un level design di prim’ordine. Quanto alla difficoltà sempre decrescente, essa è semplicemente il sintomo del poco tempo disponibile dei molti giocatori. Finché siamo giovani e di tempo ne abbiamo a volontà possiamo giocare anche 20 ore su 24 e quindi terminare i giochi alla massima difficoltà, ma poi questo momento finisce. A quel punto scegliamo una difficoltà minore, perché comunque siamo curiosi di scoprire la trama e di giocare, ma questo non vuol dire che il gioco è facile a tutte le difficoltà; infatti, basta impostare il livello più alto e il gioco è fatto.

Siamo cresciuti con le vecchie generazioni ed esse sono rimaste nei nostri ricordi come un qualcosa di magnifico (avete presente il primo bacio, la prima volta e cosi via?), a prescindere dalla loro effettiva bellezza. Ritengo quindi inutile denigrare una generazione solo perché non ne facciamo pienamente parte.

]]>
https://arsludica.org/2012/10/18/troppe-critiche-allattuale-generazione/feed/ 14 21134
Art-e (Rant pt.1) https://arsludica.org/2012/10/04/art-e-rant-pt-1/ https://arsludica.org/2012/10/04/art-e-rant-pt-1/#comments Thu, 04 Oct 2012 09:24:05 +0000 http://arsludica.org/?p=21144 Per saperne di più]]>
Non augurerò mai al videogioco di diventare Arte.
L’Arte, in molte sue forme, è stata una presenza costante nei miei trent’anni (sigh) di vita, e ne conservo ancora una notevole considerazione, anche se ridimensionata con il tempo.

Ma io no, non voglio fare l’artista, io voglio fare il musicista, nello specifico il compositore e l’arrangiatore, al che qualcuno potrebbe far notare che “artista” è comprensivo del termine “musicista”, ed è qui che mi incazzo.
Io voglio fare un mestiere, voglio fare l’artigiano, voglio che il mio lavoro abbia una funzione e possa essere giudicato in base a quanto correttamente la svolge, per la qualità della sua fattura, per la sua capacità di raggiungere l’obbiettivo preposto; perché, contrariamente a quello che è il pensiero comune, un’opera quale che sia è sempre valutabile e misurabile secondo determinati parametri, altrimenti al Conservatorio non ci sarebbero esami e voti esattamente come a Ingegneria.

Pensare al videogioco in termini di Arte, così come l’Arte è stata concepita nel ‘900 (e senza che chi lo fa dia segni di volersi redimere), mi proietta immediatamente in una dolorosissima spirale di eventi che hanno portato l’opera d’arte a circondarsi di design, moda, concetto, grafica e poi progressivamente migrare totalmente verso questi strati esterni, lasciandoci opere compiute da gente che non sa fare, esaltate o affossate da oziosi critici che si riempiono la bocca con termini come “rivoluzione del linguaggio” e guardate con occhio interrogativo da Alberto Sordi e consorte.

È una manifestazione del lento e inesorabile declino sociale, parole come “artista” e “poeta” vengono sprecate per riferirsi a istrionici palazzinari della cultura, un viaggio dal male al peggio.
Non auguro al videogioco di creare distanza dal suo pubblico diventando ermetico e pretenzioso, lasciando da parte la capacità di intrattenere su un terreno che ci accomuna in favore di quella di interessare in campi che ci dividono: un mezzo espressivo non ha bisogno di essere definito “arte” per ottenere dignità; anzi, visti i colpi subiti recentemente dal nostro sistema sociale e culturale, forse è più utile che rimanga nel dominio del mestiere piuttosto che in quello dei boriosi piumati.

C’è poi un’altra questione: le modalità espressive dell’arte figurativa, come anche della musica e della letteratura, si sono evolute o si sono ritrovate costrette a cambiare radicalmente strada a causa dell’inarrestabile evoluzione tecnologica. In molti conoscono la relazione tra l’invenzione della fotografia e la nascita delle correnti astratte nella pittura; ma in pochi sanno che per esempio la nostra forma canzone è stata definita anche in parte dalla limitata capacità (in termini di minutaggio) dei primi supporti di registrazione dedicati alla distribuzione sul mercato domestico, per non citare lo sconvolgimento sonoro determinato dall’applicazione dell’elettricità in contesti musicali.
Il videogioco dunque, che nasce in un contesto altamente tecnologico ed è ad esso legato indissolubilmente, evolverà in maniera dissimile da tutti gli altri mezzi espressivi, semplicemente perché ha già conosciuto un’evoluzione perpetua senza aver avuto prima il tempo di consolidare la maturità che altre scuole hanno avuto. Qualcuno potrebbe fare un parallelo col cinema, anch’esso nato da una tecnologia in continuo divenire, ma bisogna ricordare che il cinema ha trascorso la sua infanzia in un periodo che, con gli occhi della contemporaneità, era molto meno accelerato di quello attuale, ed ha saputo attirare quasi immediatamente le attenzioni di grandi autori per via del suo legame stretto con il teatro; il videogioco dal canto suo non ha ancora fatto gravitare intorno a sé niente e nessuno di veramente interessante, da un lato perché la sua natura interattiva e (quasi) onnicomprensiva non ha paragoni nel passato, e quindi non può godere (o subire) dell’intervento di maestri importati, dall’altro perché l’esasperazione dei ritmi odierni lo hanno costretto nel limbo del genere di consumo anziché in quello del genere di fruizione.

A questo si aggiunge che oltre i videogiochi nessuna opera, a parte in misura limitata le installazioni, propone, anzi richiede a chi ne usufruisce di essere una parte attiva, il protagonista, ribaltando così la base del concetto di “opera” da quando questa esiste.
Tutte queste singolarità potrebbero tenere lontano ancora per molto il videogioco dalle attenzioni del circolino radical chic dell’Arte, lasciandogli lo spazio di affermarsi come il genere di intrattenimento evoluto che è, permettendogli di stabilire in maniera autonoma e indipendente i valori su cui fondarsi, prendendo le distanze da quel pontificare sul niente proprio dell’Arte di concetto, dove si destruttura e si “innova” con sempre meno ciccia e sempre più fumo, dove l’affermazione di un’opera da tutto dipende fuorché dalle sue caratteristiche intrinseche.
Se siamo fortunati il videogioco non sarà mai Arte.

Questo articolo è stato scritto ascoltando:
Oz Noy – Schizophrenic (2009)

]]>
https://arsludica.org/2012/10/04/art-e-rant-pt-1/feed/ 7 21144
Il tenore dei commenti nel Windows Phone Marketplace https://arsludica.org/2012/07/30/il-tenore-dei-commenti-nel-windows-phone-marketplace/ https://arsludica.org/2012/07/30/il-tenore-dei-commenti-nel-windows-phone-marketplace/#comments Mon, 30 Jul 2012 07:39:16 +0000 http://arsludica.org/?p=21062 Per saperne di più]]> Un po’ come Terra Bruciata di Ringcast, ma per scritto.

Nei commenti di Droplitz Delight:

Allora voi credete che e’ un gioco bello ma secondo me no ed e’ anche a 1€ in quanto su iPhone Dead Space costa 1€ che e’ un gioco bellissimo e hanno fatto anche mass effect su android pensate voi se sapevo di questa fregatura avevo preso un android o un iphone.

risposta cortese:

Bel gioco e ottimo prezzo. Vorrei solo dire a quelli che si lamentano che è normale pagare 99 cent per un gioco. E vorrei anche ricordare che si paga il servizio dei punti xbox live. Se ciò non vi interessava o non vi piaceva, perché non avete preso un android o un iOs? 🙂 saluti a tutti 🙂 Rispondendo a Giuseppe, Android e iOs son sempre disponibili in negozio, nessuno ti obbliga a tenere un Wp 🙂

risposta disillusa:

Caro Giuseppe hai ragione su tutto tranne che sul prezzo, i giochi che hai citato costano sui 5 euro, purtroppo qui su Windows Phone siamo abituati a schifezze disumane vendute allo stesso prezzo e quando esce un giocco a 99 cent è un mezzo miracolo

pietra tombale:

Testa di rapa obiettivi e classifiche li hanno tutti i giochi anche senza x box live!sei inutile!nn è il fatto di pagare un euro due euro e il principio di arricchimento ingiustificato che fa innorridire!c e quessi si fanno i soldi per si giochi di *** ma ti rendi conto?ma che te lo dico a fa manco sai cos e l economia

Cercate pure in giro per il marketplace, troverete commenti analoghi (anche peggiori) che vanno a picchiare sempre sulla stessa cosa: il prezzo. “Bel gioco ma abbassate il prezzo” (3 euro), “abbassate il prezzo”, “bellissimo ma 3 stelle perché non è gratis”, “quando lo rendete gratis?”.

E’ vero, rispetto all’App Store e al Play Store il Windows Phone Marketplace è meno ricco, con meno (anzi decisamente poche) applicazioni interessanti e con un prezzo medio più alto (soprattutto con pochissime applicazioni gratis). Siamo nell’empasse di una piattaforma meno appetibile della concorrenza (salvo che non vi piaccia Metro, l’elegante interfaccia di WP), su cui gli sviluppatori (credo “incoraggiati” da Microsoft) tengono prezzi mediamente più alti data la limitata base d’utenti, la qual cosa non rende certo la piattaforma più appetibile.

Lasciando stare il fatto che Windows 8 ucciderà in un colpo solo sia il PC (almeno così teme Valve) che Windows Phone 7 (i telefoni WP7 attuali verranno aggiornati al massimo alla versione 7.8 e tanti saluti), la cosa preoccupante è avere da attingere a un bacino di utenti così proni al bimbiminchismo, così disabituati all’acquisto e convinti che sviluppare software sia come fare beneficenza. Tale bacino di utenza quanto è condiviso con iOS e Android? Chi dei due è più responsabile di averlo plasmato così Arpagone? O Windows Phone per affinità si cucca le gioie della tipica utenza parassita PC?

Per l’estiva riflessione sulla cosa, rimando anche alla geniale sintesi di Matthew Inman, This is how I feel about buying apps – The Oatmeal.

]]>
https://arsludica.org/2012/07/30/il-tenore-dei-commenti-nel-windows-phone-marketplace/feed/ 8 21062
Considerazioni post-E3 2012 https://arsludica.org/2012/06/14/considerazioni-post-e3-2012/ https://arsludica.org/2012/06/14/considerazioni-post-e3-2012/#comments Thu, 14 Jun 2012 11:13:38 +0000 http://arsludica.org/?p=20914 Per saperne di più]]> “Chi ha vinto l’E3?”

Ogni anno (o quasi) questo è l’interrogativo che addetti ai lavori – e non – si pongono… purtroppo ho l’impressione che in questa edizione 2012 sarebbe più opportuno porre il quesito in altri termini: “chi non ha perso l’E3?”.

È stata infatti, ahimè, una fiera all’insegna della disorganizzazione, delle idee confuse (per chi ce le ha), dei concept triti e ritriti.

C’è chi con soli tre franchise  – Forza, Gears, Halo – accumula un qualcosa come 12 uscite complessive nell’arco di una generazione: troppe, a mio modesto avviso, ma se van bene ai fan… e comunque, quell’Halo 4 che profuma di Metroid Prime potrebbe stupire, assieme ai 343 che ci stan dietro, un esercito di scettici. Per il resto, solito CoD e le ormai familiari applicazioni Kinect per le nuove leve: è il mercato che te lo chiede. Nemmeno una sillaba sulla next-gen. Eppure, nonostante il controllo vocale fosse una realtà già ai tempi del C64, Microsoft non ha perso.

C’è chi in qualche modo continua sempre a provarci, in particolare con i team interni. Contrariamente a Microsoft, Sony non sembra avere assi nella manica esclusivi per la stagione natalizia, a meno che quel Playstation All-Battle Royal  ispirato vagamente a Smash Bros non rappresenti una piacevolissima sorpresa, commerciale in primis. Per il resto, ahimè, Ueda ancora missing in action e Vita non pervenuta, ma pure qui basterà un CoD a far cassa in attesa di The Last of Us. Di PlayStation 4 neanche l’ombra. Eppure, nonostante quel volante ufficiale per Move sembri uscito da un film di Batman, Sony non ha perso.

E poi c’è… no, mi correggo: si sperava che ci fosse. Dopo la nebulosa presentazione di Wii U dell’anno scorso, l’annuncio a sorpresa di una conferenza interamente dedicata ai suoi giochi (neanche vero poi, dato che si è parlato anche di 3DS) , ma soprattutto dopo il parziale mea culpa di Iwata di poche settimane addietro era lecito attendersi molto di più sul versante terze parti. Appurata l’inspiegabile assenza di qualsivoglia materiale di team interni come Retro Studios, ci ritroviamo invece con una macchina che, salvo rarissime eccezioni (su tutte sicuramente Rayman Legends, al momento annunciato come esclusiva, e il gioco di PlatinumGames che però è pubblicato da Nintendo) come punta di diamante offre… giochi che escono grossomodo in contemporanea a PS3/Xbox360?! Un calcio di rigore al 90′ e a porta vuota, incredibilmente sparato alto. Nintendo, questo E3 2012, l’ha proprio perso. E adesso la strada appare in salita. Ma staremo a vedere™.

]]>
https://arsludica.org/2012/06/14/considerazioni-post-e3-2012/feed/ 1 20914
Un piccolo tributo a Ray Bradbury https://arsludica.org/2012/06/07/un-piccolo-tributo-a-ray-bradbury/ https://arsludica.org/2012/06/07/un-piccolo-tributo-a-ray-bradbury/#comments Thu, 07 Jun 2012 07:00:46 +0000 http://arsludica.org/?p=20873 Per saperne di più]]> “Offri al videogiocatore sfide che si possano vincere toccando appena i tasti del joypad, o muovendo le levette in modo inconsulto o partecipando a quick time event guidati. Riempi i loro crani di notizie e storie non combustibili e seriali, imbottiscili di “fatti” al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d’essere veramente bene informati. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza.”

Parafrasi di un passaggio di Fahrenheit 451

]]>
https://arsludica.org/2012/06/07/un-piccolo-tributo-a-ray-bradbury/feed/ 3 20873
ComiCon di Napoli, una settimana dopo https://arsludica.org/2012/05/06/comicon-di-napoli-una-settimana-dopo/ https://arsludica.org/2012/05/06/comicon-di-napoli-una-settimana-dopo/#comments Sun, 06 May 2012 10:34:04 +0000 http://arsludica.org/?p=20739 Per saperne di più]]> C’è la fiera del “baratto” e dell’usato alla Mostra d’Oltremare di Napoli questa settimana. Gli enormi casermoni che la compongono si riempiono nuovamente di scatolosi polverosi contenenti ricordi e racconti. Mancano però le sgangherate mostre, gli interessanti ospiti ed esperti del settore, la marea umana (travestita o meno poco importa) dei visitatori.

L’impressione è che dopo una sorprendente boccata d’ossigeno – sorprendente anche (soprattutto?) per l’ente privata che gestisce una struttura che, nelle mire del regime fascista che la costruì, avrebbe dovuto collaborare a quel rilancio della città agognato ancora oggi sia dagli abitanti che dalla classe politica cittadina – si ristabilisca una placida ed indifferente calma. Eppure l’ultima edizione del Comicon è riuscita a dimostrare un paio di cosette positive: primo, che non esiste un solo evento principale per tutto il paese e che moltissime persone sono disposte a muoversi e pagare il costoso biglietto d’ingresso per la kermesse napoletana; secondo, che quest’evento, nato quasi per caso, è ormai così forte da poter sorreggere senza troppi sforzi l’ormai scomparso “fratello minore” Gamecon; terzo, una buona organizzazione sopperisce ad alcune lacune e nei di cui tratterò più approfonditamente più avanti.

Cominciamo dalle note positive. Le mostre sono nel complesso discrete e, spostate nella cornice della Mostra, riescono ad avere una maggior visibilità da parte di un pubblico spesso disattento nei confronti dello studio e più propenso allo shopping. In questo modo si sopperisce ad una schizofrenia che aveva causato non pochi problemi e lamentele da parte degli utenti e dei rivenditori. La vicinanza di una massa di scalmanati non intacca la fruizione delle tante tavole messe a disposizione: la tematica principale dell’anno, il rapporto tra il fumetto e la letteratura, è affrontata in maniera piuttosto estensiva e con la presentazione di numerosi autori di varia importanza. La seconda parte dell’esposizione, dedicata ad alcuni argomenti particolare, è anch’essa interessante (sebbene diretta ad un pubblico d’elité) e, tra le cose, dedica anche un piccolo spazio al defunto Jean Giraud, in arte Moebius. Poi c’è la sorpresa che non ti aspetti, quella che pochi napoletani ricordavano: l’affresco di Andrea Pazienza, restaurato ed al massimo del suo splendore. Uno di quei segreti che l’Ente Mostra d’Oltremare custodisce gelosamente per sé, al pari del parco e della Fontana dell’Esedra. Anche gli incontri si presentano come interessanti e coinvolgono ospiti come Tito Faraci, così come gli stand fumettistici sono pieni d’artisti noti ai blogger italiani ed ai più giovani, era infatti presenti sia ZeroCalcare (sito omonimo) sia Pierz (Ravioli Uèstern) sia Davide La Rosa (Mulholland Dave). Vorrei anche parlarvi del viale e del palco dei cosplayer ma, a causa della folla che si frapponeva tra me e quello, vi dirò solo che c’era e che non ci sono andato – comunque anche qui vi è un miglioramento rispetto al precedente anno, essendo l’area antistante il viale quella più ampia dell’intera struttura.

Passiamo ora alle note negative (ahi ahi) che, essendo varie ed essendomi dilungato troppo sulle positive, saranno sommarie: i premi che sono andati quasi completamente a nomi noti del fumetto. Considerando l’età media dei visitatori e la loro conoscenza della rete, era lecito aspettarsi una maggior presenza di “homines novi” del panorama fumettistico italiano (che non mancano e parecchi sono più che bravi), piuttosto che l’unica eccellente eccezione di ZeroCalcare. L’assenza di rivenditori di videogiochi, ancor meno dell’anno scorso, e lo scarso peso di quest’ultimi nell’economia finale dell’evento – eccezion fatta per alcuni tornei ed il notevole stand Nintendo non c’era altro. La scelta di confinare l’intero evento in pochi padiglioni principali mentre, con l’apertura di un altra area, sarebbe stato possibile fornire degli spazi adatti ad ospitare i visitatori la cui affluenza era piuttosto prevedibile, considerando i numeri in costante crescita degli ultimi tre anni. Infine una gestione a dir poco balzana degli ingressi: la possibilità di poter fare un solo (esoso) biglietto per entrare tutti i giorni e non di poterne fare uno giornaliero e la (solita, in realtà) lentezza delle casse – che ha favorito, soprattutto in concomitanza con la partita di campionato del primo maggio, ad un arrembaggio di bagarini: spero che l’anno prossimo questi errori siano riparati e, magari, l’Ente decida di credere in quest’evento rendendolo più accesibile – 12.50 € mi sembra un vero e proprio salasso, soprattutto per quelli a cui non è possibile essere presenti per l’intera durata della kermesse.

]]>
https://arsludica.org/2012/05/06/comicon-di-napoli-una-settimana-dopo/feed/ 3 20739
Unlock a mulinello https://arsludica.org/2012/04/05/unlock-a-mulinello/ https://arsludica.org/2012/04/05/unlock-a-mulinello/#comments Thu, 05 Apr 2012 05:00:42 +0000 http://arsludica.org/?p=20578 Per saperne di più]]> Uno dei motivi per cui ho quasi abbandonato del tutto gli sparatutto multiplayer è la cosiddetta “Unlock Treadmill”, ovvero il processo di sblocco di tutte le armi e di tutti gli accessori per personalizzare il proprio personaggio virtuale.

Sia ben chiaro, non sono avverso al sistema in sé: nei design moderni infatti tutte le armi e gli equipaggiamenti disponibili dovrebbero (in teoria) essere ugualmente efficaci, senza sbilanciamenti evidenti tra una possibilità e un’altra; ciò che cambia sono delle caratteristiche minime che servono a differenziare i vari oggetti a seconda di particolari scene e situazioni di gioco. Prendiamo ad esempio il primo Modern Warfare (e conseguentemente tutti i successivi): le armi sono divise in categorie (fucili a pompa, da cecchino, SMG etc.) con ciascuna categoria concepita per dare il meglio in una particolare distanza di tiro (SMG a corto-medio raggio, cecchini a lunghissimo etc), con i fucili d’assalto a fare la parte di armi generiche, capaci di comportarsi bene in qualsiasi situazione, senza eccellere in una specifica.

A questa divisione se ne aggiunge un’altra, quella delle armi per categoria, le quali specializzano ulteriormente il comportamento (e quindi lo stile) del giocatore: preferisci un SMG tattica per metterci il silenziatore ? Scegli MP5 o P90; se invece sei un tipo più apertamente aggressivo prendi l’AK-74u; e così via (si potrebbe obbiettare il fatto che un’arma generica sia contestualmente migliore di un’arma di nicchia, ma questo è un altro discorso).

 

Il medesimo ragionamento si può avere per perk, bonus e accessori vari: un buon sistema di unlock permette al giocatore di avere fin da subito un equipaggiamento solido con cui cominciare; ovviamente il vantaggio degli avversari continua ad essere presente (seppur minimo), ma può giustificare un numero limitato di scontri (se ti sparano da dietro potrebbero avere anche un’arma da airsoft, vinceranno quasi sempre lo scontro).

Il problema sussiste quando un sistema del genere punisce eccessivamente il giocatore neofita, il quale dovrà grindare parecchio prima di sbloccare l’equipaggiamento idoneo ad affrontare la quasi totalità delle situazioni con cui dovrà scontrarsi, con conseguente frustrazione cronica.

A titolo esplicativo, citiamo due esempi di sistemi a sblocchi sbagliati: Battlefield 3 e Gotham City Imposters. Nel primo caso un giocatore neofita avrà seri problemi poiché non disporrà di nessun bonus aggiuntivo (come per esempio per i veicoli) e per ottenerli dovrà confrontarsi con situazioni apertamente svantaggiose (per esempio usare un carro armato senza bonus contro carri nemici potenziati); nel secondo invece l’eterogeneità del gameplay (è praticamente un TF2 anarchico) non permette di costruire equipaggiamenti abbastanza solidi in un tempo ragionevole (il livellamento è molto lento), a meno che non si acquisti separatamente un booster di esperienza (altro problema emergente: le microtransazioni).

Questi sistemi purtroppo minano, a mio avviso, l’esperienza in modo irreparabile, poiché presuppongono che il giocatore debba prima livellare il proprio avatar giocando per poter realmente arrivare all’esperienza di gioco promessa, il che porta a un quesito: non basta più l’esperienza multiplayer in sé a soddisfare il giocatore ? C’è bisogno di un artificio tanto estremo per invogliare la gente a continuare a giocare? Il giocare per il piacere di giocare non basta più, soprattutto in un genere come questo, in cui è fondamentale per tenere alta la longevità del titolo?

Questo problema non è nuovo: a pensarci bene è semplicemente un’estensione dell’annosa questione degli achievement, con l’aggravante del fatto che la presenza degli obbiettivi non preclude niente all’esperienza genuina del videogioco, mentre gli unlock (almeno se fatti in un certo modo), come si può chiaramente vedere, riducono a volte eccessivamente l’esperienza dell’utente, poiché lo pongono continuamente in una situazione di svantaggio.

Si è passati quindi da un sistema di side-grades opinabile ma comunque bilanciato ad un sistema apertamente MMO-istico, in cui il grinding estremo è visto come una “valuta di tempo” che dovrebbe influenzare la qualità dell’esperienza di gioco, aumentando di fatto la forbice che si crea tra principianti ed esperti (che magari esperti non lo sono proprio, chiamiamoli stagionati, va’).

L’aspetto peggiore di questa questione? I veterani di Battlefield 3, i quali si incazzano contro EA poiché a 6 mesi di distanza propone dei DLC per sbloccare automaticamente armi ed equipaggiamenti, in barba alle centinaia di ore (tempo eh, mica abilità) che quei poverini hanno dovuto spendere (mica goderne, eh, spenderle) per sbloccare tutto: la logica del grinding che si impone su quella della competitività.

Per fortuna ho smesso.

]]>
https://arsludica.org/2012/04/05/unlock-a-mulinello/feed/ 3 20578
I videogiochi (buoni) abbondano tra le mani degli stolti https://arsludica.org/2012/02/28/i-videogiochi-buoni-abbondano-tra-le-mani-degli-stolti/ https://arsludica.org/2012/02/28/i-videogiochi-buoni-abbondano-tra-le-mani-degli-stolti/#comments Tue, 28 Feb 2012 06:00:40 +0000 http://arsludica.org/?p=20250 Per saperne di più]]> Stasera guardavo un po’ di siti e leggiucchiavo il volume di ZeroCalcare quando, improvvisamente, m’è venuta in mente una cosa. Ho cominciato a googlare un paio di videogiochi usciti di recente come Skyrim e Xenoblade Chronicles, o Ultimate Marvel vs Capcom versione PS Vita ed ecco arrivare la conferma della mia folle idea: possibile che, ogni anno, escano così tanti giochi imperdibili o almeno dannatamente belli?

Ora, io non sono una persona che ami dare voti o i sistemi di giudizio applicati dalla maggioranza dei critici di videogiochi: un po’ per i tanti motivi che molti di voi già conoscono, un po’ perché ho sempre odiato i giudizi scolastici ed i confronti cretini che questi alimentano – senza citare quegli unni che, non appena concludi un esame ed esci vittorioso dall’aula, ti assalgono guidati da Gengis Khan chiedendoti “quanto hai avuto?”, “quante domande t’ha fatto?”, “quanti secondi hai avuto per riflettere?”, ecc.
Ma, in attesa che il mondo decida di cambiar metodo e che gli utenti (e gli unni che frequentano l’università) decidano di evolversi, volevo riflettere proprio su questo curioso fattore quantitativo.

Perché è possibile che siano già usciti, solo nel 2012 e secondo i dati che raccoglie Metacritic, almeno una quarantina di giochi giudicati con un voto pari o superiore a 80/100? Volendo escludere collection, giochi indipendenti o non mainstream (inclusi quelli per iOS o Android) ed accorpando i multipiattaforma è possibile ad arrivare a circa 20 titoli qualitativamente interessanti. Dal 1 Gennaio ne sarebbero usciti 2,65 ogni giorno.

Possibile che questa qualità si associ davvero a questa quantità? Quanti tra questi giochi sopravvivono alla prova del tempo e riescono a non esser dimenticati in poco tempo? Perché se un gioco è definito come “ottimo”, questo viene dimenticato alla stregua di un gioco qualsiasi? Forse la verità è che il troppo storpia davvero, il videogioco è giudicato in maniera esageratamente velleitaria e l’utente medio è davvero poco smaliziato. E molto, molto più ricco del sottoscritto.

]]>
https://arsludica.org/2012/02/28/i-videogiochi-buoni-abbondano-tra-le-mani-degli-stolti/feed/ 13 20250
Lo strano caso della traduzione in italiano di Dear Esther https://arsludica.org/2012/02/27/lo-strano-caso-della-traduzione-in-italiano-di-dear-esther/ https://arsludica.org/2012/02/27/lo-strano-caso-della-traduzione-in-italiano-di-dear-esther/#comments Mon, 27 Feb 2012 16:56:47 +0000 http://arsludica.org/?p=20272 Per saperne di più]]> Recentemente è stata pubblicata la traduzione in italiano di Dear Esther ad opera di un amico di Ars Ludica, Paolo Rostagno Giaiero, fondatore del gruppo indies4indies. La traduzione è molto curata, con una ricercatezza linguistica che pochi individui viventi sul suolo patrio e praticanti la nostra lingua si possono permettere. Ovviamente è un’opera umana e come tale la si può apprezzare o criticare. Il problema che vorrei sottolineare non è certo questo.

Quello che più mi ha stupito è stato il constatare come molti non conoscano nemmeno la lingua che dicono di parlare. Alcuni hanno parlato di traduzione “sbagliata”, come se ne esistessero di corrette, altri di traduzione realizzata con google translate, che è un modo ormai banale per dire che la traduzione è realizzata male. I più ridicoli sono stati quelli che hanno parlato di traduzione sgrammaticata, senza ovviamente saper indicare un singolo errore grammaticale nel testo (semplicemente non ce ne sono).

Adesso, è vero che ormai siamo abituati a un piattissimo linguaggio standard, che vuole i Nord di Skyrim pronunciare frasi simili a quelle dei soldati di Call of Duty o delle razze aliene di Mass Effect, ma non saper riconoscere nemmeno le forme della propria lingua, per quanto desuete (eppure alle medie e alle superiori qualche testo antico lo si dovrebbe studiare) o, peggio, scambiarle per forme sgrammaticate paragonabili a quelle di un traduttore automatico, è una questione di portata ben più ampia.

Ci scandalizziamo per un “Sorcio” al posto di “Mouse”, come se in realtà “Mouse” non fosse traducibile in “Sorcio” (non sto discutendo la bellezza o la bruttezza della traduzione, solo la sua fattibilità o meno), ma non poniamo mai nessuna questione quando vengono importate delle parole inglesi che hanno un corrispettivo in italiano perfettamente usabile (es. Spread/Differenziale, per dire una molto usata di questi tempi). Non è un problema di poco conto, ma una predisposizione al far colonizzare la propria lingua da un linguaggio percepito come più forte, senza opporgli alcuna resistenza.

Badate bene, non sto dicendo che non bisogna usare parole straniere. Anzi, sono il primo a ritenere che la conoscenza di più lingue sia positiva, non certo negativa. Sto solo affermando che riflettiamo nella gerarchizzazione che facciamo dei codici linguistici la predisposizione da servi che caratterizza diversi aspetti della nostra ottusa società, come se l’adozione di parole non nostre ampliasse i nostri orizzonti a prescindere dal fatto che la stessa sia stata meditata o meno.

Ecco un estratto da uno scambio avuto direttamente con l’autore della traduzione:
Dear Esther è stato realizzato da eccelsi attori e musicisti di teatro e discutendo con l’autore, il prof. Pinchbeck, scoprii lui essere un grande appassionato di Pirandello, pertanto, prima di iniziare a lavorare sul suo testo, gli proposi di osare qualcosa di diverso: in particolare una grafia un po’ antiquata in omaggio al nostro sommo drammaturgo siciliano (e, ovviamente, lo informai del fatto che ci sarebbero state delle minime divergenze rispetto all’italiano corrente). Ei ne fu entusiasta e approvò seduta stante il mio suggerimento. (Per di più chiunque abbia giocato a Mirror’s Edge, a cui aveva collaborato proprio Robert Briscoe, ricorderà sicuramente la multinazionale fittizia denominata Pirandello/Kruger.) Non ho dunque intrapreso nulla di mia iniziativa, né tantomeno fatto alcunché non fosse stato prima approvato direttamente da chi di dovere. Seppur vero che la grafia utilizzata in Dear Esther sia misconosciuta, essa non è scorretta ed è a tutt’oggi viva e vegeta. Si vedano p. es. gli scritti del mio venerando mentore, uno dei massimi arabisti a livello mondiale, il prof. Vallaro (e altri): Link

]]>
https://arsludica.org/2012/02/27/lo-strano-caso-della-traduzione-in-italiano-di-dear-esther/feed/ 51 20272
L’insostenibile incertezza del risultato https://arsludica.org/2012/02/03/linsostenibile-incertezza-del-risultato/ https://arsludica.org/2012/02/03/linsostenibile-incertezza-del-risultato/#comments Fri, 03 Feb 2012 10:00:22 +0000 http://arsludica.org/?p=20102 Per saperne di più]]> Ed è così che nel mio dolce affogare dispiaceri nelle produzioni televisive anglofone mi imbatto nell’ennesimo stereotipo del videogioco.
La miniserie in questione é Black Mirror e si compone di tre episodi slegati l’uno dall’altro, tre racconti separati che come unico filo conduttore hanno la tecnologia e la sua magnificazione.
L’episodio in questione è il secondo, 15 million merits.
Una distopia dove i giovani vivono in uno stanzino di pochi metri quadrati e per guadagnarsi da vivere devono pedalare incessantemente per produrre l’energia che alimenta il futuristico mondo che li circonda; i temi affrontati sono talvolta interessanti, talvolta banali, rimane comunque a mio avviso l’episodio più debole tra quelli proposti.
Il protagonista nella prima parte dell’episodio non ha molto da fare nel suo tempo libero, e lo spende prevalentemente giocando ad un videogioco.
La rappresentazione del gioco in sé è sommaria e ridicola (un FPS dalla grafica datata e dalle meccaniche estremamente arcade), ma il punto che mi ha più fatto riflettere è l’uso che ne viene fatto al fine di potenziare la narrazione ed uno dei messaggi centrali: l’alienazione e l’assenza di vivacità cerebrale.
Siamo ben consci che per gli “altri” il videogioco non è mai cambiato, è tutto un PacMan lungo trent’anni, ed ora che la Wii e gli smartphone hanno riportato in auge l’arcade-passatempo, mettendolo in mano all’uomo della strada, qualcuno potrebbe anche pensare di aver ragione.
Noi però sappiamo che è diverso; ci sono le trame, i personaggi, intere cosmologie create ad hoc per il nostro intrattenimento, le curve a gomito, i parchi da costruire. Certo. Ma alla base ci deve essere qualcosa che accomuna noi tutti videogiocatori, quelli vecchi così come quelli attuali.
Perché sembriamo degli zombie con il pad in mano? Cos’è che rende il videogioco così affascinante, così catalizzante? Perchè vi dedichiamo così tanto tempo?
Improvvisamente ho un’epifania, di quelle che non vengono necessariamente il 6 Gennaio, e vedo tutto sotto una nuova luce, leggo tra le righe, la massoneria non ha più segreti e il complotto sionista mi appare come la goffa bugia di bambino.
Alla base di tutto esiste il rapporto diretto, inevitabile e matematico tra lo sforzo e il risultato ottenuto, un rapporto che sazia un nostro bisogno naturale.
Tolte le vecchie che vanno a morire, non esiste un videogioco che non segua il semplice, quanto determinante, meccanismo che ci porta a replicare un successo ogni qualvolta eseguiamo un’azione correttamente. Il contrario semplicemente rende totalmente inappetibile l’esperienza videoludica.
Immaginate di star camminando attraverso il solito corridoio, illuminato dalla solita luce intermittente, con i soliti rumori di valvole svaporeggianti e ingranaggi, spunta finalmente il tanto sospirato alieno da dietro l’angolo, mirate bene in mezzo alla sua fronte, cliccate e … il vostro fucile si trasforma in una confezione di miscela di orzo solubile.
Siete abbastanza sicuri che ora l’alieno che sta banchettando con la vostra milza dovrebbe avere, quantomeno, una ragguardevole emicrania, e invece no. Sconcertati vi arrendete all’ineluttabilità della bestemmia.
Fuori, nel mondo reale, potreste non prendere un lavoro per via del nepotismo imperante, potreste non passare un’esame a causa di una professoressa con la luna storta, potreste non incontrare nessuno disposto ad investire su di voi perché avete incontrato le persone sbagliate e non perché il vostro lavoro non sia valido, spesso non importa quanti e quali sforzi facciate, semplicemente ci sono variabili sulle quali non avete nessun controllo, ma che in un qualche modo determinano i successi della vostra vita.
In una società in cui quasi tutto è incerto, dove potremmo scoprire troppo tardi di non aver avuto mai nessuna reale chance di “farcela”, ma dove d’altra parte siamo continuamente incentivati ad inseguire il successo personale, il videogioco rappresenta il territorio in cui ritroviamo un ordine logico delle cose, un regno dove le azioni e le conseguenze si susseguono forti di regole predeterminate.
Non importa se è tutto scritto, se i percorsi che possiamo intraprendere sono stati creati a priori, nel videogioco troviamo la soddisfazione di aver fatto una cosa bene e di essere ricompensati per questo, in una sorta di analogia con lo sport i nostri mondi virtuali rappresentano l’unica sfida “leale” alla quale abbiamo accesso.

Questo articolo è stato scritto ascoltando:
Food – Molecular Gastronomy (2008)

]]>
https://arsludica.org/2012/02/03/linsostenibile-incertezza-del-risultato/feed/ 10 20102
Fuori orario https://arsludica.org/2012/01/25/fuori-orario/ https://arsludica.org/2012/01/25/fuori-orario/#comments Wed, 25 Jan 2012 06:00:04 +0000 http://arsludica.org/?p=20016 Per saperne di più]]> È insolito trovarsi a discutere di un gioco che, seppur universalmente riconosciuto come un’eccellenza dello scorso anno, ti ha posto così insistentemente di fronte ad un quesito storico, se così lo si può definire. Soprattutto se questo risponde al nome di The Legend of Zelda: Skyward Sword. Ovunque abbiamo avuto modo di leggerne le entusiastiche opinioni di critica e pubblico e do per scontato che moltissimi giocatori abbiano un’idea abbastanza precisa del titolo in questione. Titolo che, mi affretto a dire, mi ha rapidamente conquistato per svariati motivi che non sto ad elencarvi.

Tornando al titolo del post, vorrei condividere (e discutere) con voi una mia opinione personale. Sebbene il progetto iniziale di Nintendo, cominciato con l’altisonante Revolution e concretizzatosi con il meno accattivante Wii, non avrebbe permesso una tale precisione nella lettura dei movimenti, non posso negare di essermi chiesto “cosa sarebbe successo se Skyward Sword avesse accompagnato il lancio del Wii?”. TLoZ: Twilight Princess è stato, pur nella sua bellezza ed originalità stilistica, un porting diretto da GameCube: a differenza di Skyward Sword, ma anche di Super Mario Galaxy o di Metroid Prime 3: Corruption, fu concepito come il canto del cigno della sua console di nascita, destinata ad un prematuro declino.

La scelta economica di sfruttare la forza di un brand con una conversione semplice, capitalizzando sulle vendite, potrebbe aver determinato (in parte) la “febbre da porting” di cui il Wii è stato ed è vittima – e così sarà probabilmente anche per Wii U. Forse se Nintendo avesse rischiato di più, concentrando i propri sforzi anche verso i giocatori in senso stretto, avremmo parlato del Wii in maniera diversa. Questo è l’imperdonabile difetto di The Legend of Zelda: Skyward Sword, un difetto condiviso dallo stesso Twilight Princess: l’essere arrivato Fuori Orario. Come la statua di Kiki, anche l’opera di H. Fujibayashi e Nintendo EAD riesce a ricondurre il Wii alla propria scrivania, ristabilendone in parte la condizione di console e restituendo all’azienda nipponica un po’ della propria autorialità nel mondo videoludico.

Peccato: forse con un intervento meno tardivo si sarebbe potuto evitare che il Wii fosse ridotto da rivoluzione a notte in bianco.

]]>
https://arsludica.org/2012/01/25/fuori-orario/feed/ 10 20016
Ha senso chiamarli ancora RPG? https://arsludica.org/2012/01/13/ha-senso-chiamarli-ancora-rpg/ https://arsludica.org/2012/01/13/ha-senso-chiamarli-ancora-rpg/#comments Fri, 13 Jan 2012 12:42:08 +0000 http://arsludica.org/?p=19980 Per saperne di più]]> Dopo la pessima impressione fattami da Skyrim, ho deciso di riprendere in mano quello che è, a mio modesto parere, il miglior RPG (in mancanza di altri termini, usiamo ancora questo) di questa generazione, ovvero Fallout: New Vegas, recentemente acquistato su PC, con tanto di DLC vari.

Rigiocandolo da “PC Elitist” (ho venduto l’Xbox, quindi ora gioco solo su PC, quanto sono figo) ho riscoperto il piacere del modding e i benefici che porta, non soltanto dal punto di vista delle funzionalità ma anche da quello del bilanciamento, anche se l’eccessivo estro dei modders tende ancora a privilegiare una visione più “personale” dell’esperienza, a scapito del design generale del titolo (molti mod, per esempio, sembrano rendere completamente obsoleto il combattimento corpo a corpo).

 

In questo senso, ho trovato particolarmente interessanti le mod di bilanciamento, le quali non solo aumentavano la difficoltà di gioco, ma mi costringevano a fare scelte più ragionate, soprattutto in termini di creazione della build e distribuzione dei punti esperienza: non mi limitavo a scegliere ciò che mi era più comodo, ma dovevo avere un’idea chiara su cosa poteva, effettivamente, fare il il mio personaggio, i suoi punti di forza e le sue debolezze; incominciavo quindi ad avere una visione più chiara di come dovevo costruire il mio personaggio, assumendo un ruolo ben preciso.

Questa nuova tendenza mi ha permesso di apprezzare maggiormente le (poche) risorse di cui disponevo, costringendomi ad abbandonare la forma mentis “caciarona” che aveva caratterizzato i miei precedenti walkthrough, in cui la facilità generale mi permetteva di tralasciare interi aspetti del titolo (come il crafting delle munizioni) perché le alternative più classiche (come i commercianti) erano più facili da utilizzare e non richiedevano lo stesso impegno (non penso di aver mai speso un punto esperienza nella skill Barter).

 

A questo punto una domanda sorge spontanea: quali sono le caratteristiche che rendono un gioco open world un vero e proprio RPG ? Ultimamente la deriva action dei titoli occidentali (soprattutto da parte dei “colossi” Bioware e Bethesda) ha reso gli RPG sempre più incentrati sul giocatore, perdendo un po’ l’attenzione diretta alla creazione del proprio personaggio giocante; tale scelta, derivata probabilmente dalla popularizzazione del genere, porta con sé varie implicazioni:

 

  1. Poiché la creazione del personaggio perde importanza, la personalizzazione del personaggio (e di conseguenza del proprio stile di gioco) viene ridotta sia in quantità (le build sufficientemente diversificate sono minori), sia in qualità (la differenziazione tra le varie build è sempre meno marcata).
  2. Poiché il perno dell’esperienza è il giocatore, il design di gioco si conforma a quest’ultimo: non si è più preoccupati di fornire un ambiente in cui le varie build possono muoversi con uguale efficacia, bensì un ambiente che deve costituire una sfida per il giocatore, non più per il personaggio. In questo ambiente i tipi di difficoltà sono di matrice più action che ruolistica.

 

Ciò aiuta anche a capire perché gli RPG moderni sono considerati più facili di quelli del passato: se prima un personaggio mal pensato aveva serie difficoltà a continuare nella progressione, adesso ogni personaggio possibile può tranquillamente muoversi nell’ambiente di gioco, e al giocatore interesserà sviluppare il personaggio secondo il proprio stile di gioco, non più il viceversa (cioè giocare secondo i punti di forza della propria build).

Questa è una delle principali caratteristiche che differenzia, per esempio, Deus Ex da DX: Human Revolution: se il primo permetteva di giocare coerentemente secondo uno stile dall’inizio alla fine, il secondo presenta delle “strozzature” del design (come i boss fight) che costringono ad effettuare cambi di rotta, perdendo quella “unicità” del PC che aveva caratterizzato JC Denton nel primo episodio.

 

Un’altra caratteristica dovuta a questo design più sciolto è il cosiddetto “power play”, cioè la tendenza a giocare in modo da massimizzare la quantità di punti esperienza ottenuti, in modo da creare la build più avanzata possibile. In Human Revolution (ma anche in Fallout 3) giocare in un certo modo permetteva di sbloccare tutti gli innesti possibili, creando un personaggio praticamente onnipotente; questa possibilità, come si può facilmente capire, è altamente anti-ruolistica, poiché riduce la qualità delle scelte che può fare un giocatore: se questa scelta è più vantaggiosa di tutte le altre, è ovvio che è la migliore. Ecco perché l’hacking era così importante: non solo semplificava parecchio la vita, ma forniva molta più esperienza delle soluzioni alternative (molto spesso hackeravo serrature di cui già avevo la chiave, poiché i punti esperienza ottenuti così erano sensibilmente maggiori).

 

L’altro aspetto degli RPG è l’interazione del personaggio con gli NPC e gli altri elementi dell’ambiente di gioco: sotto questo aspetto l’evoluzione degli RPG moderni ha assunto una deriva, a mio avviso, eccessivamente narrativa: l’azione del personaggio non incide tanto sul mondo, quanto sulla narrazione dell’esperienza di gioco o del walkthrough. Nel primo caso l’azione e le scelte del personaggio incidono sull’esperienza totale di gioco, ripercuotendosi su vari livelli e influenzando anche le scelte future che il giocatore dovrà compere, nel secondo le scelte sono quasi esclusivamente narrative, e influiscono su una porzione definita (che può essere una sezione, oppure una determinata quest), mancando di stravolgere l’esperienza futura.

Un esempio di questa differenza si può notare confrontando Fallout 3 e Fallout New Vegas: mentre nel secondo la presenza di fazioni e di quest speculari impone delle scelte importanti che cambiano (a volte anche sostanzialmente) il gameplay e la progressione futura, nel primo la maggior parte delle scelte (con qualche eccezione) non ha ripercussioni all’infuori della bolla narrativa costituita da quella particolare missione, assumendo più i contorni di una storia ad albero in cui i vari rami non si incroceranno mai, se non in rari casi.

Anche i vari sistemi morali subiscono questa differenza: se nel primo caso essere buoni o cattivi preclude determinati sviluppi, nel secondo caso abbiamo un sistema di reputazione: il proprio personaggio arriva ad essere o un modello esemplare di bontà, oppure un antieroe la cui presenza non è particolarmente tollerata, ma viene ingessata dalla narrazione imperante della quest principale. Un esempio esemplare di questo caso può essere considerato il capitano Shepard di Mass Effect: essere Esemplari o Reietti non cambia di una virgola il fatto che Shepard rimarrà sempre il salvatore della Galassia, noi potremo scegliere solo che lui sia uno stronzo o meno. Ovviamente questa particolare attenzione alla narrazione non è di per sé negativa, ma anzi offre parecchi benefici: infatti le missioni in questo caso assumono una valenza maggiore, diventando ben più complesse e articolate (quasi tutte le missioni di Fallout 3 sono ben più grandi di quelle di New Vegas), il problema sta nel fatto che questa particolare attenzione stona con l’ambiente di gioco, assumendo come un valore aggiunto che la sospende rispetto al resto del mondo e intaccando quindi l’immersione del giocatore.

 

In conclusione: gli RPG sono ancora RPG ? Per me no: il concetto di RPG si sta, a mio avviso, perdendo in quel blob confuso che noi chiamiamo “Open World”, in cui la fruizione dei contenuti perde semplicemente la linearità, ma rimane ancorata ad una natura prettamente narrativa, in cui le finte libertà del giocatore perdono significato di fronte ad un sistema che non differenzia adeguatamente le conseguenze dovute alle scelte del giocatore; ciò è dovuto ad una progressiva mancanza di attenzione verso il game design, sostituita da un eccessivo focus verso i contenuti e la production value di un determinato titolo. Con ciò non voglio dire che il design degli RPG del passato fosse perfetto (il power play non è stato certo inventato da Human Revolution), però è facile riscontrare un progressivo peggioramento di questo aspetto, influenzato soprattutto da un pubblico più interessato alla quantità, piuttosto che alla qualità, di un’esperienza ruolistica.

]]>
https://arsludica.org/2012/01/13/ha-senso-chiamarli-ancora-rpg/feed/ 12 19980
E uscimmo a riveder Gotham https://arsludica.org/2011/11/18/e-uscimmo-a-riveder-gotham/ https://arsludica.org/2011/11/18/e-uscimmo-a-riveder-gotham/#comments Fri, 18 Nov 2011 06:00:54 +0000 http://arsludica.org/?p=19568 Per saperne di più]]>
Batman Arkham City
è un gioco interessante perché realizzato da uno studio giovane (si tratta della terza opera dei Rocksteady) e perché questo studio è brittanico. Ritengo questi due particolari estremamente rilevanti e non trascurabili nell’analisi dell’opera.

(Breve ed impreciso) Escursus di storia del fumetto

Negli anni ’80 il fumetto americano visse un periodo di particolare sviluppo: in particolar modo si assistì alla definitiva massificazione del fumetto seriale statunitense, la diffusione del fumetto indipendente ed il ritorno al successo della striscia quotidiana – il tutto coadiuvato da un rapido processo di rivalutazione e rilettura della semiotica fumettistica cominciato con l’affermazione del post-modernismo. Simboli di questo periodo sono tre personaggi: Calvin ed Hobbes, Batman e Daredevil.

Questi tre personaggi rappresentarono un’evoluzione del fumetto statunitense verso tematiche nuove: il rapporto tra immaginazione e realtà, la dimensione onirica ed utopica dell’eroe, la tragedia dell’impotenza del singolo. Tali temi, introdotti o solo accennati dagli autori americani come Frank Miller, Bill Waterson e Jim Shooter, rivestiranno un ruolo centrale e saranno approfonditi dagli sceneggiatori britannici, tra cui ricordiamo Alan Moore, Neil Gaiman ed Alan Grant (giusto per limitarci ai primi rappresentanti della british invasion).

I Rocksteady sono stati influenzati da questi autori?

Sì e no.

Mi spiego meglio: non mancano, nell’intera opera, continui riferimenti e rimandi ad archi narrativi, luoghi, avvenimenti più o meno noti dell’universo dell’Uomo Pipistrello. Da Bludhaven, la città protetta da Nightwing/Dick Grayson, ai fatti de “Il Lungo Halloween”, come l’Uomo Calendario, o la ricostruzione del commissariato di Arkham City secondo i dettagli forniti nella serie minore Gotham Central. Ma è anche vero che gli sviluppatori si sono concentrati nella realizzazione di un gioco-scrigno in cui inserire il maggior numero di personaggi, oggetti, ecc. dell’universo gothamita e vi siano riusciti senza particolari forzature, grazie all’interessante idea di dedicare ad ogni “guest star” un certo numero di missioni secondarie.

Questi personaggi, tra cui includerei anche Catwoman, presentano una caratterizzazione minima e rivestono un ruolo accessorio: sono i giocatori che, incontrandoli, contestualizzeranno immediatamente le loro parole e le loro azioni all’interno dell’ecosistema del gioco. Questa regola presenta però due eccellenti eccezioni: Batman e Joker.

NB: DA QUESTO MOMENTO L’ARTICOLO PRESENTA NUMEROSI SPOILER.

Giustizia, meraviglia e morte ad Arkham City

In realtà, durante la campagna principale, sembrerà che il principale avversario di Batman sia il dottor Hugo Strange. Si tratta di uno dei primi, grandi avversari dell’Uomo Pipistrello che però, negli ultimi anni, sembra esser stato un po’ accantonato: ciò spiega l’interessante scelta, da parte di Rocksteady, d’introdurlo come un personaggio (quasi) estraneo alle conoscenze di Bruce Wayne/Batman e, allo stesso tempo, di prendersi alcune libertà nella scrittura della sceneggiatura del gioco.

La principale di queste è l’associazione del dottor Strange ai piani della setta degli Assassini di Ra’s al Ghul: da un lato vi è l’uomo di scienza, il medico convinto di poter curare il male endemico degli umani attraverso l’applicazione dello stato d’eccezione, mentre dall’altro troviamo il mistico ed utopico leviatano che, per assicurare all’umanità una vita migliore, desidera uccidere i forti che minacciano i deboli, imponendo il proprio giudizio (e quindi la propria legge). Questa dicotomica alleanza porterà, per via trasverse, alla pianificazione di un piano diviso in due parti:

  1. La circuizione dei peccatori, eseguita attraverso la creazione di un luogo “al di fuori della legge”: non è un caso che la prima location del gioco sia un tribunale e che, al suo interno, vi troviamo due figure: Due Facce e l’Uomo Calendario. Il primo rappresenta la difficoltà e la fallacità della giustizia umana; il secondo l’inesorabile scorrere del tempo (nella cui fine molti uomini vedono una giustizia superiore ed ubiqua, cioè divina).
  2. L’eliminazione dei peccatori, emendati dai propri peccati per mezzo del sacrifico del capro espiatorio (Bruce Wayne/Batman) che muore per essi.

Questi elementi funzionano fino a quando Batman non ascende al cielo attraverso la Wonder Tower. “Meraviglia” che, in ambito filosofico, è considerata da Platone ed Aristotele come sentimento all’origine della filosofia e che, secondo Descartes, è la prima delle passioni; mentre, in ambito filologico, il termine deriva dal termina latino mirabilia che indica il “mirare, mostrare”. Tale significato è sinonimo dell’origine di mostro, monstrum cioè “mostrare, ammirare”.

Batman riesce, attraverso la propria meraviglia, a mirare (e quindi a riconoscere) la mostruosità dell’epurazione applicata da Strange e Ra’s e quindi può ribellarsi ad essa, sconfiggendo i propri avversari. Ma la figura di Batman è anch’essa dicotomica, riunendo in sé il trauma, la follia del bambino e la ragione positivista dell’adulto che si adopera per realizzare un bene superiore.

E chi rappresenta la follia di Batman, se non il Joker stesso?

E quindi uscimmo a riveder le stelle

La conclusione dell’opera è decostruttiva e sublime. La morte del Joker è causata dalla follia del clown stesso, una follia che affligge e porterà alla fine di Bruce Wayne stesso (evento che, nel fumetto, è accaduto due volte: in occasione della saga di Knightfall e di Crisi Finale). L’uscita di Batman/Bruce Wayne è un’immagine particolarmente efficace: dietro di lui vediamo Arkham City illuminata di rosso e fumante, fornace di un inferno creato dall’uomo, e dinanzi troviamo il commissario Gordon, la legge umana che accogliere il mortale giudizio divino.

Batman è quindi sconfitto e, con lui, il giocatore stesso. Non gli resta che vagare per Arkham City, in cerca di una redenzione che non potrà mai arrivare.

Inutile dire che questa caratterizzazione dei personaggi proviene da un approccio tipicamente britannico al fumetto e, non casualmente, ritrova numerose similitudini nelle ultime avventure del personaggio DC realizzate da Grant Morrison. Secondo una mia opinione personale è probabile che i Rocksteady abbiano voluto manifestare la propria intenzione di non dedicarsi, nel breve termine, ad un’altra avventura dell’Uomo Pipistrello. Ma questa è una speculazione che solo il tempo ci confermerà.

]]>
https://arsludica.org/2011/11/18/e-uscimmo-a-riveder-gotham/feed/ 12 19568
La nascita di un voto https://arsludica.org/2011/11/16/la-nascita-di-un-voto/ https://arsludica.org/2011/11/16/la-nascita-di-un-voto/#comments Wed, 16 Nov 2011 06:00:45 +0000 http://arsludica.org/?p=19690 Per saperne di più]]> Mi sono già espresso in passato sull’ottusità insita in ogni voto numerico, e su quanto siano sterili le discussioni che riguardando quelli che dovrebbero essere dei semplici giudizi sintetici. Personalmente li abolirei del tutto. Ma purtroppo ci sono, e sono importantissimi sia per i lettori sia a livello economico. Poiché mi capita giornalmente di incappare in discussioni idiote sull’argomento, con gente che si scanna per i centesimi di voto, cercherò di chiarirlo una volta per tutte con un post in cui cerchero di non dire niente di particolarmente originale o pregnante (mi serve solo per copia/incollarlo nelle discussioni suddette). Insomma per ribadire l’ovvio, che tanto ovvio non deve essere visto il potere assunto da Metacritic e visto che intorno ai voti si scatenano vere e proprie guerre di trincea, con fazioni di barbari pronti a darsi battaglia in nome di questo o quel videogioco.

La domanda cui tenterò di rispondere è semplice: un voto può essere oggettivo? Ovvero, un voto può riassumere realmente il valore di un’opera complessa come un videogioco in modo da fondarsi effettivamente su di essa? La risposta è scontata: no, ma credo che vada esplicitata una volta per tutte. Piuttosto che gettarmi in pasto alla filosofia, procederò con argomenti a prova di lettore medio dei siti specializzati in videogiochi.

Prendiamo i criteri usati dal sito specializzato più famoso e letto al mondo, IGN, criteri che, di fatto, sono da tempo immemore lo standard della critica di settore e che sono impliciti anche nelle recensioni dei siti che esprimono il giudizio sintetico solo attraverso il voto globale:

Presentazione
Grafica
Colonna sonora
Gameplay
Longevità
Globale

Prendiamo come riferimento una recensione con il punteggio perfetto, quella di Uncharted 3: L’Inganno di Drake

Presentazione 10
Grafica 10
Colonna sonora 10
Gameplay 10
Longevità 10
Globale 10

Fin qui nulla da eccepire. Uncharted 3 ha una presentazione eccezionale ed è curato in ogni dettaglio, graficamente è il top su PS3; chi potrebbe negarne la spettacolarità? La colonna sonora è di stampo hollywoodiano, il gameplay procede senza scossoni ed è equilibrato in ogni suo aspetto e la longevità è garantita dal multiplayer. Nulla da eccepire, quindi? 10 è il voto “oggettivo” di Uncharted 3? Quello che balla sullo schermo insieme ai proiettili di Drake?

Giochiamo un po’ accorpando un paio di criteri e sommandone uno nuovo:

Grafica + Colonna sonora: Stile
Aggiungiamo infine il criterio dell’originalità.

Abbiamo quindi uno schema di giudizio formato da:

Presentazione
Stile
Gameplay
Longevità
Originalità
Globale

Invece di mettere subito i voti, discutiamo i nuovi criteri. Il gioco è graficamente bellissimo, la colonna sonora è tecnicamente superba, ma se parliamo di stile, questi due elementi ne esprimono uno in particolare? Formano qualcosa d’inedito, di artisticamente valido e dal valore indiscutibile? Sono portatori di una visione del mondo originale? Oppure sono semplicemente funzionali all’atmosfera generale scelta per il gioco? Insomma, prescindendo dal valore produttivo, come giudichiamo stilisticamente Uncharted 3? Magari ci piace Indiana Jones alla follia e gli diamo in effetti 10; o, magari, siamo tra quelli che pretendono un po’ di originalità e lo bruciamo con un 5/6. In fondo stiamo parlando di stile, non di dimensioni delle texture. In questo caso, qual è il voto oggettivo? Le cose si complicano.

Per ora saltiamo il gameplay e la longevità, che riprenderò in seguito, e parliamo del fattore inedito e poco considerato gettato nella mischia, di cui però si parla continuamente: l’originalità. Tecnicamente si tratta di un criterio che si spiega da solo e che risponde alla domanda fondamentale: cosa porta di nuovo un videogioco, nel caso in questione Uncharted 3, nel mondo dei videogiochi? Per il titolo di Naughty Dog la risposta è facile: assolutamente niente di niente. Fa tutto molto bene, ma non ha veramente nulla di originale. Insomma, viene ripreso il gameplay del secondo capitolo senza svilupparlo in nessuna direzione inedita. Nemmeno a livello di scrittura c’è niente di nuovo. Mettiamogli un sonoro 0, suvvia, se lo merita.. Riscriviamo la pagella rimettendo a posto i voti e calcolando di nuovo la media matematica:

Presentazione 10
Stile 6
Gameplay 10
Longevità 10
Originalità 0
Globale 7.2

Oh, 7.2 ad Uncharted 3? Ma siamo usciti pazzi? Parliamone. A questo punto qualcuno potrà suggerirmi: perché per lo stile non facciamo lo stesso discorso fatto con l’originalità, ovvero l’aggiungiamo agli altri criteri invece di considerarla una sintesi di grafica e sonoro? Più criteri, più oggettività. Il globale, in quel caso, sarebbe un 8 netto. Sempre troppo basso? Però, a questo punto, qualcuno potrebbe voler discutere altri fattori. Perché considerare oggettivo il 10 dato al gameplay? A qualcuno potrebbe non piacere l’eccesso di sequenze scriptate e la scarsa sfida complessiva; ad altri potrebbe non andare giù di trovarsi di fronte a un Uncharted 2 rifinito. Quindi quel 10 da cosa nasce? Dal confronto con altri giochi. Ovvio, ma rimane il problema dell’oggettività: quel 10 è veramente la rappresentazione oggettiva del gameplay di Uncharted 3? E se staccassimo dal gameplay e dalla longevità il “fattore sfida” e gli dessimo un 5 perché in media con quello di moltissimi altri videogiochi (ovvero praticamente nullo)? Vediamo:

Presentazione 10
Grafica 10
Sonoro 10
Stile 6
Gameplay 10
Fattore sfida 5
Longevità 10
Originalità 0
Globale 7.625

7.625 è il voto oggettivo di Uncharted 3? C’è da impazzire. “Eppure no”, mi dirà qualcuno, “io ci ho giocato e sono pronto a difendere quel 10 globale fino alla morte”. Qualcuno, invece, dirà che non è proprio perfetto e che un 9.5 sarebbe più adatto. Altri, invece, potrebbero dire che in fondo è il terzo capitolo di una serie che li ha stancati e, quindi, non è il caso di esagerare con i voti, 7 è più che sufficiente. Tre oggettività differenti o molte soggettività? In realtà potremmo andare avanti per un bel po’ sommando criteri, dividendone altri o togliendone di vecchi. Ci potrebbe anche essere chi, in modo salomonico, potrebbe chiedere l’azzeramento complessivo della pagella e il mantenimento del solo globale, perché in fondo quello che conta è il valore che si dà all’esperienza complessiva, non certo quello dei singoli fattori. Ma a quel punto chi potrebbe impedire a qualcuno di dargli 4 in caso di esperienza complessiva negativa? Non è possibile farlo perché i fattori di cui sopra sono oggettivamente eccellenti? Ma non li avevamo appena aboliti? Oltretutto, perché un giudizio negativo sarebbe subito bollato come un modo per mettersi in mostra? Perché lo stare nella media voti va bene mentre distaccarsene no?

Inoltre, leggendo la maggior parte degli articoli su Uncharted 3 è quasi scontato ritrovarvi, più o meno esplicitamente, i fattori della pagella di IGN. Quindi, chiedo ancora, il semplice globale come fa a essere oggettivo se segue dei criteri che abbiamo visto non esserlo affatto? E le aspettative non vogliamo proprio considerarle? E il prestigio di una serie? Quante volte il fattore attesa e il blasone hanno influito enormemente sul giudizio di questo o quel gioco che, riletto con il senno di poi, è stato enormemente ridimensionato? Quante volte il tempo ha reso evidenti problemi che in fase di recensione non erano stati neanche considerati perché offuscati da altri fattori?

Ma, per paradosso, stabiliti dei criteri assoluti per il giudizio dei videogiochi, perché il Club degli Strateghi di Collegno non dovrebbe voler inserire un criterio specifico per giudicare Uncharted 3, magari la tatticità dei combattimenti, e vedere il suo voto considerato oggettivo come quello degli altri? Se per i membri del club è importante avere una valutazione di quell’aspetto, perché gliela si dovrebbe negare? Il problema è sempre lì che incombe: possono darsi due voti oggettivi dello stesso videogioco?

La critica cinematografica ha risolto la cosa in modo ineccepibile: l’assunto generale è che il giudizio nasce dall’applicazione degli strumenti critici scelti e non ha alcuna pretesa di oggettività. Per fare un esempio concreto, è considerato normale che il critico cinematografico dell’Avvenire possa esprimere su un film un giudizio completamente opposto rispetto al critico cinematografico del Manifesto. Resi espliciti i criteri, il resto è puro discorso, senza starsi a lambiccare troppo sui singoli aspetti del film. È anche vero che la critica cinematografica tiene molto meno in considerazione i valori produttivi rispetto a quella videoludica, ancora enormemente affascinata dai numeri del marketing (non per niente stiamo sempre a discutere di vendite).

Purtroppo nel mondo dei videogiochi l’ottusità dell’utenza e la sprovvedutezza dei recensori, che credono di poter scrivere di videogiochi solo perché nella vita hanno giocato tanto, la fanno da padrone. I voti sono delle bandiere che, se non corrispondono alle aspettative del lettore, diventano motivo di guerre furiose quanto idiote, combattute a colpi di decimali. D’altro canto i criteri di giudizio sono gli stessi da trent’anni e spesso si crea confusione dandogli più o meno peso a seconda dei contesti, senza però specificare perché e senza quindi creare un quadro critico coerente per giustificare le proprie scelte (che imporrebbe proprio un modo nuovo di scrivere le recensioni).

Insomma, per concludere, se vi trovate un’altra volta a discutere con qualcuno che invoca il “voto oggettivo”, sputategli in faccia questa roba e toglietevelo dai coglioni.

]]>
https://arsludica.org/2011/11/16/la-nascita-di-un-voto/feed/ 23 19690
Battlefield 3 vs Call of Duty: Modern Warfare 3, la guerra dell’idiozia. https://arsludica.org/2011/11/08/battlefield-3-vs-call-of-duty-modern-warfare-3-la-guerra-dellidiozia/ https://arsludica.org/2011/11/08/battlefield-3-vs-call-of-duty-modern-warfare-3-la-guerra-dellidiozia/#comments Tue, 08 Nov 2011 12:10:14 +0000 http://arsludica.org/?p=19653 Per saperne di più]]> I videogiocatori sono una categoria curiosa. Per loro l’alternativa vera a quella “commercialata” di Call of Duty: Modern Warfare 3, che ricordiamo essere bello come un film di Michael Bay, è nientemeno che Battlefield 3, ovvero un gioco annunciato con una moltitudine di filmati e per cui il publisher, Electronic Arts, ha speso complessivamente decine di milioni di euro di marketing (ovviamente per venderlo a una nicchia di giocatori appassionati che non devono chiedere mai).

Ma per quale motivo Battlefield 3 (notare il 3) non sarebbe commerciale, mentre Modern Warfare 3 (notare il 3) lo sarebbe? Perché DICE ha fatto scelte estreme e controverse a livello di trama della campagna per giocatore singolo, creando un’opera intimista che riflette con attenzione sul senso della guerra e della vita, più che esaltare il feticismo militarista degli utenti? Macché, siete fuori strada.

E allora perché Battlefield 3 prende la formula dei precedenti episodi della serie e la rivoluziona in modo inedito con scelte di design estreme e innovative, consapevolmente difficili da digerire per gli utenti storici e per quelli nuovi? Non ci siamo ancora.

Avete poca fantasia, o forse ne avete troppa. No, per i videogiocatori veri, quelli duri e puri che però, vedi il caso, seguono solo i giochi più pubblicizzati e non li comprano se non hanno un numero di serie affianco, il motivo è solo uno: Battlefield 3 c’ha il nuovo motore grafico con le luci fiche e gli edifici che esplodono, mica come la commercialata di Activision che usa ancora lo stesso motore grafico di quattro anni fa. Insomma, è un altro film di Michael Bay, ma con la grafica più bella.

Che vi credevate?

]]>
https://arsludica.org/2011/11/08/battlefield-3-vs-call-of-duty-modern-warfare-3-la-guerra-dellidiozia/feed/ 16 19653
Perchè non c’era un reale bisogno del Nintendo 3DS? https://arsludica.org/2011/10/20/perche-non-cera-un-reale-bisogno-del-nintendo-3ds/ https://arsludica.org/2011/10/20/perche-non-cera-un-reale-bisogno-del-nintendo-3ds/#comments Thu, 20 Oct 2011 05:00:43 +0000 http://arsludica.org/?p=19522 Per saperne di più]]> Provate a rispondere alla domanda del titolo, appuntatela e poi vi dico cosa ne penso.

Fatto?

La mia risposta è “Provate Kirby Mass Attack“. Si tratta di un platform 2D semplice: comparto tecnico colorato, un’idea originale (il controllare dieci piccoli Kirby) ed un sistema di controllo elementare, basato sul solo touch screen. Diverte e, malgrado sembri uno scacciapensieri, il sistema di punteggio (che riprende a piene mani i Super Mario bidimensionali per NES) e la curiosità di esplorare i vari quadri potrebbero conquistarvi rapidamente, monopolizzando i vostri spostamenti quotidiani – nel mio caso il tragitto da casa all’università.

Per  numerosi motivi, si è scelto di abbandonare qualsiasi tentativo di (r)innovazione e di suscitare stupore nel giocatore, preferendo miglioramenti semplicemente tecnici ed affidandosi ad una tecnica che, per quanto interessante, per ora resta – e resterà? – un semplice plus. I giochi che ne hanno accompagnato il lancio del 3DS e che, nei prossimi mesi, tenteranno di risollevarne le (più che discrete) vendite sono giochi vicini a quell’idea di “esperienza portatile casalinga” che, malgrado sia stata una concausa delle minori vendite della PSP rispetto al DS, sembra che si affermerà sulle console portatili di nuova generazione, relegando il videogioco portatile “classico” alla superficialità (con poche, rare eccezioni) dei titoli per iOS, Android e Windows 7 Mobile. Nessuno di essi sembra avere la semplicità di un Kirby Mass Attack, una semplicità che si sta rivelando una sorpresa incredibilmente piacevole da giocare, o la capacità di adattare il gameplay alle nuove console vista in Final Fantasy Tactis Advance 2, per esempio.

Spero di esser smentito dai fatti e che sia Nintendo che Sony propongano, sulle loro console portatili, un giusto mix tra i due modi di giocare, lasciandoci la libertà di scegliere quale preferiamo: perchè, e questo è un problema che definirei generale, troppo spesso non ci è data scelta e, altrettanto spesso, le scelte di una software house sono parecchio discutibili.

]]>
https://arsludica.org/2011/10/20/perche-non-cera-un-reale-bisogno-del-nintendo-3ds/feed/ 1 19522
iPod Touch torna la piattaforma videoludica di Apple https://arsludica.org/2011/10/12/ipod-touch-torna-la-piattaforma-videoludica-di-apple/ https://arsludica.org/2011/10/12/ipod-touch-torna-la-piattaforma-videoludica-di-apple/#respond Wed, 12 Oct 2011 05:00:58 +0000 http://arsludica.org/?p=19382 Per saperne di più]]>

Il gioco è tornato l'elemento centrale della promozione di iPod

Durante lo sfortunato keynote della scorsa settimana, Tim Cook ha ribadito il concetto principale della filosofia dei prodotti Apple: se volete solo giocare, comprate un iPod Touch.

Dopo poco più di un anno passato in sordina, eclissato dai lanci dei due iPad, iPod Touch è tornato ad essere presentato come il device con iOS più venduto al mondo e, in generale, il device per giocare più venduto in assoluto. Parlando di numeri, Cook ha detto che solo quest’anno sono stati distribuiti 45 milioni di iPod contro 27 milioni di Nintendo DS; più o meno triplicando le vendite rispetto agli altri device Apple.

Se consideriamo che sino ad oggi sono stati venduti solo 250 milioni di device iOS, questo numero (unito ai 60 Milioni del biennio 2009-2010 ufficializzati in primavera) dice che, a dispetto del product placement, la maggior parte dei device attivi sono iPod Touch.

Un altro fattore da non trascurare è che, a differenza di iPhone ed iPad che continuano a perdere sostanziali fette di mercato, crescendo molto meno in fretta della sua espansione, iPod sembra non avere problemi a dominare la sua nicchia.

La scelta di Apple non è causale: nella stessa classe di hardware, iPod Touch è quello che perfoma meglio. Ha una gestione della memoria più stabile (quindi meno crash, un evento tutt’altro che raro nei giochi iOS) e più potenza di calcolo disponibile per le applicazioni. L’assenza dei moduli di comunicazione cellulare non solo porta la durata della batteria a tempi record ma snellisce anche l’esecuzione del sistema operativo, rendendolo più simile, per performance e comportamento, a quello di una normale console portatile.

Gli ultimi punti a favore di iPod Touch sono il suo costo relativamente contenuto e la sua integrazione con iTunes. È difficile trovare un media player altrettanto gestibile, anche se l’applicazione per la musica ha ancora parecchie sbavature sul fronte dell’usabilità. Poter contare già su una utenza già educata a comperare su iTunes fa di iPod la piattaforma che monetizza meglio le App.

Sarà interessante vedere come Apple continuerà a promuovere il dispositivo, ora che ne ha ribadito la centralità nell’utilizzo videoludico. Centralità che Apple aveva messo in discussione, provando a passarla ad iPad senza troppo successo.

Di certo gli sviluppatori hanno imparato la lezione prima di Apple: la marcia indietro di quest’ultima è stata un conformarsi a qualcosa che già si sapeva. L’unico modo per rientrare sicuramente con un titolo emergente è quello di renderlo disponibile in formato universale e con un supporto a prova di bomba per le ultime due generazioni di iPod Touch, dato che il grosso delle vendite arriveranno da lì.

L’eccellente Dark Meadow è solo uno degli ultimi titoli a sfruttare tutte le generazioni di iPod per ottimizzare le vendite. Sin’ora i risultati sono stati entusiasmanti, specie se paragonati ai lanci frammentati su più device come Superbrothers o Infinity Blade, costretti a manovre di recupero tardive, quando ormai avevano già perso la visibilità e l’hype del lancio.

Sviluppatore avvisato…

]]>
https://arsludica.org/2011/10/12/ipod-touch-torna-la-piattaforma-videoludica-di-apple/feed/ 0 19382
Cosa racconta Deus Ex: Human Revolution? https://arsludica.org/2011/09/19/cosa-racconta-deus-ex-human-revolution/ https://arsludica.org/2011/09/19/cosa-racconta-deus-ex-human-revolution/#comments Mon, 19 Sep 2011 05:00:49 +0000 http://arsludica.org/?p=19120 Per saperne di più]]> Attenzione: in questo articolo ci sono grosse anticipazioni sulla storia di Deus Ex: Human Revolution. Se siete tra quelli che schiumano di rabbia leggendo gli spoiler, chiudete qui e addio.
—————————————–

Ho impiegato più di venti ore per finire Deus EX: Human Revolution. A dirla tutta mi è piaciuto molto di più della maggior parte degli altri titoli tripla A di questa generazione. Eppure, da circa metà gioco ho iniziato a sentire qualcosa che stonava. All’inizio pensavo che dipendesse dalla stupidità artificiale dei nemici, capaci di comportamenti ridicoli in situazioni che altri giochi hanno dimostrato essere gestibilissime. La grafica? Macché. Della grafica me ne fotto: figurarsi se una texture sballata mi rovina l’esperienza di gioco. Non ho più dieci anni, fortunatamente, e qualche difettuccio lo tollero, anche se devo ammettere che la voce fuori sincro con il labiale è abbastanza fastidiosa (sto parlando della versione italiana). Saranno tutti quei maledetti condotti d’aerazione, che guardacaso sono sempre la strada migliore da prendere? No, non credo: nonostante tutto, hanno senso. Oppure i boss, innestati talmente male nella trama da essere anticatartici e narrativamente frustranti? Oppure sarà il fatto che continuo a preferirgli il primo Deus Ex, più compiuto in tutto? La verità è che su una sensazione così labile avrei potuto arrovellarmi per settimane, senza la capacità di darmi una spiegazione plausibile. In fondo ogni possibilità cozzava con un dato di fatto: Deus Ex: Human Revolution mi è piaciuto, e non ci posso fare niente.

Però poi la risposta è arrivata e ho capito che la chiave di volta sono proprio quelle venti ore. Passato qualche giorno ho iniziato a dimenticare il gioco e, riflettendo su come scriverne per Ars Ludica, ho constatato che non mi veniva in mente una singola sequenza memorabile, un singolo fatto di gameplay o narrativo su cui poter costruire qualcosa di meglio che la classica recensione di largo consumo. Il terzo Deus Ex racconta per l’ennesima volta l’ossessione per il controllo tipica della cultura contemporanea americana, riproponendo con rara pigrizia e superficialità le tesi del primo e del secondo episodio, impantanate però in un contesto asfittico da cui è difficile spremere qualcosa di rilevante.

Human Revolution tenta di farsi bardo dell’eterna lotta tra l’uomo e la tecnologia, con i cittadini divisi tra il voler abbracciare incondizionatamente l’ultimo iPhone corporale e un luddismo intransigente che, come prevedibile, sfocia nel fanatismo. Il punto è che tutto è raccontato in modo così blando che le buone idee si perdono nel rumore di fondo di una scrittura che esaurisce ogni verve dopo le prime sequenze di gioco. Andando avanti viene fuori che Adam Jensen (povero Adamo, scomodato per l’ennesima volta), il protagonista, è il classico prescelto suo malgrado che finisce per catalizzare su di sé la maggior parte delle svolte narrative, rinchiudendo gli eventi in un nucleo soffocante di individualismo antistorico e di banalità galoppanti. I manifestanti luddisti? Ovviamente sono guidati da un leader ipocrita e disposto a tutto per ottenere i suoi fini. Il presindete della Sarif (multinazione che produce le protesi cibernetiche di cui è dotato anche il protagonista)? Un genio visionario, cinico e spietato che sogna di infilare la tecnologia in ogni orifizio umano. E poteva mancare il gruppo segreto che trama nell’ombra? No, infatti ci sono gli Illuminati, che ormai sono la scorciatoia narrativa perfetta (dopo il prescelto, vero must da diversi secoli) e che stanno bene con tutto.

La tragedia è che tutto scorre senza alcun peso. Si arriva alla fine del gioco pronti a far continuare questa specie di brutto telefilm spendendo altri soldi, tanto per sapere che fine hanno fatto i personaggi spariti di scena e come si è evoluta la situazione. Gli stessi quattro finali, improvvisati e vaghi, stanno lì come uno specchietto per le allodole. Sappiamo tutti che il finale unico è già stato scelto e che sapremo qual è assistendo impotenti al proseguio della storia nei vari DLC e seguiti.

A livello narrativo, in Deus Ex: Human Revolution si condensano molti dei mali di questa generazione di videogiochi, fatti di visioni apocalittiche predigerite, di un’esasperante esaltazione del conservatorismo più bieco e di un’incompiutezza complessiva spiegabile con la necessità di poter aggiungere contenuti all’infinito. In un quadro in cui l’opera di partenza, quella che per intenderci si paga a prezzo pieno, è soltanto una base su cui innestare infiniti elementi , è deleterio perdere personaggi, sprecare scenari o, più semplicemente, andare a scavare in quello che si sta raccontando. Ci si trova così con tanti incompiuti che raccontano tutti la stessa storia, che in questo caso non è certo quella di un mondo cyberpunk in cui il bene e il male hanno limiti sfumati e dipendono dal punto di vista da cui li si osserva, ma quella di un pubblico che cerca freneticamente qualcuno che gli racconti sempre la stessa storia, pur con i personaggi vestiti in modo differente.

]]>
https://arsludica.org/2011/09/19/cosa-racconta-deus-ex-human-revolution/feed/ 34 19120
“Feminist Whore” e il sessismo della cultura videoludica https://arsludica.org/2011/09/15/%e2%80%9cfeminist-whore%e2%80%9d-e-il-sessismo-della-cultura-videoludica/ https://arsludica.org/2011/09/15/%e2%80%9cfeminist-whore%e2%80%9d-e-il-sessismo-della-cultura-videoludica/#comments Thu, 15 Sep 2011 05:00:00 +0000 http://arsludica.org/?p=19073 Per saperne di più]]> Provo a sintetizzare, aggiungendo del mio, l’interessante articolo di Brenna Hillier apparso su VG247 e riguardante il tema del sessismo nei videogiochi.

Come mai la linea di codice “Feminist Whore” trovata in Dead Island di Techland sta destando tanta sensazione nel mondo videoludico (soprattutto tra gli editorialisti)? Tutti sono stati prontissimi a condannare senza appello, ma in realtà il caso non ha fatto altro che rendere manifesto un problema che si fa tranquillamente finta di non vedere: i videogiochi sono sessisti. Anzi, l’industria dei videogiochi tutta è sessista. Basta vedere quello che è successo nel recente passato alla povera Jade Raymond, colpevole di essere una bella ragazza e diventata oggetto di attenzioni particolari da parte di alcuni simpatici onanisti.

I videogiochi sono figli della cultura geek, nerd, chiamatela come vi pare, uno dei grandi mali di questo secolo, e condividono con le altre opere dedicate allo stesso target di utenza, da qualsiasi media provengano, la sessualizzazione dei personaggi femminili, ovvero la loro caratterizzazione attraverso i tratti sessuali, spesso accentuati fino al parossismo visivo. Basta pensare a una qualsiasi eroina videoludica per trovarsi davanti a un personaggio procace, spesso poco vestito, quasi sempre ammiccante e sostanzialmente privo di tratti umani. La natura della donna videoludica è fragile, un po’ civettuola pur sotto una scorza dura, e sempre disponibile a diventare oggetto di attenzioni da parte degli uomini, anche producendo risposte teoricamente di segno opposto.

Le mammelle sono necessariamente grandi, grandissime, anche quando il fisico è vicino all’anoressia, i vestiti sono minimal per mostrare il corpo e far friggere il pene del maschio medio che guarda lo schermo. Perennemente truccate, anche appena sveglie, hanno pettinature improbabili che solo le cosplayer possono dire quanto siano scomode. Lo stesso materiale promozionale dei videogiochi tende a puntare tutto sulle forme delle protagoniste, spesso mettendo in secondo piano le caratteristiche ludiche del prodotto. I fisici sono alterati per creare modelli umani impossibili, in cui vengono pronunciati solo alcuni attributi.

Eppure, in un mondo in cui i medikit sono stati aboliti perché considerati meno verosimili rispetto alla ricarica automatica dell’energia, nessuno pone un problema di verosimiglianza quando una donna si trova ad affrontare dei nemici corazzati, vestita soltanto da sottili fili di stoffa?

Qualche esempio? Beh, basta guardare i personaggi femminili di Mass Effect 2, in perenne tensione sessuale con il protagonista maschile , oppure un God of War, in cui le donne sono per lo più prostitute, a parte una (e una soltanto) che rappresenta in un certo senso la purezza primigenia ed è stata caratterizzata con un candore quasi angelico, che di fatto è un’altra faccia del sessismo. Ma anche le protagoniste di molti picchiaduro, diventate delle sex symbol e subito oggetto di perversione da parte dei ragazzi. All’opposto, la donna indurita dalla guerra di alcuni videogiochi sembra essere una specie di versione speculare della donna ultrasessualizzata, ovvero è quasi costretta a nascondere le tette per colpa del contesto, ma vorrebbe tanto mostrarsi come le altre.

Di esempi fattibili ce ne sarebbero tanti altri, a partire da Lara Croft, forse il modello femminile più rappresentativo. Volendo si potrebbe anche fare un piccolo excursus nel passato, con gli artwork di Game Over, o di Barbarian, che puntavano su delle attrici da film porno per attirare l’attenzione. Credo però che il discorso generale sia chiaro.

L’autrice dell’articolo parla nel dettaglio di World of Warcraft, la cui direzione artistica è adattissima a descrivere la questione. Aggiungo al mucchio, per fare altri esempi; l’annunciato Lollipop Chainsaw, titolo evidentemente parodistico, ma sostanzialmente celebrante una certa cultura trash; e il recente Deus Ex: Human Revolution di Square Enix, dove le donne ruotano intorno a una serie di calchi di genere.

Come sottolineato anche dalla Hillier, qualcuno potrebbe far notare che anche i personaggi maschili sono spesso caratterizzati attraverso stereotipi: vero, ma questo non giustifica gli autori. D’altra parte non sono d’accordo sulla non sessualizzazione degli uomini: è vero, espongono meno i loro attributi fisici e sono più vicini agli eroi dei film d’azione che a delle mignotte d’alto bordo, ma anche per loro non si sfugge dal modello macho dominante, comunque appartenente a una certa visione della sessualità.

Insomma, ridotte le donne a un mero strumento di sfogo di impulsi sessuali, l’industria videoludica, a parte alcune rare eccezioni, sembra non essersi accorta dei limiti dei contenuti che produce. La storia di “Feminist Whore” diventa quindi secondaria, un modo per mettere in mostra la lotta a un fenomeno che in realtà, in un gioco come Dead Island è particolarmente bene esplicato all’interno della trama ludica stessa.

È una questione di cultura generale, che va dalle copertine delle riviste ai Presidenti del Consiglio, passando per il lassismo di quelli che ci si abbandonano, cercando di scrollarsi di dosso il senso di colpa con una risata cinica. Quindi è inutile andare a caccia di un responsabile e punirlo severamente: se quello scherzo è stato fatto è perché qualcuno ha ritenuto di essere contornato da persone motivate a condividerlo. Purtroppo non si può licenziare la decadenza dell’occidente.

]]>
https://arsludica.org/2011/09/15/%e2%80%9cfeminist-whore%e2%80%9d-e-il-sessismo-della-cultura-videoludica/feed/ 47 19073
[Diario] Kombattimenti Mortali, incubi e Jennifer Aniston https://arsludica.org/2011/08/25/diario-kombattimenti-mortali-incubi-e-jennifer-aniston/ https://arsludica.org/2011/08/25/diario-kombattimenti-mortali-incubi-e-jennifer-aniston/#comments Thu, 25 Aug 2011 05:00:31 +0000 http://arsludica.org/?p=18860 Per saperne di più]]> Sono uno storico detrattore della saga di Mortal Kombat, ma allo stesso tempo amo l’impegno e la voglia di migliorarsi; come la mettiamo allora?

Un po’ di storia: nel 1992 esce il primo capitolo del picchiaduro targato Midway e eserciti di giovani si scoprono morbosamente attratti dalla salsa di pomodoro. John Tobias, che aveva anni prima contribuito allo Smash Tv di quel guru di Eugene Jarvis creando alcuni degli sprite più iconici della scena arcade anni ’90, cede l’anima al demonio assieme al compagno di setta Ed Boon, e i due imbandiscono assieme un’unione sacrilega tra la grafica digitalizzata di Pit Fighter di Atari e la formula del picchiaduro ad incontri che SF2 aveva tanto egregiamente portato alla rivalsa. il risultato è un picchiaduro mediocre che deve il successo a sangue e frattaglie dispensate a profusione sullo schermo anche grazie alle famigerate Fatality, mosse con cui è possibile eliminare in modo cruento l’avversario alla fine dell’incontro.

 

Mutoid Man, pixel su tela, prima che John Tobias mettesse la sua matita al servizio del demonio.

 

Ricordo comunque con affetto il gioco, non per la dubbia qualità quanto perchè all’epoca barattai il numero di Game Power (5.000 Lire) riportante i comandi per eseguire le suddette fatality con la cartuccia di Super Mario Land 2 (60.000 lire circa). Episodi di vita a parte, nello stesso anno esce Fatal Fury 2 su Neo Geo, per nominare un contendente a caso non appartenente alla scuderia Capcom: le alternative quindi sono parecchie e indiscutibilmente superiori, ma Mortal Kombat comunque sbanca nelle sale giochi e con le relative conversioni, aprendo la strada a progetti dal potentissimo retrogusto kitsch come War Gods, Survival Arts e Time Killers.

Sissignore, Mortal Kombat fu uno dei flagelli dell’industria videoludica, e proprio per questo vendette milioni di copie. Prendere nota, prego.

Ma poi, improvvisamente, qualcosa è cambiato. Il secondo capitolo introduce il concetto di juggle combo, dimostrando ai fan del genere che si poteva essere più creativi rispetto al solito buffer pugno-hadoken, il terzo con la sua barra della corsa aggiunge le target combo, il quarto…il quarto no, fa cagare e basta. Ma le edizioni per le console di sesta generazione, tra stili di combattimento intercabiabili e duelli all’arma bianca, erano davvero titoli godibili, fino ad arrivare al recente reboot della serie, probabilmente uno dei migliori picchiaduro degli ultimi anni. Ma anche negli spin-off l’evoluzione è tangibile: dal terrificante MK Mytologies: Sub Zero, titolo veramente BRUTTO con le dovute maiuscole, siamo arrivati a Shaolin Monks, rispettabilissimo picchiaduro a scorrimento uscito in un periodo in cui le delusioni più cocenti sul genere provenivano da softco insospettabili, come Namco con Urban Reign o Capcom con Beatdown e sopratutto Final Fight: Streetwise, un seguito talmente poco “seguito” che Akira Nishitani, il papà dell’arcade originale, ne ignorava l’esistenza.

Dio buono, sto lodando Mortal Kombat; sarebbe più probabile il volo di Cubi Borg che sganciano pacchi di riviste porno sulle maggiori capitali europee.

Comunque, complice il rilascio del buon Freddy Krueger come quarto ed ultimo Kombattente DLC, prelevo online il bundre dei personaggi extra ed aggiorno il gioco. Anche stavolta dentro di me mi congratulo silenziosamente con i Netherrealm Studios dato che, tra aggiornamenti vari, mi regalano diversi costumi alternativi; considerando il milking estremo di SFIV e Marvel Vs Capcom 3 ho imparato a non dare per scontati simili doni, peraltro graditissimi. Quindi eccomi qua, tutto carico che squarto Sub Zero col buon Freddy sotto il megacartellone di Come ammazzare il capo e vivere felici.

Intendiamoci, a me Jennifer Aniston fa più sangue di dieci emorragie messe assieme, ma qui mi sembra un attimo fuori posto… Rimango perplesso quando cambio livello e mi ritrovo a combattere nella metropolitana con schiere di cartelloni simili appese al muro. Faccio un attimo mente locale  e sono certo di aver assistito al product placement in almeno tre stage, quindi vado giù duro di Google per sapere cosa mi sono perso considerando anche l’assenza forzata dal PSN causa hacker rottinculo.

A quanto pare la cosa va avanti da un po’, con pubblicità cicliche di film in uscita al cinema e in Blu-ray. Diciamo che quando il contratto è attivo ci troviamo roba come questa:

mentre quando non c’è nulla da pubblicizzare ci becchiamo questo:

ovvero la pubblicità del fittizio film di Johnny Cage Ninja Mime, che detto tra di noi andrei a vedere al cinema anche subito.

Il product placement nei videogiochi è cosa vecchia, dai cartelloni nei vari Fifa e PES a perle del trash più becero come il mitico Pepsiman, ma a mia memoria è la prima volta che qualcosa di tanto appariscente compare in un picchiaduro. Sapevo che anche nel suo momento più splendente Mortal Kombat doveva muoversi contro la mia ulcera.

No, non credo che la Honda abbia segretamente pagato Capcom per far sfasciare la Lexus nei bonus stage di SF2.

Qualcuno di voi ricorda avvenimenti simili? Magari che ne sai, in Giappone qualche gioco di catch o sumo pubblicizzava fantomatiche marche di fundoshi.

Ora che ci penso questa sembra una trovata degna di Suda, tempo di rigiocare a Super Fire Pro Wrestling Special con rinnovato occhio critico…

]]>
https://arsludica.org/2011/08/25/diario-kombattimenti-mortali-incubi-e-jennifer-aniston/feed/ 10 18860
Anche io sono un pazzo https://arsludica.org/2011/08/11/anche-io-sono-un-pazzo/ https://arsludica.org/2011/08/11/anche-io-sono-un-pazzo/#comments Thu, 11 Aug 2011 05:00:17 +0000 http://arsludica.org/?p=18791 Per saperne di più]]> Premessa: Questo articolo vuole essere uno sfogo verso la società, che ci reputa degli assassini.

 

Gioco con i videogames da tantissimi anni, devo ringraziare anche mio padre per questo. Ogni titolo lo finisco al livello di difficoltà massimo (se ho la possibilità di scegliere) e cerco sempre di fare del mio peggio per portare violenza, morte e distruzione su una terra virtuale, abitata da persone virtuali. Capita che non bastino i pixel per esprimere la mia rabbia nei confronti di qualche personaggio e che qualcosa esploda nella mia testa, mostrandomi la retta via da seguire. Le immagini diventano sfocate, l’impostazione del colore è di un rosso scuro, insomma, entro in modalità berserker. In quei momenti nulla è reale, tutto è lecito. Brandendo la mia katana a doppia lama cammino per le vie della città e faccio a pezzi qualche povero cristiano, mentre conduce una classica vita da cristiano del Vecchio (che molti vecchiacci chiamano “antico”) Testamento.  La musica che risuona nelle orecchie è un classico death brutal metal, che si sa, porta alla pazzia e alla violenza (essendo un derivato della musica classica).  Faccio tutto questo, ma non riesco a vedere per intero il filmato “3 guys one hammer”, strano, vero?

 

 

Quello che ho appena descritto è ciò che molti credono di me, visto che gioco con dei giochi virtuali e sono appassionato d’armi, tecniche militari, armi biologiche e chimiche e strategia militare in generale. Le persone mi considerano quasi alla stregua di un signore della guerra, sprovvisto d’armi per l’annientamento del pianeta. Curioso, vero? La cosa curiosa è che un buon 95% di quelle persone è di religione cristiana, naturalmente solo a parole, non per fede. I giochi appaiono ai loro occhi come degli oggetti malefici, capaci di plasmare la mente di un ragazzo, rendendolo una macchina assassina, in grado di uccidere a sangue freddo un gran numero di persone. Non considerano che ogni caso è collegato a qualche motivazione. Qualcuno era maltrattato a scuola, frustrato, con una pistola in casa (ma non in cassaforte). Tutte le motivazioni reali scompaiono, per dare spazio al videogioco.

Mentre negli Stati Uniti non è possibile proibire un gioco (anche i più violenti, come Manhunt 2), in Europa si cerca di trovare una scusa cosi banale per dei casi che andrebbero esaminati da qualche psichiatra molto esperto.  Secondo il Vaticano, le carte da gioco Yu-Gi-Oh sono sataniche, perché permettono a due duellanti di sfidarsi in uno scontro evocando qualche demone.  Quindi teoricamente tutto ci porta alla violenza; libri, film, giochi, carte e cosi via. La verità è che i potenti ci vogliono come 1000 anni fa, stupidi e creduloni. Ci vorrebbero sotto la loro chiesa d’oro, a donare soldi per la salvezza della nostra anima.  Dobbiamo resistere, sperando che cambi qualcosa tra un po’.

]]>
https://arsludica.org/2011/08/11/anche-io-sono-un-pazzo/feed/ 2 18791
Nessuna correlazione tra i massacri e i videogiochi https://arsludica.org/2011/08/04/nessuna-correlazione-tra-i-massacri-e-i-videogiochi/ https://arsludica.org/2011/08/04/nessuna-correlazione-tra-i-massacri-e-i-videogiochi/#comments Thu, 04 Aug 2011 05:00:30 +0000 http://arsludica.org/?p=18796 Per saperne di più]]> Tra le millecinquecento pagine del manifesto di Anders Behring Breivik, ci sono anche alcuni brevi paragrafi dedicati ai videogiochi, di cui si parla soprattutto come passatempi (Breivik è un appassionato di fantasy). Solo Call of Duty: Modern Warfare 2 viene descritto come parte integrante del suo addestramento (World of Warcraft è stato usato come scusa per fare assenze, lamentando una dipendenza dal gioco). Ovviamente, parte della stampa e della società civile ha trovato in questi accenni dei motivi sufficienti per sparare a zero contro i videogiochi, anche se si tratta di voci isolate e con poco seguito. Nel mentre, Coop Norway, una catena d’ipermercati norvegese, ha deciso di ritirare ben cinquantuno giochi violenti dagli scaffali, seguendo non si sa bene quale criterio (probabilmente il PEGI?).

Ma è veramente possibile dare la colpa ai videogiochi per il gesto tutto ideologico di Breivik? Uno psicologo americano, Christopher Ferguson, che ha compiuto diversi studi sull’argomento in seguito ai fatti della Columbine, crede di no. Intervistato da Forbes (link) ha dichiarato che non bisogna incolpare i videogiochi per l’accaduto e, anzi, che traformarli in capro espiatorio per ogni massacro compiuto da un bianco è da ignoranti e razzisti.

La sua tesi è che quando i massacri avvengono in scuole popolate da minoranze, nessuno cerca capri espiatori e nessuno parla mai di videogiochi come moventi per l’accaduto, dando implicitamente la responsabilità dei fatti all’ambiente sociale dove sono cresciuti, mentre ogni volta che un massacro è compiuto da un maschio bianco, è inevitabile che qualcuno additi il medium videoludico come causa scatenante della violenza.

Per Ferguson le stragi sono inevitabili, anche se fortunatamente rare, e nessuno può farci nulla. Sono come fulmini a ciel sereno di cui la società non vuole sentire parlare e quindi torna comodo incolpare un fattore esterno e alieno. Comunque, per i fatti di Oslo, Ferguson nota anche che la stampa non ha mostrato il solito accanimento verso i videogiochi, come avvenne nel caso del massacro della Columbine, quando Doom e Quake furono messi letteralmente alla sbarra e accusati di aver indotto Eric Harris e Dylan Klebold ad agire come fecero. Oltre al fatto che a Oslo non sono stati coinvolti cittadini americani, lo psicologo nota anche che ormai i videogiochi sono parte integrante della cultura collettiva e che, quindi, ci sono molte più persone in grado di distinguere e capire che non possono essere la causa scatenante di un gesto apparentemente folle, e che sono soltanto una forma d’intrattenimento come le altre. Certo, rimangono dei gruppi organizzati, solitamente parte della destra conservatrice, che sono pronti ad accusare i videogiochi di qualsiasi male della società, ma nel caso di Oslo non sono riusciti a far penetrare le loro accuse.

Scientificamente, l’idea che la violenza nei videogiochi, nei film o in televisione contribuisca agli omicidi di massa non ha alcun fondamento. Credo che la recente sentenza della Corte Suprema abbia aiutato in questo senso, soprattutto perché ha chiarito che la ricerca scientifica non è riuscita a dimostrare alcuna correlazione tra i fenomeni.

Ferguson nota anche che il massacro della Columbine fu un momento importante per gli studi in materia e che le pacate reazioni ai fatti di Oslo sono state anche il frutto delle numerose ricerche svolte in quegli anni per capire se veramente i videogiochi violenti potessero veramente essere dei “veleni digitali che corrompono le menti dei giovani”, come affermato da quelli che ne chiedevano la messa al bando.

È proprio su parte di quegli studi che si è basata la già citata sentenza della Corte Suprema, che ha dato ragione all’industria videoludica equiparando i videogiochi agli altri media. Alcuni di questi studi, hanno dimostrato che circa il 95% dei giovani americani ha giocato con dei titoli contenenti scene di violenza e che, quindi: “Collegare gli omicidi di massa ai videogiochi quando l’assassino è un giovane maschio bianco equivarrebbe a incolpare il fatto che indossava delle Sneakers.” Ferguson nota anche che quando l’omicida è un individuo adulto, i media non danno mai la colpa delle sue gesta ai videogiochi, anche se è statisticamente dimostrato che il giocatore medio ha oggi 37 anni e che il 25% dei videogiocatori ha più di 50 anni (dati dell’Entertainment Software Association).

Comunque, con la sempre maggiore diffusione dei videogiochi, diverrà più raro sentire tesi come quelle che seguirono al massacro della Columbine. Certo, bisognerebbe portare un po’ di questa cultura anche in Italia, dove parte della stampa ha subito dato la colpa ai videogiochi per la lucidissima follia di Breivik, probabilmente per non dover parlare del suo essere di destra e reazionario. Evidentemente, da noi gli studi scientifici e la cultura non fanno presa e si preferisce continuare a cercare capri espiatori in tutti quei fenomeni che le vecchie generazioni, purtroppo ben salde al potere, stentano o non vogliono proprio capire.

]]>
https://arsludica.org/2011/08/04/nessuna-correlazione-tra-i-massacri-e-i-videogiochi/feed/ 1 18796
Che cos’è un videogioco per i media italiani? https://arsludica.org/2011/07/27/che-cos%e2%80%99e-un-videogioco-per-i-media-italiani/ https://arsludica.org/2011/07/27/che-cos%e2%80%99e-un-videogioco-per-i-media-italiani/#comments Wed, 27 Jul 2011 15:50:18 +0000 http://arsludica.org/?p=18773 Per saperne di più]]> Per comprendere la natura poliedrica dell’oggetto videoludico possiamo partire da una recente notizia proveniente dagli Stati Uniti, dove il NEA, un programma federale governativo che si occupa di finanziare le opere di interesse culturale, ha cambiato i criteri di assegnazione dei fondi per includere anche i videogiochi:

“I progetti possono includere programmi radio e video di alto profilo divisi in uno o più episodi (documentari e drammatizzazioni); media creati per il cinema; i programmi di performance; i segmenti artistici da usare nelle serie esistenti; i webisodes composti da più episodi; le installazioni e i giochi interattivi”

Ovvero, il governo americano ha, di fatto, equiparato i videogiochi a tutte le altre forme d’espressione artistica e di diffusione culturale.

Sulla stessa scia si posiziona anche la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dichiarato incostituzionale la legge dello Stato della California che vietava la vendita o il noleggio ai minori di videogiochi violenti.

La sentenza stabilisce che la legge Californiana è “incongrua, irragionevole e contradditoria”; non esistendo prove scientifiche che colleghino la fruizione di videogiochi violenti con le condotte violente dei minori. Quindi, per la corte i videogiochi violenti vanno trattati alla stessa stregua degli altri media, come film, libri o televisione, dove la violenza non manca, ma che non subiscono particolari limitazioni.

Quindi, cos’è un videogioco? Un prodotto dell’industria dell’intrattenimento, sicuramente, ma anche una materia che può assumere forme diverse, tali da poter essere accostata alle altre arti.

La lunga premessa serve per comprendere l’assurdità della reazione della stampa italiana ai fatti di Oslo. Nella gran parte del mondo occidentale, Norvegia compresa, i videogiochi vanno assumendo un valore differente, sia per la loro potenza economica (come negarla?), sia per la diffusione culturale che hanno raggiunto.

Certo, non mancano studi scientifici che tentano di additarli come causa scatenante di tutta una serie di sindromi di cui soffrono i bambini e gli adolescenti, non per ultima la violenza, ma ce ne sono altrettanti che hanno spesso confutato tesi nate da preconcetti e dimostrate con forzature spesso inaccettabili per la scienza stessa.

Il dibattito è sicuramente aperto, com’è giusto che sia, ma a quasi nessuno nel mondo è venuto in mente di indicare i due videogiochi apparentemente amati da Breivik (stando alla sua pagina Facebook), World of Warcraft e Call of Duty: Modern Warfare 2 per inciso, come i moventi principali della sua follia. In Italia non è andata così.

Facendo una ricerca sul documento di 1500 pagine (Link) scritto da Breivik per raccontare come ha pianificato gli attentati, i videogiochi non appaiono che come fatti marginali. Ad esempio World of Warcraft viene citato in un solo passo, e non certo come causa scatenante o fonte d’ispirazione, ma come alibi per le assenze dovute alla pianificazione della strage:

3.26 Avoiding suspicion from relatives, neighbours and friends

Present a ”credible project/alibi” to your friends, co-workers and family. Announce to your closest friends, co-workers and family that you are pursuing a ”project” that can at least partly justify your ”new pattern of activities” (isolation/travel) while in the planning phase. 

F example, tell them that you have started to play World of Warcraft or any other online MMO game and that you wish to focus on this for the next months/year. This ”new project” can justify isolation and people will understand somewhat why you are not answering your phone over long periods. Tell them that you are completely hooked on the game (raiding dungeons etc). Emphasise to them that this is a dream you have had since you were a kid. If they stress you, insist and ask them to respect your decision.
You will be amazed on how much you can do undetected while blaming this game. If your planning requires you to travel, say that you are visiting one of your WoW friends, or better yet, a girl from your ”guild” (who lives in another country). No further questions will be raised if you present these arguments. 

Blaming WoW is also quite strategic due to another factor. It is usually considered ”tabu” or even shameful in our society today to be hooked on an MMO. By revealing ”this secret” to your close ones you are therefore (to them at least) entrusting them with your innermost secret. Usually they will ”contribute” to keeping this secret for you which can be very beneficial. (If people from your ”secondary” social circle ask them they will even usually ”lie” on your behalf (giving you alibi), in order to keep your MMO project a secret.”

In un paragrafo dedicato alla propaganda culturale, Breivik cita l’industria videoludica accusandola di diffondere la cultura hip-hop con giochi come GTA (Grand Theft Auto), che secondo lui andrebbero vietati o boicottati perché parte del complotto mondiale di diffusione del multiculturalismo.

Proseguendo nella ricerca di tracce videoludiche sul documento scopriamo che, come milioni di persone nel mondo, Breivik trova i videogiochi rilassanti e divertenti, soprattutto quelli fantasy:

I just completed Dragon Age Origins not long ago. A brilliant game!:D It’s important to have fun a few hours every day.

It was now  April 25th and I was finally back to normal. I had spent the past couple of weeks playing through Dragon Age II and a couple of other newly released games. Awesome!

Chissà quali saranno i due giochi da poco rilasciati di cui parla. In tutto questo, Modern Warfare 2 viene citato in un solo paragrafo:

I just bought Modern Warfare 2, the game. It is probably the best military simulator out there and it’s one of the hottest games this year. I played MW1 as well but I didn’t really like it as I’m generally more the fantasy RPG kind of person – Dragon Age Origins etc .and not so much into first person shooters. I see MW2 more as a part of my training-simulation than anything else. I’ve still learned to love it though and especially the multiplayer part is amazing. You can more or less completely simulate actual operations.”

Anche in questo caso l’idea non è tanto quella del videogioco come “movente”, ma come modo per mettere in scena, visualizzare, il suo piano. Un po’ quello che è successo con Flight Simulator X, usato dagli attentatori delle Torri Gemelle per simulare il dirottamento degli aerei. Questo rende i videogiochi pericolosi? No, ne dimostra semplicemente la natura simulativa che può essere sfruttata in diversi modi. La simulazione, al netto dei contenuti, è neutra per definizione, perché tenta semplicemente di riprodurre virtualmente dei fenomeni esistenti nella realtà.

Prendete un coltello da cucina e mettetelo in mano a due milioni di persone. Un milione e novecentonovantanovemila lo useranno per tagliarci il pane, uno lo userà per sgozzarci la moglie. La colpa è del coltello da cucina?

Il resto delle 1500 pagine del documento di Breivik sono dedicate a ben altri argomenti. Il nostro si prodiga in dissertazioni di politica, di storia e di filosofia, cercando di dare un senso ideologicamente compiuto alle sue azioni. Parte del documento è copiato dal manifesto dell’Unabomber americano, mentre se volessimo inquadrarlo ideologicamente e culturalmente, non esiteremmo a definirlo un ultraconservatore cattolico integralista.

Tutto questo il TG1 lo ignora completamente e decide di confezionare un servizio che mette genericamente sotto accusa i videogiochi violenti, videogiochi che vengono citati anche da altri giornali e telegiornali, mentre sono stati quasi completamente ignorati dai media del resto del mondo o, al massimo, menzionati come curiosità per inquadrare il personaggio. A rincarare la dose ci pensano parlamentari di area cattolica come Paola Binetti, che chiedono incredibilmente la messa al bando dei videogiochi amati dal killer, prodotti ormai sul mercato da diversi anni e che hanno venduto diverse milioni di copie.

Ovviamente si tratta di un modo per deviare l’attenzione dai veri moventi che hanno spinto Breivik alla strage, ben chiariti nel documento e ben espressi dall’europarlamentare Mario Borghezio che ha definito “condivisibili” le tesi di Breivik, pur condannando la strage.

Ritornando al mondo dei videogiochi, il problema vero è che i media italiani li considerano soltanto in due casi: quando possono accusarli di essere istigatori di violenze di vario genere e quando possono sfruttarli come fenomeni di costume, mostrando il videogiocatore all’interno di fiere frivole come l’E3, ovvero confinandolo all’interno di un ambiente chiuso e trasformandolo in una specie di buon selvaggio che, finché si limita a mostrare quegli strani cosi colorati con cui gioca, è socialmente accettabile.

Per il resto, nonostante l’influenza culturale del medium videoludico sia ormai diffusissima e palese, prendiamo ad esempio il recente evento collaterale alla Biennale di Venezia, Neoludica, o l’ultimo video di Björk, Crystalline, il mondo dell’informazione italiano tende ancora a considerare i videogiochi come marginali, guardandoli con sospetto e con una sufficienza francamente antistorica. Di fatto, quando se ne parla, vengono tollerate imprecisioni ed errori palesi, come se si trattasse di un argomento che non merita alcun approfondimento, una sottocultura da lasciare nell’ombra e da spolverare ogni tanto per lanciare strali.

In questo contesto, il ruolo della stampa specializzata e dei videogiocatori dovrebbe essere quello di alfieri della diffusione della cultura videoludica. Bisogna superare la paura delle definizioni, per quanto limitate e sbagliate, e cercare di spingere per far nascere nella stampa generalista il bisogno di “approfondimento” dell’argomento videogiochi. Solo di fronte a dei lettori attenti la stampa può migliorarsi, che poi è lo stesso principio che vale per tutti gli ambiti della vita.

]]>
https://arsludica.org/2011/07/27/che-cos%e2%80%99e-un-videogioco-per-i-media-italiani/feed/ 12 18773
Basta con la musica classica violenta! https://arsludica.org/2011/07/23/basta-con-la-musica-classica-violenta/ https://arsludica.org/2011/07/23/basta-con-la-musica-classica-violenta/#comments Sat, 23 Jul 2011 13:27:22 +0000 http://arsludica.org/?p=18748 Per saperne di più]]> E’ ora di finirla con questa cosa della musica classica che poi vedete come va a finire? La gente muore!

La musica classica da sempre è leva di ideologie politiche e sociali più o meno violente. Il Nazismo stesso fece di Wagner e del prezzolato Holst uno dei suoi principali mezzi di propaganda sulla superiorità razziale e la giustificazione della violenza verso gli inferiori. Tutte le più grandi rivoluzioni del mondo sono avvenute sull’onda di qualche pezzo classico, composto per l’occasione, per coinvolgere emotivamente le folle, per dargli un senso di appartenenza e al tempo stesso per spersonalizzare l’avversario (nella maggior parte dei casi il potere costituito, orrore!), rendendolo meno pauroso, più facile da abbattere e uccidere. La musica classica è la base di generi musicali ben più violenti, come la Tecno/Trance dei Rave Party o l‘Heavy Metal satanico.

Teste sono cadute dietro marce trionfali, gli stessi inni nazionali sono stati spesso veicoli di carneficine di massa, l’apoteosi della violenza fine a sé stessa. Le rivoluzioni sono sempre state fatte da giovani, la dimostrazione matematica di quanto stupidi, indifesi ed influenzabili siano i nostri ragazzi anche quando dovrebbero essere abbastanza adulti da avere una vita propria e di farsi carico delle proprie scelte individuali.

Assurdo.

Cosa direbbero i loro genitori?

Deve essere per forza tutta colpa della musica!

Ndr.: questo articolo è satirico. La prossima volta che un idiota prova a dire che se un trentenne va fuori di testa e fa una carneficina è colpa di un videogioco (o di qualsiasi altra cosa), spingetelo a farsi una cultura che vada oltre figa e pallone. 

]]>
https://arsludica.org/2011/07/23/basta-con-la-musica-classica-violenta/feed/ 16 18748
I giochi sono troppo facili… ma ne siamo sicuri? https://arsludica.org/2011/06/17/i-giochi-sono-troppo-facili-ma-ne-siamo-sicuri/ https://arsludica.org/2011/06/17/i-giochi-sono-troppo-facili-ma-ne-siamo-sicuri/#comments Fri, 17 Jun 2011 05:00:40 +0000 http://arsludica.org/?p=18389 Per saperne di più]]> Troppo spesso sento dire che al giorno d’oggi i giochi sono troppo facili e che i boss non valgono un decimo di quelli d’un tempo. Io sono del medesimo parere, anche se ogni tanto mi son dovuto ricredere; ma altre volte la convinzione è cresciuta in modo esponenziale.

Tutti mi parlavano dell’estrema difficoltà nell’affrontare l’ultimo boss di inFamous, dicendo che è praticamente impossibile affrontarlo a livello difficile. L’altro giorno stavo finendo il gioco (sono in stragrande ritardo, ma vabbé) alla difficoltà massima, e quando il combattimento finale ebbe inizio avevo davvero i brividi, perché mi aspettavo un nemico impossibile d’abbattere. Dopo che sono deceduto due-tre volte, ho compreso che la tecnica per sconfiggere il nemico era davvero banale. Non avevo bisogno nemmeno di muovermi (se non in alcuni frangenti) e la sua intelligenza era paragonabile a quella del mio gatto. Finito il gioco sono rimasto piuttosto deluso, mi aspettavo… volevo aspettarmi un combattimento difficile e lungo e invece ho ottenuto una battaglia breve, in cui la facevo da padrone.

Per puro sfizio sono andato a vedere le persone che esultavano per via dell’estrema “difficoltà” del titolo e mi son accorto che sono tutti ragazzini. Erano bambini che come la prima console hanno avuto una PS3 (o PS2 durante il suo tramonto). Gente che non sa nemmeno cosa significa la parola “difficile”.

Ora vorrei parlare di un caso contrario. Qualche anno fa, giocando a Killzone 2 alla difficoltà normale mi sono imbattuto in ciò che chiamo “Il mostro”. Un boss talmente difficile da farmi venir voglia di distruggere la console e spezzare il gioco: parlo di Radec, il boss finale del secondo capitolo del più famoso FPS su PS3. Senza esagerare posso dire che sono morto all’incirca 26 volte e la mia esasperazione era arrivata davvero al culmine. Dopo aver finito il gioco volevo piangere per la felicità e per il dolore alle dita.

Domandando ai miei amici di età più matura, ho scoperto che molti avevano lasciato stare perché il boss era davvero troppo difficile. Altri hanno fatto scendere qualche santo dal paradiso, mentre altri ancora hanno davvero dato di matto. A quel punto la mia felicità divenne euforia, perché avevo capito d’aver ucciso un nemico che ha fatto esasperare moltissime persone.

Il problema è che Killzone 2 è un titolo per amanti dello sparatutto duro e puro e credo che un padre di famiglia, che ha poco tempo, una famiglia e lo stress lancerà il gioco nella spazzatura dopo i primi cinque tentativi. La difficoltà è una cosa che desideriamo noi giovani, che non abbiamo tanti problemi, che possiamo permetterci di stare una notte davanti alla console, ma non una persona adulta, con tantissimi impegni. La difficoltà eccessivamente elevata, poi, non ti fa apprezzare pienamente il titolo, in quanto sei occupato a restare concentrato e buttare qualche bestemmia.

]]>
https://arsludica.org/2011/06/17/i-giochi-sono-troppo-facili-ma-ne-siamo-sicuri/feed/ 18 18389
Ricordando Firemint https://arsludica.org/2011/06/15/ricordando-firemint/ https://arsludica.org/2011/06/15/ricordando-firemint/#comments Wed, 15 Jun 2011 08:00:20 +0000 http://arsludica.org/?p=18118 Per saperne di più]]> Se pensi ad iOS prima pensi ad Angry Birds e ad i suoi 200 Milioni di Download a Maggio, e poi pensi a Flight Control.

Il gioco degli aeroplanini, quello che praticamente dal lancio di App Store è lì, nelle top list. Che non si è mai celato dietro l’ambiguità dei download complessivi inflazionati ad arte ma ha subito comunicato con concretezza i suoi 2 Milioni di vendite che ne fanno uno dei cinque titoli più remunerativi della piattaforma. Complice anche il sistema di ranking di App Store non proprio perfetto, Flight Control era il simbolo dello status quo, della nuova élite che non concede spazi ai nuovi arrivati. Con merito. Uno dei titoli tutt’oggi più imitati senza essere un’imitazione.

Tutti pronti ad additare Firemint come lo studio che aveva trovato il segreto, capito tutto, risolto l’enigma. Con un solo titolo dominava da anni, finendo anche nella top 10 di sempre compilata da Apple persino lo scorso Natale. Era pure sulla pubblicità alla TV e dopo il Jailbreak tutti volevano il giochino blu degli aeroplanini (che poi non è nemmeno tanto blu, ma vallo a spiegare a chi guarda ancora la televisione).

Poi Firemint decide di uscire dalla gabbia dorata di App Store ed iniziano i problemi. Problemi di inesperienza, di ritardo sugli sviluppi per le console mainstream, problemi di marketing (pensare di vendere un prodotto quando praticamente tutti l’hanno già comprato nei mesi passati): il lancio su console fu un mezzo insuccesso. Per ritrovare la spinta creativa e le competenze mancanti questo autunno c’era stato l’acquisto di Infinite Interacive, un’azienda che di giochi ne aveva fatti un po’, e un po’ per tutte le piattaforme. Firemint si era confrontata con l’industria e aveva scoperto che il colpo di fortuna, l’idea singola, per quanto geniale, non sempre basta. La nuova strategia era chiara: rendere iPad una vera e propria console da gioco, con titoli ad alto budget. D’altronde lo dicevano tutte le persone sbagliate: iPad sarebbe stata la console del decennio. Nel frattempo, il primo episodio di Real Racing si rivelò meno solido del previsto.

Non nascondo che avevo trovato ingiusto vedere un team amatoriale e apertamente in crisi, incapace di reagire al successo inaspettato, imbrigliare uno studio di comprovata esperienza e valore come Infinite Interactive. I rischi che lo affondasse erano più che concreti. Ne abbiamo anche discusso tanto tra di noi, in redazione; in particolare della strategia dal sapore romantico e nostalgista di Firemint di tornare a fare solo escluisive iOS in un momento in cui i segnali erano non proprio tranquillizzanti. La stampa, invece, aveva acclamato la decisione: l’acquisizione di un team indipendente che sviluppava anche su console e che veniva riconvertito alle esclusive interne era stato visto dai consumatori/analisti che peccano sempre più spesso di soggettività l’inizio di un nuovo corso ideologoco. D’altronde è difficile mantenere l’obiettività quando puoi giocare a 1 euro a spese altrui. Insomma, per tutti Real Racing 2 sarebbe stata la consacrazione di iPad 2 come console. C’era anche il TV-Out!

Firemint ha tenuto duro, quasi per principio, tanto ormai i soldi erano spesi. Ma dopo 18 mesi e due milioni bruciati sul nuovo, emozionante episodio di Real Racing l’ostinazione non è più bastata. C’è stata meno magia del previsto, meno entusiasmo. Anche se un gioco di guida con uno schermo/volante da sei etti rimane prima di tutto una coraggiosa prova di fede e solo dopo un bel gioco. Perché bel gioco lo era, capiamoci. E sarebbe stato un ottimo Live Arcade.

Alla fine Firemint si è tolta di mezzo facendo un accordo a porte chiuse con EA. Spendere più di quanto mai ricavato non ha aiutato, aver fatto shopping tra le aziende sul mercato nemmeno. Ai suoi proprietari non è stato concesso nemmeno l’onore yuppista di mascherare una sconfitta nell’infantile e un po’ vigliacco: “Sì, ma almeno hanno fatto un sacco di soldi”. Dopo Chillingo svenduta per noccioline, EA aggiunge un altro scalpo alla sua collezione.

La strategia di EA non è nuova, è una replica di quella che la portò ad acquisire gran parte degli studi mobile e casual alla fine degli anni ’90. Schiacciarli sul loro terreno, inondando il mercato di titoli con licenze pregiate e poi rilevare marchi ed IP a costi irrisori, insultanti. L’evento è passato nel silenzio e nell’indifferenza generale. Stranamente la stampa non ne ha parlato molto, pare che quella stonatura non sia così evidente e non bruci così tanto quanto dovrebbe. Forse non si vuole perdere l’ultima coda di un hype scemante, forse perché il mercato è immaturo ed in troppi sono ancora convinti di giocare in esso con vite infinite.

Un’analisi critica e condivisa sul problema aiuterebbe anche a risolverlo, visto che lì fuori non si è mica rimasti in tanti ed eventi simili, a studi meno noti, avvengono con una frequenza imbarazzante: nonostante le statistiche aggregate, che fanno bene solo agli aggregatori. Perché i numeri, alla fine, tornano sempre e non a tutti basta dichiarare di fare più gadget e meno videogiochi, come fa Rovio per continuare a vendere azioni agli investitori.

Intanto su App Store gli aeroplanini ancora fanno capolino al top delle classifiche.

Che rabbia.

]]>
https://arsludica.org/2011/06/15/ricordando-firemint/feed/ 2 18118
Breve apologia dei laser game https://arsludica.org/2011/06/09/breve-apologia-dei-laser-game/ https://arsludica.org/2011/06/09/breve-apologia-dei-laser-game/#comments Thu, 09 Jun 2011 05:00:35 +0000 http://arsludica.org/?p=6372 Per saperne di più]]> Ebbene sì, è quel che si vuole affermare: nei titoli che si servivano della vituperata tecnologia del laser disc c’è del valore. Ci si riferisce qui in particolare agli esponenti più noti dei laser disc game, familiarmente detti laser game, ovvero a quei titoli originariamente su cabinato prodotti dallo studio di Don Bluth (Space Ace, i due Dragon’s Lair) e i relativi tentativi d’imitazione (Super Don Quixote dell’attuale Aruze, quel Braindead 13 della ReadySoft uscito solo per sistemi domestici, ecc.).

Negli anni Novanta essi iniziarono a essere vituperati su larga scala, laddove l’avvento del CD-ROM e la prima infornata di titoli basati sul FMV e semplicemente terrificanti (se n’era già detto) generarono l’ossessione per il termine “interattività”: così i laser game divennero simbolo della contrazione della stessa. A tutt’oggi, per vilipendere quei titoli che si ritiene offrano un’interazione scarsa, troppo guidata, macilenta o fine a sé stessa, comunque con scarsa o nulla richiesta di abilità del giocatore (si ricordino le polemiche su Heavy Rain o sul Prince of Persia del 2008, tra gli altri) il paragone è spesso quello: i laser game, che schifo i laser game.
Ma è appropriato il paragone?

Il punto è semplice e ci si arriva all’istante: il laser game è visto come paradigma del gioco che non richiede abilità; ma il fatto è che, in effetti, ne richiede.
Occorre considerare che il bello del videogioco è – e qui si vince qualche premio alla banalità più banale – che generi diversi chiedono la messa in gioco di abilità diverse, e la discriminazione verso determinati generi è solitamente fondata sul mancato riconoscimento, o la sottovalutazione, delle abilità da essi richieste. Quante volte vi siete imbattuti in un profano, che magari occasionalmente si è appassionato a un puzzle game o a un’avventura grafica, a generi insomma relativamente compassati, che sosteneva che un picchiaduro o uno shoot’em up fossero palta “perché non c’è da ragionare”? Sapete bene quanto ridicola sia un’affermazione simile; allora è forse bello che un appassionato cada in un pregiudizio analogo?
Ebbene, Space Ace non è il gioco più impegnativo del mondo, ma è chiaro che lui e i suoi pari non vengono finiti da tutti, e per motivi eventualmente diversi dalla sopravvenienza della noia; e ciò perché mettono in gioco due abilità ben precise: il tempismo e la memoria. In particolare il fattore memoria, se negli shoot’em up è dedicato ai massimi livelli prestazionali, qui è a un livello più morbido ed è obbligatorio. Né più né meno.

Basta sapere tutto a memoria per arrivare alla fine senza grossi problemi, vero. Ma non è cosa poi da tutti, e rientra nella dimensione performativa che interessa tutti gli arcade, solo con un particolare grado di preminenza. Del resto la prestazione è più allettante per l’occhio dello spettatore che in molti altri casi; è una dimensione antecedente al genere, riconosciuta e portata all’estremo da esso. Che male c’è? E poi quante invenzioni visive hanno saputo offrire alcuni esponenti, come il lisergico Dragon’s Lair II! Non è cosa che si vede spesso; si riconosca la tanto cercata creatività lì dove è presente in un modo o nell’altro.

Il processo di apprendimento è tedioso, si dice. Non saprei: non è più tedioso che altrove, anzi c’è una dimensione di divertimento aggiuntiva nelle diverse morti, quasi sempre spassosissime da vedere. Non sono nemmeno richiesti moltissimi tentativi per proseguire (azzeccare il momento è relativamente intuitivo, e si tratta di scegliere tra quattro direzioni e il tasto fuoco, in fondo), e se c’è un fattore di tedio è quello delle vite finite, derivate dall’originale natura di mangia-gettoni dei titoli – nonché qualcosa che oggi, col dominio incontrastato del videoludo domestico, è considerato antiquato pressoché ovunque. Non va a detrimento dei laser game più quanto ne vada di qualsiasi altro genere di origine arcade.

Con questo che si vuol dire? Niente di che, è un piccolo invito a riconoscere la dignità di un genere tanto vilipeso, anche qualora non piaccia. O forse è una giustificazione condita di sofisticherie per il fatto che di Braindead 13 per Playstation ho, impenitente, un ricordo bellissimo. Decidete voi.

]]>
https://arsludica.org/2011/06/09/breve-apologia-dei-laser-game/feed/ 7 6372
E3 (e Keynote) in breve https://arsludica.org/2011/06/08/e3-e-keynote-in-breve/ https://arsludica.org/2011/06/08/e3-e-keynote-in-breve/#comments Wed, 08 Jun 2011 05:00:33 +0000 http://arsludica.org/?p=18254 Per saperne di più]]> (in rigoroso ordine alfabetico)

Apple

Android 5. Think different.

Lion: Quello che hanno già tutti gli altri. Ma il nostro è d’annata.

Almeno undici mesi di hacking continuo ad iTunes. E vi abbiamo distratti con Sony.

Almeno undici mesi di hacking continuo ad iTunes. Vogliono festeggiare l’anniversario.

iCloud: ora c’è la lista degli acquisti. Ah, non serviva a questo?

iOS 5: è già Jailbreak. Apple fa i sistemi più sicuri al mondo. Se non lo cracki.

Hanno ancora il 44% del mercato e va tutto bene. Tra le persone fighe.

140 milioni di iBooks scaricati. Cazzo come tira I Viaggi di Gulliver!

140 milioni di iBooks scaricati. Meno di due libri gratis ad utente. Con la cultura non si campa!

In arrivo NewsStand. Così l’anno prossimo potranno dirci che sono state scaricate 140 milioni di riviste.

Annullata la demo del controllo vocale per Lion: se non avevi l’iPhone 4 bianco non ti cagava.

Microsoft

Halo 4. Con l’iPhone ha funzionato, cosa potrebbe andare storto?

La nuova dashboard: anche loro hanno copiato il rivoluzionario concept di Windows 8.

In arrivo il controllo vocale su Kinect. Quelli che imitano Star Trek verrano schedati dal device.

Kinect: la home console numero uno tra quelle da mettere sotto la TV che riconoscono il movimento.

CliffyB: “Se non vi piace Kinect non ci giocate”. La migliore idea di marketing dai tempi di Steal This Album.

Modern Warfare 3, Gears of War 3, Bioshock, Halo 4, Halo Anniversary. It only does shooters (but doesn’t go offline).

Presentato un nuovo Fable. Al Keynote Moulinex non l’hanno fatto entrare.

Annunciata la Summer of Arcade. Ecco dove erano le esclusive decenti!

Kinect: ehm… Talk Different ?!

Dio: abbiamo fatto vincere Pisapia, quest’anno mica vorrete pure i giochi?

Nintendo

Chi si bagna per l’ennesimo freeware iPad e minimizza il mezzo chilo di Vita dice che il controller stanca.

È SOLO HD! Ma che siamo, a cinque anni fa!?

Si può usare anche il pennino! Ma mica vorrano fare i controlli touch precisi?

Solo vecchie IP! Risparmio soldi e mi compro Ridge Racer per Vita!

Non siamo mica bimbiminchia! Provoluscion sarà sempre meglio sulla Plestescio!

“Pronto? Scusa non prendeva. Secondo me il controller si scarica sub…” Nooo! Ho scordato il cavetto dell’iPhone in Italia!

3DS: ci serviva un portatile dimmerda per far sembrare Wii U ancora più figo.

Wii U: tanto per far vedere a Sony il senso della Vita.

Wii U: non fanno più la Nintendo di una volta.

Wii U: se Firemint non fosse già fallita un Real Racing non ce lo toglieva nessuno.

Wii U vuole battere ogni record: annunciato un nuovo Doctor Who che punta allo 0.5 su Metacritic.

Sony

Finché c’è Vita c’è speranza (scusa Doc).

La dovevamo chiamare Vito ma poi abbiamo scoperto che si è ritirato…

Uncharted 3. Il nuovo che avanza.

Vita non sarà come PSP: questa volta Gran Turismo non l’hanno nemmeno annunciato.

Un gioco di Star Trek anche per PS3. Che non si fa per riempire trenta secondi di buco.

Sono diversi da Nintendo: ricicliano vecchie IP più di una volta l’anno! Su piattaforme multiple!

Sono diversi da Nintendo: in mancanza di esclusive hanno i multipiatta!

Basta con ‘sta storia di PSN! GameCenter lo violano tutti e a nessuno interessa!

Nuovo Digital Delivery per Vita: questa volta i giochi ci saranno, solo che si cancellaranno dalla memoria quando meno te l’aspetti.

Vita: la potete toccare di dietro. Cento preordinate da Arcore.

Vita tranquillizza gli aficionado PSP: confermato Dinasty Warriors e un sacco di remake pacchi da PS3.

Resistance 3: sempre lo stesso vecchio trucco. Eh, Sony?

Riannunciato Qriocity. Così in Apple sono convinti di aver inventato qualcosa.

Conclusioni

E3: ma che volevate i giochi? Non siete qui per vedere la figa?

E3: Praga è più vicina e scopi pure.

E3: chissà perché quando vietarono le donne furono gli anni migliori.

E3 e keynote sparsi: essere normali non è mai sembrato più alternativo.

]]>
https://arsludica.org/2011/06/08/e3-e-keynote-in-breve/feed/ 4 18254
La feccia https://arsludica.org/2011/06/01/la-feccia/ https://arsludica.org/2011/06/01/la-feccia/#comments Wed, 01 Jun 2011 05:00:02 +0000 http://arsludica.org/?p=18093 Per saperne di più]]> Certe volte mi fermo a pensare a come cambia la percezione delle cose senza che ci si ponga nessun problema in merito. Prendiamo gli shoot’em up, genere commerciale per eccellenza degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta.

Alcuni pensano che il mondo dei videogiochi sia nato da un insieme di persone che si amavano profondamente e che facevano sesso insieme in una continua sinfonia di amicizia e tolleranza. Non è così. I reietti ci sono sempre stati.
Magari non c’erano parole idiote come hardcore o casual a definire il tipo di gioco o il videogiocatore allegato, ma c’erano comunque delle gerarchie precise che definivano socialmente alcuni tipi di utenti.

In cima alla classifica c’erano i programmatori, che all’epoca potevano realizzare un videogioco nudi e in completa solitudine con la propria macchina. C’era qualcosa di sessuale nel loro rapporto con i computer ed erano venerati come degli sciamani capaci di trasportare in quei fantastici mondi di pixel di cui ci nutrivamo.
Erano, costoro, personaggi dai tratti ambigui ma geniali, che spesso distribuivano i loro giochi sotto forma di listato, ovvero ti costringevano a riscrivere ogni singola riga di codice per poter giocare (ricordo infinite ore passate davanti al C64 a scrivere poke e numeri vari… che incubo, però che tempi).

Sotto di loro c’erano i giocatori avanzati, quelli che oltre a lanciare i giochi sapevano usare molto bene i computer (di qualsiasi marca o modello) e spesso finivano per diventare membri della prima categoria. I loro generi preferiti erano le avventure, prima testuali e poi grafiche (bestemmia), gli strategici, rigorosamente a turni e complicatissimi, e i giochi di ruolo formati da muri del pianto di numeri.

Venivano poi i giocatori appassionati, ovvero quelli che leggevano riviste e sapevano un po’ tutto sull’ambiente e la sua evoluzione, ma che non avevano voglia di arrivare a conoscere visceralmente la propria macchina da gioco. Magari finivano per amarla, ma non ci facevano i miracoli delle prime due categorie. I loro generi preferiti erano sempre i GDR e le avventure, anche se ogni tanto se ne andavano via furtivamente con qualche action, ma senza dirlo ad alta voce per paura di essere sentiti dagli altri.

In fondo alla scala sociale c’era la feccia della feccia*, il giocatore amante dei giochi d’azione, tra i quali gli odiati shoot’em up, quello che pretendeva che tutto funzionasse senza il suo intervento e che veniva disprezzato per il suo essere un fruitore eternamente passivo e pretenzioso del lavoro degli altri.

Ovviamente ci sono infinite sfumature e variabili da considerare, ma accontentatevi del quadro generale.

Ricapitoliamo: per la prima nidiata di videogiocatori gli shoot’em up e giochi d’azione in generale erano visti come il fumo negli occhi ed erano considerati generi adatti solo ai bambini stupidi e superficiali, individui non certo in grado di apprezzare la vera arte dei videogiochi.

Chiunque abbia vissuto quell’epoca potrà confermare che nessuno avrebbe mai pensato che il genere considerato più di massa tra quelli sul mercato, trent’anni dopo diventasse roba da fini intenditori, cioè da veri videogiocatori che sanno quello che è bene per il mondo.
Insomma, se nel 1988 aveste cercato di discorrere di R-Type o Nemesis con uno che passava le giornate perso nei meandri dei mondi di SSI o di Origin, sareste stati guardati con sufficienza e disprezzati apertamente. Gli interlocutori più gentili avrebbero subito cercato di dimostrare il vostro stato di creature inferiori, provando a convertirvi al verbo, mentre i più cattivi vi avrebbero fatto notare che stavate parlando di roba per bambocci stupidi, voltandovi le spalle per tornare a parlare di statistiche del lancio dei dadi con altri eletti come loro.

Oggi, invece, parlare di R-Type è l’avanguardia videoludica. I capolavori veri, quelli che la massa ignora, si chiamano Rez e Bangai-O e anche i giocatori console hanno ottenuto il diritto di parola. Anzi, ora sono loro che si definisco videogiocatori hardcore confrontandosi con quelli che si divertono su Facebook o con i giochi per smartphone, segno che la stupidità si riproduce attraverso le epoche e si moltiplica con il crescere del mercato.

———————————————————————–

*In realtà, il gradino più basso della società dei videogiocatori non era occupato dagli amanti dei videogiochi d’azione, ma dal giocatore console. Se adesso la diatriba PC vs console vi sembra accesa, si vede che non avete vissuto quell’epoca in cui i possessori di un NES o di un Sega Master System erano considerati la feccia della feccia per il loro giocare limitandosi a piazzare una cartuccia in un pezzo di plastica, senza bisogno di scrivere mezza riga su una tastiera.

 

]]>
https://arsludica.org/2011/06/01/la-feccia/feed/ 9 18093
Élite https://arsludica.org/2011/05/20/elite/ https://arsludica.org/2011/05/20/elite/#comments Fri, 20 May 2011 05:00:08 +0000 http://arsludica.org/?p=18046 Per saperne di più]]> La riflessione di oggi nasce dalla lettura del blog di Roberto Recchioni, uomo dal multiforme ingegno che ammiro sinceramente tanto da consigliare ogni libro, rivista, fumetto alla cui realizzazione abbia preso parte. Ieri, 17 maggio, rrobe linkava questa interessante riflessione di MA! Leggetela un momento, che poi ci riflettiamo su.

Letto? Piaciuto? Lo spero.

Credo che imbastire un paragone tra il panorama musicale descritto da MA! ed il mondo videoludico sia importante, poiché ci permette di analizzare in modo migliore un particolare fenomeno del mondo dei videogiochi.

Malgrado il tentativo di assalto ai giocatori occassionali abbia provocato un tenue tentativo di chiusura da parte di quell’élite che si autodefinisce “hardcore gamer”, non credo che si possa parlare dell’invisibilità citata da MA: le software house sono attente nei confronti di questa fetta d’utenza e riescono ad accontentarla facilmente con un FPS o un action-adventure fotocopia e con un multiplayer reiterato… o al limite con un remake. Perciò la maggioranza degli “hardcore gamer” è assecondata dalle software house e dai publisher più importanti, rientrando pienamente nel mass market: d’altronde il recente ritorno delle varie edizioni epiche, speciali o limitate costituisce soprattutto una reazione al mercato della pirateria, tentando di incantare gli acquirenti per lo più con confezioni metallizzate, piccole aggiunte in-game e pacchiane action figure.

D’altro canto è importante osservare che vi è un gruppo di videogiocatori realmente elitario: si tratta di quelle persone che, attraverso un gioco, maturano riflessioni e ne discutono. Si tratta di quei giocatori a cui si rivolgono edizioni speciali degne di questo come, come quella di Bioshock 2 (per ironia della sorte, l’edizione da collezione risultava essere decisamente migliore del gioco promosso da essa) o quella di The Witcher 2: Assassins of Kings. Quegli appassionati che, se non sono soddisfatti dai giochi in uscita, rispolverano dei classici, scoprono piccoli capolavori indie o non giocano affatto. Quei pochi che, su smartphone o tablet, cercano qualcosa di più oltre la distruzione del touch-screen.

Questa minoranza, chiamatela come preferite, è sicuramente elitaria ma, al contrario di quanto accade nel panorama musicale, risulta essere particolarmente comunicativa ed attenta. Una comunità i cui elementi emergono tra la rete e si scambiano opinioni, consigli. Una minoranza che spesso critica ed entra in conflitto con altri appassionati, non-giocatori, publisher e persino software house. Una minoranza che definirei particolarmente attiva nel tentativo di comunicare con il resto del mondo videoludico e che è possibile rintracciare attraverso il web.

Mi chiedo se questa minoranza, elitaria ma socialmente attiva, possa gettare le fondamenta di una nuova concezione del Videogioco.

In cuor mio, e non negherò mai di pensarlo, io lo spero e ci credo.

]]>
https://arsludica.org/2011/05/20/elite/feed/ 10 18046
Compagni di viaggio https://arsludica.org/2011/04/28/compagni-di-viaggio/ https://arsludica.org/2011/04/28/compagni-di-viaggio/#comments Thu, 28 Apr 2011 07:01:45 +0000 http://arsludica.org/?p=17904 Per saperne di più]]> Nelle ultime settimane, a causa di alcuni lavori di ristrutturazione, sono stato costretto a risistemare la mia camera e l’incredibile mole di libri, fumetti, album musicali, film e videogiochi stipati in ogni angolo della libreria. Tra una salita ed una discesa dallo scaletto sono stato, inevitabilmente, vittima della nostalgia: ho riletto storie, rivisto copertine, riascoltato vecchie compilation, eccetera.

Ma, mentre continuavo questo piccolo esodo, caricando romanzi misconosciuti, manuali di giochi di ruolo o lussuose edizioni dei Peanuts o di Asterix & Obelix, è nata in me una riflessione sciocca – coadiuvata anche da una serie di strisce comparse sul webcomic Follow The Rabbit.

Tempo dopo, durante quel “tormentato momento di cambiamento” (noto anche come la cazzo di adolescenza) ho spesso incontrato ragazzi e ragazze che, per svariati motivi, consideravano (e alcuni ancora considerano) i videogiochi, i fumetti, alcuni generi cinematografici, qualsiasi cartone animato ed il 99% della letteratura mondiale come qualcosa di fanciullesco o noioso.

In quel periodo, in cui tentai persino di “integrarmi” con questa massa, ero convinto che le mie passioni fossero nate in un periodo relativamente breve e che, quindi, potessi facilmente accantonarle senza problemi. Smisi di comprare fumetti, limitai gli acquisti in campo ludico e chiesi n regalo persino una copia di Tre metri sopra il cielo.

Ma, poche settimane dopo, accadde qualcosa. Al posto del capolavoro di Moccia, mio zio pensò di donarmi una copia di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Scoprii, per caso, una canzone chiamata Beautiful Day di una certa band irlandese. Soprattutto, videro la luce su GameCube due videogiochi particolarmente attesi: Fire Emblem: Path of Radiance e Killer7.

Leggendo le mie parole su questo blog potete già immaginare come si sia conclusa questa storia. Sono felice di definirmi un appassionato di videogiochi, fumetti e lettura. Amo il buon cinema e non ho un genere preferito di musica. M’interesso solo marginalmente di calcio.

Ed ho capito una cosa: mi sbagliavo. Io non ero diventato così, ma lo ero sempre stato: sin da bambino ho letto, sognato, giocato. La mia “differenza” dalla massa non era dovuta a difetti o a momentanei cambiamenti: io sono sempre stato così o, per meglio dire, sin da bambino portavo i semi di quelle che, crescendo, sarebbe diventate le mie passioni ed i miei principali interessi. Passioni ed interessi che, in svariati modi, mi hanno reso la persona che sono ora.

Anche se non posso evitare di “stiparli” in una libreria, non dimenticherò mai i miei “compagni” in questo lungo gioco che è la Vita. Perché, anche se l’Endgame (o il Game Over?) è davvero lontano, non posso non ammettere di essergli profondamente debitore.

]]>
https://arsludica.org/2011/04/28/compagni-di-viaggio/feed/ 4 17904
Videogiochi come identità https://arsludica.org/2011/04/15/videogiochi-come-identita/ https://arsludica.org/2011/04/15/videogiochi-come-identita/#comments Fri, 15 Apr 2011 14:40:20 +0000 http://arsludica.org/?p=17789 Per saperne di più]]> I videogiochi sono condannati a raccontare sempre le stesse storie, sempre nello stesso modo. Spesso non sono arte, non sono frutto di visionarietà visionarietà e non c’è alcuna ricerca di senso. Sono una ripetizione costante dello stesso incubo di un adolescente che si guarda allo specchio e fa la conta dei brufoli.

Che difficoltà c’è nell’immaginarlo mentre pensa a come rivalersi di una realtà che non comprende appieno e che lo schiaccia? Che ci vuole a capire che, in fondo, vorrebbe conquistare il mondo? E quando il mondo non puoi conquistarlo, meglio distruggerlo o, peggio, cercare di salvarlo.

Call of Duty racconta di soldati speciali un po’ duri, un po’ ribelli, molto vissuti, parolacciai, ma sostanzialmente pronti a eseguire gli ordini per servire /conservare /preservare la loro patria. Quale Call of Duty? Uno qualunque, vanno bene anche quelli che non sono ancora usciti.

Medal of Honor racconta di soldati speciali un po’ duri, un po’ ribelli, molto vissuti, parolacciai, ma sostanzialmente pronti a eseguire gli ordini per servire /conservare /preservare la loro patria. Quale Medal of Honor? Uno qualunque, vanno bene anche quelli che non sono ancora usciti.

Killzone racconta di soldati speciali un po’ duri, un po’ ribelli, molto vissuti, parolacciai, ma sostanzialmente pronti a eseguire gli ordini per servire /conservare /preservare la loro patria. Quale Killzone? Uno qualunque, vanno bene anche quelli che non sono ancora usciti.

Gears of War racconta di soldati speciali un po’ duri, un po’ ribelli, molto vissuti, parolacciai, ma sostanzialmente pronti a eseguire gli ordini per servire /conservare /preservare la loro patria. Quale Gears of War? Uno qualunque, vanno bene anche quelli che non sono ancora usciti.

Crysis racconta di soldati speciali un po’ duri, un po’ ribelli, molto vissuti, parolacciai, ma sostanzialmente pronti a eseguire gli ordini per servire /conservare /preservare la loro patria. Quale Crysis? Uno qualunque, vanno bene anche quelli che non sono ancora usciti.

Vogliamo aggiungere al mucchio anche God of War (sempre di un soldato speciale si tratta) che fa del nichilismo dell’adolescente frustrato il MacGuffin dell’intera serie? E i vari Dragon Age, Elder Scrolls e compagnia fantasy? Non sono il frutto della stessa visione? Nonostante vivano su livelli differenti, non addomesticano costantemente la stessa lotta interiore, oltretutto più propria di chi li gioca che di chi li sviluppa?

Sono divertenti? Ovvio. Non possono che essere tali, sempre che si chiarisca cos’è il divertimento, visto che in giro c’è parecchia confusione sull’argomento. Tutti lo cercano, individuandolo in una specie di “stare bene”, ma definirlo non è facile come si vorrebbe. I dizionari lo individuano in un insieme che comprende il divagarsi e il provare piacere, ma non riescono mai a entrare nello specifico.

La realtà è che il divertimento vive in una vaghezza maggiormente definibile solo a livello soggettivo e non è mai associabile a un’attività in quanto tale, ma sempre e soltanto a un’attività svolta da una determinata persona in un determinato momento.

Non è certo un’attività oziosa porsi la domanda: “oggi mi divertirei con l’attività X quanto mi sono divertito a svolgerla nell’anno Y?”

Eppure, nonostante il divertimento vada considerato a livello individuale, non è difficile vedere come le industrie (non solo quella dei videogiochi) riescano a proporre dei modelli che si adattano a un gran numero di individui, segno che l’incisione dell’influenza culturale sulla formazione della persona crea delle forme pervasive che possono essere tranquillamente studiate e riprodotte.

Il divertimento è un fattore marginalissimo nel successo e nell’apprezzamento di un videogioco. Molto più determinante è l’identità culturale apologizzata, affermata e magnificata. Le serie citate prima (e molte altre) si pongono costantemente all’interno di una certa identità culturale ben riconoscibile, che non pone nessuna difficoltà di assimilazione per il giocatore.

In un certo senso non è il giocatore che entra in gioco, ma è il gioco che è già dentro il videogiocatore e lo manipola verso il riconoscimento di quel sé artefatto che determina la parte superficiale e più facilmente fruibile della sua identità.

In molti casi, le meccaniche di gioco si occupano semplicemente di mettere in scena la carica distruttiva implicita in ogni forma di repressione, che viene modulata e normalizzata dalla rappresentazione, in modo da renderla accettabile.

Non per niente a destare scandalo sono spesso giochi che, pur condividendo il nucleo strutturale degli altri, non mediano e non addomesticano quella brutalità che si vorrebbe rimanesse sempre sottesa e impalpabile (es. Postal 2), pur nell’evidenza dei suoi effetti.

]]>
https://arsludica.org/2011/04/15/videogiochi-come-identita/feed/ 3 17789
Dove siamo finiti? https://arsludica.org/2011/03/24/dove-siamo-finiti/ https://arsludica.org/2011/03/24/dove-siamo-finiti/#comments Thu, 24 Mar 2011 12:07:41 +0000 http://arsludica.org/?p=17446 Per saperne di più]]> Non venite a raccontarmi che la scena italiana dello sviluppo dei videogiochi non è mai esistita, che l’industria italiana non ha mai prodotto niente di buono e che in fondo Gioventù Ribelle ce lo meritiamo. Evitate, per favore, perché si vede che negli anni 80/90 eravate troppo piccoli per leggere chi avesse sviluppato il gioco che stavate comprando, oppure non eravate stati ancora spruzzati dal pene di vostro padre.

Probabilmente non vi ricordate le tonnellate di titoli sportivi e non prodotti da Simulmondo, la sperimentazione della stessa con i giochi episodici venduti in edicola a prezzi molto bassi, basati su licenze importanti, i cloni di Ghost’n Goblins distribuiti dalla Genias, i giochi di Lupo Alberto, Cattivik e Sturmtruppen della Idea… non scherziamo. L’italia c’era, sviluppava e sperimentava. Chi si ricorda la serie degli I Play di Simulmondo?

A quei tempi, nemmeno troppo remoti, l’industria italiana non era paragonabile a quella americana, giapponese o anche inglese e tedesca per quel che riguarda le risorse impiegate, ma non sfigurava e ha prodotto più di qualcosa di decente, a volte anche dei piccoli gioielli come il racing F17 Challenge dell’italianissima Holodream, distribuito da Team 17.

Magari è stata poco lungimirante l’idea di investire tempo, denaro e talento nei migliori picchiaduro mai realizzati per i sistemi Amiga (Shadow Fighter e Fightin’ Spirit), magari Breathless, il miglior FPS per Amiga (altro che gli Alien Breed 3D di Team 17), se fosse uscito su PC avrebbe portato al successo i Fileds of Vision, che ora affiancherebbero id e Valve tra i grandi sviluppatori del genere.

Certo, con i se e con i ma non si fa la storia dell’industria, figuriamoci l’industry, ma non raccontiamoci balle: la decadenza vera è iniziata dalla metà degli anni ‘90 in poi, quando lo sviluppo dei videogiochi ha fatto un salto in avanti a livello produttivo e la creatività dei pionieri non è riuscita a confluire in progetti industriali di ampio respiro, come possono essere quelli di Electronic Arts, Codemasters o anche una 1C nell’est Europa.

La passione per il medium non è bastata e piano piano le forze produttive del paese si sono rarefatte, disciolte e, tristemente, raffreddate. Costretta a scontrarsi con una realtà in rapida mutazione, l’industria italiana, incapace di creare una sinergia di aziende e di riorganizzarsi per affrontare la sfida internazionale, si è atomizzata ed è oggi vittima di personaggi incuranti del discredito che le gettano addosso.

Andate sull’App Store e ci troverete decine, se non centinaia, di progetti italiani. Cercate tra i web games e scoprirete che il made in Italy è meno raro di quello che crediate. Il problema è che si tratta di isole, spesso di gente che appare e scompare, consumata dalla passione che vorrebbe vedere trasformata in un successo immediato, che invece non arriva, in un mondo in cui la concorrenza è spietata e amplissima. Le eccezioni, ovviamente, ci sono e andrebbero portate a esempio dall’industria stessa, invece di avversarle perché inutili a livello politico e meno controllabili.

La cultura del videogioco esiste, soprattutto a livello economico/sociale, solo che in Italia non è mai fregato a nessuno di diffonderla e, anzi, recenti tentativi hanno solo causato l’ilarità globale. Esiste, come dimostrano le accese reazioni al capolavoro prodotto per celebrare i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, veementi al punto da attirare l’attenzione della stampa generalista (Qui, Quò, Quà) e da costringere i responsabili a ritirare il progetto, con la promessa di pubblicarlo quando sarà completo.

A questo punto bisognerebbe impegnarsi a capitalizzare, ovvero a non sprecare quest’unità ritrovata, questa sinergia d’intenti e di sdegno che dovrebbe essere incanalata in qualcosa di produttivo, come ad esempio qualche progetto videoludico di livello. Ecco, magari questo sarebbe il modo perfetto per celebrare l’unità d’Italia attraverso i nuovi media.

]]>
https://arsludica.org/2011/03/24/dove-siamo-finiti/feed/ 15 17446
I videogiochi e il disastro https://arsludica.org/2011/03/22/i-videogiochi-e-il-disastro/ https://arsludica.org/2011/03/22/i-videogiochi-e-il-disastro/#comments Tue, 22 Mar 2011 06:00:33 +0000 http://arsludica.org/?p=17352 Per saperne di più]]> Doverosa premessa: non sono né un’orientalista né mi definirei un esperto di cultura giapponese. Questo articolo è frutto di una serie di riflessioni, senza alcuna pretesa di validità scientifica o sociologica.

Una particolarità che mi ha sempre stupito nella storia nipponica è il modo in cui il mondo culturale abbia rielaborato eventi drammatici come l’attacco atomico di Hiroshima e Nagasaki, l’occupazione statunitense e, in generale, i decenni successivi alla sconfitta nel secondo conflitto mondiale.

La vivacità e la particolarità dell’arte nipponica, sia essa letteraria, musicale, cinematografica o ludica, scaturiscono da una forte reazione ad avvenimenti la cui importanza non è, secondo me, stata pienamente compresa dall’umanità. Astro Boy di Osamu Tezuka e Saeze-san di Machiko Hasegawa sono due fulgidi esempi della libertà di espressione degli artisti giapponesi e della loro capacità di comunicare con qualsiasi mezzo: entrambi i manga, pubblicati rispettivamente dal 1951 e dal 1946, presentano temi come la definizione di “normalità”, la perdita dei propri cari, il rapporto tra l’uomo e la natura, il ruolo della scienza e del progresso nella vita quotidiana. Successivamente, anche altre opere fumettistiche conteranno, o saranno influenzate, questi argomenti: L’Uomo Tigre di Ikki Kajiwara e Naoki Tsuji, l’epopea robotica di Go Nagai e Nausicaa della Valle del Vento di Hayao Miyazaki sono solo alcuni esempi di questa ricchissima produzione artistica.

La sedimentazione di questi concetti nella cultura popolare giapponese ne determina la presenza anche nei videogiochi: credo che Space Invaders di Tomohiro Nishikado (Taito/Midway) rappresenti un esempio perfetto. Il giocatore è chiamato a difendere ad ogni costo la propria patria da un attacco aereo, compiuto da bellicosi esseri alieni; l’unica difesa è rappresentata da pochi blocchi, la cui resistenza è peraltro scarsa. L’incedere dei nemici è accompagnato solo dai rumori degli spari e da un’incessante, ansiogeno effetto sonoro il cui aumento di frequenza indica l’avvicinarsi al suolo, la nostra sconfitta. La definirei una vera metafora degli eventi dell’agosto del ’45 e, non a caso, il giocatore ricopre un duplice ruolo: ultimo difensore e prima vittima dell’attacco.

Successivamente molti altri videogiochi tratteranno, più o meno direttamente, questi argomenti: la stessa industria occidentale risulta particolarmente influenzata dalla trentennale produzione nipponica ed è a quest’ultima che dobbiamo la nascita di importanti dibattiti sulla natura e sulla crescita del videogioco. Metal Gear Solid e Final Fantasy VII sono solo due esempi di questa tendenza che, tuttora, trova i massimi esponenti nella produzione orientale.

A questo punto sarà interessante scoprire, nei prossimi anni, come la cultura e l’arte nipponica assimileranno il disastro naturale e gli avvenimenti che, in questo momento, si susseguono. Sono quasi certo che i videogiochi potranno ricoprire un ruolo particolarmente importante nel ricordo di questi eventi e, allo stesso tempo, compiere un altro passo verso una maggiore maturità contenutistica.

Una maturità che, malgrado la cura nell’ambito tecnico, sembrerebbe ancora assente in molte produzioni contemporanee, occidentali e non.

]]>
https://arsludica.org/2011/03/22/i-videogiochi-e-il-disastro/feed/ 13 17352
Videogiochi: una nuova industria dei fumetti? https://arsludica.org/2011/03/11/videogiochi-una-nuova-industria-dei-fumetti/ https://arsludica.org/2011/03/11/videogiochi-una-nuova-industria-dei-fumetti/#comments Fri, 11 Mar 2011 06:00:03 +0000 http://arsludica.org/?p=17277 Per saperne di più]]> A rileggere i post sui fumetti anni ’90 di Alessandro Apreda succedono due cose: ti senti incredibilmente vecchio e non puoi fare a meno di notare come avessi ragione quando sostenevi che l’industria dei videogiochi è dieci anni indietro rispetto al resto dell’intrattenimento.

L'inizio della fine per i comics

Gli anni Novanta sono stati galvanizzanti e lucrativi per tutto il mondo dell’intrattenimento: c’è stato il boom del cinema d’azione, quello delle Pay TV, la consacrazione dell’industria del fumetto come fenomeno mainstream. Tutti modelli che, come la metti la metti, oggi sono in profonda crisi. Spodestati sì dalla tecnologia, ma anche dalle proprie autoreferenzialità e incapacità di adattarsi.

L’industria dei fumetti è quella che ha avuto un’evoluzione più simile a quella dei videogiochi: entrambi sono mercati che, per ragioni speculative, sono passati in pochi anni da un fenomeno di nicchia quasi artigianale ad uno di massa. Onesti artigiani si sono improvvisati grandi industriali con esiti spesso controproducenti: dopo un tripudio di limited edition, reboot e crossover pacchiani, il sistema è collassato e si è trovato al punto di partenza. Quel nuovo ed esclusivo stile di vita per i giovani americani è passato di moda, così come passeranno di moda le immancabili comparse delle console più popolari nel soggiorno di un rapper di MTV.

L’industria dei fumetti è rimasta vecchia dentro, e alle soglie del 2000 si è trovata con lo stesso patrimonio artistico e professionale che aveva nel 1990, sempre senza idee ma coi magazzini pieni di cover metallizzate che non voleva più nessuno e i costi gonfiati dalla speculazione. Oggi l’industria dei fumetti è tornata una voce marginale nell’universo dell’intrattenimento e sopravvive quasi esclusivamente con gli introiti cinematografici e compartecipazioni in produzioni di altro genere. Ogni volta che provano a rilanciare una proprietà intellettuale il risultato è come rivoltare un secchio pieno di sterco. Esce solo puzza.

Uno dei più grandi problemi è stato che quel repentino boom ha solamente cementato i pionieri del settore nel loro ruolo, creando potentati economici con cui un emergente poteva solo collaborare ma non competere, tagliando fuori qualsiasi possibilità di evoluzione o rivoluzione. È mancato il tempo.

I fumetti oggi li fanno quelli che li hanno sempre fatti, i videogiochi idem. È difficile stabilire se un Garriot, un Perry, uno Spector valgano più di quanto costino oggi: di certo il loro rendimento ormai è scarso, nonostante abbiano più vite di un gatto. Allo stesso modo, è difficile dire quanto un Lee o un Liefeld oggi siano realmente determinanti per il successo di un fumetto rispetto ad un illustre sconosciuto. È un effetto collaterale dell’industria padronale: il padrone non vuole oppositori e, col tempo, rimane solo con un’azienda plasmata a sua immagine. Di trenta anni prima.

Spector si ritiene un incompreso. Poco importa se nel 2011 il meglio che ha saputo fare è stato Super Mario 64 Disney.

Veniamo al movimento indipendente: nato dal basso, senza controllo, qualità o costi, visto che i banchieri lo hanno drogato per anni, salvo poi abbandonarlo per i videogiochi (indizio!). L’idea era quella di opporsi ai grandi vecchi, poco importa se poi chi lo ha fondato era in larga parte già un professionista affermato. Ha praticamente disintegrato le industrie mainstream dei fumetti, salvo poi essere incapace di raccoglierne il testimone una volta che l’alone di novità (leggi: colori decenti e stili grafici meno tradizionali) era passato in secondo piano. Qualcuno ha detto che ai videogiochi indie spesso manca quella maturità, quell’esperienza che gli sappia dare un tocco autoriale, qualcosa che resti nel tempo. Ecco, nemmeno i fumetti Image o Valiant ce l’avevano.

Come l’industria dei videogiochi attuale, in un mercato così inflazionato non sempre essere innovativi, diversificare o puntare sulla qualità premiava. A volte bastava arrivare per primo al nuovo gimmick e tiravi diritto e senza idee per anni con milioni di copie vendute a numero. Qui mi viene in mente il triste parallelo di una Firemint che oggi, con un solo gioco decente in oltre due anni (si potrebbe discutere anche su dove comincino i meriti oggettivi), non riuscendo a compensare internamente le inesperienze creative, compra una più prolifica, matura e competente Infinite Interactive.

Nei fumetti è successo lo stesso. Persone che avevano capitalizzato un colpo di fortuna, facevano il bello e il cattivo tempo a spese di realtà più continue e concrete, imponendo spesso visioni non basate sull’esperienza ma sulla semplice arroganza e ricchezza improvvisa. L’esperienza passò in secondo piano, facendo pagare prezzi molto alti. Basta vedere quante buone idee ha annegato la sola MacFarlane Productions, grazie alla sua mancanza assoluta di visione del mercato (sono riusciti a sbagliare persino il passaggio al cinema in un momento di monopolio assoluto!).

Ve lo ricordate? No? Nemmeno il mondo.

Forse molti di voi nemmeno ricordano quello di cui parlo, ché per voi Spider-man è quello del cinema che ha gli sfinteri sulle mani, non il ragazzino disegnato da Steve Ditko che si costruiva i lanciaragnatele in cameretta. Però un professionista medio dei videogiochi queste cose le ha vissute, tra un crunch e l’altro.

Chi fattivamente produce i videogiochi può continuare a darsi pacche sulle spalle a tutte le GDC autoreferenziali che vuole. Resta il fatto che titoli o aziende che l’anno scorso erano punti di riferimento alla conferenza oggi non esistono più, fatti a pezzi dall’ennesimo venditore di scarpe. Non si potrà ignorarlo per sempre, dando sempre fiducia al Kotick di turno. Almeno non quando Ubisoft ed EA annunciano investimenti strategici nelle produzioni cinematografiche o quando molti fenomeni indie già si spostano verso gadget, pupazzi e qualche cartone animato.

È proprio lì che sono finiti i soldi guadagnati dall’effimero boom dell’industria dei comics: in mercati che hanno avuto tutto il tempo di crescere e maturare in duraturi ecosistemi industriali. Non facciamoci finire anche quelli dei videogiochi!

]]>
https://arsludica.org/2011/03/11/videogiochi-una-nuova-industria-dei-fumetti/feed/ 23 17277
Leggere tra le righe https://arsludica.org/2011/03/03/leggere-tra-le-righe/ https://arsludica.org/2011/03/03/leggere-tra-le-righe/#comments Thu, 03 Mar 2011 06:00:14 +0000 http://arsludica.org/?p=16896 Per saperne di più]]> (Questo articolo contiene molti spoiler)

Il mondo di Infinite Undiscovery vede la società umana divisa tra i Blessed e gli Unblessed. Dalla Luna Veros Lo Scarlatto influenza la vita degli uomini, che acquisiscono dei poteri magici differenti a seconda della fase lunare in cui nascono. Chi nasce durante la luna nuova non riceve poteri e viene bandito dalla società civile. Con il tempo gli Unblessed hanno iniziato a cementare una società parallela a quella del resto degli esseri umani, sino a fondare la città di Sapran, nascosta all’interno di un inospitale deserto. Da questa città gli Unblessed commerciano materie prime con i regni confinanti. La società dei Blessed è ulteriormente suddivisa: alcuni di loro possono partecipare ad un rito di ascensione che li rende Aristos, esseri dai poteri ancora maggiori ma incapaci di provare emozioni. La razionalità estrema di queste creature, umane e disumane al tempo stesso, li rende gli aristocratici perfetti: degli arbitri imparziali e dei governanti molto efficienti che sono diversi dagli altri.

Questi dettagli li acquisiamo gradualmente mentre seguiamo la passionale Aya, che scappa dalla prospettiva di diventare anch’essa un’Aristos, e Capell, che invece cerca di fuggire dal suo essere segnato a vita. Durante il gioco si approfondiscono le sfaccettature della società di Infinite Undiscovery, spesso tramite dinamiche mostrate e non raccontate, sino al momento di svolta in cui Capell e il resto della Lega accorrono in soccorso di una Sapran sull’orlo dello sterminio da parte di un’armata di Vermiformi.

La situazione è chiara: nonstante una recente alleanza con la Lega il padre di Aya, l’emiro Sharukh, non vuole mettere a repentaglio la vita dei suoi sudditi e non va in difesa della città dei paria. Sapran viene decimata e durante lo scontro Capell perde Faina, una cara amica che non ha mai fatto segreto di essere innamorata di lui. Durante il gioco le relazioni con Faina e suo fratello minore Leif si sono approfondite, prima come siparietti semi-seri per allentare la tensione, poi per mostrare quello a cui un Unblessed può aspirare nella vita, infine mettendo in scena una storia classica di amore non corrisposto. In un certo senso dimostrano al giocatore che Capell, in fondo, è stato una persona superficiale e ci fanno apprezzare di più la sua evoluzione in una figura eroica. Anche la sua ambivalenza nel triangolo amoroso con Aya e Faina sembra quasi voler sottolineare che la sua personalità è tutt’altro che decisa, anche quando decide di prendere le vesti del defunto Lord Sigmund.

Per prendere coscienza del suo cambiamento, Capell attraversa un momento di profonda crisi interiore: sui corpi di Faina e Leif si rende finalmente conto che sta difendendo uno status quo che non gli appartiene. Il padre di Aya è un Aristos ed ha agito come tale: ha scelto la via più semplice per la sicurezza dei suoi sudditi e stabilito implicitamente che non c’è spazio nel mondo per gli indegni di Veros. Capell diventa un eroe nel momento in cui riconosce la sua stessa importanza e decide che non vale la pena salvare il mondo.

Qui il gioco perde un’occasione grandissima di elevarsi oltre la semplice epopea eroica, per quanto originale: Capell va in crisi. Diventa un pupazzo nelle mani della Lega che è intenzionata a proseguire anche se lui non ce la fa più e vuole farla finita. Ha capito di essere stato usato dal potere. Non sa più perché lotta, si era illuso di avere una motivazione. Perché salvare gli Aristos? Perché permettere ai Blessed di continuare a vivere la loro vita privilegiata? Effettivamente un senso non c’è, e non si può fare a meno di essere con Capell nella sua distruttiva quanto radicale frustrazione.

 

Prossimi all’epilogo, Hiroshi Ogawa commette un imperdonabile passo falso. Risolve il conflitto di Capell facendo diventare l’impresa finale e più epica del protagonista un gesto di amore suicida nei confronti di Aya. Dopo una notte di passione, Capell ritrova sé stesso, pronto a sacrificarsi per fermare la discesa della luna e la fine del mondo, in un tripudio di buonismo ed entusiasmo che stride con la realtà dei fatti: in quel momento Capell non può ancora sapere che le sue azioni metteranno fine all’esistenza degli Aristos, condannandoli ad un sonno eterno e che, di fatto, distruggeranno la società che lui stesso ha rifiutato, sacrificando anche molti dei suoi amici. Se fosse stata una decisione cosciente, avrebbe avuto un peso diverso.

Capell diventa il deus ex machina della sua stessa impresa, una soluzione piuttosto superficiale vista la meticolosità e la cura con cui era stato costruito lo scenario delle vicende. Paradossalmente un’ascesa verso il male sarebbe stata molto più credibile, come pure un gesto di vendetta nei confronti dei genitori di Aya (che comodamente scelgono il catartico e classico sacrificio). Capell sarebbe potuto diventare il primo vero capo degli Unblessed e avrebbe potuto, con risolutezza ed autorità, seguire le orme di suo padre, senza rinunciare alla propria umanità.

Invece no: Capell abbatte il sistema ma inconsapevolmente, un gesto che mina molto la credibilità drammatica dell’intera storia, anche se non muta il senso della necessità di una catarsi sociale. Una presa di responsabilità collettiva.

Infinite Undiscovery insegna tuttavia che anche un gioco mediocre può suscitare ottimi spunti di approfondimento e riflessione, senza per forza di cose essere un capolavoro. A volte basta avere la volontà di voler vivere una storia anche oltre i suoi limiti più superficiali ed evidenti.

]]>
https://arsludica.org/2011/03/03/leggere-tra-le-righe/feed/ 2 16896
I videogiochi non sanno raccontare la guerra https://arsludica.org/2011/03/01/i-videogiochi-non-sanno-raccontare-la-guerra/ https://arsludica.org/2011/03/01/i-videogiochi-non-sanno-raccontare-la-guerra/#comments Tue, 01 Mar 2011 07:00:36 +0000 http://arsludica.org/?p=16885 Per saperne di più]]> I videogiochi non sanno raccontare la guerra. Appena abbandonano il terreno del fantasy o della fantascienza sembrano osare troppo, o non volere osare abbastanza, e scadono nella miseria scenografica più cupa. La guerra videoludica è, generalmente, uno scontro continuo contro goblin o alieni travestiti da soldati di diverse fazioni (vedi anche l’ultimo, pessimo Medal of Honor).

Call of Duty: Black Ops è la summa dell’incapacità di raccontare un contesto e di comunicare al giocatore il senso di ciò che sta facendo, al di là del piacere umorale di abbattere modelli poligonali antropomorfi in movimento. Durante il gioco s’interpretano i ruoli di vari soldati in contesti di guerra differenti, ma a conti fatti non c’è alcuna distinzione tra il tentare di ammazzare Fidel Castro o l’annientare i nazisti alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Le differenze sono meramente superficiali e servono soltanto a regalare varietà visiva al prodotto, dando al giocatore quello che si aspetta in termini esclusivamente epidermici. Esiste un gioco fantasy senza grotte di fuoco e di ghiaccio? Lì dove un’insurrezione con decine di morti diventa uno spettacolo barocco, utile per affermare la retorica della libertà da centro commerciale, o lì dove una citazione da Il Cacciatore di Michel Cimino viene violentata per far vedere quanto gli americani siano eroici e sprezzanti della morte (e il nemico indistintamente crudele), diventa impossibile raccontare altro se non il ripiegarsi onanistico del fruitore sulla propria arma, la quale diventa specchio dei valori trasmessi dal suo agire, che volontariamente o involontariamente è costretto a condividere per poter andare avanti.

In tutto questo la guerra scompare, quella guerra che il cinema e la letteratura o le altre arti hanno provato e provano a raccontare nei suoi aspetti più cupi e drammatici, diventando la solita messa in scena bidimensionale dello scontro tra il bene e il male, raccontato da una prospettiva solida e anacronistica.

Articolo pubblicato su Players 01

]]>
https://arsludica.org/2011/03/01/i-videogiochi-non-sanno-raccontare-la-guerra/feed/ 17 16885
I videogiochi dal punto di vista di Average Joe https://arsludica.org/2011/02/28/i-videogiochi-dal-punto-di-vista-di-average-joe/ https://arsludica.org/2011/02/28/i-videogiochi-dal-punto-di-vista-di-average-joe/#respond Mon, 28 Feb 2011 06:00:46 +0000 http://arsludica.org/?p=14403 Per saperne di più]]>

Mi piacciono molto i giochi per iPhone. Credo di aver speso 80 ore su Angry Birds. La stessa cosa mi è successa per Finger Physics. Ora sta succedendo di nuovo con Doodle Jump. Ognuno di questi giochi costa 99 centesimi [di dollari, ndr] e le partite non durano più di qualche minuto.

Mi piace anche quel nuovo simulatore spaziale dove si spara (ho una versione demo) sembra molto profondo e se ce la faccio ad andare oltre la curva d’apprendimento comprerò la versione completa… quando costerà 99 centesimi.

Considerato tutto il tempo a cui ho giocato a questi titoli, posso dire di aver risparmiato diversi film a venti dollari ed un sacco di giochi da cinquanta!

Average Joe (Traduzione letterale di un post apparso su Slashdot)

Siamo sicuri che Average Joe applicherebbe lo stesso metro di valutazione nel rinunciare allo spettacolo del Super Bowl in PayTV per una banale finale tra squadre di quartiere con la stessa leggerezza?

Io non ne sono sicuro.

]]>
https://arsludica.org/2011/02/28/i-videogiochi-dal-punto-di-vista-di-average-joe/feed/ 0 14403
Futuro (im)Mobile? https://arsludica.org/2011/02/18/futuro-immobile/ https://arsludica.org/2011/02/18/futuro-immobile/#comments Fri, 18 Feb 2011 06:00:49 +0000 http://arsludica.org/?p=16689 Per saperne di più]]> Nintendo 3DS e Sony NGP. Questi i nomi delle prossime console che vedremo, proveremo e su cui giocheremo. Eredi di due successi planetari, le cui vendite superano le 200 milioni di unità, rappresentano la natura evoluzione del concetto di videogioco portatile e, forse, di videogioco in generale.

Nintendo e Sony si affrontano nuovamente e, come sempre, l’esito di questo scontro non è scontato. Le caratteristiche tecniche e i titoli che accompagnano le nuove macchine sono impressionanti. Connettività, touch screen e persino il 3D: il futuro del videogioco è ovunque, il futuro è mobile.

Il mercato handheld è, oggi, uno dei settori più ambiti del mercato: da semplice nicchia, fu trasformato nel 1989 dall’estro utopico di Gunpei Yokoi in una frontiera, per anni dominata dalla brillante gestione di Nintendo che, su un hardware semplice, pubblicò capolavori come Tetris, Super Mario Land 2: 6 Golden Coins, The Legend of Zelda: Link’s Awakening o Pokémon Oro e Argento. Giochi memorabili, che ricordo con ardore e che non esiterei a consigliare a tutti. Tra il 2004 ed il 2005 la Sony, forte del dominio casalingo e rincuorata dagli scarsi(ssimi) risultati del GameCube, scese in campo contro l’eterna rivale con un hardware ambizioso, la PlayStation Portable. La risposta di Kyoto fu quella stramba console che risponde al nome di Nintendo DS: un touch screen ed uno schermo aggiuntivo per rispondere all’attaco.

Entrambe, a modo loro, sono state rivoluzionarie. Per i videogiochi e, lo affermo con sicurezza, per l’intera industria mobile. La PSP realizzò il sogno di un sistema portatile tuttofare, unendo un ottimo media center ad un apparato ludico di qualità elevata, sebbene mutuato dalla “sorella maggiore”, successivamente ampliato attraverso il digital delivery. Il DS sdoganò la tecnologia touch, diffondendola ad un prezzo economico ed applicandola a concept originali che spaziano da arcade mordi-e-fuggi a JRPG immensi, “resuscitando” anche le avventure grafiche. Tutti i dispositivi portatili successivi al lancio di queste console ne hanno subito le influenze: UI, OS e feature sono stati realizzati partendo dai due hardware nipponici ed è innegabile che l’iPhone sia il primo prodotto di un’ideale fusione tra i due progetti.

Sei anni dopo, la portabilità è un elemento fondamentale della quotidianità di ognuno di noi. Memorie portatili, notebook, netbook, lettori mp3, smartphone, tablet, lettori di ebook: almeno uno di questi oggetti è presente nel vostro zaino, nella vostra borsa, nelle vostre tasche. Ma il 3DS e la NGP riusciranno ad entravi? La concorrenza è particolarmente agguerrita, sia dal punto di vista hardware che software, ed il risultato mi sembra meno scontato di quanto possa inizialmente apparire.

Non credo che nessuna delle due console possieda le caratteristiche vincenti per riconquistare un ruolo di predominanza nell’ambito portatile. Entrambe si affidano a porting e remake di giochi realizzati in ambiente casalingo e che, perciò, non prevedono una fruizione portatile del divertimento: com’è possibile giocare a The Legend of Zelda: Ocarina of Time o ad Uncharted in lassi di tempo relativamente brevi? Ma, ancor di più, cosa propongono esse di realmente innovativo? Dal mio punto di vista, la line-up di lancio del 3DS ed i titoli che hanno accompagnato l’annuncio di NGP sono deludenti: non perché deficitino di qualità, ma piuttosto perché presentano l’immobilità di un settore che preferisce un guadagno facile ad un rischio ragionevole. Elemento emblematico di questa situazione non rosea è, a mio parere, l’assenza di una qualsiasi killer application tra i giochi di lancio della console Nintendo. Che fine ha fatto quel Kid Icarus: Uprising con cui la console è stata presentata? È possibile affidare il suo successo iniziale al sequel di Nintendogs, unico gioco realmente coraggioso, ed all’incognita di Pilotwings Resort? Per quale motivo i giocatori dovrebbero preferire a questi titoli inediti l’ennesima incarnazione di Street Fighter IV, il ritorno di Splinter Cell o PES 2011 in ritardo? Tale discorso è ripetibile per la NGP, il cui annuncio è stato accompagnato da Uncharted. Ma perché mai dovrei voler esser Nathan Drake anche quando esco di casa? È davvero così necessario dover giocare agli stessi titoli su console differenti?

Considerando i prezzi dell’hardware e del software originali, mi aspetto davvero poche soddisfazioni da parte di 3DS e NGP, almeno inizialmente. Non è esclusa la possibilità, remota, di assistere ad una seconda ondata di giochi inediti: qualora le due macchine raggiungano sin dal lancio i risultati sperati, potremmo assistere ad una convivenza tra esperimenti, IP inedite e remake/porting; tale equilibrio è stato già conquistato dal DS, mentre la PSP, non avendolo raggiunto, è condannata ad un lento declino.

Si tratta, in ogni caso, di un futuro immobile: siamo lontani dall’esperienza pioneristica del Game Boy che, malgrado le scarse qualità tecniche, portò alla creazione di capolavori come The Legend of Zelda: Link’s Awakening e Pokémon Oro e Argento.

]]>
https://arsludica.org/2011/02/18/futuro-immobile/feed/ 8 16689
Ànno ancora senso certe politiche dei prezzi? https://arsludica.org/2011/02/08/hanno-ancora-senso-certe-politiche-di-prezzi/ https://arsludica.org/2011/02/08/hanno-ancora-senso-certe-politiche-di-prezzi/#comments Tue, 08 Feb 2011 09:33:06 +0000 http://arsludica.org/?p=16694 Per saperne di più]]> Dando uno sguardo al catalogo di lancio del 3DS non ò potuto fare a meno di pensare: “Sono quasi tutti giochi vecchi riadattati! Roba uscita da un dongione polveroso!” Myamoto deve essere diventato un uomo senza passioni, non c’è dubbio.

Ài scoperto l’acqua calda, direte voi sagaci lettori. Sì, è che ogni tanto, soprattutto quando i reparti marketing tentano di spacciare per miracolo o rivoluzione qualcosa che miracolo e rivoluzione non è, c’è bisogno anche che si parli dell’acqua calda.

Da ovvietà nasce ovvietà: come mai i giochi per 3DS costano tanto? Ovvero, capisco che una nuova IP costi di più, ma prendere un Rayman di qualche anno fa, o l’ennesima rivisitazione di Ocarina of Time, o Pandora Tomorrow che ormai è quasi retrogaming, e farli pagare più di quanto costassero all’epoca della prima uscita, sembra un po’ la classica presa per il deretano.

È anche vero che Nintendo da questo punto di vista non è mai stata molto user friendly e à sempre attuato una politica di prezzi assurda su qualsiasi prodotto (tanto c’è Reggie che fa il simpatico, quindi la vasellina non serve), ma in questo caso si tratta di cacciare cinquanta euro per dei titoli vecchi che si possono giocare in altri formati, spendendo molto meno.

E Rayman e PES e Splinter Cell e Ocarina of Time e Street Fighter IV e Resident Evil e Nintendogs e Metal Gear Solid: Snake Eater e…
Capisco che ci saranno delle differenze con gli originali (lo spero bene) ma si tratta comunque di riduzioni di qualcosa i cui costi maggiori sono già stati ampiamente affrontati e ripagati. Insomma: perché devo pagare così tanto per della roba già vecchia? Non è proprio possibile differenziare i prezzi per venire incontro agli utenti che, magari, non se la sentono di spendere certe cifre per esperienze di gioco già vissute durante l’adolescenza o i primi anni della senilità?

Basterebbe la buona volontà di far pagare certi giochi come quelli del DS (non li voglio certo gratis), lasciando la fascia di prezzo superiore per titoli completamente nuovi come Kid Icarus: Uprising, per dare a ogni prodotto una dimensione adeguata alla percezione che l’utente à di esso.

Inoltre, come non considerare la scalpitante filosofia di Apple che della differenziazione dei prezzi à fatto un cavallo di battaglia? Non che voglia pagare Ocarina of Time due euro, ma possibile che, ad esempio, non si riesca a creare un’offerta tale per cui chi à tre euro da spendere possa trovare qualcosa da comprare, anche un semplice videogioco passatempo?

]]>
https://arsludica.org/2011/02/08/hanno-ancora-senso-certe-politiche-di-prezzi/feed/ 30 16694
Cretinizzazione Totale https://arsludica.org/2011/01/31/cretinizzazione-totale/ https://arsludica.org/2011/01/31/cretinizzazione-totale/#comments Mon, 31 Jan 2011 06:00:06 +0000 http://arsludica.org/?p=16500 Per saperne di più]]> Assassin’s Creed: Brotherhood è un gran bel titolo. Non è un caso che, anche quest’anno, abbia deciso di acquistarlo, affiancandolo al suo predecessore sullo scaffale. Roma è fantastica, le missioni mi appassionano, la “verità” – con i suoi enigmi insensati e riferimenti a complotti degni di Voyager – supera le vette del secondo episodio e, infine, la figura di Ezio ha assunto maggior spessore rispetto al secondo capitolo. Ma una caratteristica, sin dall’inizio, non mi aveva convinto. Non si tratta del multiplayer, a cui ho dedicato poca attenzione, ma della Sincronizzazione Totale. Questa opzione secondaria permette, se rispettata, di sbloccare alcuni ricordi amorosi di Ezio e dei cheat futili: nell’idea dei creatori si tratterebbe, credo, di un elemento dedicato ai giocatori più esperti. Peccato che, volendo giocare secondo queste “regole opzionali”, Assassin’s Creed: Brotherhood manifesti le sue pecche maggiori e gli sviluppatori abbiano dato prova di scarsa furbizia nell’implementarle.

Malgrado le somiglianze, la serie degli assassini si è distaccata da Prince of Persia, privilegiando un sistema di controllo adatto a svariate situazioni di combattimento e di esplorazione a quello specializzato dell’illustre progenitore. Le lacune di questo “sistema multiuso” sono poco evidenti quando, esplorando gli affascinanti ambienti urbani e rurali del gioco, non vi sono particolari complicazioni; ma, se inserite in un contesto tipicamente platform come il percorso a tempo, le innumerevoli imprecisioni emergono inevitabilmente. Ricordiamo che, per far saltare Ezio, è necessario premere uno dei pulsanti dorsali e contemporaneamente spostare la leva analogica destra: a dir poco macchinoso. Quanti di voi, in una delle missioni dedicate ai Seguaci di Romolo, hanno maledetto questo sistema di controllo e quel limite di 480 secondi? Perché gli sviluppatori hanno voluto svilire il loro lavoro, peraltro ben fatto, con questa inutile aggiunta? Io me lo chiedo ogni volta che succede.

Assassin's Creed: Brotherhood vi tira scemi...

La lista dei momenti di frustrazione e di rabbia creati dal tentativo di completare la Sincronizzazione Totale è, come potrà confermare chiunque abbia provato il titolo Ubisoft, estremamente lunga ed anche piuttosto varia. Il salvataggio automatico riesce, però, a complicare tale situazione. Immaginate che non siate riusciti a rispettare i termini per la Sincronizzazione Totale a causa di un errore: immediatamente vorrete porre rimedio, magari riparando ad errori commessi in una sezione ben precisa del percorso. Purtroppo non è possibile selezionare da quando ripartire perché, nell’istante in cui verrete informati di aver “perso la Sincronizzazione Totale”, l’autosalvataggio salverà la partita. Per rimediare agli errori dovrete ricominciare il Ricordo e, qualora lo portiate a termine, l’intera Sequenza di memoria.

Ma queste magagne potrebbero non contar nulla. Quante volte ho/abbiamo chiuso un occhio su errori decisamente peggiori, preferendo la qualità artistica o il gameplay sperimentale di un gioco? Su quanti bug ho/abbiamo sorvolato in nome del Videogioco?

Però, se io giocatore sono IL maestro degli Assassini, Ezio Auditore da Firenze, giunto a Roma in cerca di vendetta e per fermare una volta per tutte l’ordine dei templari, perché mai non dovrei usufruire del mio arsenale bellico per assaltare una fortezza nemica? Perché una semplice scritta in sovraimpressione mi ha appena ricordato che, malgrado tutto, siamo ancora imprigionati in un semplice videogioco?

]]>
https://arsludica.org/2011/01/31/cretinizzazione-totale/feed/ 13 16500
Le contraddizioni dell’industria videoludica https://arsludica.org/2011/01/14/le-contraddizioni-dellindustria-videoludica/ https://arsludica.org/2011/01/14/le-contraddizioni-dellindustria-videoludica/#comments Fri, 14 Jan 2011 06:00:34 +0000 http://arsludica.org/?p=16187 Per saperne di più]]> Sul numero di Dicembre 2010 dell’edizione italiana di Game Informer (presuppongo che nell’edizione americana l’articolo sia apparso a novembre), Matt Helgeson affronta un tema piuttosto importante e del quale qui su Ars Ludica abbiamo discusso diverse volte. Già il titolo dell’articolo non lascia dubbi sulla volontà polemica dell’autore: “Videogame, è tempo di crescere”, quindi si comincia con un “Patetico: questo è l’unico aggettivo per descrivere il modo in cui EA ha gestito la controversia legata ai Talebani in Medal of Honor.”

Per chi non ricordasse i fatti, Helgeson riporta i due comunicati con cui Electronic Arts ha cercato di arginare le critiche dovute al fatto di permettere ai giocatori di far parte dell’esercito dei talebani durante le partite multigiocatore. Nel primo si parla dei videogiochi come di una specie di versione evoluta di “guardie e ladri”, con gli americani al posto delle guardie e i talebani al posto dei ladri. Qualcuno dovrà pure interpretarli i ladri, no?

Il secondo comunicato parla dei videogiochi definendoli una forma d’arte (riducendo l’arte a un modo per raccontare storie…) e tirando in ballo The Hurt Locker e Salvate il Soldato Ryan. Riassunto: perché loro possono esistere senza polemiche e noi no? Il risultato finale della presa di posizione di EA lo conoscono tutti: in Medal of Honor i talebani non sono più tali, ma si sono trasformati in una triste e anonima opposing force qualsiasi.

Da questa visione contraddittoria, che emerge dai comunicati di un gigante dell’industria dei videogiochi stessa, Helgeson spreme una domanda semplice quanto fondamentale: come mai i rappresentanti dell’industria dei videogiochi, siano essi produttori, autori o giornalisti, si arrabbiano quando il medium videoludico non viene preso sul serio, se poi sono essi stessi a immiserirlo con le loro parole? Perché non si vuole abbandonare la visione del videogioco come “giocattolo tecnologico”, pur ambendo a fargli avere la considerazione collettiva di “nuova forma d’arte”?

Questa ambiguità non è propria solo degli operatori del settore, ma anche dei videogiocatori stessi, che non riescono a decidere cosa vogliono fare da grandi e continuano a ondeggiare tra la voglia di emancipazione e quella di conservazione; da una parte non riescono a negare la natura polivalente del medium videoludico, che di fatto ammette la possibilità di usarlo come forma di espressione artistica, ma dall’altra hanno paura che mettendo in gioco il videogioco (perdonatemi…) diverrebbe più problematico approcciarvisi.

I motivi per cui sarebbe importante stabilire una linea comune, o quantomeno dei punti fermi ai quali fare riferimento, sono molteplici. In primo luogo si guadagnerebbe quella credibilità necessaria per affrontare alcune battaglie e per contrapporre ragioni fondate a certe volontà censorie. Paradossalmente, gli avvocati che di volta in volta sono chiamati a difendere i videogiochi nei tribunali sembrano nutrire per essi più considerazione dei videogiocatori stessi (probabilmente le laute parcelle aiutano).

In secondo luogo, l’industria inizierebbe a credere maggiormente in sé stessa e, pur senza essere costretta a intraprendere chissà quale rivoluzione, potrebbe iniziare a concepirsi come parte del mondo e non come un mondo a parte, così da evitare approcci goffi e introversi ogni volta che entra in contatto con gli altri.

Ovviamente per ottenere qualche risultato è richiesto un cambio di mentalità che metta da parte alcuni pregiudizi e che coinvolga tutti gli operatori del settore, in primo luogo la stampa specializzata che dovrebbe modificare in buona parte l’approccio alla materia di cui parla. Se vogliamo difendere il videogioco come una forma di espressione con la stessa dignità culturale di altri media, dobbiamo essere noi stessi a vederlo e a parlarne come fosse tale, evitando le chiavi di lettura più facili e gli schemi collaudati dentro i quali siamo imprigionati.

Il primo passo da compiere sarebbe quello di individuare un valore assoluto di un’opera che vada al di là dei meri valori produttivi, riconoscendo nel relazionarsi delle singole parti che compongono il tutto l’essenza di ciò che andiamo cercando da anni, ovvero quei significati che non si riescono a spremere altrimenti e che appaiono sfuggenti ogni volta che sembra di poterli toccare.

La questione non è quella di far crescere i videogiochi, ma di riscoprirli nuovi, neonati. Chissà se saremo mai pronti a farlo.

]]>
https://arsludica.org/2011/01/14/le-contraddizioni-dellindustria-videoludica/feed/ 7 16187
Cosa non è più possibile fare in un videogioco? https://arsludica.org/2011/01/12/cosa-non-e-piu-possibile-fare-in-un-videogioco/ https://arsludica.org/2011/01/12/cosa-non-e-piu-possibile-fare-in-un-videogioco/#comments Wed, 12 Jan 2011 06:00:15 +0000 http://arsludica.org/?p=16174 Per saperne di più]]> Ci stavo riflettendo dopo aver letto e partecipato al topic dedicato al nuovo Elder Scrolls, Skyrim, nel nostro forum: quante sono le cose che non ho più fatto o potuto fare in un videogioco, e che invece ho fatto nel passato? Pensando alla serie di Bethesda, mi vengono in mente un paio di cose che, a distanza di anni, ancora ricordo e che mi fa piacere raccontare: sono entrambe delle caratteristiche del secondo episodio della saga Daggerfall, in un certo senso secondarie ma che all’epoca mi coinvolsero non poco, facendomi prospettare miracoli futuri per i videogiochi.

La prima è la possibilità di scassinare i negozi durante la notte e rubare tutta la mercanzia, anche i pezzi più pregiati. Con il calare delle tenebre, le città di Daggerfall si svuotavano, con i cittadini che si recavano nelle loro case e si mettevano a dormire. Lo stesso facevano i negozianti, dopo aver chiuso le loro attività. Se si aveva un valore abbastanza alto in furtività, si poteva scassinare la serratura di un qualsiasi negozio e, evitando di fare rumore, sgraffignare tutto lo sgraffignabile. Se si veniva beccati si rischiava la prigione (il tempo di permanenza in carcere variava a seconda dei reati) e si perdeva tutto il bottino (anche quello dei colpi precedenti). Nei capitoli successivi, questa possibilità è stata, purtroppo, enormemente depotenziata.

Un’altra caratteristica che ricordo con una certa nostalgia era l’agilità. Non che in Morrowind e in Oblivion non ci fosse, ma in Daggerfall avere un alto valore in agilità permetteva di scalare le case e i palazzi e, nelle città, di saltellare da un tetto a un altro senza mai mettere piede a terra. Farlo non era un vezzo inutile, perché dava modo di fuggire alle attenzioni delle guardie cittadine nel caso si fosse commesso un reato e, nella capitale, permetteva di sfuggire ai fantasmi che infestavano le strade con il calare delle tenebre.

Questi sono solo due esempi tra molti altri fattibili e non necessariamente legati agli Elder Scrolls. Ad esempio, è da tempo che non esce più un gioco in cui il cibo e il sonno siano due fattori da tenere seriamente in considerazione e quasi non esistono più titoli in cui perdersi faccia parte del gioco. Pensando ai Fallout: nei nuovi capitoli è impossibile andare avanti senza combattere, mentre i primi due episodi si potevano concludere senza sparare un colpo. Ma qui rischio di finire a parlare di massimi sistemi, e non è questo il mio scopo, anche se mi dà profonda amarezza pensare a come si siano perse tantissime forme ludiche, impoverendo di fatto molte esperienze di gioco, oggi sempre più semplificate, sempre più simili tra loro e, a conti fatti, futili.

]]>
https://arsludica.org/2011/01/12/cosa-non-e-piu-possibile-fare-in-un-videogioco/feed/ 6 16174
Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius. https://arsludica.org/2010/12/22/caedite-eos-novit-enim-dominus-qui-sunt-eius/ https://arsludica.org/2010/12/22/caedite-eos-novit-enim-dominus-qui-sunt-eius/#comments Wed, 22 Dec 2010 12:19:15 +0000 http://arsludica.org/?p=15920 Per saperne di più]]> Il 2010 verrà ricordato come un anno pieno di delusioni per i videogiocatori accorti (tanto i coglioni che si fanno abbindolare dal marketing non ci leggono, quindi possiamo fare gli elitari quanto ci pare). La maggior parte dei titoli tripla A pubblicati ha deluso per qualche motivo; vuoi l’estrema brevità, vuoi la banalità di fondo, vuoi la cattiva implementazione di qualche meccanica sbandierata ai quattro venti come rivoluzionaria e così via.

Sono troppi i giochi che sono stati pubblicati con qualche problema di troppo e di capolavori tra i tripla A non c’è nemmeno l’ombra, visto che anche titoli osannati come God of War III e Mass Effect 2 (brrr) perdono il confronto con i predecessori. A risollevare un po’ la situazione arrivano alcune conferme, come Civilization V o Victoria II (sempre che amiate gli strategici a turni ultra complessi) e qualche titolo proveniente dalla scena indie, invero molto viva, ma siamo in pochi a considerarli nel discorso generale (non contiamo i giochi presunti indie che vengono scoperti grazie al marketing delle multinazionali, grazie).

Il 2010 è stato l’anno in cui FarmVille è cresciuto a dismisura (e poi quasi crollato), diventando, di fatto, il videogioco più conosciuto e giocato al mondo, anche da gente che poi non ha il coraggio di confessare che passa le ore ad arare il suo terreno virtuale e a raccogliere la cacca dei maiali per comprare il costumino nuovo al fattore (Io? No no, faccio pompini ai semafori, è vero, ma non sono mai scesa così in basso da mettermi a videogiocare!).

L’Isola che non c’è è diventata un Wii Sport Resort, concludendo una fase di transizione lenta e inesorabile, che ha prodotto delle ferite letali. Sono arrivati i turisti, quelli che stuprano le fatine e poi ci si fanno le foto insieme, costringendole a sorridere; quelli che si mettono a prendere il sole davanti alla nave di Capitan Uncino, facendo le foto ai bambini che vengono giustiziati dai pirati; quelli che acquistano statuette di Peter Pan ma sono ben felici che il suo cadavere serva per far crescere i fiori dell’aiuola dietro al chiosco dei panini.

Insomma, il 2010 è stato l’anno in cui la mediocrità videoludica (parlo in generale) ha regnato incontrastata e in cui l’idea primeva di videogiocatore è stata definitivamente abbattuta, facendo diventare molti di noi dei pezzi da museo che, magari, verranno studiati nei secoli a venire come tristi fenomeni di costume. C’è chi si è adeguato ai tempi per mero spirito di sopravvivenza e chi proprio non ci riesce. Chissà se in questo caso, il dio marketing riuscirà a riconoscere i suoi.

]]>
https://arsludica.org/2010/12/22/caedite-eos-novit-enim-dominus-qui-sunt-eius/feed/ 16 15920
Uncharted e l’ipocrisia della violenza https://arsludica.org/2010/12/21/uncharted-e-lipocrisia-della-violenza/ https://arsludica.org/2010/12/21/uncharted-e-lipocrisia-della-violenza/#comments Tue, 21 Dec 2010 06:00:03 +0000 http://arsludica.org/?p=15884 Per saperne di più]]> L’annuncio di Uncharted 3 ed il conseguente thread sui nostri forum ha riaperto una mia vecchia ferita: quella della violenza nei videogiochi. Non che sia un moralista e la biasimi, anzi. La ferita riguarda la serie di Uncharted e come essa affronta la strage di massa.

Nel gioco, Drake si pone come un pacifista un po’ avido: un simpaticone alla Nathan Fillion che vuole avventura, ricchezza e fama. Qualcuno direbbe un anti-eroe, io lo definirei più uno stronzetto paraculo. Negli intermezzi spesso rimostra contro l’uso della violenza estrema, eppure nelle parti giocate miete vittime come nemmeno Nico Bellic in GTA IV, che era ambiguo allo stesso modo.

Se Nico Bellic è stato però condannato alla solita gogna made in Rockstar, il più hollywoodiano, superficale e acritico Uncharted no. Poco importa se Drake irrompe in paesi stranieri (per lo più sottosviluppati) e semina morte e distruzione combattendo contro supposti “pirati”, che sono un po’ uno stereotipo delle culture che l’America teme o considera moralmente ed economicamente inferiori. La mia domanda è semplice e così evidentemente giustificata da sembrare del tutto fuori luogo: perché Drake è accettabile e Bellic no?

A me verrebbe da dire: perché Bellic mette in evidenza i problemi dell’America; mentre Drake, dietro quel perbenismo finto borghese da esportazione, ricalca gli ideali di imperialismo e superiorità culturale che da sempre c’è nella cultura di massa (ma forse anche nella propaganda?) statunitense. In Uncharted il tema della violenza è comunque ben presente. Certo, i pirati sono i cattivi, eppure non c’è quella decontestualizzazione o quella sospensione dell’incredulità che ci fa accettare con condiscendenza persino l’umanità fascista e conquistatrice di Gears of War: tutto è calato ai giorni nostri e il motore delle vicende sono la sterile ricerca di fama e soldi, i miti moderni che solo pochissimi possiedono.

Se Call of Duty fa leva, quasi istituzionalmente, sulla necessità dell’ignorante borghese impaurito dalla crisi di delegare ad una figura autoritaria le sue responsabilità sullo stato delle cose e sull’esecuzione di scelte controverse, Drake va alla guerra perché gli va, magari anche per impressionare la signorina di turno; il finale è sempre moralista ma per i motivi sbagliati. Non è la strage di massa ad essere condannata: è l’essere stato troppo birichino, una minimizzazione francamente inaccettabile.

Il perbenismo di Uncharted lo vediamo quotidianamente: basta acceendere la TV o leggere un libro da centro commerciale. È quella gabbia dorata che è gradualmente diventata la prigione culturale del nuovo proletariato mondiale (il ceto medio-basso, detto benestante ma che in realtà oggi si limita a sopravvivere senza produrre né ricchezza né cultura), quell’assopigliatutto che giustifica qualsiasi compromesso etico che vada oltre le leggi, il rispetto dell’altro o i diritti umani. Basta ritenersi moralmente superiori all’altro e qualsiasi atto è giustificabile. È lo stesso motore che genera il nepotismo, la superficialità e la corruzione (“Bisogna pur stare al mondo no?”, “Agendo così mica si uccide nessuno!”) su cui si sta schiantando l’occidente. È il verme che rode dall’interno la mela dell’impero.

Forse è superfluo vedere tutto questo in un titolo divertente e inoffensivo come Uncharted, eppure non posso fare a meno di pensare a come i videogiochi, magari con una leggerezza ed un’immaturità che il cinema e la TV non possono più permettersi, possano diventare loro malgrado uno strumento di propaganda culturale ben più efficiente dei vecchi media, passando del tutto inosservati ai mestieranti della critica mainstream, figli anche loro di un sistema autoreferenziale che ormai si alimenta solo di strategie di marketing ben precise.

Sarebbe ora di crescere.

]]>
https://arsludica.org/2010/12/21/uncharted-e-lipocrisia-della-violenza/feed/ 19 15884
Riflessioni pre-lancio sul Nintendo 3DS https://arsludica.org/2010/11/26/riflessioni-pre-lancio-sul-nintendo-3ds/ https://arsludica.org/2010/11/26/riflessioni-pre-lancio-sul-nintendo-3ds/#comments Fri, 26 Nov 2010 06:00:43 +0000 http://arsludica.org/?p=15300 Per saperne di più]]> Nel settembre del 2005 Satoru Iwata durante un keynote al TGS presentò per la prima volta al pubblico il Wiimote, allora noto ancora come “Revolution Controller”, dato che proprio Revolution era il nome in codice della console che sarebbe divenuta il Wii.

Mi colpì in modo particolare la reazione entusiastica di molti utenti, me compreso, sui forum di mezzo mondo: certo gli scettici non mancavano (e tantissimi se ne sono aggiunti nel corso degli anni) ma sembrava che una ventata di novità stesse per invadere il mondo dei videogiochi, e questo diede origine a lunghissimi thread dentro i quali si fantasticava sulle possibili applicazioni ludiche di quell’aggeggino così simile a un telecomando.

Potrei sbagliarmi, ma la mia impressione è che di fronte al potenziale del 3DS l’utenza non stia mostrando il medesimo (ingenuo?) entusiasmo di allora. Mi riferisco naturalmente a quelli che è ragionevole ipotizzare costituiscano il target iniziale della nuova console portatile di Nintendo, ovvero gli appassionati di videogiochi: il prezzo elevato, le caratteristiche tecniche e la quasi totalità della lineup nota ad oggi non hanno granchè di casual.

Intendiamoci, le discussioni sui forum italiani e stranieri non stanno mancando, com’è giusto che sia di fronte a quello che è pur sempre il successore di un portatile non solo di grande successo, ma anche pressoché universalmente apprezzato. Mi pare però che scarseggi la fantasia dei potenziali, futuri acquirenti: laddove ieri ci si sbizarrì giungendo ad immaginare gli utilizzi più disparati del pad-telecomando, dalla spada alla racchetta virtuale passando per la torcia e così via (tralasciando il fatto che alcune le stiamo ancora aspettando nonostante l’introduzione del motionplus, ma non è questo il punto) oggi al più ci si domanda se il 3DS possa far girare o meno l’Unreal Engine, se sia in grado di sfornare giochi visivamente paragonabili a quelli PS3/360 oppure se sia effettivamente più o meno potente di iPhone.

La gente è rimasta scottata dal Wii e preferisce restare coi piedi per terra? Stiamo dando sfoggio di una insaziabile fame di tecnologia nuda e cruda? O che altro? Fatto sta che mi aspettavo un’attesa riempita dai videoGIOCATORI con aspettative ben diverse.

In altre parole, oltre allo scontato boost prestazionale (peraltro non esente da curiosi chiaroscuri, giacché nel materiale video diffuso si notano dei titoli con sensibili differenze grafiche) mi domando:
che tipo di novità si aspetta la gente dalla prima console portatile con display 3D che non necessita di occhiali ad-hoc?
è lecito attendere la nascita di applicazioni ludiche più o meno di massa mai viste in precedenza?

Ma non sono questi gli unici interrogativi che mi pongo.

Che la strada sia in salita lo sa pure Iwata, che come l’azienda che dirige potrà anche stare antipatico a tanti, ma resta, forse anche grazie al suo passato da sviluppatore, un dirigente di altissimo livello con una capacità di leggere il mercato non comune e per questo tranquillamente paragonabile a Yamauchi (nonostante quest’ultimo non fosse in grado di stendere nemmeno una riga di codice).

Le perplessità non sono poche:

  • veicolare al grande pubblico una delle caratteristiche chiave, ovvero la visuale in 3D: la console va provata sul campo, al massimo si possono ipotizzare degli spot nei cinema visto che di recente stanno tornando di moda i lungometraggi tridimensionali;
  • prezzo: in Giappone ormai le console portatili vanno forte da un pezzo, ma il 3DS avrà un costo elevatissimo, superiore persino al Wii; siamo forse di fronte alla messa definitiva in secondo piano delle macchine casalinghe (perlomeno in terra natia) oppure si tratta semplicemente di una regola non scritta (prezzo portatili < prezzo home) che viene infranta perchè si ritiene che ve ne siano le condizioni?
  • la questione della batteria: non sono stati forniti dati precisi, ma in maniera un po’ sibillina Iwata ha già dichiarato che sarà necessario ricaricare il 3DS con frequenza superiore all’attuale DS; l’autonomia è sempre stato uno dei punti di forza del DS nello scontro con PSP, e nel 3DS sarà importantissimo verificare quanto verrà ad essere intaccata dalle feature basate sull’interscambio dati tramite wi-fi, oltre naturalmente a CPU/GPU nel normale utilizzo videoludico;
  • il famigerato slider per regolare l’effetto 3D: sono pressoché certo che sia la classica soluzione Nintendo-style per mettersi al riparo dalle beghe legali (già si legge in giro di utenti che dopo una prova del 3DS lamentavano giramenti di testa e/o un certo affaticamento visivo), tuttavia c’è da domandarsi se questo non possa porre un freno enorme agli sviluppatori nello sfruttamento di questa funzionalità… sempre ammesso naturalmente che ci si possa costruire attorno dei concept di gioco che ne impongano l’attivazione ininterrotta;
  • Ultimo, ma decisamente non meno importante: il 3DS, tolta l’innovazione della visione stereoscopica, mi pare si stia presentando al pubblico con delle caratteristiche tecniche di stampo decisamente più conservatore, insomma senza rischiare in maniera eccessiva con delle scelte fuori dal comune contrariamente a quanto visto con Wii e DS, console di rottura col passato sotto vari punti di vista. Un percorso evolutivo quindi che al momento appare simile a quello canonico (PSX –> PS2, Xbox –> Xbox360 ad esempio), peraltro condiviso da Nintendo stessa fino alla generazione di GBA e GC.

Il DS è riuscito nel non facile compito di offrire qualità e quantità unendo al riscontro commerciale senza precedenti, difficilmente contestabile, una ludoteca che a detta di molti lo ha reso uno dei migliori portatili mai concepiti; per qualcuno è addirittura “la” console della generazione attuale (affermazione che mi astengo dal commentare, avendo sfruttato tale macchina decisamente poco rispetto alle altre).
Non è facile prevedere come verrà accolto dai consumatori il suo successore, 3DS: l’eredità che raccoglie è pesantissima. Al momento, forse fin troppo banalmente, ritengo si possa solo supporre che molte delle sue chance di successo, se non tutte, dipenderanno dalla capacità di Nintendo in primis, e delle terze parti a seguire, di realizzare applicazioni in grado di trascinare le vendite in maniera quanto più possibile simile ai vari Brain Training, Mario Kart, Nintendogs, New Super Mario Bros et similari.

]]>
https://arsludica.org/2010/11/26/riflessioni-pre-lancio-sul-nintendo-3ds/feed/ 9 15300
Ma vogliamo ancora chiamarlo giornalismo? https://arsludica.org/2010/11/25/ma-vogliamo-ancora-chiamarlo-giornalismo/ https://arsludica.org/2010/11/25/ma-vogliamo-ancora-chiamarlo-giornalismo/#comments Thu, 25 Nov 2010 06:00:20 +0000 http://arsludica.org/?p=15259 Per saperne di più]]>

Foto di: boundbunny

Gran Turismo 5 esce domani rispetto al giorno in cui sto scrivendo questo articolo, ma è già in vendita in diversi negozi. Fatto noto e facilmente verificabile: alcune grosse catene commerciali se ne fottono dei giorni di lancio programmati dai publisher e iniziano a vendere i prodotti prima dell’uscita effettiva sul mercato. Le loro motivazioni sono barbaramente semplici: fregare la concorrenza. C’è poco da stare a discutere o argomentare sulla questione, e invocare l’etica non serve a nulla, visto che anche i publisher non si lamentano per non creare attriti con i loro spacciatori di fiducia. Il punto di cui vorrei parlare è un altro.

Gran Turismo 5 viene venduto prima della data di rilascio, moltissimi lo comprano, perché giustamente anche loro se ne fottono dell’etica e lo vogliono possedere fortissimamente, e su internet iniziano a spuntare le prime recensioni amatoriali, che, sempre giustamente, se ne fottono degli embarghi di Sony. Magari sono scritte dopo mezz’ora di gioco tanto per bruciare gli altri. Magari sono solo il frutto di tesi pregiudiziali covate per anni e che, finalmente, trovano la possibilità di esprimersi, sembrando fondate sul prodotto finito. Comunque non commento la qualità dei suddetti articoli; alcuni sono buoni, altri meno, magari ce ne sono anche alcuni migliori di quelli dei grandi siti specializzati in videogiochi. A essere divertente è il fatto che in questo allegro clima di fottimento generale, gli unici che non possono fottersene sono i membri della cosiddetta stampa specializzata.

È la stampa, bellezza, la stampa. E tu non ci puoi fare niente… niente!” diceva un citatissimo Humphrey Bogart, senza sapere che cosa sarebbe diventato il giornalismo professionistico ai tempi dei videogiochi. In quella semplice frase, tra le altre cose, era implicitamente citato il diritto del giornalista di dare una notizia quando la incontra, nonostante le rimostranze del potente di turno.

Quindi, possiamo chiamare giornalismo il non poter pubblicare una notizia (perché, nonostante tutto, la recensione di un titolo non ancora uscito è una notizia, così come lo è un’anteprima), pur avendola da giorni pronta nel cassetto? E, ancora peggio, perché ai cosiddetti giornalisti viene di fatto impedito di pubblicare notizie che sono già di dominio pubblico? Provate voi, che avete pensato “io mi ribellerei”, a gestire un sito medio-grande specializzato in videogiochi e a non sottostare agli embarghi dei publisher. Poi tornate qui a raccontare se siete stati più invitati agli eventi di presentazione dei giochi e in che tempi vi hanno spedito il materiale per gli articoli (sempre che abbiano continuato a spedirvelo).

Il paradosso che si crea è che la stampa specializzata non può fare quello che tutti gli altri possono invece fare: dare notizie, ovvero svolgere il suo ruolo ontologico. È come se a una pasticceria venisse impedito di fare dolci pasquali, ma a una ferramenta no. In questo senso la stampa specializzata diventa quasi un’appendice esterna dei vari reparti marketing dei publisher, che ne gestiscono i tempi come vogliono perché sanno che la tengono per le palle.

Ormai di Gran Turismo 5 si sa tutto e tutti ne parlano, tranne i siti più grossi che devono mantenere il riserbo fino allo scadere dell’embargo di Sony. Ovviamente, nel profluvio di scorrettezze che caratterizza la vicenda (questa come molte altre), gli unici che sarebbero accusati di scarsa professionalità nel caso di rottura dell’embargo sono i poveri redattori, insieme ai responsabili del sito di turno che, magari, l’articolo lo hanno scritto una settimana prima (e gli viene pagato pure poco… quando gli viene pagato) e avrebbero tutti i titoli per compiere un atto del genere.

Quindi, possiamo continuare a definire giornalisti persone alle quali viene impedito di svolgere il loro compito? Anche se, ammettiamolo, alcuni sono felicissimi di stare sull’attenti ed eseguire gli ordini; tanto gli basta aver giocato al ‘titolone’ di turno in anteprima e aver fatto rosicare i contatti su Facebook. È anche vero che non c’è modo di non eseguirli, a meno di non avere dei lettori coscienti che ti sovvenzionino apposta e che ti permettano di acquistare il materiale autonomamente.

]]>
https://arsludica.org/2010/11/25/ma-vogliamo-ancora-chiamarlo-giornalismo/feed/ 29 15259
La retorica del cambiamento https://arsludica.org/2010/11/12/la-retorica-del-cambiamento/ https://arsludica.org/2010/11/12/la-retorica-del-cambiamento/#comments Fri, 12 Nov 2010 00:35:28 +0000 http://arsludica.org/?p=14943 Per saperne di più]]> Ogni epoca produce le sue retoriche, che in questo frangente uso nel senso di discorsi poggianti su una visione del mondo diffusa, che hanno facile presa su chi le ascolta, perché fanno appello alla sua cultura e alla sua identità. Per approfondimenti sulla retorica, su come nasce e su come si evolve, andatevi a leggere “La retorica antica” di Roland Barthes. Qui ci interessa l’uso che viene fatto di un certo argomento (il cambiamento) a fini di marketing e come questo abbia attecchito anche tra i critici, ovvero tra quelli che si suppone dispongano di filtri più complessi per proteggersi da certe scorciatoie mentali, invece di essere loro a perpetrarle e nobilitarle.

La parola ‘cambiamento’ (con tutte le sue accezioni e tutti i sinonimi) è uno strumento eccezionale per vendere un prodotto, perché può essere usata per giustificare qualsiasi porcheria. Non che il cambiamento sia negativo a prescindere, anzi, solo mi preme rilevare come questa parola sia ormai adoperata alla stregua di uno schiacciasassi, ovvero per ammazzare qualsiasi critica di merito.

I videogiochi moderni stanno subendo un processo involutivo evidente, in cui qualsiasi meccanica di gioco complessa viene prosciugata e mandata alla deriva verso le sponde dei giochi d’azione. In questi casi si parla di cambiamenti necessari per incontrare i gusti del pubblico e, qualcuno, si spinge a parlare di innovazioni, senza mostrare alcun senso del pudore. Per citare qualche caso del recente passato, come dimenticarsi l’esaltazione per Mass Effect 2? E la recentissima difesa del nuovo assetto che ha preso la serie Gothic?

Immagino che lo stesso accadrà con Dragon Age 2, che meriterebbe un discorso a parte (Dragon Age: Origins è il titolo più venduto di BioWare, eppure la componente RPG subirà una bella sforbiciata), ma diciamo che, in generale, accade con tutti quei titoli che si barbarizzano per esigenze commerciali, anche nei casi nei quali non ce ne sarebbe bisogno (siamo sicuri che Gothic 4 venderà più di Gothic 2 così ridotto?).

L’obiezione principale fattibile ai profeti del cambiamento a tutti i costi, guarda caso sempre unidirezionale, non è un rifiuto a prescindere delle novità, ma una considerazione di carattere sintattico. Se un giorno qualcuno decidesse di cambiare la lingua italiana eliminando i congiuntivi, ovvero eliminando la forma verbale riflessiva per eccellenza, dovremmo accettare la cosa senza opporre una minima resistenza? Immagino di no, quindi davanti a videogiochi depredati di caratteristiche interessanti e, in alcuni casi, fondanti, bisogna fare finta di niente?

Rimaniamo nell’ambito dei giochi di ruolo e passiamo a un esempio concreto. I primi due Fallout (1997, 1998) erano completabili senza sparare un colpo. Il sistema di gioco era così articolato da permettere la creazione di personaggi che riflettessero realmente le aspettative del giocatore, senza costringerlo a scelte di comodo o obbligate, per semplificarsi la vita. Era veramente illecito aspettarsi di avere simili possibilità anche nel terzo capitolo uscito nel 2008, la bellezza di dieci anni dopo? Il fatto di non poter più scegliere come agire è considerabile un fattore negativo? Oppure, poiché viene spacciato come un semplice cambiamento, bisogna accettarlo e lodarlo a prescindere? Badate bene che non sto mettendo in discussione gli elementi più superficiali del gioco, ma quelli strutturali, ovvero quelli che più di tutti plasmano il gameplay. Non per niente, i critici più accesi di Fallout 3 normalmente hanno giocato i primi due episodi, mentre gli apologeti sono coloro che non li hanno giocati o che li hanno solo sfiorati superficialmente (con le dovute eccezioni).

Un discorso simile è fattibile per l’ultimo Gothic (Arcania – Gothic 4). La serie è sempre stata caratterizzata, tra le altre cose, da una buona complessità e tecnicità dei combattimenti, da una serie di risposte dell’ambiente alle imprese del giocatore e da un’ampia libertà di azione e di esplorazione. Invece, il quarto capitolo vira pesantemente verso l’action, con scelte che minano la struttura profonda del gioco e che lo privano di alcune caratteristiche molto apprezzate. È possibile criticare queste scelte? Personalmente, direi che è doveroso, perché in questo e in altri casi simili ci si trova di fronte a una privazione che non riguarda tanto il singolo gioco, ma l’intero medium videoludico. È un assottigliarsi delle possibilità, una perdita di ricchezza delle forme che il videogioco può assumere, in favore di un pensiero unico e barbaro che tiene conto soltanto della soddisfazione immediata. È un cambiamento pilotato verso il noto, un conformismo travestito da avanguardia che trova comodo l’appiattimento. Un’involuzione che appare sempre più evidente e che non sembra volersi arrestare.

Articolo già apparso su Babel 26

]]>
https://arsludica.org/2010/11/12/la-retorica-del-cambiamento/feed/ 1 14943
Videogiocatore mainstream https://arsludica.org/2010/10/28/videogiocatore-mainstream/ https://arsludica.org/2010/10/28/videogiocatore-mainstream/#comments Thu, 28 Oct 2010 05:00:19 +0000 http://arsludica.org/?p=14358 Per saperne di più]]> Ho l’ansia di non riuscire a stare al passo. Nel week end ho finito Privates e Lost Planet, ho corso alcuni Grand Prix a F1 2010, ho scartato la confezione di Dead Rising e mi hanno riportato Mirror’s Edge, il cui disco ora riposa nel carrello della PS3. Il tutto in meno di 6 ore, visti i numerosi impegni che, volente o nolente, hanno colorato il mio week end in famiglia. La cosa buffa è che io, di lavoro, faccio tutt’altro: non dovendoci vivere, di videogiochi, dovrei approcciarmi al tempo trascorso in loro compagnia con un atteggiamento diverso. Eppure non riesco più a sedermi comodo sul divano e giocare. Sono in preda ad una frenesia dovuta a diversi fattori, non ultimi i tanti titoli lasciati a prendere polvere sulle mensole o la nevrotica tendenza a non volerli mai abbandonare una volta iniziati, sino ai ringraziamenti finali. Che spreco di tempo ed energie! Soprattutto considerato il fatto che, al passo, non potrei starci comunque, vista la penuria del mio budget mensile destinato all’intrattenimento videoludico. La realtà è che il sistema mi sta fregando e io glielo sto facendo fare indisturbato!

Troppi Demon’s Soul da vagabondare, troppi Uncharted da scoprire, troppi Call of Duty da sparare. Prendiamo Dead Rising. Un’esperienza niente male, vista l’originalità del gameplay e la miriade di cose che si possono inventare e sperimentare. Anche la trama, vi dirò, non ha nulla da invidiare al resto della produzione zombesca di casa Capcom. Ma come si fa a dedicargli il tempo che meritano le centinaia di sfaccettature di cui è pregno? Sul “comodino” mi stanno già aspettando altri dieci giochi dei quali è vergognoso che non abbia almeno provato la demo. Pensate ad Heavy Rain o Alan Wake. Avventure le cui peculiarità, per essere esperite con il massimo del godimento, devono necessariamente essere colte in prossimità della loro pubblicazione. Nel ritardare il loro completamento, il rischio non è solo quello di vederle invecchiare troppo precocemente, ma anche di cascare nella sempre più diffusa trappola dello spoiler (come accaduto a me durante l’ascolto di una puntata di Outcast Magazine, li mortacci loro…).

Da un po’ di tempo a questa parte, la strategia adottata è quella del: livello facile, niente side quest, bye bye Achievement o Trofei, tasso di replay pari a zero e filosofia del minimo sforzo, massimo risultato. La conseguenza di tutto questo è che ho smesso di divertirmi. Sono entrato in un loop da: “Visto che oggi ho iniziato Runaway 3, sabato prossimo posso cominciare DeathSpank, senza dimenticare che, se avessi tempo, c’ho ancora Super Mario Sunshine da finire!”. Vivere così non si può. Devo darci un taglio e cercare di resuscitare da questo vortice senza uscita che è il voler rimanere nella corrente dei ben informati.

Forse la cosa giusta da fare sarebbe quella di spegnere l’internet e tornare a scegliere il nuovo scatolato dal negoziante di fiducia. Lungo la strada potrei anche fermarsi dal Prevosto per sapere se la nuova Perpetua ha imparato a rammendare le coperte dell’altare, piuttosto che chiamare l’amico allevatore per farmi preparare sei uova ancora calde di cova e riempire la tanica di alluminio satinato con il latte della Lola. Rientrato a casa, sedutomi davanti al camino e salutata la moglie, intenta a setacciare il riso per la minestra, e la figlia, alle prese con il suo primo lavoro a maglia, potrei trovare la forza di accendere la console senza preoccuparmi del tempo che avrò perduto.

]]> https://arsludica.org/2010/10/28/videogiocatore-mainstream/feed/ 34 14358 Chillingo svende, qualcuno esulta pure https://arsludica.org/2010/10/22/chillingo-svende-qualcuno-esulta-pure/ https://arsludica.org/2010/10/22/chillingo-svende-qualcuno-esulta-pure/#comments Fri, 22 Oct 2010 12:11:13 +0000 http://arsludica.org/?p=14578 Per saperne di più]]> E’ stata resa pubblica la notizia che Chillingo, il noto publisher per Apple, Android e J2ME ha venduto per appena 20 milioni di dollari ad Electronic Arts. Si, appena.

In molti hanno considerato la notizia come un segnale stimolante che certifica che i soldi su mobile si possono ancora fare, forse scordando che l’indie ed il casual gaming si è sedimentato da molto tempo (ad inzio millennio e, modestamente, io c’ero) e che PopCap e BigFish non sono certo due start-up appena nate ma due competitor di tutto rispetto, persino per un colosso come EA, che aveva provato a contrastarle, con pessimi risultati, acquisendo il terzo player mondiale: pogo.com, azienda che poche settimane fa è stata definitivamente dissolta.

In realtà analizzando la salute delle start-up che hanno cavalcato questa nuova mini-bolla (ormai esplosa da circa un anno, peccato per chi è arrivato troppo tardi) c’è di che essere scettici: quasi tutte sono sul mercato a prezzi irrisori.

Facciamo un paragone: Zynga, il publisher leader dei web games, è in crisi. La bolla Farmville è scoppiata da tempo, gli utenti sono in calo vertiginoso, ci sono scandali su abusi della privacy, nessuno sa come estrarre soldi dai numerosi iscritti ai loro giochi, eppure Zynga vale venti volte più di Chillingo, con un numero di prodotti che, a paragone, è irrisorio.

Chillingo ha un catalogo di quasi 300 prodotti che, considerando nullo il valore della società, per EA sono valsi circa 65K$ l’uno. Ovvero lo stipendio lordo annuo di un informatico in USA (e secondo IGDA anche di un programmatore di giochi piuttosto bravo). Nel prezzo di vendita di Chillingo però c’è altro: ci sono i suoi dirigenti, i suoi dipendenti, le sedi, le sedie, qualsiasi attrezzatura di proprietà dell’azienda. Spesso si tende a trascurare queste cose ma sono valori molto alti. Realisticamente, forse il valore medio per titolo si aggira attorno ai 30-40K$. Considerarla una svendita, forse, è essere misericordiosi.

Molti dei titoli di Chillingo hanno costi di produzione più alti di tale cifra perché, in definitiva, sono ottimi prodotti. Quello che la gente non sa è che Chillingo è un publisher mobile e spesso “compra” giochi già finiti da terzi, nella fattispecie team di indie developer che hanno speso da qualche mese a qualche anno a formarsi ed autofinanziarsi per arrivare ad avere un prodotto presentabile, perché nel mobile solo i dilettanti scommettono sui concept (anche se ci sono rare eccezioni): c’è troppo poco tempo, le idee sono troppo basilari ed i rischi sono troppo alti per scommettere su qualcosa che ancora non esiste e non può essere venduto domani.

In definitiva Chillingo (nella veste dei suoi proprietari e top manager) da questa acquisizione avrà sicuramente guadagnato qualcosa, avendo girato gran parte dei rischi imprenditoriali agli sviluppatori stessi. Tuttavia la vendita di Chillingo arriva dopo una serie di strategie (forse più scelte di fede) rischiose e poco condivisibili (e chi segue il forum sa bene come la penso): la scommessa su iPad (e la rocambolesca ritirata da tale direzione) si è rivelata infruttuosa ed ha sottratto al publisher risorse preziose che potevano essere investite con maggior anticipo nella promozione su Android, tanto che molti developer hanno scelto la promozione autonoma su tale piattaforma proprio per l’indecisione del publisher. In realtà la scommessa su iPad è costata cara anche ad Apple: con un solo keynote l’azienda ha perso il 6.5% del suo valore proprio grazie agli obiettivi non mantenuti per iPad ed AppStore, che ora è ufficialmente in implosione. Altro evento prevedibile e gestibile, ancora ben lontano dall’essere una crisi, almeno per chi ha 160 prodotti di primo piano in listino.

Rimane poi la questione industriale: perché vendere ad un publisher che fa altro ed ha appena finito di maciullare un colosso come pogo.com? E’ chiaro che in Chillingo la fiducia sul futuro dell’azienda non c’era: nessuno venderebbe una gallina dalle ova d’oro dopo solo una covata.

]]>
https://arsludica.org/2010/10/22/chillingo-svende-qualcuno-esulta-pure/feed/ 3 14578
Frammenti https://arsludica.org/2010/09/29/frammenti/ https://arsludica.org/2010/09/29/frammenti/#comments Wed, 29 Sep 2010 05:00:38 +0000 http://arsludica.org/?p=13832 Per saperne di più]]>

Maghi e palle verdi. Chi poteva pensare che sarebbe finita?

Il mondo dei videogiochi nacque in preda a un delirio utopistico: dinamico, giovane, pieno di idee e di prospettive interessanti per il presente e per il futuro, non sembrava avere limiti. Anche durante la crisi dei primi anni Ottanta, che fermò il mercato ma non certo gli sviluppatori e i loro sogni (erano per lo più ragazzi che producevano i giochi nelle loro case e che non sapevano bene nemmeno come distribuirli, Richard Garriott insegna), non venne meno la capacità del neonato medium di raccontare il mondo “nuovo”. Specchio di una società in cui le sicurezze andavano disgregandosi, i videogiochi diventarono la valvola di sfogo e il vero mezzo di espressione di una generazione che non riusciva più a fronteggiare la realtà nelle forme istituite dalle generazioni precedenti. Il fordismo stava morendo, soffocato da una visione del mondo più individualista e frammentata; e la stabilità globale, dovuta alla Guerra Fredda, stava per lacerarsi irrimediabilmente causando una delle crisi storiche più importanti dell’umanità (ancora la stiamo vivendo).

Le forma d’arte mature, pur riuscendo ad andare più a fondo nell’analisi del periodo storico in corso, non riuscirono a rappresentarlo bene come uno Space Invaders o un Pac-Man; non avevano la potenza iconica di quei piccoli universi di pixel apparentemente così slegati dalla realtà. C’era voglia di anarchia espressiva e di libertà dalla cultura immanente che, paradossalmente, partiva da testi tutt’altro che progressisti come Il Signore degli Anelli o la fantascienza di Isaac Asimov. Molti titoli nascevano dalle esperienze di vita degli autori stessi e le prime macchine (anche) da gioco su cui era possibile sviluppare liberamente erano piene di titoli oggi improponibili e sopra le righe che avevano come protagonisti operai, postini, pittori di appartamenti, ragazzini che affrontavano diversi aspetti della quotidianità e così via. I nemici potevano essere sì fantasmi e mostri assortiti, ma anche la carie e, perché no, la ricerca di un lavoro.

La verità è che, non essendoci modelli da seguire o un mercato da soddisfare a tutti i costi, non c’erano limiti definiti. Lo stesso genere dei giochi di ruolo non nacque da complicati calcoli di mercato di qualche mastodontica multinazionale, ma da gruppi di ragazzi che passavano i pomeriggi a tirare dadi e a perlustrare dungeon abbozzati su dei fogli di carta che esistevano soltanto nella loro fantasia (il genere era così legato alla sua controparte “reale”, ovvero ai giochi di ruolo da tavolo, che spesso il materiale cartaceo che corredava le confezioni dei videogiochi era parte integrante dell’avventura e non era possibile prescinderne per portarla a termine; come spesso non era possibile giocare senza disegnare le mappe dei dungeon a mano o scrivere appunti su appunti per prendere nota di indizi importanti).

Chi definiva i videogiochi alienanti e slegati dalla realtà, non conosceva quei mille universi fatti di ambienti suburbani deliranti o di scuole oppressive che venivano messe a soqquadro in modo liberatorio da bambini che erano tutto tranne che eroi. Si trattava di titoli dotati di una carica ribelle avulsa agli intellettualismi o alla progettualità commerciale. Spesso sembravano realizzati più per sghignazzare tra amici che per cercare approvazione tra la massa dei videogiocatori, la quale, non essendo incasellata in settori di mercato, non esisteva ancora.

A guardarla da un altro punto di vista, molti videogiochi nascevano dalla volontà degli sviluppatori di dimostrare la loro abilità con il codice; erano dei giovanotti eccitati dalla novità che avevano tra le mani e che si preoccupavano relativamente poco di adeguare i contenuti alle aspettative di un pubblico che ancora non esisteva in quanto tale. In fondo, i videogiocatori e gli sviluppatori spesso corrispondevano e non sono pochi i titoli che nascono come variazione di altri soltanto per dimostrare di saper fare meglio.

Non voglio mitizzare quegli anni, dai quali nacquero immani schifezze, ma anche titoli folli e geniali che oggi sono improponibili in un mercato asfittico e basato sulla riproduzione ossessiva di pochi esemplari di rilievo (basta vedere i mille cloni di Gears of War che, nonostante siano evidentemente delle derivazioni prive di creatività, trovano comunque il plauso della critica e del pubblico). Volevo solo ricordare a me stesso che “videogioco” può essere anche una palla che salta in un labirinto di travi di ferro, o un contadino che deve raccogliere delle mele che cadono da un albero. In fondo, sono andate perdute un’infinità di possibilità, nonostante le promesse/marketing dello sviluppo tecnologico.

Articolo già apparso su Babel 25

]]>
https://arsludica.org/2010/09/29/frammenti/feed/ 5 13832
Ho sparato sulla folla! https://arsludica.org/2010/09/22/ho-sparato-sulla-folla/ https://arsludica.org/2010/09/22/ho-sparato-sulla-folla/#comments Wed, 22 Sep 2010 05:00:59 +0000 http://arsludica.org/?p=13654 Per saperne di più]]> Modern Warfare 2 è stato davvero un passatempo sfizioso. Non ci sono cazzi. Bellissimo a vedersi, con grafica ed effetti speciali magistralmente sviluppati, una sceneggiatura degna di Doug Liman ed interpreti che sembrano usciti dai racconti di Alan D. Altieri.

Durante l’azione l’adrenalina scorreva abbondante, i proiettili si sprecavano in un tripudio di armi che nemmanco su di un bastimento carico carico di. Mancava l’Angelina Jolie di turno, ma sotto sotto il Capitano Price sarebbe riuscito a strapparmi anche più di un bacio. Cosa ancor più significativa è che il titolo di Infinity Ward ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani, offrendo a tutti la possibilità di fare strage di [presunti] innocenti, che tentavano inutilmente di sottrarsi alla nostra fredda e cinica volontà omicida, correndo innocui da una parte all’altra dell’aereoporto di Mosca. Wow! erano anni che aspettavo una cosa del genere. Lo leggiamo nei libri, lo vediamo al cinema, lo ascoltiamo tutti i fottuti giorni in quelle prezzolate messe in scena chiamate telegiornali. Perché i videogiochi dovevano esserne privi? Che i giochini elettronici siano forse i fratellini minori di uno star system che vuole monopolizzare morte e pregiudizi? Sia mai. Con questo non voglio insinuare che la violenza debba essere gratuita ed accessibile, ma pretendo che il metro di giudizio sia univoco: siamo ancora lontani da questa par condicio intrattenitiva. La bramiamo come scolaretti che sognano di scoprire cosa indossa la maestra sotto quella gonna mai abbastanza corta, ma non appena qualcuno insinua il dubbio che l’utilizzo del nome Mafia non sia adeguato se adottato da un mediocre videogioco, subito lo si addita come eretico. Bah! Quando si spara si spara, non si parla, diceva Eli Wallach ne Il buono, il brutto, il cattivo. Non capisco perché per i videogiochi non dovrebbe valere lo stesso principio. Ai tempi di Regole d’Onore (William Friedkin, 2000), nessuno gridò allo scandalo perché venivano mostrate le immagini di soldati che sparavano sulla folla. Quale sia la ragione per la quale lo si debba fare dieci anni dopo (gridare, dico) mi è ancora sconosciuta. L’interattività, forse? Al diavolo. Sarebbe come insegnare ai ragazzi di rispettare il limite di velocità in autostrada e poi vendergli automobili che fanno i 200 km/h. Assurdo.

Se proprio proprio avessimo voluto parlare male di Modern Warfare 2 sui giornali, l’unico motivo per farlo sarebbe stato il suo essere un mediocre fps. Ma questa è un’altra faccenda. Del gameplay, oramai, frega niente a nessuno.

]]>
https://arsludica.org/2010/09/22/ho-sparato-sulla-folla/feed/ 11 13654
Priapismo di una mente periconglionita https://arsludica.org/2010/08/09/priapismo-di-una-mente-periconglionita/ https://arsludica.org/2010/08/09/priapismo-di-una-mente-periconglionita/#comments Mon, 09 Aug 2010 06:00:15 +0000 http://arsludica.org/?p=12447 Per saperne di più]]> Adoro le interviste fatte ai guru (ma non solo) dell’industria videoludica. Mi diverto da matti a contare le volte che usano il verbo “excite”. E questo è stato exciting, e quest’altro è stato exciting, e lavorare con tizio è stato exciting perché è exciting lavorare con un professionista (figurarsi con una professionista). Hanno avuto problemi durante lo sviluppo? Sì, ma è stato exciting risolverli. Come sarà il gioco? Exciting, ovviamente. Non credo che nemmeno le pornostar usino questo verbo così spesso. Forse quei vecchi arrapati dei politici italiani… chissà.

Lo so che in inglese il verbo “excite” non ha proprio lo stesso senso di quello italiano, ma fa nulla. In effetti, mi chiedo a che servano certe interviste e se gli idioti non siano i giornalisti videoludici: se vai a chiedere al producer del gioco X come sarà il gioco X, cosa vuoi che ti risponda? Probabilmente si otterrebbero opinioni più interessanti da un barbone ubriaco trovato in un vicolo fuori dalla fiera, ma fa nulla. Fa parte del baraccone e non è il caso di mettersi troppo a discuterne, se si vuole sopravvivere bene.

Quelli che stupiscono di più sono le persone coinvolte direttamente nello sviluppo. Voglio dire, dopo mesi o anni passati a sviluppare un videogioco, ce l’avrai o no una visione della materia? Qualcosa che non sia funzionale al tuo lavoro, intendo. Non so, parlaci di qualcosa di più interessante del voler fare eccitare chiunque con il tuo prodotto. Fino a prova contraria, non è un film porno e nemmeno un derivato del Viagra (o forse sì?).

Finisce che poi uno crede che il game designer, ad esempio, passi il tempo dello sviluppo a spuntare feature scrivendo “exciting” vicino a quelle che lo convincono o che un grafico misuri la qualità di una texture in base alla durata dell’erezione avuta guardandola fissa per qualche minuto (capite perché le girls virtuali sono sempre svestite?). Probabilmente, però, la verità è un’altra: semplicemente parlano per il loro pubblico.

Credo che di argomenti interessanti di cui parlare, riguardo allo sviluppo di un videogioco, ce ne sarebbero parecchi… ma si trattengono perché sanno che non esiste un pubblico desideroso di recepirli o discuterli. Parlano per gente che decide se acquistare un gioco in meno in base alla definizione (Alan Wake gira solo a 720p, ma siamo matti?!? Sullo scaffale) o a fattori spesso “surreali” come le goccioline di sudore sui volti o i fili d’erba mossi dal vento. Insomma, ci considerano dei mentecatti. Sfortunatamente spesso hanno ragione.

Articolo apparso su Babel 24

]]>
https://arsludica.org/2010/08/09/priapismo-di-una-mente-periconglionita/feed/ 1 12447
Kinect e l’ornitoronzo https://arsludica.org/2010/07/22/kinect-e-l%e2%80%99ornitoronzo/ https://arsludica.org/2010/07/22/kinect-e-l%e2%80%99ornitoronzo/#comments Thu, 22 Jul 2010 06:00:21 +0000 http://arsludica.org/?p=12453 Per saperne di più]]>

Il trucco dovrebbe ormai essere noto, ma ci ricaschiamo sempre: prendi l’annuncio e ammantalo di quel fascino tipico dei film di fantascienza. “Il futuro è ora ed è fantastico!” esclama ogni brandello tecnologico visibile sul palcoscenico, ogni pezzo di culo hi-tech che si agita davanti a una platea di invertebrati che si lasciano ammaliare e plagiare come le cellule dal cancro. Lo spettacolo è conosciuto, ma sempre nuovo per come lo si racconta. L’idea è quella di un dio che consegna ai suoi fedeli imbarbariti dal vitello d’oro le nuove tablet della legge, oppure di un’astronave che ci insegna il significato dell’universo, oppure entrambi, se siete fan di Scientology su Facebook… fate voi. C’è sempre qualcosa di rituale nelle presentazioni (vedi Apple che tenta di trasformare in feticcio ogni peto che produce) e, di conseguenza, c’è sempre qualcosa di inconsapevolmente convenzionale nella ricezione di chi si trova dall’altra parte, qualcosa che preesiste all’essere umano e che lo accompagna in ogni sua interazione. I trucchi sono gli stessi di sempre: una formalità di fondo sempre rispettata, donne, fumi colorati e, principalmente, l’attesa della rivelazione. Una nuova forma di messa che fa da sfondo al banale trasformato in eccezionale. Prendiamo Natal, ribattezzato Kinect per l’occasione: quando venne annunciato, nel 2009, venne accompagnato da Milo, il bambino virtuale di Molyneux e soci. C’era qualcosa di mistico nella perdita del controller fisico associata alla massima espressione della vita virtualizzata, immagine complessiva da film di Steven Spielberg con tanto di controluce spinto. In effetti da allora le speculazioni, più o meno filosofiche, si sono sprecate e Natal è stato ammantato di quell’aura che fa tanto new age o divinità da peplum. Ma il tempo passa e il rito si raffredda se non viene ricelebrato e rinnovato nella sua essenza. È a questo che serve l’E3. Purtroppo, nell’imminenza dell’uscita sul mercato, gli uomini del marketing devono mettere a fuoco con più precisione gli obiettivi dei nuovi oggetti e dall’universale sono costretti a scendere nel particolare, abbandonando le pretese metafisiche per scontrarsi con la materia. In questa fase la nuova divinità inizia la sua inevitabile discesa dai cieli e appare sempre più per quello che è, nel caso di Kinect un Wii senza telecomando marchiato da un lag apparentemente insopportabile. Tutte le ipotesi, i dubbi, le paure, le promesse, le speranze vanno a cozzare con la realtà dei giochi di lancio, ovvero delle copie più o meno spudorate di quanto già visto sulla console Nintendo. I filmati di presentazione non sono ambientati nei Campi Elisi ma nei salotti medi americani, quelli con mommy e daddy che giocano con il piccolo Stephen e lo battono nell’ennesimo ping pong virtuale o nella corsa campestre. Tutti sorridono e si divertono nella piacevole inconsapevolezza del mondo di cui la pubblicità permea i suoi fruitori abituali. Ovviamente, non manca il party adolescenziale con ragazze e ragazzi che danzano davanti a un televisore da 50 pollici ridendo in modo sguaiato e con le facce sempre obnubilate dalla felicità, come se vivessero ne Il Mondo Nuovo di Huxley. L’idea è che la Microsoft abbia prima provato a venderlo a un pubblico che non gli interessava affatto perché troppo strutturato per accettarlo, e che quindi abbia preparato la rivelazione per il pubblico per cui la periferica è stata pensata sin dall’inizio, abbandonando ogni pudore. Tanto sono coscienti di trovarsi di fronte a una stampa specializzata che ragiona per pezzi venduti e che manterrà un profilo basso fino all’uscita sul mercato, accompagnata da una stampa generalista che non capisce nulla di quello di cui scrive e che, quindi, limitandosi a copiare i comunicati dei PR, farà passare l’idea di rivoluzione un tanto al chilo su cui la Microsoft punterà per vendere il Kinect. L’unica speranza per il fallimento di questa ennesima deriva rimane l’inerzia mentale degli utenti, quelli conquistati da Nintendo, ovvero la naturale difficoltà di fargli accettare una religione troppo simile a quella di cui sono già diventati adepti…

Articolo apparso su Babel 24

]]>
https://arsludica.org/2010/07/22/kinect-e-l%e2%80%99ornitoronzo/feed/ 1 12453
Ebert, Levine e il complesso d’inferiorità del medium videoludico https://arsludica.org/2010/07/16/egbert-levine-e-il-complesso-dinferiorita-del-medium-videoludico/ https://arsludica.org/2010/07/16/egbert-levine-e-il-complesso-dinferiorita-del-medium-videoludico/#comments Fri, 16 Jul 2010 07:23:34 +0000 http://arsludica.org/?p=12275 Per saperne di più]]> Se non è vero come fatto, lo sarà come simbolo.
(Jeorge Luis Borges, Storia del guerriero e della prigioniera)

di Max Papeschi

Un utente di un altro forum, tale Mr Rud, mi ha segnalato l’intervento di Ken Levine, il designer del primo Bioshock, sulla presa di posizione di Roger Ebert di cui abbiamo parlato tempo fa. Per chi non ricordasse, Mr Ebert affermò perentoriamente che i videogiochi non possono essere arte, scatenando un vespaio. Recentemente è tornato sull’argomento, dopo una serie infinita di commenti ricevuti, e ha fatto marcia indietro dicendo che andrà a giocarsi Shadow of the Colossus e che non può stabilire a priori cosa sia o non sia arte. In questo amplesso di stupidità collettiva, che finora non ha prodotto granché se non chiacchiere da bar, Levine interviene senza nemmeno sfiorare la questione dell’arte, ma sottolineando un fatto che qui su Ars Ludica andiamo affermando da tempo, ovvero che l’industria dei videogiochi soffre di un terribile complesso d’inferiorità rispetto alle altre forme espressive, cinema su tutte:

Jesus, Mary, and Miyamoto! How insecure are we as an industry that we rush to seek validation not from our own peers, not even from creatives in other fields, but from critics in other fields, to tell us if what we’re doing is worthy of notice?

Riassumendo: perché un critico cinematografico dovrebbe essere titolato a dirci se i videogiochi sono arte o meno? Perché non un critico culinario, a questo punto?

Nell’articolo dedicato a Ebert sottolineai come fosse sostanzialmente inutile entrare nel discorso del critico sifdandolo sul suo terreno. Levine cerca di essere più radicale e chiede di dare fuoco alla poetica di Aristotele per dedicarsi a sforacchiare la testa di un amico giocando online. Purtroppo per lui riesce soltanto a creare un tentativo di rimozione che vorrebbe suonare, più o meno, come un “fregatevene e date fuoco alla vecchia cultura”, ma che risulta abbastanza patetico e complessivamente limitato. Dall’autore di Bioshock ci si aspetterebbe qualcosa di più.

Il problema di base è la natura simbolica di qualsiasi fatto umano. Giocando a Shadow of the Colossus posso anche ignorare la sua pretesa artistica, ma una sensibilità minima mi permetterà di cogliere la natura espressiva di molte delle scelte di Ueda. Nel momento in cui si entra nel gioco dei simboli che sottendono a ogni creazione, non è più possibile tornare indifferenti.

Quelli che parlano di “pippe mentali” e invocano un videogioco che sia mero svago commettono un errore fondamentale, ovvero quello di sottovalutare la capacità/prerogativa dell’essere umano di astrarre, che poi è il motore che ha permesso l’evoluzione della civiltà. Se l’essere umano non avesse iniziato a produrre simboli, e le lingue stesse non sono altro che il frutto della simbolizzazione, non sarebbe ancora in grado di accendere un fuoco autonomamente. Negare la possibilità di un’astrazione riflessiva davanti a un videogioco, definirla come una pratica inutile, è tipico della volpe che, non riuscendo ad arrivare all’uva, la disprezza ad alta voce.

Se in molti hanno citato Shadow of the Colossus per contrastare Ebert nella sua negazione delle possibilità artistiche del medium videoludico, significa che quei molti hanno ricevuto dal gioco di Ueda almeno un’impressione artistica, ovvero la visione estetica dell’autore ha permesso una produzione di simboli nella testa del fruitore e ha creato dei significati o, anche, la percezione della volontà del bello come fine non ultimo dell’opera. Tutto sta nel determinare il come, ovvero il linguaggio peculiare usato dal gioco per produrre i suoi simboli e l’efficacia dello stesso, ma questo è un altro paio di maniche. Rimaniamo sul tema.

Ritorniamo al complesso d’inferiorità dell’industria videoludica. Levine lo vede come una cosa negativa, ovviamente, ma non dice come superarlo. L’idea che mi sono fatto è che questa subordinazione mentale rispetto al cinema nasca proprio dalla mancanza di astrazione nel mondo dei videogiochi. Il cinema è un medium che si è sviluppato in modo eterogeneo e che viene sfruttato per dare vita a opere più o meno colte. Difficilmente un critico serio metterebbe sullo stesso piano un film evidentemente pensato come intrattenimento leggero con uno che abbia fini più profondi.

Il discorso critico nato intorno al cinema non si è comunque nutrito solo di cinema. Per anni gli autori hanno dovuto combattere contro la visione comune che li voleva subordinati alle altre arti, arti delle quali molti registi si nutrivano e da cui prendevano spunto. Non per niente Ėjzenštejn, per esporre la sua teoria generale del montaggio, fece ricorso a esempi tratti dalla pittura. È facile dimenticare la fatica che fecero i primi autori per staccare il cinema dalla letteratura. È facile anche dimenticare quanto dovettero scrivere per riuscire a ottenere quell’autonomia che cercavano.

Scrivere, sì. Creare teorie. Studiare le altre opere. Non si limitavano a girare film e a dire “è arte e voi che dite il contrario non capite un cazzo”. Faticavano intorno a quello che facevano e cercavano di renderlo comprensibile. Erano spesso polemici contro certi ambienti chiusi alle novità, ma erano anche fortemente motivati nel dare dignità a quello che facevano. Detto più in generale, hanno creato una cultura del cinema che prescindeva dallo scopo per cui il cinema è nato (mera riproduzione della realtà, stando ai Lumiere, o mero intrattenimento, stando a Melies). Mai si sarebbero sognati di uscirsene con stupidaggini tipo:

To paraphrase the elder Lebowski: The revolution is over, Mr. Ebert. The nerds won.

E mai si sarebbero sognati di pensare di poter affermare il cinema come mezzo espressivo rimanendo spettatori passivi delle loro stesse opere. In questo senso è assurdo chiedersi perché nelle fiere di settore vengano chiamati a parlare personaggi che nulla hanno a che fare con il medium videoludico. È molto semplice: sono autori di medium a cui si riconosce una superiorità dovuta non tanto ai valori economici che produce, ma a una base teorico/culturale vasta e diffusa che ormai permette anche allo spettatore meno colto di cogliere significati nelle pellicole più superficiali. Detto in soldoni, a Spielberg si riconosce il ruolo di maestro della sua arte e come tale viene trattato… perché il cinema ha combattuto per farsi considerare arte. Se i primi autori avessero detto: “Sticazzi, abbiamo vinto perché facciamo strappare più biglietti del teatro e tutto il resto sono pippe mentali” di che cinema parleremmo oggi?

Le uscite alla Levine fanno effetto ma sostanzialmente non dicono nulla. Anzi, sono la reazione tipica di chi il complesso d’inferiorità lo soffre ancora in modo brutale e, non sapendo come superarlo, può solo diventare arrogante scuotendo la testa. Insomma, quello che fanno i bambini e gli adolescenti che, avendo perso ogni senso del mondo, tendono a distruggere e a rifiutare tutto.

]]>
https://arsludica.org/2010/07/16/egbert-levine-e-il-complesso-dinferiorita-del-medium-videoludico/feed/ 21 12275
La morte sua https://arsludica.org/2010/07/13/la-morte-sua/ https://arsludica.org/2010/07/13/la-morte-sua/#comments Tue, 13 Jul 2010 05:00:24 +0000 http://arsludica.org/?p=12154 Per saperne di più]]> Il recente appuntamento dell’E3 ha dimostrato che il PC, come piattaforma di gioco tout court, sta agonizzando. Non si è fatto che parlare di Kinect, Move e 3DS: parole che sono suonate come i rintocchi delle campane che, alle ore 15.00 di tutti i venerdì feriali, ricordano ai cristiani la morte di Gesù. Agli “accaniti del mouse”, inutile girarci intorno, sono rimaste solo le briciole di un mercato che, fino a pochi anni fa, era di loro esclusiva competenza. Nel mio essere “politically scorrect”, non posso che sorridere di fronte all’ostinazione con cui alcuni amici continuano ancora a difendere l’esperienza di gioco su PC, additandola come l’unica degna di essere vissuta.

Eppure, se ipotizzassimo un futuro videoludico in cui Blizzard e gli FPS online scomparissero, ci sarebbe da chiedersi quali titoli giustificherebbero l’acquisto di quegli ingombranti, costosissimi e rumorosi cabinet, che infestano le nostre scrivanie da un paio di decenni. Rispondere a questa domanda con la parola “Crysis”, non farebbe che amplificare l’assurdità di una così strenua difesa. Pare, infatti, che i ragazzi di Crytek, fino a ieri ultimi alfieri dello sviluppo innovativo ed esclusivo per PC, abbiano realizzato il seguito tenendo conto dei limiti tecnici imposti dalle console dell’attuale generazione. Per abbracciare l’utenza console, infatti, è stato ideato un tool di sviluppo che modifica in tempo reale quello che viene concepito nell’editor, rendendolo immediatamente compatibile con l’hardware di ciascuna piattaforma. Che la mossa sia stata imposta da EA o dal potenziale economico espresso dall’enorme base di 360 e PS3 installata, questo è irrilevante. Permane il fatto che l’industria del “mouse e tastiera”, vacillando anche laddove si era in presenza di un primato tecnologico inviolabile, stia vivendo un periodo davvero buio. Uno di quelli da cui sarà difficile rialzarsi.

È opinione di alcuni che ipotizzare la fine del gaming su PC sia non solo prematuro, ma anche fuori moda. Un po’ come quando si scrive che le avventure grafiche sono morte: lo si ripete da anni e puntualmente si viene smentiti. Ciò nonostante, per quanto sarebbe più corretto parlare di un’evoluzione del modo di giocare e di fruire i contenuti su PC, personalmente ritengo che l’atteggiamento remissivo delle software house, che hanno rinunciato alla guerra del “chi c’ha i requisiti minimi più alti”, sia un altro segnale estremamente negativo: impossibile non tenerlo in considerazione. Sembra che nessuno, infatti, sia più disposto a rischiare di non riuscire a rientrare nelle sempre crescenti spese necessarie allo sviluppo di un videogame. I grandi publisher, ormai, si impongono con autarchia deprimendo qualunque spinta propulsiva che non garantisca ampi margini di guadagno.

Vedremo cosa riusciranno a fare i prossimi Starcraft 2 e Diablo 3, che tutti noi stiamo attendendo da troppo tempo. Nel temere che non saranno sufficienti ad invertire l’abituale tendenza di investire sempre e solo nel mercato del “sofà entertainment”, mi chiedo se la strategia dell’”uscire solo quando saremo pronti” non rischi di fare troppe vittime tra quelli che si sono stancati di aspettare.

]]>
https://arsludica.org/2010/07/13/la-morte-sua/feed/ 34 12154
Sognando PSP2 https://arsludica.org/2010/07/02/sognando-psp2/ https://arsludica.org/2010/07/02/sognando-psp2/#comments Fri, 02 Jul 2010 05:00:17 +0000 http://arsludica.org/?p=11879 Per saperne di più]]> Dopo aver assistito all’ennesima discussione tra amici riguardante l’apparentemente inevitabile morte della PSP, mi sono reso conto di essere rimasto uno dei pochi a sostenere che la console portatile di Sony, se opportunamente modificata, avrebbe ancora qualche chance di sopravvivere. A mio avviso, infatti, è possibile ipotizzare una PSP2 capace di conquistarsi un posto d’onore tra il 3DS e l’iPhone. Quest’ultimo, per quanto lontanissimo dall’idea di handled che ho maturato sino ad oggi, si sta imponendo sia per la quantità di software prodotta che per quella dei quattrini movimentati e, nonostante io lo schifi fortemente, non posso evitare di prendere atto del suo successo e considerarlo come uno dei rivali sul mercato. Ora: volendo giocare al gioco del console designer e fingere di aver assunto l’incarico di ripensare ciascun aspetto riguardante la piccola portatile di Sony, quali modifiche apporterei?

1 – SOFTWARE

Per prima cosa dovrei individuare quegli aspetti che mi hanno impedito di sfruttarla fino in fondo. Premesso che sulla mia libreria hanno trovato spazio più di cento UMD, è innegabile che il più grande difetto della PSP risieda proprio nel parco software, inspiegabilmente ancorato alla fallace idea che “mettere la grafica della PS2 in una console portatile è cosa buona e giusta”. Ecco: no. I motori 3D con cui sono stati sviluppati la quasi totalità dei titoli in mio possesso hanno portato a risultati estetici davvero discutibili, e vedere l’ostinazione con cui le software house hanno cercato di sfruttare la superiorità tecnologica dell’hardware Sony, senza mai realmente riuscirci, è una cosa che mi ha dato ancora di più il voltastomaco. Per non parlare delle meccaniche da salotto proposte dalla maggior parte dei giochi che ho provato. Ma insomma! Non ci vuole certo un cervello in fuga per capire che il gameplay di una console portatile deve essere al servizio dell’immediatezza e della massima fruibilità. In questo senso, fortunatamente, ci sono alcuni prodotti che potrebbero essere presi come apripista e grazie ai quali riflettere su cosa e come comportarsi, prima di iniziare a sviluppare per una ipotetica PSP2. Parlo di giochi come Patapon, Locoroco, Crush, Exit o EchoCrome, passibili di essere giocati in maniera semplice e veloce, anche senza l’ausilio di doppi schermi o costosissimi pennini che immancabilmente andrebbero perduti. Volendo citare anche un esempio di cosa NON si dovrebbe fare, basterebbe nominare l’affascinante e dettagliatissimo R-Type Tactics, talmente ricco di feature ed opzioni da risultare ingiocabile se si ha a disposizione solo l’ora e mezza che quotidianamente trascorro sui mezzi di trasporto pubblico.

2 – CUSTODIA

In secondo luogo affronterei il problema della scomodità con cui si trasporta e si maneggia la console. Sembra un particolare ridicolo, ma se ci pensate bene, la possibilità offerta dal DS di chiudere baracca e burattini senza aver paura di rovinare o rompere tasti e schermo è una cosa che, nella frenesia dei momenti in cui si utilizzano le handled, fa la differenza. Penso a tutte le volte in cui sull’autobus/metro/treno mi sono dovuto arrangiare tra borse, zaini, cuffie e chiavi con una sola mano, perché con l’altra ero attento a non rigare o frantumare la mia Fat. Confesso di aver provato diversi tipi di custodia. Tuttavia non sono ancora riuscito ad individuare quella capace di offrirmi la comodità necessaria a riporre la PSP e dribblare le persone che viaggiano costantemente davanti all’uscita dei mezzi pubblici, senza perderne alcun pezzo facendolo. Se ne avessi il potere, quindi, doterei la nuova console di una maschera simile a quella pensata per l’iPad, disegnata appositamente per proteggere e servire da supporto durante la visione di filmati o fotografie.

3 – MULTIMEDIA

Sono sicuro di sfondare una porta aperta nell’affermare che la funzione di portable media center faccia acqua da tutte le parti. Formati audio e video non supportati, pulsanti scarsamente intuitivi e che spesso vengono cliccati per errore (causando l’interruzione della riproduzione), un volume eccessivamente basso, dei menù macchinosi e poco funzionali… Insomma: una merda (si può dire?). Non addentriamoci poi nel discorso browser per internet, che già li vedo tutti quelli che, al day one, si son fatti le pippe pensando alla figata di accedere alla rete con la propria console e che oggi imprecano in latino contro quel sistema di inserimento lettere, “che anche un analfabeta avrebbe potuto pensare in maniera più intelligente“. Che fare, quindi? Semplice: abbattere le barriere legate al supporto di formato e inserire sulla scocca una serie di piccoli tasti in rilievo, attraverso i quali impartire ordini di riproduzione univoci (similmente a quanto fatto per i primissimi telecomandi di cui erano dotati i Walkman® di ultima generazione, sul finire degli anni’90). Per quanto riguarda il Wi-Fi e l’ovvia scocciatura causata dall’assenza di una tastiera, mi chiedo se non sarebbe dannatamente più comodo utilizzare un sistema come quello introdotto da Beyond Good & Evil, dove lo scorrere dei caratteri, disposti in ordine lungo una spirale infinita, era affidato unicamente alla semplice rotazione dello stick analogico. Non sarà cool quanto un touch screen, ma comunque meglio di quanto fatto sino ad ora (iPod escluso).

4 – CHINCAGLIERIE

Sorvolando sulla necessità di una porta USB e di una memoria interna capiente quanto quella offerta dalla PSP Go, troverei quanto meno necessario che il futuro gioiellino di casa Sony fosse dotato (di default) di due batterie intercambiabili e un trasformatore, capace di caricarle entrambe o alimentare direttamente la console durante la visione di filmati o fotografie. Chiedo troppo? Forse sì, ma troppo spesso ho desiderato di non dover più pianificare le ricariche o controllare quanto tempo mi restasse prima dello stand-by forzato. Inoltre, è indispensabile che il Playstation Store offra la possibilità di scaricare non solo giochi e demo, ma anche applicazioni ufficiali e homebrew, senza porre eccessivi vincoli alla sperimentazione tipica che i dispositivi portatili hanno dimostrato di subire (attraendo inevitabilmnte un pubblico sempre più ampio di smanettoni e fanatici del self made).

A questo punto mancherebbe solo di concordarsi sul prezzo di lancio, che difficilmente sarebbe abbastanza competitivo da giustificare l’acquisto di una console che, ormai, tutti danno per morta e sepolta. Nessuno sembra più disposto ad investirci nemmeno un euro e il clamoroso flop della Go dimostra che questo articolo, molto probabilemte, è arrivato troppo tardi. Peccato, Jeff Madar, io c’avevo creduto!

]]> https://arsludica.org/2010/07/02/sognando-psp2/feed/ 21 11879 E3, post mortem https://arsludica.org/2010/06/29/e3-post-mortem/ https://arsludica.org/2010/06/29/e3-post-mortem/#comments Tue, 29 Jun 2010 09:47:02 +0000 http://arsludica.org/?p=11852 Per saperne di più]]>

Foto di Permanently Scatterbrained

Ho seguito poco l’E3 perché è una manifestazione angosciante. Prima della fiera sono tutti lì ad ammiccare promesse mirabolanti di annunci shock che, regolarmente, non ci saranno. È da qualche anno che all’E3 non viene annunciato nulla, nuove console comprese. L’E3 vive di autoreferenzialità e tenta di trasformare in evento qualcosa che evento non è. Prendiamo il 3DS di cui eravamo a conoscenza da mesi o i vari Move e Kinect che hanno solo confermato tutte le impressioni (negative) dei mesi precedenti. Da bravi videogiocatori finiamo sempre a parlare del nulla mentre il medium mostra evidenti segni di stagnazione.

Ad esempio è stato notato, ma poco sottolineato, che la maggior parte dei titoli maggiori portati in fiera erano sparatutto all’apparenza piuttosto banali. Quanti ‘Call of Duty’ sono stati mostrati? E quanti ‘Gears of War’? Ho perso il conto. A stupire è la reazione esaltata di quelli che, davanti a cloni di cloni, ancora riescono a spendere parole di giubilo, manco fossero dei PR.

Qualcuno mi dirà che, in fondo, c’era Nintendo. Ma cari ragazzi, Nintendo è parte del problema, non la soluzione. Nel senso che coerentemente con le ultime fiere è riuscita a stupire più dei concorrenti diretti, ma lo fa puntando sempre su un repertorio ben strutturato che ormai si porta dietro da diversi decenni. Poco male se ne esce fuori un Super Mario Galaxy, ma siamo sempre lì ad attendere il prossimo Mario per ridefinire gli standard e per cantarne le lodi. Lo stesso discorso è fattibile per l’ennesimo Zelda, l’ennesimo Kirby e l’ennesimo Metroid. Sono sicuro che saranno tutti giochi bellissimi, ma sono sempre parte dello stesso pantheon che ci portiamo dietro dagli anni ottanta e che da allora non hanno fatto mezzo passo in avanti a livello di immaginario, maquillage tecnologico a parte.

È come se il mondo dei videogiocatori cosiddetti hardcore sia stato congelato in una serie di diapositive e che tutto quello che viene considerato ‘nuovo’ sia in realtà un eterno ritorno senza alcuna prospettiva di futuro.

Siamo vittime di un immenso conformismo che ci spinge a celebrare costantemente ciò che eravamo ricercandolo nei prodotti di oggi. Dietro un apparente cinismo non riusciamo a scardinare nessun discorso, ripetendolo all’infinito. Siamo stanchi del passato perché non lo abbiamo mai superato veramente, ma per non apparire patetici non possiamo che dissimularne il disprezzo. Così eccoci a celebrare la gloria dell’ennesimo travestimento della nostra infanzia, eternamente in attesa come tanti Giovanni Drogo, ormai assuefatti alla vista del deserto.

La critica videoludica è il volto kafkiano di questa stasi. Diventata scarafaggio e persa nelle sue eterne contumelie di nessun conto, auspica il cambiamento ma non fa nulla per incarnarlo, sapendo bene che fare un passo in avanti comporterebbe uno sforzo collettivo sovrumano e il rischio d’incomprensione con i lettori. E così, anche quest’anno, ci siamo dovuti sorbire report scritti da fanboy per fanboy, che non dicono nulla e che sono parola nata morta. Il copione è stato rispettato alla grande e le maschere di serietà e professionalità sono state indossate al momento giusto. Come al solito i danni collaterali sono incalcolabili, ricordando che lì dove puoi leggere più volte la parola cambiamento, c’è qualche Gattopardo di troppo.

]]>
https://arsludica.org/2010/06/29/e3-post-mortem/feed/ 47 11852
I videogiochi sono arte? https://arsludica.org/2010/06/22/i-videogiochi-sono-arte/ https://arsludica.org/2010/06/22/i-videogiochi-sono-arte/#comments Tue, 22 Jun 2010 08:06:37 +0000 http://arsludica.org/?p=11801 Per saperne di più]]> Già una volta parlai di come nel mondo del cinema non si è arrivati mai a dire “il cinema è arte” in modo perentorio e definitivo, ma ci fu un lavoro di travaso, per certi versi favorito dal clima culturale dell’epoca, che affermò il cinema come arte attraverso un percorso fatto di opere e testi critici. Ovviamente non mancarono i detrattori che non ammettevano il fatto di associare la parola arte al nuovo medium o che, pur accettandone la possibilità, vedevano il cinema come un’arte minore rispetto alle arti classiche, soprattutto alla letteratura. Non mancarono anche le voci di quelli che volevano lasciare il cinema nel suo status di “forma tecnologica di intrattenimento”, relegandolo a curiosità per le masse borghesi desiderose di evasione.

Facendo un salto indietro, chi direbbe oggi che lo stesso successe con il romanzo? Attenzione, non con la letteratura, ma con la forma letteraria del “componimento narrativo in prosa storico o inventato imperniato sulle vicende di uno o più personaggi”, per dirla con il dizionario Garzanti. Questa non è la sede per fare la storia del cinema o della letteratura. Quello che ci serve di sapere è che, preso come valido il principio secondo il quale ogni nuova forma di espressione, nel cercare di affermarsi come tale, trova resistenze da parte della società e che le tesi contrarie si basano in primo luogo sul confronto con l’esistente, non possiamo sperare che i videogiochi riescano a mettere in evidenza le loro potenzialità espressive senza la gestazione di un discorso critico più articolato.

Di che tipo di critico abbiamo bisogno? Per dirla come Umberto Eco: “chi parte con un giudizio prefissato e imposto al lettore non è un critico ma una sorta di carabiniere o venditore (a scelta) dell’arte. È che il critico, lo si era detto, alla fine del processo critico deve elaborare una categoria, proporre un modello da accettare in cambio della lettura analitica che permesso, risolvere in una formula operativa l’opera che ha aiutato a vedere in tutta la sua complessità di congegno; e questa categoria sta al di fuori dell’opera perché è verbale, e come tale permette alla critici di <> le opere d’arte, la loro successione storica, il gioco delle influenze e delle leggi a cui soggiacciono.”*

Aggiungo io che il compito del critico videoludico, in questa fase, è quello di sbagliare, ovvero quello di rischiare proponendo modelli che siano un principio d’ordine, per quanto fallace, che avvii un dibattito serio interno al nostro mondo, cercando di aprirlo agli altri mondi. Quello che è già avvenuto a livello economico e commerciale, dovrebbe diventare un fine anche a livello culturale, in modo da stabilire contatti di reciprocità con gli altri media, uscendo dal gioco delle gerarchie.

Per farlo bisogna in primo luogo evitare le definizioni facili, che nascondono sempre la ricerca di gratificazione personale. Lo scopo primario è il dare forma a ciò che finora è lasciato a livello di mera intuizione, ovvero rendere intellegibile verbalmente la percezione di un senso profondo che si può avere di fronte a un videogioco, pur rischiando di limitarlo.

Non bisogna necessariamente costruire da zero, ma è possibile lavorare partendo dalle sensibilità individuali per cercare di farle confluire in una visione più articolata e globale. L’unica vera urgenza è quella di smetterla di spacciare i videogiochi, pur riconoscendone la natura, come un fatto meramente matematico; ovvero bisognerebbe piantarla di scomporli in minimi comuni multipli lì dove a contare è il quadro generale, che produce il suo senso nella mescolanza inscindibile dei suoi elementi.

Bisogna iniziare a concepire un videogioco come un flusso di informazioni espressive o funzionali legate tra loro le quali, prese singolarmente, diventano altro e non fanno più parte dell’opera complessiva. Insomma, bisogna abbattere a picconate la via adolescenziale del giudizio ormonale nato negli anni ottanta, quando i videogiochi venivano visti in primo luogo come un fatto tecnico e si esprimevano giudizi pensando soprattutto alla qualità del codice.

*(da: P. Consagra, U. Mulas, Fotografare l’arte, Fratelli Fabbri, Milano 1973)

Articolo già apparso su Babel 23

]]>
https://arsludica.org/2010/06/22/i-videogiochi-sono-arte/feed/ 21 11801