I videogiochi non sono arte

Normalmente, quando si nega una possibilità in modo categorico, si rende manifesta la paura che la stessa si verifichi o che sia già un dato di fatto. Roger Ebert, critico cinematografico del Chicago Sun-Times, afferma per la seconda volta che i videogiochi non sono arte e lo fa rispondendo a un video messaggio inviatogli da Kellee Santiago, designer e producer di videogiochi che ha fondato thatgamecompany, a cui dobbiamo Flow e Flower, due titoli acquistabili sul PlayStation network. Il problema dell’artisticità del medium videoludico è nata praticamente con lo stesso e da anni se ne dibatte in modo purtroppo approssimativo, per quanto acceso. Commentando l’articolo di Ebert in molti hanno cercato di rispondere ai punti da lui sollevati commettendo un errore madornale: scendere sul suo stesso campo. Il problema non è tanto quello di capire se Ebert abbia o meno ragione, perché all’interno del suo discorso, ha assolutamente ragione. Non potrebbe essere altrimenti.

Cerchiamo di comprendere con chi abbiamo a che fare: Roger Ebert è un critico colto che ha scritto diversi libri (saggi e altro) e che negli Stati Uniti è una figura piuttosto influente (altrimenti non si spiegherebbero reazioni simili ai suoi articoli). Diciamo quindi che il nostro è in grado di creare un discorso coerente in cui le sue affermazioni sono vere, anche quando sono discutibili. Volerlo attaccare dall’interno della sua logica, senza avere una preparazione adeguata, è come pretendere di conquistare la Cina attaccandola con degli aerei di carta. Il fallimento è sicuro, e infatti sono fallimentari le risposte che il popolo dei videogiocatori ha contrapposto alle sue tesi.

Non è difficile immaginare Ebert che se la ride leggendo commenti di bambinetti sciocchi che cercano di convincerlo di quanto si sbagli chiedendogli di giocare con questo e quell’altro titolo, così come non è difficile immaginare che un critico minimamente preparato possa demolire una definizione d’arte presa da Wikipedia aggiungendo semplicemente un paio di virgole. Quando ci si contrappone sulle definizioni, basta averne una in più dell’avversario per annullarlo. L’arte poi, perché pretendere di definirla? Il critico è cosciente di questa impossibilità e gioca sulle definizioni per mettere in difficoltà gli interlocutori, oppure semplicemente per ridicolizzarli.

Ebert conosce i suoi polli e inizia l’articolo con la foto di un bambinetto occhialuto che si esprime in una smorfia tenendo in mano un joypad, dichiarando di fatto che già conosce la maggior parte delle risposte che arriveranno al suo articolo, inquadrandone gli autori nel modello di un videogiocatore ideale molto standardizzato, ma molto riconoscibile. A questo punto è possibile saltare completamente l’articolo, perché è già intuibile cosa verrà detto. Molto più interessanti sono i commenti degli utenti che, soprattutto quando completamente critici contro l’autore del pezzo, non fanno altro che validarne le tesi.

Perché? In primo luogo perché nella maggior parte dei casi si limitano a fornire tesi banali e approssimative, che fanno parte più di un sentire comune che di una visione culturale precisa. Quando Charlene scrive “popular history has turned hundreds of perfectly conventional artists into rebels simply because they were good”, afferma una banalità più o meno condivisibile, ma assolutamente priva di peso nel discorso. Oppure, quando Wariofart scrive “I disagree, but that is the nature of opinions” non fa che dare forza a Ebert perché nel suo testo apparentemente in antitesi con quello principale, manca completamente un’opinione forte a cui fare riferimento. Gli esempi fattibili sarebbero molti altri tra i più di tremila commenti ricevuti dal pezzo, ma dovrei essere stato abbastanza chiaro.

Entrare in un mondo complesso come quello dell’arte, pretendendo di dire la propria partendo da concetti banali e fini a sé stessi come “l’arte deve emozionare” o “l’arte è pura espressione”, rende di fatto impossibile portare avanti un dialogo che non si trasformi in uno stillicidio. Ognuno di noi può pensare che i videogiochi siano arte o meno, ma non è questo il problema. Il problema, paradossalmente, è proprio quello sollevato da Ebert:

Why are gamers so intensely concerned, anyway, that games be defined as art? Do they require validation? In defending their gaming against parents, spouses, children, partners, co-workers or other critics, do they want to be able to look up from the screen and explain, “I’m studying a great form of art?” Then let them say it, if it makes them happy.

Ovvero, perché è importante arrivare ad affermare la possibilità che i videogiochi siano arte? Per non sembrare degli idioti che passano le ore a fare qualcosa di completamente inutile davanti a uno schermo? Se questo fosse il motivo, allora Ebert avrebbe inesorabilmente ragione e si spiegherebbe anche la debolezza di chi cerca di portare avanti il discorso contrario.

Il problema rimane aperto: come contrapporsi a tesi del genere che, per quanto odiose (ma lecite e stimolanti), sono comunque molto diffuse? Riprendendo la frase che ho scritto all’inizio dell’articolo, direi sviluppando un discorso coerente che sia alternativo a quello di un Ebert qualsiasi e che vada a prendere forza da concetti nuovi e da una visione a trecentosessanta gradi dei videogiochi. Se non si può o non si vuole seguire una strada del genere, gli Ebert avranno sempre ragione perché la forza delle loro argomentazioni non ha solo una natura intellettuale, ma risiede nella naturale propensione dell’uomo a conservare l’esistente. La verità è che la crisi di certe posizioni è evidente, bisogna soltanto saperla sfruttare e ampliare. La pigrizia e l’inerzia dei videogiocatori è, in tal senso, l’arma migliore a disposizione di qualsiasi critico avverso al medium videoludico.

L’articolo di Roger Ebert: CLICCA

99 comments on “I videogiochi non sono arte

  1. Il discorso narrativo “in senso” lato, ossia il resoconto delle azioni del giocatore, è qualcosa a cui tengo molto. Certo, è un po’ difficile scrivere un libro su Turrican senza romanzarlo di brutto, ma se io vengo a raccontarti com’è Turrican, ti parlo in prima persona (o in seconda, dipende) dicendoti “ho fatto questo, poi è successo questo”. Penso che sia una parte fondamentale del videogioco; se avete definito la narrazione del cinema “per immagini” (ma in fondo ci sono quasi sempre i dialoghi a far rientrare nella definzione il contesto narrativo) quella del videogioco è “per eventi”.

    Comunque sia, è relativamente facile nei film trovare una morale, un messaggio (molti film sono tra l’altro tratti spesso e volentieri da romanzi), nel videogioco quale sarebbe la morale o il messaggio di certi titoli? Perché “comunicare un messaggio” è molto importante per l’arte in genere. Solito discorso, un qualche tipo di messaggio va bene per i titoli che possiedono una trama portante, ma per generi come simulazioni, puzzle o cose simili questa finalità non esiste.

    O se c’è è provocatoria: penso ai giochini in flash di Molleindustria, con messaggi belli potenti ma con una struttura di gioco in fondo minimale, a mio parere i giochi in flash stanno ai videogiochi “normali” come gli spot stanno al cinema.

    Grosso limite per l’arte nel videogioco: come sappiamo la stragrande maggioranza delle produzioni videoludiche è destinata a un pubblico non adulto, per cui anche nei titoli di maggiore spessore narrativo non abbiamo né la complessità né la maturità della narrazione cinematografica, tantomeno quella di un romanzo.

    Non siamo “noi” ad accontentarci. Poi dipende, magari acquistate più videogiochi al mese, ma io ho smesso di contribuire in modo costante all’industria del videogioco con la fine della PlayStation 1.
    Il target sta leggermente cambiando, ma in fondo è sempre quello: teenager o poco più.
    E noi possiamo solo pretendere qualcosa di più dal punto di vista dei contenuti.

  2. P6 wrote:

    che il cinema vada tenuto dentro non mi pare tanto palese. prima di tutto il cinema come il teatro è una rappresentazione. poi c’è il montaggio, che è un linguaggio astratto, e allora possiamo parlare di narrazione (ibrido narrazione-rappresentazione?)

    Guarda che stai dimenticando che al cinema, a differenza del teatro, gli attori non sono lasciti soli a produrre il senso tel testo, ma sono osservati attraverso uno “sguardo”, ovvero attraverso la macchina da presa che organizza la rappresentazione. Decide cosa far vedere e come farlo vedere. Inoltre l’istanza narrante nel cinema può regolare il flusso delle informazioni diegetiche e, attraverso il montaggio, (che non è più “astratto” della scrittura), manipolare lo spazio ed il tempo attraverso un processo di selezione e ricombinazione (esattamente come avviene, ad esempio, in un romanzo). Dunque al cinema esiste una narrazione, non c’è solo la rappresentazione. Aggiungo che tutti i processi che rendono possibile la narrazione al cinema sono perfettamente replicabili in un videogioco a cui va però aggiunto lo specifico dell’interazione che, ovviamente, come hanno già detto anche gli altri, può essere una complicazione o (come penso io) un arricchimento.

  3. Brumaio wrote:

    Guarda che stai dimenticando che al cinema, a differenza del teatro, gli attori non sono lasciti soli a produrre il senso tel testo, ma sono osservati attraverso uno “sguardo”, ovvero attraverso la macchina da presa che organizza la rappresentazione. Decide cosa far vedere e come farlo vedere. Inoltre l’istanza narrante nel cinema può regolare il flusso delle informazioni diegetiche e, attraverso il montaggio, (che non è più “astratto” della scrittura), manipolare lo spazio ed il tempo attraverso un processo di selezione e ricombinazione (esattamente come avviene, ad esempio, in un romanzo). Dunque al cinema esiste una narrazione, non c’è solo la rappresentazione.

    e che ho detto io?

    P6 wrote:

    (ibrido narrazione-rappresentazione?)

  4. @ Mario Morandi

    non la capisco questa storia. hai detto che ci sono gli eventi. ok. però io devo pure interagire con questi eventi, e se interagisco vuol dire che li influenzo.
    ve lo ripeto, oltre ai filmati (che sono un pò come la voce fuori campo al cinema: un espediente per scimmiottare altri mezzi di espressione) se vuoi una trama controllabile devi ostacolare la libertà del giocatore. a quel punto perchè non un bel romanzo o un film??
    poi, oh, io parlo da appassionato delle avventure lucas, però non posso nascondere che monkey island (capolavoro) ha infilato il genere in un vicolo cieco. c’è un sacco di cinema di impianto molto teatrale che è anche ottimo cinema, però se come voleva qualcuno fossimo rimasti fermi al teatro filmato sarebbe stato un bello spreco di potenzialità.

    e poi che è sta storia del messaggio e dell’arte che ha bisogno della morale alla fine sennò non è arte? devo sentirla ancora? ma dai…

  5. Per quel che mi riguarda, io ci terrei a che i videogiochi venissero considerati arte. Il fatto è che non riesco a definire in maniera oggettiva che cosa sia Arte e cosa no (ovviamente, come tutti, posso semplicemente dire cosa sia per me l’arte, ma non importerebbe a nessuno) e quindi preferisco parlere dei singoli videogiochi e delle loro qualità negli ambiti che più mi interessano (che, come ormai si sarà capito, non riguardano nè il gameplay nè il level design 🙂 )

  6. P6 wrote:

    ibrido narrazione-rappresentazione?

    Hai ragione, lo avevi detto, ti chiedo scusa, avrei dovuto fare più attenzione. Quella cosa del montaggio come linguaggio astratto, però, non l’ho capita.

  7. Allora P6, secondo te io avrei scritto…

    “…arte che ha bisogno della morale alla fine sennò non è arte?”

    Quando invece ho scritto:

    “comunicare un messaggio” è molto importante per l’arte in genere.

    Non è esattamente la stessa cosa… secondo me il fatto di non poter/voler veicolare il messaggio non preclude il discorso artistico, PERO’ è importante per l’arte in genere poterlo o volervo fare, e penso sia un discorso condivisibile. Quando poi tiravo in ballo questo concetto mi riferivo molto anche al fatto di “arte” accettata da tutti.

    Io penso che la maggioranza delle persone attribuisca molta importanza al discorso di cui sopra (v. il cliché “giochini stupidi”, che putrippo nella maggior parte dei casi funziona pure).

  8. Boh, altre definizioni.
    Secondo il Garzanti, la narrazione è:
    1 il narrare; il modo del narrare: dare inizio alla narrazione; una narrazione molto vivace
    2 ciò che è narrato; racconto, storia: una narrazione fantastica; un libro di narrazioni mitologiche
    Narrare:
    v. tr. esporre un avvenimento con ordine e ricchezza di particolari:

    Non so se davvero ci debba essere, un autore con il controllo totale, ma in ogni caso questo nei videogiochi c’è da sempre, se andiamo a vedere la “macro storia” (Bowser rapisce la principessa, Mario gli spezza le reni e la salva). Poi ogni giocatore diventa narratore della propria storia andando a modificarne i dettagli. Questo rende il videogioco un mezzo “non narrativo” o magari sancisce il videogioco come un mezzo tramite il quale è possibile avere un tipo di narrazione diversa da altre?

    Fra l’altro, Super Mario Bros era un gioco castrato perché se non salvavi la principessa c’era il game over?

  9. Mario Morandi wrote:

    Comunque sia, è relativamente facile nei film trovare una morale, un messaggio (molti film sono tra l’altro tratti spesso e volentieri da romanzi), nel videogioco quale sarebbe la morale o il messaggio di certi titoli? Perché “comunicare un messaggio” è molto importante per l’arte in genere. Solito discorso, un qualche tipo di messaggio va bene per i titoli che possiedono una trama portante, ma per generi come simulazioni, puzzle o cose simili questa finalità non esiste.
    O se c’è è provocatoria: penso ai giochini in flash di Molleindustria, con messaggi belli potenti ma con una struttura di gioco in fondo minimale, a mio parere i giochi in flash stanno ai videogiochi “normali” come gli spot stanno al cinema.

    Beh, questo rientra sempre nel discorso della grande varietà di tipologie offerte dal videogioco. È chiaro che non ti puoi aspettare messaggi particolari da un FIFA o da un puzzle game, al di là di qualche bella eccezione non necessariamente “nascosta” (penso a World of Goo, che pur essendo un puzzle game e un grosso successo commerciale riesce a raccontare una semplice storia e a comunicare un messaggio ben preciso senza rinunciare a un gameplay di buon livello)

    I giochini in flash (e in generale la scena indie) si potrebbero in alcuni casi paragonare anche ai cortometraggi, o agli esperimenti di videoarte. Ed è fra l’altro un ambito in cui si sperimenta molto e si vedono produzioni pensate per i target più disparati. Il vero problema sono le grandi produzioni, che a parte rari casi puntano tutte allo stesso tipo di pubblico.

    Mario Morandi wrote:

    Grosso limite per l’arte nel videogioco: come sappiamo la stragrande maggioranza delle produzioni videoludiche è destinata a un pubblico non adulto, per cui anche nei titoli di maggiore spessore narrativo non abbiamo né la complessità né la maturità della narrazione cinematografica, tantomeno quella di un romanzo.

    Non siamo “noi” ad accontentarci. Poi dipende, magari acquistate più videogiochi al mese, ma io ho smesso di contribuire in modo costante all’industria del videogioco con la fine della PlayStation 1.
    Il target sta leggermente cambiando, ma in fondo è sempre quello: teenager o poco più.
    E noi possiamo solo pretendere qualcosa di più dal punto di vista dei contenuti.

    Il problema, mi permetto è sicuramente di target, ma non solo. Il problema è anche la gente che li crea, i videogiochi. Gente che non ha proprio la capacità di realizzarla, una narrazione di spessore. Gente convinta che “gioco adulto = sesso, sangue e musica rock”, per dire.

    Il problema è anche che ci vuole tempo e secondo me su una cosa Ebert ha davvero ragione: noi che stiamo qui a discuterne rischiamo di non campare abbastanza per vederlo davvero maturo, ‘sto videogioco. 🙂

  10. esporre un avvenimento con ordine e ricchezza di particolari

    ma dov’è la narrazione in un media interattivo, scusa? come faccio ad esporti un avvenimento che non è ancora avvenuto (avviene solo quando qualcuno gioca)?

    ascolta, lascia stare le riflessioni astratte, immagina me che progetto una stanza: ci metto una trappola, qualche altra cosa e una porta da cui uscire, poi ti dico: entra nella stanza. definiresti quello che ho fatto come raccontare una storia?

    (ok, magari posso farlo in senso simbolico, ma ‘nzomma, ci siamo capiti. concretamente non c’è nessuna storia)

    mario non c’entra niente visto che li la trama è solo un pretesto (e vorrei vedere…)

  11. e comunque non ho detto che i giochi impostati in quel modo devono fare necessariamente schifo (anche perchè sono quasi tutti così), eh. mica per caso ho fatto l’esempio del cinema di impostazione teatrale…

  12. Tranquillo, P6, non ho pensato per un attimo che parlassi di schifo. Stiamo parlando di definizioni, fondamentalmente, ci stiamo a fare le pippe mentali. 🙂

    La storia del gioco intesa come il racconto che chi crea il gioco ti fa vivere, innanzitutto, è narrazione, no? Poi si può discutere di quanto sia importante, e dipende molto dal singolo gioco (in un Turrican è risibile, in un Heavy Rain è fondamentale), però c’è. Ed è narrazione tanto quanto quella di un film.

    Poi c’è la “narrazione” (te la metto fra virgolette) che fai tu giocatore con le tue azioni. Qui, penso stia il punto della questione: per te – se ho capito bene – non può essere considerata narrazione, perché non è scritta da un autore, ma viene creata mano a mano da chi gioca. E qui sta il dramma di definizione. Il punto è che tu comunque stai costruendo un racconto, una storia, vivendola tu all’interno del gioco. E la racconti a te stesso, la narri a te stesso. Tu, giocatore, diventi narratore. Ed è ovvio che si tratta di un qualcosa che sfugge alla definizione classica di narrazione o che comunque ci si infila in maniera stiracchiata, ma questa situazione è anche figlia del fatto che il videogioco, come strumento, nasce in tempi molto recenti. La parola, narrazione, è ben più antica. Comunque, penso che ci siamo capiti, no? Poi alla fin fine, a me non interessa se questa cosa di cui stiamo parlando, questo costruire una storia giocando, si chiama narrazione o Ernesto. Mi interessa che esista. La chiamo narrazione solo per convenzione. 🙂

    Il tutto senza dimenticare il punto d’incontro fra le due cose, che è quella narrazione scritta dall’autore del gioco in modo da darti dei confini all’interno dei quali scrivere la tua storia. Mi riferisco alle scelte, le scelte di dialogo, le scelte che influenzano gli snodi narrativi, eccetera. Qui stai creando tu il racconto mentre giochi, ma lo fai all’interno di confini nettamente delimitati da un autore, che ha deciso che tu possa fare solo questo o quello, ha scritto dei dialoghi, ha scritto delle storie. Non stai sparando in giro ai muri o sfruttando i bug, stai scegliendo fra tot storie “potenziali” scritte da qualcuno. Forse questa è una narrazione interattiva che corrisponde un po’ di più ai canoni di cui parli?

  13. giopep, razzio un pò il tuo ultimo post per fare degli esempi di “narrazione e videogioco”:

    – Iron Man Rule / Perma-Death: è una regola implicita che molti giocatori hanno incominciato ad implementare con interessanti risultati: 1 vita per tutto il gioco: niente “continua ?”, niente ricaricamenti, appena muori hai finito. Se intraprendi un gioco con questa regola, sconvolgi il concetto (moderno) di Game Over: il gioco completato diventa quindi la narrazione “ottimale”, mentre la TUA narrazione, a cui partecipi da attore attivo, può essere diversa da quella dello sviluppatore.
    Il videogioco mette in discussione la narrativa classica (da agente a bersaglio) con una narrazione in cui sia giocatore che sviluppatore prendono ruoli attivi di azione e risposta (con lo sviluppatore che pone dei limiti alla libertà del giocatore, tramite il level design, trama, etc); il Perma Death attuttisce questo limite cambiando sostanzialmente il concetto di “finire il gioco”: non è più il giocatore che arriva alla fine decisa dallo sviluppatore, ma è il giocatore che decide la sua fine, in base alle sue scelte e alla sua abilità. Conta inoltre che il videogioco aggiunge un terzo individuo: la persona a cui fai vedere/descrivi il tuo walkthrough del gioco, il quale è uno spettatore totalmente diverso.
    Un esempio dell’uso di questa regola è Permanent Death di Ben Abraham, raggiungibile qui (http://drgamelove.blogspot.com/2009/12/permanent-death-complete-saga.html)
    – Replay Starcraft: ultimamente mi sono inflippato vedendo replay di partite di Starcraft II e mi chiedevo se quelle partite non possano essere a tutti gli effetti considerate racconti: All’inizio ci sono delle fazioni che combattono fra di loro, non c’è un motivo esplicito, ma ne possiamo immaginare uno noi (razze si odiano, vogliono ottenere il predominio sulla mappa, etc), possiamo dare una giustificazione sul perchè ad ogni partita incominciano di nuovo da zero (sono dei nuclei appena spediti, quindi non hanno avuto tempo di montare strutture complesse) e piano piano vediamo come le fazioni si stanno comportando: spiano gli avversari per raccogliere informazioni, ricercano nuove tecnologie, cambiamo la morfologia del territorio (ammassi di rocce distrutti, risorse depredate) e combattono per ottenere il predominio. Chi guarda il replay poi può farlo da una prospettiva ogniscente o scegliere quella di uno dei giocatori (e sarà sottoposto agli stessi vincoli, primo fra tutti la preclusione dalla visione dell’intera mappa)

    Come si può vedere basta un’evoluzione per creare una narrazione, e quest’ultima non ha bisogno di messaggi o morale perchè, per sua natura, è molto più semplice. D’altronde l’artista non ha neanche troppo bisogno di convogliare un messaggio preciso poichè sarà la mente stessa del fruitore che naturalmente tenderà ad attribbuire un senso alla sequenza appena vista.

  14. Sono molto contento di aver letto gli interventi di Giopep… molto mirati.

    Secondo me c’è poco da discutere sul fatto che la “narrazione attiva” sia stata o meno scritta.. è stata scritta sì, è stata creata e ci può essere un discorso comunicativo e autoriale in moltissimi casi (ma anche in un Elder Scrolls, per quanto si possa fare tutto a proprio piacimento, gli eventi sono quelli e sono stati scritti, poi vabbé, mostri vaganti tra uno e l’altro ma sono cose secondarie).

    Poi ci sarebbe anche il discorso che ovviamente la narrazione in sé non è per forza il maggior veicolo di “arte” nel videogioco, esiste l’arte visiva, musicale e dell’interazione (l’arte del game design di cui si parla solo di striscio) che, quando creano una sinfonia sotto l’occhio attento del director, salta fuori il capolavoro e allora sì, in quel caso si può parlare di arte, perché no.

    Sarebbe poi bello mostrare questi titoli a chi i videogiochi non li conosce, ma (altro inghippo dei vg) proprio questi titoli generalmente durano molto di più di un film, di un album musicale eccetera. E poi richiedono a chi ne fruisce delle competenze pratiche, una conoscenza del funzionamento delle regole… Troppo per un “comune mortale”.

    Attenzione, non lo dico per “gasarci” o cose simili, ma è vero, i videogiochi di un certo tipo non sono per tutti, proprio perché sono complessi a livello di fruizione. Minchia ma Heavy Rain che è così su binari doveva avere un sistema di controllo così scemo? Vabbé.

    Guardate la classifica dei giochi più venduti per console di tutti i tempi (no bundle, no conversioni) e ditemi dove vedete l’arte: http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_best-selling_video_games#Top_20_console_games_of_all_time
    A parte qualche Super Mario… e se ci vogliamo mettere San Andreas (ultimo) e magari anche Gran Turismo… non saprei, ci si pongono delle domande.
    Cosa vuole la gente “normale” da un videogioco? Sicuramente non cercando qualcosa di artistico. Certo, di questi tempi può valere anche per le altre cosiddette forme d’arte… il discorso è lungo ma anche in fondo monotono.
    Come volevasi dimostrare, siamo su livelli molto più adulti nella classifica PC:
    http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_best-selling_PC_video_games

    Interessante sarebbe il parallelo con i film più visti di tutti i tempi ma purtroppo trovo solo gli incassi al botteghino, che chiaramente non hanno molto senso visto che la valuta cambia nel tempo, dovrebbero contare i biglietti strappati.

    Comunque vabbe’, questo discorso è molto relativo. Ovviamente Natale a Beverly Hills sarà molto più visto di altri. Ma minchia, scusate il termine, ma era così anche negli anni 70 per dire? Mah.

  15. Classifica dei film all time aggiustata in base all’inflazione: http://boxofficemojo.com/alltime/adjusted.htm

    Ci sono tanti grandissimi film, un bel po’ di cose su cui potremmo discutere per giorni se si tratti di puttanate o bei film e, indubbiamente, anche qualche roba impresentabile. 🙂

    Comunque la differenza in termini di best seller fra cinema e videogiochi è penso anche figlia del fatto che mentre da una parte ci sono grandi registi capaci di essere autori anche nell’ambito delle major, dall’altra le megaproduzioni sono sostanzialmente tutte cazzate. Detto proprio fra i denti. E al di là di qualche eccezione, ci mancherebbe.

    Però siam sempre lì: il cinema ha cent’anni di storia, “noi” siamo ancora parecchio indietro, sotto tanti punti di vista. Senza dimenticare che fisiologicamente è inevitabile che in cima alle classifiche ci vadano anche videogiochi che pensano solo ad essere videogiochi e se ne sbattono del messaggio artistico.

    Detto questo, nella top 20 dei giochi console io vedo comunque solo ottime cose. Poche che rientrino nei discorsi che stiamo facendo, certo, però non ci sono Giulia Passione di ‘sta fava: i giochi casual sono i migliori e nel mazzo ci sono anche bei titoli più “per appassionati”. Questo è secondo me comunque indicativo del fatto che la qualità bene o male abbia pagato, seppur all’interno di determinati canoni.

    Poi si potrebbero fare mille altre considerazioni: è più “per adulti” Wii Fit o Gears of War? Ma insomma, mi sa che andremmo OT.

  16. Bella storia.
    Secondo me fa tutto un altro effetto questa sfilza di CINEMI, ma inutile girare il coltello nella piaga, hai già detto tutto tu. Io aggiungo che i creatori di videogiochi generalmente se ne sbattono del messaggio (punto), poi addirittura artistico…
    Poi però, sciallo sciallo, senza darci peso spari cose totalmente incondivisibili. Almeno per me.

    Il discorso del “siamo indietro” è la solita tiritera.
    Ma non era uscito nel 2000 Shenmue? E Monkey Island nel ’91? E Metal Gear Solido? Ma devo continuare? Ma vogliamo parlare di giochi di ruolo? O di Wing Commander? O di altre avventure Lucas? E più recentemente di Psychonauts o di Colossus? E Tetris o Lemmings non sono da incorniciare nella categoria arte del gameplay? Ma la storia non cambia finché si continuerà a parlare del videogioco come di un medium senza radici, diavolo.

    Siamo in tempi dove tutto sembra andare alla velocità della luce eppure il cliché “giochini” alla fine c’è sempre. Del resto la classifica dei best seller videoludici parla chiaro. Ma scusa, a ‘sto punto la pubblico qua, perché dire “ci vedo solo ottime cose” è da panico, a’ Giopep.
    Ecco le ottime cose:

    1. Wii Play (Wii – 26.71 million, Wii remote bundled with all copies)[68]
    2. Wii Fit (Wii – 22.56 million)[68]
    3. Nintendogs (DS – 22.27 million, all five versions combined)[69]
    4. New Super Mario Bros. (DS – 21.39 million)[68]
    5. Mario Kart Wii (Wii – 21.22 million)[68]
    6. Pokémon Red, Blue, and Green (Game Boy – 20.08 million approximately: 10.23 million in Japan,[48] 9.85 million in US)[19]
    7. Brain Age: Train Your Brain in Minutes a Day! (DS – 18.59 million)[68]
    8. Super Mario Bros. 3 (NES – 18 million)[95]
    9. Pokémon Diamond and Pearl (DS – 17.39 million)[70]
    10. Grand Theft Auto: San Andreas (PS2 – 17.33 million)[102]
    11. Mario Kart DS (DS – 17.28 million)[68]
    12. Gran Turismo 3: A-Spec (PS2 – 14.89 million shipped)[91]
    13. Pokémon Gold and Silver (Game Boy Color – 14.51 million approximately: 7.6 million in US,[19] 6.91 million in Japan)[48]
    14. Super Mario Land (Game Boy – 14 million)[95]
    15. Brain Age 2: More Training in Minutes a Day! (DS – 13.71 million)[69]
    16. Wii Sports Resort (Wii – 13.58 million)[68]
    17. Pokémon Ruby and Sapphire (GBA – 13 million)[77]
    18. Pokémon FireRed and LeafGreen (GBA – 11.82 million)[70]
    19. Super Mario 64 (N64 – 11 million)[95]
    20. Gran Turismo (PS1 – 10.85 million shipped)[91][92]

    E ora trolliamo. Perché quando ci vuole ci vuole.

    1. Wii Play? Ma è una demo del cazzo!
    2. Wii Fit? Ma è una puttanata per gente che cerca di dimagrire! Ma a stento si può definire un videogioco!
    3. Nintendogs? PUAHAHAHAHAHAH. Terzo posto? Ho cambiato idea, piango.
    4. Gnu Super Mario Bros? Gameplay inossidabile, che altro dire. Mario piace a tutti.
    5. Mario Kart Wii. MARIO KART WII? MARIO KART WII AL QUINTO POSTO DEI TITOLI PIU’ VENDUTI DELLA STORIA? Scusate, cambio oculista.
    6. Pokémon. Detto tutto.
    7. Brain Training. Detto tutto.
    8. Super Mario Bros 3. Un grande capolavoro a piattaforme. Sì, sempre Mario. Mario funziona. Ha il faccione bello.
    9. I Pokémon? Solo ottime cose!
    10. UUUHHH, San Andreas. Ma è una truzzata. Sfido chiunque a dire il contrario.
    11. Mario Kart DS. Devo aggiungere qualcosa?
    12. Gran Turismo 3! Che figo! Le macchine che sono la realtà! Manco i danni in tempo reale alla terza edizione! Mammamia che figo Gran Turismo che già aveva rotto a ‘sto giro.
    13. I PORKEMON! Ma vieni! Solo ottime cose!
    14. Super Mario Land. Questo sì che è significativo, era Game Boy. Ma tanto Mario vende, ha il faccione.
    15. Brain Training. Ancora. Evidentemente, la gente non vuole un videogioco. Vuole un videoquiz che ti dica quanto sei intelligente. Perché ancora la Settimana Enigmistica non lo fa. O forse perché quella è troppo difficile?
    16. Wii Sports. Resort. Bello. Prima era una demo, ora invece hanno un fatto un bel gioc…hino.
    17. Il 17 porta sfiga. Infatti vi sono i Porkémon.
    18. Pure il 18 porta sfiga. Vi stanno i Porkémon anche qua.
    19. Super Mario 64. Un gioco rivoluzionario che ha lanciato il videogioco a piattaforme nella terza dimensione. Stupefacente direzione di gioco. Ma non se non c’era Mario e c’era un altro tizio mi sa che manco ce la faceva ad arrivare diciannovesimo.
    20. Gran Turismo. Il primo che ti faceva smascellare da tanto era reale.

    Non ci si aspetta di vedere cose del tipo Shadow of the Colossus o Mirror’s Edge in questa classifica.
    Ma nemmeno, porcozzì, di vedere CINQUE titoli dei PORKEMON sui VENTI titoli più venduti della storia. Ca””!! Sono il VENTICINQUE PER CENTO! La gente dovrebbe intendere VIDEOGIOCO=POKEMON! O Super Mario come sarebbe anche accettabile, visto che comunque QUATTRO sono Super Mario, DUE sono MARIO kart. E siamo già a undici solo con Pokemon e Mario. Great.
    Viva Nintendo. La maggìa Nintendo, che non finisce qui. Dodici, Nintendogs. Due Brain Training, due Gran Turismi. Siamo a sedici. Ce ne sarebbero altri quattro da contare. Chiudo gli occhi. Inspiro. Espiro.
    Sarà meglio fermarsi con la trollata, ma ce ne sarebbe per eoni.

    Solo ottime cose? Stica’.

    Rientriamo nei ranghi: è più per adulti Wii Fit o Gears of War? Molto probabilmente molti adulti vedono Wii Fit più vicino alla loro idea di “videogioco”. A me manco sembra un videogioco. Anche se, personalmente, in questo momento sono un non giocatore, praticamente.
    Non voglio un titolo con cutscene, voglio qualcosa che si racconti in maniera nuova, non le solite minestre riscaldate o sboronate alla Heavy Rain che alla fine rasentano la presa per il culo.
    Shenmue me lo sono già vissuto, che vi devo dire.

  17. Non capisco come si possa non capire o accettare che alcuni giochi abbiano un chiaro intento ANCHE artistico, o che comunque possono essere considerati oggettivamente aldisopra di altri (e quindi, se proprio non arte, a uno spicchio dall’esserlo) anche solo per il lavoro, la cura e l’idea che è stata riposta nella loro realizzazione. Non si tratta di stabilire solo se il videogioco può essere arte, ma anche se alcuni videogiochi possono GIA essere considerati arte, esattamente come (pur con tutte le ipocrisie e contraddizioni del mondo artistico) un bazzillione di libri, quadri, sculture, fumetti, graffiti, canzoni, musiche, lampadari, semafori, automobili, aeroplani e transatlantici non sono considerati arte rispetto a pochi altri elementi del loro genere, che invece lo sono (non vogliamo discutere perchè o perchè no).

    Anche per questo sono d’accordo con chi ha detto che i videogiochi come arte sarebbero “più difficili”. Un quadro basta vederlo o saperne qualcosa (la corrente a cui appartiene, la vita dell’artista o altri particolari) per farsi un idea, anche solo da “ignorante” (“mi piace”). Il videogioco può richiedere più di questo. E comunque, sempre per difendere la mia linea per cui grafica e sonoro NON sono il male rispetto alle masturbazioni ideologiche, non capisco perchè anche da questi punti di vista non si potrebbe parlare di arte. Forse perchè se mi compro un tool di sviluppo potrei replicare lo stesso lavoro fatto da un programmatore. Ma mi sembra ancora poco.

    Di certo parlare di arte in base a definizioni o a pareri personali e un ottimo modo per aggirare il problema. Altri elementi, di per se esterni al videogioco stesso, rendono la questione più complicata. La diffusione, ad esempio. Una persona a digiuno di arte sarà molto più propenso a definire Van Gogh un artista (dato che lo è per tutti) piuttosto che a definire arte un videogioco, se non vi ha mai giocato o se ha il pregiudizio che siano per bambini/azziccati, o comunque non più di tanto “importanti”.

  18. Mario, amabilmente, ma vai affanculo. :*

    Vado per punti, che altrimenti perdo il filo:
    1. Wii Play è un’eccezione figlia del fatto che veniva venduto col controller. Mi pare abbastanza evidente.
    2. In generale i titoli mass market usciti su Wii godono del vantaggio di un bacino d’utenza che prima non c’era. Nintendo ha raggiunto un sacco di gente nuova, come del resto ha fatto anche con le console portatili, no?
    3. Molti più creatori di videogiochi di quanto pensi ci tengono al “contenuto”, che ti piaccia o meno pensarlo. Il problema è che sono dei caproni. 😀
    4. Nessuno nega che ci siano stati ottimi giochi nel passato. Ma vuoi forse venirmi a raccontare che Metal Gear Solid e Wing Commander, per quanto più elaborati della media, non hanno una narrazione comunque risibile sotto tanti punti di vista? O che la stragrande maggioranza di quel che esce sia costituita da sonore cazzate? Il settore è indietro rispetto agli altri. È indietro perché le grandi produzioni puntano praticamente tutte allo stesso target, laddove esistono libri e film pensati per qualsiasi tipo di persona (e ben vengano le puttanate di Nintendo, che perlomeno mirano altrove, così come ben venga Heavy Rain, che ha un miliardo di difetti e di problemi, ma comunque prova a raccontare un tipo di storia che in una grossa produzione non si vedeva da troppi anni). In questo il videogioco non è tanto diverso dal fumetto americano, che sì sforna tante cose di gran valore, ma è ancora dominato da stronzi volanti in calzamaglia. E ancora, è indietro perché ci sono pochissimi “autori”. È indietro sotto tanti punti di vista anche per l’immaturità del processo produttivo. È indietro per semplici questioni temporali, perché esiste da neanche metà del tempo rispetto alla più giovane delle “altre” forme espressive. È indietro perché un Via col vento dei videogiochi, ammesso che sia possibile e che sia realmente desiderabile realizzarlo, non è detto che possa raggiungere il suo potenziale pubblico. Perché il suo potenziale pubblico vede il videogioco come una roba che non lo riguarda, al di là del fare un po’ il coglione su Wii-Fit, e di “oddio oddio ho paura a mettere in mano a mio figlio il DS e se poi mi diventa drogato?”. Anche se le cose stanno cambiando di generazione in generazione, come è normale che sia. Ed è indietro perché, again, comunque non lo fa nessuno, un Via col vento dei videogiochi. Io non voglio negare il fatto che ci siano state tante belle cose, ma insomma, a me sembra evidente che la strada sia ancora bella lunga.
    4. Puoi rosicarci sopra quanto ti pare, ma al di là di qualche eccezione quelli sono ottimi titoli pensati per target ben precisi. Sì, anche i Pokemon. Sì, anche Nintendogs. Te ne sbatti il cazzo di Nintendogs? Fai bene! Ma questo non significa che sia una roba fatta col culo. È solo un bene se esistono giochi ben fatti ma pensati per non interessare minimamente a Mario Morandi e Andrea Maderna. Ma poi, fammi capire: non ti aspetti di vedere Mirror’s Edge, chiaro. Ma cosa vorresti vederci? Le avventure Lucas, che erano best seller, sì, ma in un mercato infinitamente più piccolo di quello attuale? Gears of War? Sarebbe tanto meglio di vederci Wii fit?
    5. Wii fit è per adulti perché fa e dice cose che interessano a gente adulta. Gears of war parla ai ragazzini, più o meno cresciuti.
    6. “A me manco sembra un videogioco” è una considerazione che cozza con quel che dici sulla versatilità del videogioco. Anche Wii-Fit è videogioco, tanto quanto Turrican, Heavy Rain, Mirror’s Edge e Tetris. Ed è solo un bene che esistano anche quei videogiochi. Più si varia e meglio è. E ripeto: essendo il videogioco così vario, è *normale* che fra i best seller ci finisca roba che è solo videogioco senza pretese d’altro tipo. Un gioco sportivo, un gioco di guida, una roba stile Wii-Fit… son videogiochi a pieno diritto. Il problema, siamo sempre lì, è che ci finisce poco d’altro. Ma esiste davvero, qualcosa che sia altro e che abbia pure le carte in regola per finirci, in quella classifica?

    Ah, e stai tranquillo che do eccome peso a quel che sparo.

  19. Personalmente, trovo che Metal Gear anche come narrazione sia mille volte meglio di Heavy Rain.

    Heavy Rain è maniriestico in modo insopportabile. Metal Gear, non pretendendo una recitazione da teatro o esagerazioni assolutistiche da tragedia greca, è ancora abbastanza imbatutto come risultato di insieme, che per me è pressocche perfetto, ( poco importa, e comunque non disturba, che il gioco da un certo punto in poi diventi troppo lineare).

  20. @ Mario Morandi

    secondo me quella classifica è assai falsata: togli i pokemon (considerando singoli titoli, in media nessuno di questi super i 9 milioni), togli wii play perchè è praticamente un bundle, togli nintendogs (con 5 versioni grazie al piffero, anchio ci arrivo a 22 milioni), si potrebbe anche togliere brain training e wii fit visto che, da quanto ho visto, non sono affatto percepiti come videogiochi: sarebbe interessante notare i cambiamenti con queste modifiche. certo mi puoi dire che rimangono mario kart e troppi mario, però si aggiungerebbo al mix qualcosa di interessante, includendo anche titoli come Call of Duty 4 Modern Warfare (che, chissà perchè, non è entrato, visto che le vendite hanno superato i 15 milioni buoni)

  21. le_mirage wrote:

    Personalmente, trovo che Metal Gear anche come narrazione sia mille volte meglio di Heavy Rain.
    Heavy Rain è maniriestico in modo insopportabile. Metal Gear, non pretendendo una recitazione da teatro o esagerazioni assolutistiche da tragedia greca, è ancora abbastanza imbatutto come risultato di insieme, che per me è pressocche perfetto,

    Heavy Rain, a parte qualche passaggio azzeccato, per quanto mi riguarda è scritto veramente malissimo. Però è un tipo di storia che si vede poco, perlomeno a livello di grandi produzioni, da quando il genere delle avventure grafiche ha smesso di essere al centro dell’attenzione. Per questo sono contento che esista, perché non mi dispiace l’idea di avere anche videogiochi che mi raccontino storie un po’ diverse dal solito, magari con personaggi terra terra e non solo avventurieri, spie e guerrieri cazzuti. E magari facendolo meglio di David Cage. Si spera. 😀

    Quanto a Metal Gear, anche a me piace molto, ma lo vedo ben lontano dalla perfezione. Che ti devo dire, sarò di gusti difficili, anche se non mi sembra.
    Del fatto che diventi lineare, capiamoci, me ne frega pochino: l’idea di gioco, comunque, è quella.

    P6 wrote:

    “un Via col vento dei videogiochi”?
    dio, no!

    Hahahaha, non esattamente “Via col vento – Il videogioco”, eh.

  22. comunque, altri sette commenti ed Ebert scavalca “giulia passione baby sitter” in popolarità. poi si mira alla vecchina del cimitero.

  23. Per quanto mi riguarda, The Graveyard si fa mangiare in testa da Pathways del grande Terry Cavanagh, che pur gestendo le stesse tematiche, risulta molto più focalizzato e coinvolgente.
    josefk wrote:

    Ci toccherà aspettare un videogioco che rappresenti quello che è stato Maus per il fumetto; esiste già?

    Io, quando ho parlato di “narr-azione”, pensavo ad Another World, del 1991, che ha codificato una volta per tutte la gestione del flusso della narrazione a base interattiva, risultando per certi versi ancora inarrivabile, nella sua nuda programmaticità. È vero, poi (nonché prima, sebbene in altri contesti) molti altri autori nei loro videogiochi hanno presentato dei bivi narr-attivi che delinearizzassero l’esperienza: ma è un salto quantitativo, non qualitativo.
    Ma forse, riferendoti a Maus, pensavi ad un riscontro di pubblico (nonché di una critica non settoriale)…

  24. @Giopep:
    Com’era stato annunciato, si trollava.

    Nonostante ciò, dire “vedo solo ottimi titoli” quando un quarto sono pokemon la prendo come una leggerezza. E’ chiaro che qui ce ne sbattiamo dei Pokemon, è chiaro che perfino i giochi dei Pokemon possono essere coinvolgenti quanto vuoi (se proprio desideri la mia clemenza) e studiati perfettamente per una certa fascia di pubblico, ma vederne cinque su venti fa sboccare. Perché quella “certa fascia di pubblico” (ragazzini in età da Yu-Gi-Oh et similia) rappresenta la fetta più grossa della torta. Statisticamente posso perfino affermare che “i videogiocatori amano i Pokemon”. Personalmente, mi fa sboccare. Libero di vedere solo ottime cose, io come sempre parlo per me.

    In generale questa classifica ci fa notare come chi finanzi il mercato dei videogiochi non conosca molto bene il mondo dei videogiochi. O più probabilmente, è poco interessato ad esplorarne la varietà e le possibilità.

    Per quanto riguarda il discorso del cinema maturo e il videogioco no hai senz’altro certamente ragione. Infatti sono contento che tu abbia dato una spiegazione molto precisa di come stanno le cose, non mi piaceva il discorso “tanto il videogioco è giovane”, etc; l’età anagrafica del medium conta poco. Il cinema ha avuto un breve periodo (Lumiere, Melies) definito di attrazione mostrativa, poi si è cominciato fin da subito a capire che il mezzo era potente e poteva avere finalità molto più profonde.

    Che poi questo periodo sia durato quasi vent’anni, io direi che, visti i tempi, dove tutto era molto più lento, dove c’erano meno mezzi tecnici e meno giri di denaro, sia stato anche relativamente breve.

    No, non credo che ci siano pochi creatori di videogiochi che pensano ai “contenuti”, d’accordo sul fatto che bisogna anche vedere come sono questi contenuti.

    Wii Fit: attenzione, non ho scritto che non mi sembra neanche un videogioco, ho scritto che a stento si può definire videogioco. E logicamente tanto per sputtanare: certo, è un videogoco, io preferisco definirlo come un programma per fare fitness, così come Brain Training è un programma per… Nicole Kidman, presumo. Evviva la varietà e l’eterogeneità del medium, se questi sono i risultati.

    E affanculo non mi ci mandi (neanche amabilmente). >.<

  25. Vabbè, se si facesse un gioco anche appena passabile sull’oIocausto i giochi diventerebbero arte in meno di una settimana.

  26. Mario, scusa se continuo a metterla per punti, ma è anche un modo per provare limitare la mia logorrea. 🙂

    1. Guarda, sui Pokemon faccio davvero fatica a retrocedere: sono giochi che a me dicono poco o nulla e sono sicuramente il regno del riciclo, ma sono giochi veramente ben fatti e pensati. C’è dell’ottimo design, alle spalle, sotto molti punti di vista. Che poi sia triste vederne cinque in classifica lo posso anche capire, però è soprattutto colpa della mancanza di alternative che sappiano vendersi. Senza contare che secondo me anche questo fatto è un po’ figlio di come è costruito il mercato dei videogiochi: se qualcosa funziona, te la ripropongono fino al vomito. Nel cinema succede meno, e soprattutto funziona meno, però quando funziona ti mette quattro Guerre Stellari nella top 20, non so se mi spiego.

    2. Sboccare forse no, ma non fraintendere: anche a me spiace che non ci sia altro in quella classifica. Il punto, però, è che io non vorrei veder sparire quello che c’è, vorrei semplicemente veder crescere il resto.

    3. Il problema di fondo è anche la barriera che tu hai citato qualche messaggio fa e che impedisce a tanta gente di approcciare il videogioco. Un Flower, uno Shadow of the Colossus, come immaginario visivo e narrativo hanno un gran bell’impatto su tanta gente che non videogioca, ma che poi prende il pad in mano e non capisce più nulla. Questa è una barriera devastante. Che si unisce al fatto che il videogioco è un passatempo attivo, impegnativo, che richiede più partecipazione rispetto al semplice guardarti un film alla TV. In più, se non appassionato supera queste barriere, si ritrova di fronte a cosa? Una sfilza di sparatutto tutti uguali e nei quali, oltretutto, l’aspetto narrativo fa *vomitare* quando va male ed è decente, ma di un brodo allungato devastante quando va bene. E si potrebbero dire tante altre cose. Insomma, è un gran casino. 🙂 Probabilmente serve anche che il videogioco diventi molto di più una roba che naturale e facile per tutti, tanto quanto appunto guardare un film. Forse a quel punto davvero le cose saranno mature per il cambiamento.

    4. E che ti devo dire, per me il fatto che grazie a un certo tipo di produzioni molte più persone siano finite anche a giocare con Mario e ad accettare un certo tipo di prodotto è un passo avanti. Verso un risultato magari lontanissimo e che, again, non vivremo abbastanza per vedere. Ma sì, la considero un’evoluzione. 🙂

    5. Vaffanculo.

  27. Discorso Porkemon: ma tu ti sei giocato un Porkemon? Ottimo design cosa? Una trasposizione di un gioco di carte con qualche orpellino? D’accordo per la mancaza di alternative sui portatili Nintendo (che mi fa pensare al problema disastroso delle piattaforme multiple, disastroso da un punto di vista di una omogenea diffusione del software per tutti i giocatori), per il resto io mi intristisco nel constatare la cosa da un punto di vista statistico.
    Mettiti nei panni di un produttore. Vedo che la fetta più grande della torta ama i Pokemon. Indagine di mercato. Sono tutti ragazzini, dai. Quindi faccio creare videogiochi su misura per loro. E il serpente si morde la coda.
    Riprendo una cosa a cui accennato, non che siano meglio i titoli per “adulti”, purtroppo, ma non si capisce fino in fondo la volontà dei creatori (Rockstar sarà ben contenta che i teenager giochino con videogame VM18, Half Life 2 per dire è completamente su un altro livello concettuale).

    Discorso barriera per i non giocatori: giustissimo parlarne, come avevo accennato in precedenza, il videogioco richiede delle competenze. E giustamente dici, anche una volta acquisite, che ti ritrovi in mano? Ma domanda è: perché? Io dico che se i produttori si rendono conto che chi finanzia il mercato non ha esigenze particolari nè da un punto di vista concettuale, né intellettuale, né culturale, continuerà ad agire di conseguenza e a produrre qualcosa di inferiore alle aspettative di chi ormai s’è rotto di cazzate come Dante’s Inferno o balle varie.

    Discorso “evoluzione del giocatore medio”: bah! L’ottimismo è il profumo della vita, beato te. Non lo so, non lo so. Già nell’era NES vi era stato un boom del videogioco domestico. L’uomo medio la segue come una moda. Qualcuno entra nel giro. Qualcun altro si disintossica. Lo sai come funziona per le droghe no? 🙂

    Discorso vaffanculo: come diresti tu, again? E’ una semplice questione di educazione. O se preferisci di netiquette.
    Il mio limite è inferiore al tuo, nel senso che io non manderei mai affanculo nessuno in internet, neanche ironicamente, a meno che non fossi proprio in stretti rapporti. A voce è diverso, chiaramente.

    Comunque siccome so che sei un buontempone, torno ai tempi delle medie e ti rispondo: vacci tu, che ce l’hai più duro.

  28. Sì, un Pokemon me lo sono giocato, anni fa, perché non capivo come determinate persone che ritenevo dotate di buon gusto potessero apprezzarlo. L’ho giocato, ho capito e non ho cambiato idea sul fatto che si tratta di roba che non mi interessa, ma ne apprezzo determinati aspetti, così come li apprezzo in Nintendogs e nei vari Wii-Sarcazzo.

    L’intristimento statistico, come ti dicevo, lo capisco perfettamente. Anche se ripeto: dal mio punto di vista è triste che non ci sia altro, non che ci siano i Pokemon. 🙂

    Dopodichè, tutti i tuoi timori sono legittimi. Io penso solo che è nell’interesse dei produttori stessi provare ad allargare il mercato, e alla fine è questo il motivo per cui – arrapati dal successo del Wii – stanno studiando ciascuno la sua versione del motion control: per provare ad abbattere le barriere di cui sopra. Non è detto che sia la direzione giusta, ma è per questo che ci stanno provando. Se allarghi la torta puoi fare più cose, cose diverse, per gusti e palati diversi e sostanzialmente raggiungere più gente. E vincono tutti. Il problema vero è che allo stato attuale allargare la torta significa fare Wii-Fit (e quando va bene Mario). In futuro… boh?

    Per il resto, occhio sulla questione “evoluzione del giocatore”, perché forse hai frainteso. Su centomila persone che scoprono i videogiochi a quarant’anni grazie a Wii-Fit, dubito ce ne sia una quantità “importante” che si tramuta in videogiocatori d’assalto. Semplicemente ci sono tante cose che stanno diventando sempre più parte del salotto, della vita quotidiana. Pensa solo ai poppanti che vanno in giro con lo smartphone. Se (ed è un “se”, eh, mica una certezza) aumentano esponenzialmente le persone che fin da fanciulle considerano il videogioco semplicemente come “una delle tante cose da fare”, l’impatto delle barriere diminuisce. E si arriva poi a una situazione in cui gli appassionati sono tanti e quelli che comunque giocano senza essere appassionati sono tantissimi. Che è un po’ come la situazione in cui ci sono un tot di cinefili e una marea di gente che guarda una manciata di film all’anno. Utopia? Boh, può essere. Quello di cui sono certo è che se anche accade non accade dopodomani. 🙂

    In realtà c’è anche un’altra cosa di cui sono abbastanza convinto: quella attuale non è la stessa situazione degli anni ottanta, perché adesso c’è anche una fetta di pubblico che negli anni ottanta non esisteva, o comunque era molto più rarefatta: gente che coi videogiochi ci è cresciuta e che videogioca alla nostra età. Però questi son cambiamenti che, se avvengono, avvengono nel giro di generazioni, quindi, appunto, certo non dopodomani.

    Ah, già che ci siamo, mi è venuta in mente un’altra barriera, che fra l’altro è una barriera spesso molto forte anche per i videogiocatori di una certa età: i giochi durano troppo e costano troppo. Sì, durano troppo, anche quando durano sette ore. Sette ore sono troppe per una persona adulta che ha una vita sociale, un lavoro e magari altri interessi. Sono troppe per me che molti giochi ho la fortuna di giocarli per lavoro, figuriamoci per chi può farlo solo nei ritagli di tempo.
    E spesso sono troppe anche nell’economia del gioco stesso, che finisce per allungare la brodaglia oltre quel che le idee di gameplay e la storia meriterebbero. E ripeto: mi riferisco ai giochi da sette ore, non tiro neanche in mezzo un Darksiders che ne dura minimo dodici ma è uno spaccamento di palle per le prime sei: le successive sono ottime, ma quanti ci arrivano? Se uno ha solo i ritagli di tempo, ti credo che si rompe le palle di fronte al reiterare due idee in croce perché “bisogna” farlo lungo almeno tot ore.

    Giochi più brevi, compatti, “efficienti” e ovviamente prezzati di conseguenza sarebbero secondo me solo e unicamente un passo avanti.

    In coda, il primo vaffanculo era in risposta alla trollata, che mi sembrava davvero fuori luogo e non mi è troppo chiaro in che modo fosse preannunciata.
    Il secondo era in risposta alla risposta, pensavo la faccetta che hai usato denotasse l’aver comunque preso la cosa sul ridere. E comunque nelle intenzioni lo era, sul ridere. 🙂
    Prendo atto del fastidio e in futuro evito… se può consolarti, mi permetto certe libertà solo con gente a cui concedo un tot di stima. E poi tendo a dare un minimo di confidenza a uno che ha passato mesi a tampinarmi fra msn e il blog. Che ti devo dire, sono fatto così (male, lo so).

  29. Partendo dalla coda: comunque sia, sono ben contento che la trollata provocatoria (annunciata sì, avevo scritto “e adesso trolliamo, perché quando ci vuole ci vuole” :), fuori luogo non così tanto direi, io avevo trovato fuori luogo “solo ottime cose”, e inoltre la classifica commentata non era da prendersi troppo sul serio) abbia fatto uscire i tuoi commenti che, senza nulla togliere agli altri, sono quelli che ho letto più volentieri.
    Per il vaffa si scherza, è ovvio, ma a ogni reazione corrisponde una reazione, chiaro che non mi lascio dire cose che io per primo non direi. E per il discorso siamo in confindenza beh, io finché non conosco fisicamente una persona, non ci diamo una bella stretta di mano, non mi sembra di conoscerla veramente. Per dire, pur avendo parlato veramente pochissimo con Alberto Belli mi sembra già una persona “reale” visto che ci eravamo conosciuti a un VGH un paio d’anni fa. Qualche mese di tampinata su tre anni cosa vuoi che significhi… è stata solo una storia di sesso, tienilo bene a mente. XD Scherzi a parte, ma allora mandi amabilmente affanculo un sacco di gente! 😉

    Tornando ai discorsi seri, i videogiochi sono complessi, durano troppo, costano troppo, sono su differenti sistemi… sono handicappati, per molti motivi.
    Quindi forse più del fatto “medium giovane” i problemi sono di origine pratica, essenzialmente. Almeno per come la vedo io; se penso al cinema che arriva dappertutto (via etere, home video, una proiezione al cinema può far vedere un film anche a centinaia di persone), c’è una bella differenza.

    Via col vento del videogioco: la domanda è perché il videogioco non ci arriva o non può? Come tanti altri film, Via col vento è tratto da un romanzo. Videogiochi tratti da romanzi? Ci staranno sulle dita di una mano? Siamo sempre sul discorso: trama centrale per un film, ma non per il videogioco (anche se si potrebbe fare molto di più; solite questioni di target?)

    Quanti film etichettati come “sentimentali” o “drammatici” esistono? Tantissimi, alte percentuali sulle produzioni. Il videogioco sentimentale? Simulatori di appuntamento giapponesi? Perché l’hentai non è esattamente sentimentale, e comunque sia sono entrambe produzioni marginali.
    Videogioco drammatico? Boh, forse qui possiamo rosicchiare qualcosina? Chissà. Scene drammatiche ce ne saranno in Mass Effect, ma si indentificherebbe con la science fiction. I videogiochi di Quantic Dream? Phoenix Wright? Trauma Center? Qualche RPG? Bah. Aiutatemi.
    Il videogioco comico? Il videogioco commedia? No, non può funzionare così, evidentemente.

    Il videogioco non è diviso in categorie “emotive”. Purtroppo ancora no.
    Il videogioco è accomunato al cinema d’azione/avventura, genere ormai consolidato nel linguaggio videoludico degli addetti ai lavori. Ma c’è poco altro.
    Il videogioco è diviso per criteri inerenti al gameplay. Non di cosa si vede, ma di cosa si fa. Ed è anche giusto, solo sarebbe bello riuscire ad integrare nell’inevitabile azione anche qualcosa di artistico da un punto di vista della regia e della sceneggiatura.

    Caso Heavy Rain: è un un po’ un problema.
    Nel senso che chi vuole l’azione dirà “è una palla”, e chi vuole qualcosa di più maturo dirà “è una palla” lo stesso, per motivi diametralmente opposti.
    E così le case di produzioni diranno, vedi questi esperimenti dove vanno a finire, no no, facciamo le solite cose per ragazzini, non rischiamo, etc.
    Del resto SEGA è fallita in buona parte per i costi di produzione di Shenmue, forse un investimento esagerato per i tempi, ma Yu Suzuki poteva.

    Oggi lo spazio e il denaro ci sarebbe. Non per fare cose megagalattiche, ma come dice giustamente Giopep, magari un titolo di un paio d’ore, tre al massimo, ma intenso e a prezzo contenuto. La distribuzione digitale dovrebbe aiutare in questo senso, avevo sentito degli episodi a puntate di Forbidden Siren ma poi non mi sono aggiornato.

    Forse lo stesso Heavy Rain poteva essere un videogioco di questo tipo.
    Rimane il fatto però, che comunque il videogioco “canonico”, quello da una decina d’ore diciamo, potrebbe esplorare direzioni artistiche o comunque creative al di là dell’aspetto tecnico e arrivare molto più in profondità di quanto non abbia fatto finora.
    E il giocatore che finanzia l’industria vuole questo? Desidera questo? I numeri non sembrano avvalorare questa ipotesi.

  30. Bello che stiamo monopolizzando i commenti. Secondo me ci leggiamo solo io e te. 😀

    Comunque, cose sparse.

    I limiti di approccio, interfaccia, tecnici, ci sono e sono innegabili. Può essere che col tempo, un po’ perché aumenta la gente che ha familiarità fin da piccola, un po’ perché le interfacce si snelliscono, le cose migliorino. O magari no. Lo scopriremo solo vivendo. Di certo, se non succede questo, sarà difficile uscire dall’impasse.

    Tipi di narrazione un po’ diversa da quel che domina oggi se ne vedevano paradossalmente molti di più in passato, quando giochi di ruolo vecchio stile e avventure grafiche erano considerate grandi produzioni. Pensa a quanto era presente la commedia nelle avventure grafiche, o a cose come Sanitarium, I Have No Mouth And I Must Scream, Gabriel Knight. Oggi molto meno, domani vedremo.

    In questo senso, ripeto, Heavy Rain è importante più per quello che prova a fare, che per quello che riesce a fare. E occhio a due aspetti, su Heavy Rain. Innanzitutto ha venduto un milione abbondante di copie, cosa che non lo classifica magari come un successo colossale, ma penso che negli occhi dei publisher possa rappresentare un bel potenziale, considerando anche che si trattava di un esperimento e che in genere si tratta di una cifra che genera sequel. In secondo luogo, sì, è molto discutibile sul piano della narrazione, però è anche vero che al cinema escono tanti thriller mediocri non particolarmente peggiori di Heavy Rain e che hanno un bel pubblico di gente che si accontenta. Nel senso: non è che bisogna sfornare necessariamente un capolavoro, per piacere a un certo tipo di pubblico. L’importante è che se ne facciano e se ne facciano tanti, vedi che poi arriva anche il capolavoro. Ma di sicuro se non se ne fanno il capolavoro non arriverà mai. 🙂

    Sulla considerazione finale, mi sembra che comunque cose vengano tentate. Non si fanno passi da gigante, ma passi se ne fanno e sperimentazioni interessanti all’interno dei confini dei grossi budget si vedono (penso ai due Bioshock, con tutti i loro limiti). Per dirne una, son curioso di vedere se Richard Morgan saprà scrivere storie all’altezza di tutta la spocchia che sta mostrando in questi giorni. Crysis è per me un gran bel gioco con un lato narrativo osceno. Un seguito che mi raccontasse anche una storia emozionante, beh…

  31. Pingback: The Ebert Response | The Game Critique

  32. e lo dice uno che detesta piero manzoni e tutta l’arte neo-dada-concettualprovocatoria come la sua.

  33. Salve a tutti,
    è la terza o quarta volta che mi imbatto in questo argomento “Videogiochi e Arte”, non posso più esimermi (la pigrizia del videogiocatore esiste) dal dire la mia. È un piccolo contributo perché molte delle cose che penso al riguardo sono già state dette nei commenti precedenti, il che, oltre a farmi piacere, credo abbia contribuito non poco a farmi scavalcare la suddetta pigrizia.
    Potete prenderlo come un complimento, essendo questo è il mio primo commento sulle pagine di Ars Ludica, era doveroso. 🙂

    A questo punto ci sono due cose che vorrei aggiungere, magari abbasserò un po’ il livello della discussione ma oltre all’aspetto più intellettuale di questo argomento, credo si dovrebbe perlomeno accennare anche ai suoi aspetti più “terra-terra” come si dice dalle mie parti.

    1)Alla domanda perché per i giocatori è importante che i videogiochi vengano considerati arte… Io rispondo che per capirlo bisogna fare un passo indietro. Chi si pone questa domanda deve realizzare che i videogiochi sono prima di tutto una Passione, e una passione non si valuta. la si vive e la si ama e questo giustifica le nostre reazioni a chi la offende o la sminuisce. Dirò di più questa “offesa” come spesso accade quando si parla di passioni, si trasmette al giocatore, agli appassionati stessi, quando ci toccano una nostra passione è facile prenderla sul personale (anzi credo sia pure legittimo, una Passione per me è un valore affettivo a tutti gli effetti).
    E implicitamente rispondo anche alla varie domande retoriche: l’unico motivo per cui un giocatore spende tutto quel tempo davanti ai videogiochi è perché gli piacciono, ne trae soddisfazione, lo appagano, questo è tutto ciò che gli serve. E sarà sempre così qualunque cosa ne pensi un critico di cinema.

    2) Ho detto che si va sul personale, magari quanto aggiungo in seguito aiuterà a chiarire il mio punto di vista.
    Ho notato che, come ci si aspettava (e si aspettava il povero Ebert), il discorso si è infranto sulle “definizioni”. Il punto è che le “definizioni” appartengono ad un modo di agire e di pensare che non si adatta alle nostre argomentazioni. Le “definizioni” sono, come è stato giustamente fatto notare, delle convenzioni che servono per comunicare, per accordarsi, per razionalizzare, per cristallizzare il flusso di dati e informazioni che il nostro cervello riceve in continuazione dal mondo e permettergli di elaborarlo consapevolmente per costruire teorie e/o strutture logiche, che in quanto tali e per quanto formalmente eleganti sono rilegate all’ambito appunto della logica. Vi sembra che l’arte appartenga a questo ambito? Certo può farlo ma sottometterla alla ragione o alle leggi della logica è quantomeno riduttivo e soprattutto limitante, spero che almeno su questo tutti (anche i critici cinematografici) possano convenire (certo le varie forme d’arte hanno le loro regole, ma credo siano per lo più tecnica che non logica, ma potrei essere smentito).
    Tanto più che l’essere umano non agisce né pensa per logica. Può farlo è gli è tornato talmente comodo che oggigiorno sembra che questo sia l’unico modo di pensare e tutti si sforzano di eccellere in questo esercizio. Ma in realtà l’uomo non pensa e agisce in questo modo (le mie non sono teorie new age è la scienza a dirlo), l’uomo ragiona per euristiche, una miscela di calcolo delle probabilità e collegamenti causa-effetto che spesso avvengono a livello inconscio e che sebbene…
    Vabbe’ aspettate. Perdonatemi se risolvo la cosa con un esempio ma è un argomento piuttosto complicato e non sono sicuro di saperlo esporre.
    Prendiamo un bambino piccolo, il padre gli mostra una macchina rossa e gli dice:”vedi questa è una macchina rossa”, il bambino registra l’informazione è apprende un nuovo concetto (questo passaggio è importante!), poi il padre gli mostra lo scudo di un modellino di Gundam e gli dice che lo scudo è rosso, poi la bandiera della Roma, e gli dice che è gialla e rossa, lo porta sul prato e gli mostra i tulipani rossi…. Quando lo lascia nella vasca delle palline colorate al supermercato, anche se il bambino non ha ancora mai visto in vita sua una pallina saprà riconoscere le palline rosse dalle altre senza possibilità di errore.
    E, colpo di scena, il bambino non conosce la definizione di rosso (a dirla tutta non saprei definirlo nemmeno io… con un codice RGB forse ma non credo che me lo abbiano spiegato in questi termini…).
    Ecco perché alcuni videogiochi sono Arte. Quando un giocatore parla di videogioco come forma d’arte lo fa utilizzando gli stessi criteri (tecnici, emotivi, intellettuali ecc) con i quali giudica il resto dell’arte… riutilizzando un concetto che ha ereditato dalla generazione precedente, perché il bambino solitamente impara dal nonno, ma è il nonno che non impara dal bambino, ecco perché il povero Ebert non è capace di intuire l’arte insita nei videogiochi attuali.
    Ed ecco perché mi incazzo quando qualcuno pontifica che non possono essere arte. Perché sta indirettamente dicendo che io sono un idiota e i miei valori inconsistenti. Era una critica che potevo accettare da bambino, quando ci dicevano che da adulti avremmo perso interesse in questi “giochetti elettronici”, non adesso che sono grande grosso e vaccinato. Ma guarda un po’? Siamo la prima generazione di adulti cresciuti a videogiochi e ancora giochiamo, e non siamo dei disadattati: come già stato detto abbiamo altri interessi, vita sociale, lavoro (ok mi sa che qui in molti lavorano su e per i videogiochi ma vabbe’ sempre lavoro è…), eppure per noi vale ancora la pena di trovare il tempo per giocare.

    In realtà, tutti quelli che sminuivano il videogioco li abbiamo già sconfitti.

  34. Io credo che qualsiasi prodotto con una più o meno solida direzione artistica alla base, sia da considerarsi almeno in parte “prodotto artistico”
    Siamo in un’era dove i più disparati mezzi di comunicazione vengono ad ibridarsi a vicenda. I ruoli “artistici” nella creazione del videogioco spaziano dalla sceneggiatura (e anche quella di un qualsiasi Gears of War non è molto meno “artistica” di un qualsiasi film d’azione) alla “scenografia digitale” che si unisce al game design. Abbiamo sequenze animate (gli stacchi) dove c’è anche un lavoro di regia. Ci sono i direttori del suono, i compositori chiamati in causa per il progetto, che prestano il loro servizio (e quindi il proprio talento artistico) esattamente come lo prestano per un film.
    Con tutte queste “maestranze” coinvolte, non vedo quindi perché il videogioco non abbia le carte in regola per essere considerato prodotto artistico quanto lo abbia un film tipo il recente Robin Hood.

    Il videogioco dalla sua richiede un approccio che non è mera contemplazione ma è partecipazione attiva, forse è questo a spaventare e ad irritare i critici. Ma i critici sono sempre stati spaventati e irritati da qualcosa.

    In ogni caso un Max Payne mi immerge in una trama noir con un inizio e una fine precisa, con le tecniche narrative più diparate (flashback flash forward scene oniriche, graphic novel e chi più ne ha più ne metta).

    Poi si potrebbe ribattere che la storia sia un mero “corredo” per i videogiochi, che queste sequenze (che fanno andare avanti la storia) siano una giustificazione per le varie “scazzottate”. Beh, intanto ci sono un sacco di videogiochi

    Ma c’è anche l’arte del divertire, dell’intrattenere. Pensiamo ai film d’azione. Non sono considerati anch’essi prodotti artistici? E lo sono, c’è anche l’arte del distruggere le cose a valanga (pensiamo a disaster movie come 2012, che personalmente mi ha fatto cagare), non è così semplice come sembra, questo nel videogioco è espresso dal game design.

    Si può stare anche a discutere di chi ce l’ha più grosso, ma secondo me Gears of War e 2012 hanno lo stesso spessore artistico.

  35. L’arte è un concetto molto soggettivo, nessuno può omologarlo, nessuno, neanche il più valoroso tra gli uomini, perchè è proprio questo il bello della vita, possiamo scegliere.
    Io scelgo di definire Arte un bel gioco, bada, stai ascoltando il parere di un ragazzo che è senza ombra di dubbio un pazzo, ma almeno di ciò si può vantare, perchè sa di essere unico.
    Ci piace giocare non perchè ci diverte, bensì perchè si ha l’opportunità di evadere da quel mondo così sbagliato e ingiusto.
    Noi siamo fatti della stessa sostanza materiale di cui sono fatti i sogni, siamo coraggiosi, accettiamo le cose così come stanno vivendo con la consapevolezza che possiamo fare ben poco per cambiare ciò che c’è di sbagliato.
    Ma quando accendo la console, lo sento dentro il petto, quel treno, quel cuore che inizia a farsi sentire, l’adrenalina, le emozioni,l’aria che si fa più fresca, e per un’attimo mi sento più leggero.
    Come ali che hanno un peso sentiamo quel peso sulle nostre spalle, ma è un peso diverso, è un peso che ci consente di volare.

  36. Pingback: Ebert, Levine e il complesso d’inferiorità del medium videoludic - Ars Ludica

  37. I videogiochi sono una forma d’arte,anche se pochi sono i capitoli di rilievo.
    Comunque il videogioco è un mezzo espressivo così come lo è un libro o un film
    che non venga approfondito questo è un altro discorso ma rimane comunque una forma d’arte
    Questo tizio di cui non ricordo il nome che critica i videogiochi si sbaglia di grosso
    perché m sembra che in realtà sia lui a non conoscere i videogiochi e a non avere una visione a 360 gradi.
    Potrà anche avere un’elevata cultura ma personalmente anch’io ce l’ho e affermo che i videogiochi sono una forma d’arte perké l ho conosciuti e amati e non sono paritito con dei pregiudizi come il nostro critico
    Ripeto comunque che è vero che sono pochi i capitoli degni di nota, specialmente ultimamente,ma in quei capitoli degni di nota vi è una cura nel design nella giocabilità nei dettagli nella trama nella musica che fa intravedere la passione dei sviluppatori
    E vorrei ricordare al nostro critico che l’arte è ciò che piace quindi ogni cosa può avere le potenzialità per essere arte 
    infine vorrei invitarlo a giocare a qualke videogioco visto che n ha una conoscenza scarsa

  38. i fumetti hanno superato il vergognoso Comics Code durante gli anni ’50, ora sappiamo tutti cosa si dice dei fumetti.
    L’opinione di un fossile può far sempre tenerezza, ma parli del suo tempo chi vive nel suo tempo.

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