I videogiochi non sono arte

Normalmente, quando si nega una possibilità in modo categorico, si rende manifesta la paura che la stessa si verifichi o che sia già un dato di fatto. Roger Ebert, critico cinematografico del Chicago Sun-Times, afferma per la seconda volta che i videogiochi non sono arte e lo fa rispondendo a un video messaggio inviatogli da Kellee Santiago, designer e producer di videogiochi che ha fondato thatgamecompany, a cui dobbiamo Flow e Flower, due titoli acquistabili sul PlayStation network. Il problema dell’artisticità del medium videoludico è nata praticamente con lo stesso e da anni se ne dibatte in modo purtroppo approssimativo, per quanto acceso. Commentando l’articolo di Ebert in molti hanno cercato di rispondere ai punti da lui sollevati commettendo un errore madornale: scendere sul suo stesso campo. Il problema non è tanto quello di capire se Ebert abbia o meno ragione, perché all’interno del suo discorso, ha assolutamente ragione. Non potrebbe essere altrimenti.

Cerchiamo di comprendere con chi abbiamo a che fare: Roger Ebert è un critico colto che ha scritto diversi libri (saggi e altro) e che negli Stati Uniti è una figura piuttosto influente (altrimenti non si spiegherebbero reazioni simili ai suoi articoli). Diciamo quindi che il nostro è in grado di creare un discorso coerente in cui le sue affermazioni sono vere, anche quando sono discutibili. Volerlo attaccare dall’interno della sua logica, senza avere una preparazione adeguata, è come pretendere di conquistare la Cina attaccandola con degli aerei di carta. Il fallimento è sicuro, e infatti sono fallimentari le risposte che il popolo dei videogiocatori ha contrapposto alle sue tesi.

Non è difficile immaginare Ebert che se la ride leggendo commenti di bambinetti sciocchi che cercano di convincerlo di quanto si sbagli chiedendogli di giocare con questo e quell’altro titolo, così come non è difficile immaginare che un critico minimamente preparato possa demolire una definizione d’arte presa da Wikipedia aggiungendo semplicemente un paio di virgole. Quando ci si contrappone sulle definizioni, basta averne una in più dell’avversario per annullarlo. L’arte poi, perché pretendere di definirla? Il critico è cosciente di questa impossibilità e gioca sulle definizioni per mettere in difficoltà gli interlocutori, oppure semplicemente per ridicolizzarli.

Ebert conosce i suoi polli e inizia l’articolo con la foto di un bambinetto occhialuto che si esprime in una smorfia tenendo in mano un joypad, dichiarando di fatto che già conosce la maggior parte delle risposte che arriveranno al suo articolo, inquadrandone gli autori nel modello di un videogiocatore ideale molto standardizzato, ma molto riconoscibile. A questo punto è possibile saltare completamente l’articolo, perché è già intuibile cosa verrà detto. Molto più interessanti sono i commenti degli utenti che, soprattutto quando completamente critici contro l’autore del pezzo, non fanno altro che validarne le tesi.

Perché? In primo luogo perché nella maggior parte dei casi si limitano a fornire tesi banali e approssimative, che fanno parte più di un sentire comune che di una visione culturale precisa. Quando Charlene scrive “popular history has turned hundreds of perfectly conventional artists into rebels simply because they were good”, afferma una banalità più o meno condivisibile, ma assolutamente priva di peso nel discorso. Oppure, quando Wariofart scrive “I disagree, but that is the nature of opinions” non fa che dare forza a Ebert perché nel suo testo apparentemente in antitesi con quello principale, manca completamente un’opinione forte a cui fare riferimento. Gli esempi fattibili sarebbero molti altri tra i più di tremila commenti ricevuti dal pezzo, ma dovrei essere stato abbastanza chiaro.

Entrare in un mondo complesso come quello dell’arte, pretendendo di dire la propria partendo da concetti banali e fini a sé stessi come “l’arte deve emozionare” o “l’arte è pura espressione”, rende di fatto impossibile portare avanti un dialogo che non si trasformi in uno stillicidio. Ognuno di noi può pensare che i videogiochi siano arte o meno, ma non è questo il problema. Il problema, paradossalmente, è proprio quello sollevato da Ebert:

Why are gamers so intensely concerned, anyway, that games be defined as art? Do they require validation? In defending their gaming against parents, spouses, children, partners, co-workers or other critics, do they want to be able to look up from the screen and explain, “I’m studying a great form of art?” Then let them say it, if it makes them happy.

Ovvero, perché è importante arrivare ad affermare la possibilità che i videogiochi siano arte? Per non sembrare degli idioti che passano le ore a fare qualcosa di completamente inutile davanti a uno schermo? Se questo fosse il motivo, allora Ebert avrebbe inesorabilmente ragione e si spiegherebbe anche la debolezza di chi cerca di portare avanti il discorso contrario.

Il problema rimane aperto: come contrapporsi a tesi del genere che, per quanto odiose (ma lecite e stimolanti), sono comunque molto diffuse? Riprendendo la frase che ho scritto all’inizio dell’articolo, direi sviluppando un discorso coerente che sia alternativo a quello di un Ebert qualsiasi e che vada a prendere forza da concetti nuovi e da una visione a trecentosessanta gradi dei videogiochi. Se non si può o non si vuole seguire una strada del genere, gli Ebert avranno sempre ragione perché la forza delle loro argomentazioni non ha solo una natura intellettuale, ma risiede nella naturale propensione dell’uomo a conservare l’esistente. La verità è che la crisi di certe posizioni è evidente, bisogna soltanto saperla sfruttare e ampliare. La pigrizia e l’inerzia dei videogiocatori è, in tal senso, l’arma migliore a disposizione di qualsiasi critico avverso al medium videoludico.

L’articolo di Roger Ebert: CLICCA

99 commenti su “I videogiochi non sono arte

  1. Da quanto mi sembra di capire, l’argomentazione principale di Ebert è che il videogioco, a differenza di un’opera d’arte, dev’essere “vinto”. Ma ciò è un’affermazione capziosa, perché implicherebbe che tutte le opere d’arte hanno la capacità di essere compresi/dominati istantaneamente da chiunque. Il videogioco in sé è un flusso di narr-azione con il quale ti devi misurare. Ma anche i film sono flussi narrativi, anche i libri hanno una prima ed un’ultima pagina. Il film pesante viene scartato dallo spettatore non all’altezza, così come anche il lettore più valente può restare bloccato per un quantitativo di tempo consistente di fronte ad una pagina ostica.
    Io non sono un critico, ma se davvero nessuno ha mai fatto un appunto del genere ad Ebert, significa che qui siamo davvero in pochi a capire di che cosa stiamo parlando e perché ha senso difendere tutto ciò.

  2. Che gli vuoi dì, semplicemente è uno che sa parlare bene che stavolta ha scelto di prendersela con il medium videoludico, tanto per divertirsi.
    Bene, si accomodi.

    Noi qui continueremo a giocare, sviluppare, guardare e ascoltare i videogiochi solo perché ci piace farlo.
    Alla fine del pezzo lui chiede: “forse i videogiocatori chiedono che i giochi siano arte perché hanno bisogno di una scusa per giocare?”. No, grazie, non ne abbiamo bisogno, caro signor Ebert.

  3. Erbert ha ragione, pienamente, ma credo sia focalizzato male in punto di vista.
    Non è il videogioco a non poter essere (o meno) arte, ma chi ne usufruisce a essere molto spesso invaghito da un approccio facilone e si, diciamolo pure, totalmente inespressivo.
    Ecco perchè uno spunto nato da Metro2033 diventa una brutta recenzione perchè pecca nel descrivere il gameplay.
    Intrappolato nel tunnel della “comunicazione” a ogni costo il videogioco non può aspirare a di più fino a quando l’utenza che ne usufruisce sceglierà, con le proprie scelte, acquisti, pensieri e altro, di farcelo diventare.
    Sinceramente è la data che è sconosciuta, ma se è diventata arte anche il ghetto popolarismo delle tradizioni rurali di paese in mano a Fellini perchè non può diventarlo un fiore mosse da un pad?

  4. Evidentemente il mercato dei viggi’ deve crescere ancora un pochino prima che i critici di oggi vengano pagati per criticare davvero dei videogiochi. Appena il soldo sara’ cotto a puntino, vedrete. Certo che avere dei minchioni che parlano di conscious gamer e cogliOMI assortiti non aiuta.

  5. Ma non mi sembra che stia intraprendendo una crescita cosi diversa da altri mezzi come il cinema o i fumetti, non è che appena usciti i primi film di Griffith c’erano Canova o Erbert vari a masturbarsi furiosamente sui primi piani fuori fuoco eh.
    Come tutte le “arti” popolari ci ha messo tempo e dedizione a guadagnarsi dignità, sarà lo stesso coi VG, ne sono fermamente convinto.

  6. “Per il cinematografo non c’è posto sul piano dell’arte quand’anche esso si limiti ad un posto di servizio”

    (Vsevolod Mejerchol’d)

  7. Sì ma il nostro critico è furbo: prima ciurla nel manico con la definizione di arte, poi NON da una definizione di arte e poi dice che i videogiochi non sono arte.

    D’altro canto un critico cinematografico è l’ultima persona a dover parlar male dei videogiochi, visto che quello che critica lui – statisticamente parlando – è un ammasso di roba commerciale fatta per incassare soldi con un prodotto di pessima qualità. Per non dire del porno.

    Un punto di vista interessante:
    http://tinyurl.com/25g2dh9

  8. Ci toccherà aspettare un videogioco che rappresenti quello che è stato Maus per il fumetto; esiste già? 😉

  9. Sono contento che Radical sia intervenuto, dicendo tra l’altro cose piuttosto importanti.
    Se si legge tutto l’articolo del grande critico (ma chi è sto qua? che ti spara un “IMHO” come se niente fosse, ma che se ne torni a casa, per piacere), pezzo provocatorio in maniera deboluccia e un po’ asfissiante, si notano alcune definizioni di “arte” molto carine (da Platone in poi) sulle quali ci sarebbe ancora da discutere.

    Ciononostante, dopo aver letto l’articolo di Simone, il pezzo di sto Ebert (che già mi sta sulle palle in quanto ovviamente non-giocatore quindi prevenuto e si vede da come scrive), e pure il video della Santiago, mi verrebbe anche l’idea di scrivere un articolo dal titolo:

    GLI AMMERRECANI NON DOVREBBERO MAI PARLARE DI ARTE

    Razionalizzando, dico invece solo che c’è gente che non capisce una Eva. Da una parte Ebert che fa il colto e non tira fuori un argomento realmente decente sul perché della sua affermazione (in quanto i videogiochi non li conosce abbastanza), dall’altra il “contradditorio” video della Santiago che propone un gioco obbrobrioso, seguito da Braid e un trailer di Flower. Ma si può?
    Ma che idea si può fare il “colto” Ebert dopo una cosa del genere? Ma sembra una bambina di tre anni quando inizia il video e dice che i videogiochi sono arte.

    Ma che è sta presentazione che puzza tanto di marketing? E appoggio Ebert allora che chiude così il suo articolo: “Toward the end of her presentation, she shows a visual with six circles, which represent, I gather, the components now forming for her brave new world of video games as art. The circles are labeled: Development, Finance, Publishing, Marketing, Education, and Executive Management. I rest my case”.

    E che cazzo.
    Ecco cosa dico io, che io videogiochi presumo di conoscerli.

    1. I videogiochi sono nati molto più tardi dell’ultima forma d’arte riconosciuta, ovvero il cinema, in piena epoca commerciale. Probabilmente nemmeno quando nacque il cinema si parlava di “entertainment”, e al cinema vennero date anche diverse finalità, tra le quali educative (per i videogiochi esisterebbe, doh, L’EDUTAINMENT…).

    2. I videogiochi sono arte? Su 100, meno di 10 possono essere considerati “artistici”, secondo me anche meno di 5. Il motivo? Vedi sopra. Ma non solo, se riuduciamo un videogame alle meccaniche ludiche di artistico rimane ben poco anche se, forse, è arrivato il momento di parlare di arte del game design.

    3. Non si possono fare discorsi sull’arte dei videogiochi senza prendere atto della loro storia. Che ancora non si studia, non è abbastanza divulgata, conosciuta, etc. Quindi trovo assurdo il contraddittorio della Santiago. Ma che si sparino il trailer di Shenmue, perdiana.

    A Simone posso dire che secondo me i commenti non sono così patetici e insensati come dici, per quanto non gettino nemmeno le basi per un contradditorio serio. Ma per contraddire cosa? Ma quasi il nulla direi.

    Qui non si tratta di decidere o meno se i videogiochi possano essere arte o no, si tratta di decidere se è meglio tappare la bocca a gente che non ne sa abbastanza.

  10. il guaio è che karat ha ragione. quando Mejerchol’d scriveva quello che ho citato sopra c’era un sacco di gente che sapeva come rispondergli, qui ci sono i soliti tre nerd dalla cultura generale inesistente che fanno mille discorsi confusi su quanto sia “emozionante” quel gioco o su come i modelli dei personaggi siano tanto realistici da sembrare statue greche (l’ho letto sul serio una volta).

    il paragone col cinema è confortante ma se ci pensiamo bene mi sa che non funziona. quando sono nati i videogiochi? negli anni ’70? il cinema è nato negli anni ’90 dell’ottocento. in trent’anni era praticamente una forma d’arte matura e accettata. da noi in trent’anni non è successo niente.

    dobbiamo accettare il fatto che ci sono forme d’arte che nascono con la camicia ed altre che nascono sfigate. il fumetto è sfigato (c’è voluto mezzo secolo perchè qualcuno tirasse fuori il termine “fumetto d’autore” e comunque non mi pare che il mezzo abbia molta più considerazione), il rock è un genere musicale sfigato (è da cinquant’anni la “musica giovane” e per la maggior parte della gente è solo una forma più aggressiva , e necessariamente ignorante e tamarra, di musica pop), il cinema è nato con la camicia (fin dall’inizio la gente lo amava, è cresciuto nell’era delle avanguardie ed era aiutato dalla vicinanza alle arti già esistenti come il teatro, la fotografia, il romanzo ecc.).

    al momento il videoludo è il medium più sfigato di tutti, mi sa che dobbiamo prenderne atto.

  11. Se posso aggiungere, trovo un po ridicolo lo scontro fra “critico scafato” e “videogiocatore incallito”.
    Sono chiaramente due mondi che hanno poco a che fare l’uno con l’altro.
    Il primo scrive articoli che, presumo dalla caratura, non credo siano così rivolto alla massa popolina, in cui invece il videogioco è usato al pari di un film dei Vanzina.
    Non vedo che vergogna ci sia a dirlo.
    Erbert si chiede perché i giocatori si affannino tanto a giustificare un fine artistico per il mezzo videoludico (spero almeno la differenza minima fra “mezzo” e “fine” artistico sia passabile).
    Io mi chiedo perché lui ci tenga tanto a ribadire il contrario, paura di perdere il lavoro visto che le gli introiti maggiori li sta facendo l’Activision invece che la ImageLine!?
    Il compilatore C++ infondo non è molto diverso da un blocco di marmo, se sei bravo, se hai cose da dire e sai come dirle puoi tirare fuori del buono.
    Quel buono è “arte”? Può esserlo a seconda del motivo per cui l’hai fatto, e non che il denaro sia più vile della gloria o della semplice passione.

  12. Dal topic che Radical ha segnalato copio le sue parole di un anno fa:

    Vedendo nel complesso l’evoluzione del videogioco, a me pare chiaro che il suo sviluppo finora sia stato tarpato dalle sue derive commerciali.
    Nel 2003, mi lamentavo del commercialismo crescente del videogioco, della necessità di annacquare la bontà di molte idee (spesso originatesi durante la democratizzazione dello sviluppo accaduta nell’era Commodore – quando Jeff Minter poteva fare videogiochi senza doversi disperare per il taglio dei fondi, per fare un esempio emblematico della situazione) per soddisfare un target sempre più ampio e sempre meno autocosciente.
    Con il senno di prima, quello che accade oggi è sconcertante. Ridatemi il feuilleton del 2003, era comunque meglio dei manuali di cucina ora sugli scaffali.
    Dietro il videogioco attuale, molto raramente si trova un gameplay, figuriamoci un pensiero, un’idea, nel modo di rapportarsi con il giocatore, nell’approccio narrativo. Ci siamo ridotti alla considerazione del budget.

    Né la critica si è saputa evolvere di conseguenza, dato che in genere risulta un sottoprodotto dell’editoria (=”soldi da guadagnare”). “La tecnica è così, il gameplay è così, dura così”. Al più, si esamina la bellezza della grafica, della colonna sonora, della trama. Nient’altro che pura sovrastruttura.
    La forma mentis stessa del considerare un’idea dietro la struttura del gioco non esiste.
    “Perché spari?” Chi minchia l’ha mai saputo. La spiegazione “noi siamo i buoni, loro i cattivi” è tanto arcaica e superficiale che in un’altra forma d’espressione mediatica sarebbe bocciata a priori da un pubblico un attimo più colto dello spettatore medio di Canale 5. Sono effettivamente pochissimi i game designer ad essersi posti questa domanda.
    La nostra unica salvezza, come dissi al buon Aio molto tempo fa, è che il movimento underground degli sviluppatori indipendenti si coalizzi e riesca a formare un manifesto compatto, una nouvelle vague videoludica che sia effettivamente disposta a farsi domande di questo tipo, senza preoccuparsi troppo di un riscontro di pubblico. Speriamo facciano in fretta, perché mi sa che siamo prossimi al nadir.

    Mah, sarei anceh d’accordo, ma credo che le possibilità per spaziare e per dare quel “di più”, quel qualcosa che meriti una riflessione ci siano abbondantemente anche nelle produzioni da milioni di dollari.
    Quello che mi piace pensare è che i giochi migliori sono sempre diretti dai migliori game designer. E perdonate la banalità, ma Resident Evil 4 e God Hand mi piacciono perché sanno di Mikami, Colosussus e Ico perché sanno di Ueda, e il discorso “arte” potrebbe essere affrontato in seguito a un discorso “autori”, come insistevo a suo tempo.

    E’ chiaro che Ebert dica che il videogioco non potrà mai essere arte, ma neanche conosce i nomi dei game designer, prima cosa, e seconda cosa, ancora più importante, nel videogioco questo parallelo col cinema non regge nemmeno.
    Il videogioco è associato alla casa di produzione, e i personaggi che li ideano sono, ancora oggi, molto in secondo piano.

    Da questo punto di vista meno male che è saltato fuori un Kojima, per quanto lo si possa criticare.
    Ma meno male che esistono Will Wright, Warren Spector, ma pure uno sfigato come Toby Gard va conosciuto, se non altro per Tomb Raider e Galleon che incorporano una visione del videoludo personale.

    E’ che sono pochi questi figuri, specialmente rispetto alle altre “arti”.
    Quindi è immaturo parlare di arte per il videogioco come dicono molti, ma questo anche perché viviamo in una società prevalentemente immatura e consumistica. Musica, cinema, libri, sono ormai oggetti di consumo da anni (ma sì, anche i libri, avete provato a guardare le classfiche di vendita?); prima (e per prima intendo prima di qualche decennio fa) non era esattamente così.

    Il videogioco in particolare è vittima del meccanismo commerciale, riconoscerlo e andare oltre al problema è solo il primo passo per costruire un discorso in merito al possibile valore artistico di certi videogiochi.

  13. “Entrare in un mondo complesso come quello dell’arte, pretendendo di dire la propria partendo da concetti banali e fini a sé stessi come “l’arte deve emozionare” o “l’arte è pura espressione”, rende di fatto impossibile portare avanti un dialogo che non si trasformi in uno stillicidio.”

    Chi lo dice che questi concetti sono “banali”? Certo buttati lì così, senza spiegazioni, tutto diventa superficiale. A me sembra che tu creda che il fatto stesso di dare una definizione a cosa sia l’arte sia di per se stupido. Ogni uomo ed ogni epoca ha tentato di dare una propria risposta alla fatidica domanda ed ogni volta, queste, si sono dimostrate inevitabilmente parziali. Non per questo però si è buttata la spugna ed ogni individio, io credo, ha diritto d’avere la propria personale idea di cosa sia arte ma, insieme, il dovere di motivarla. La ricerca delle definizioni non è un giochino “banale” come lo definisci tu, ma è l’espressione di un bisogno imprescindibile di ogni uomo che è quello di capire (anche semplificando se vuoi).
    Nessuno, in realtà, può dire se i videogiochi siano arte o meno proprio perchè non sappiamo cosa sia quest’arte e quindi il discorso è debilitato in partenza. Sarebbe più onesto non dire che ogni definizione d’arte è banale, ma denunciare l’incapacità tua (dell’autore) e di ogni uomo a darne una che sia, una volta per tutte definitiva ed universale. A mio parere non dovremmo preoccuparci se i videogiochi siano o no arte, ma semplicemente sperare che gli autori realizzano giochi migliori, tutto il resto verrà da se.

  14. Certo poi dovremmo metterci d’accordo su cosa renda un gioco migliore di un altro e allora ricomincieremo a contrapporci senza arrivare ad una (impossibile) conclusione.
    Solitamente trovo molto interessanti gli articoli di Karat, ma qui mi pare che il nostro valente redattore abbia un po’ peccato di presunzione. Si preoccupa di dire che definizioni (buttate lì, così da farle apparire ancora più stupide) come “l’arte deve emozionare” o “l’arte è pura espressione” siano “banali” ma si guarda bene dal darcene una che sia, dal suo punto di vista, più “degna” (anche perchè, come sappiamo tutti, non esiste, su questo argomento, una definizione più degna di un’altra, al massimo essa potrà essere meglio o peggio argomentata). Ci tiene a dire che i ragazzi che hanno provato a rispondere a Roger Ebert o si servono di “tesi banalie e approssimative” o sono sprovvisti di “un’opinione forte a cui fare riferimento”, ma, nel denunciare questo, karat si dimentica di dirci quale sia la Sua “idea forte” e le Sue tesi non banali e non approssimative. Credo proprio cha Karat non si sia voluto sporcare le mani esponendosi con idee proprie, limitandosi a lanciare, a noi lettori, delle (interessanti) domande. Tutto lecito e corretto, la prossima volta però, potrebbe evitare di ergersi a giudice di cosa sia “banale” e cosa non lo sia, dal momento che non sembra che lui abbia risposte da darci (o almeno non si degna di condividerle).

  15. Di solito non gioco con le definizioni. Soprattutto per definire l’arte le trovo limitanti e stupide, oltre che demolibili con una facilità francamente noiosa. Il problema delle definizioni è che spesso vengono usate come slogan: l’arte deve emozionare! Ma anche no e ci sono decine di artisti e opere che possono dimostrarlo, pur essendo arte. Quindi vale la definizione contraria? Assolutamente no, perché l’arte può emozionare. Di solito che si impegna troppo con le definizioni di arte ne sa pochino. Per fare un discorso sensato e serio, che abbia un qualche peso, bisognerebbe lasciare perdere gli slogan.

  16. Ma allora di cosa vogliamo parlare? Le definizioni servono per intendersi. Se hai una tua ampia idea su cosa sia l’arte e sai argomentarla con maggior efficacia di come farebbe una definizione (che per sua natura è, ovviamente, una semplificazione) io sono lieto d’ascoltarti. Ma i miei post non riguardavano solo l’opportunità o meno delle definizioni. Anche secondo me una definizione buttata lì non serve a nulla. Quello che volevo sottolineare è invece che non mi pare (a differenza di altre volte) che nel tuo articolo vi fossero quelle “idee forti” che tu accusi gli altri di non avere. Ho l’impressione (come ho già detto) che tu non ti sia voluto “sporcare le mani” esponendoti con opinioni che fossero solo tue o che comunque riflettessero il tuo pensiero. Comunque sarò felicissimo d’essere smentito.

  17. Tutto quello che tu, Karat, dici sulle definizioni è vero nella misura in cui, chi le formula, non sia poi capace di argomentarle. Ma, in ogni caso, il discorso definizioni si o definizioni no, non mi interessa minimamente. Se mai la nostra incapacità di dare una definizione esaustiva è sintomo che il problema sta da un’altra parte, cioè che l’oggetto arte è indefinibile e che quindi sia difficile pensare di costruirci sopra un “discorso sensato e serio”. L’abitudine poi che molti critici (come il nostro Roger Ebert) hanno di uscirsene con frasi del tipo: “i videogiochi non sono arte”, non merita nemmeno attenzione. Infatti: in base a quali criteri possono definire, in maniera così perentoria, ciò che arte e ciò che non lo è quando la difficoltà di una tale operazione la stiamo toccando persino noi nella nostra così “banale” (come direbbe Karat 🙂 ) discussione?
    Secondo me sarebbe meglio spostare il problema. Io (e, come me, penso molti altri), quando guardo un film, gioco ad un videogame o leggo un romanzo, non mi pongo minimamente il problema se quel lavoro sia Arte o meno, tutto ciò che faccio è prestare ascoltare a quel che l’autore vuole dirmi (sempre che abbia qualcosa da dire, s’intende) e provare a dare una mia interpretazione (anche prescindendo, entro certi limiti, dall’intenzionde del realizzatore, che come ho detto in un altro post, non esaurisce il senso di un’opera), contribuendo così, nel mio piccolissimo, alla definizione del testo (è questa la funzione che al lettore, o allo spettatore, assegnano studiosi come Iser, per i quali il testo è un “dispositivo potenziale”).
    Credo sia doveroso da parte mia dire che il semplice fatto che tu, Karat, abbia posto, in maniera così stimolante, simili problematiche, meriti, di per se, un grosso encomio. Ciò che però ho cercato di appuntare al tuo articolo è che se tu definisci il pensiero di altre persone “banale” o “privo di idee forti” devi prenderti la briga di proporre le Tue “idee forti”, di trovare cioè il coraggio di esporti condividendo con gli altri tue opinioni. Tutto qui. Non è un problema di definizioni si o definizioni no, che (sono d’accordo con te) lasciano il tempo che trovano e, caso mai, sarebbero utili in un secondo momento per trovare una sintesi con la quale intendersi. Spero comunque che la tua risposta possa smentire questa piccola critica.

  18. Brumaio wrote:

    Ma allora di cosa vogliamo parlare? Le definizioni servono per intendersi. Se hai una tua ampia idea su cosa sia l’arte e sai argomentarla con maggior efficacia di come farebbe una definizione (che per sua natura è, ovviamente, una semplificazione) io sono lieto d’ascoltarti. Ma i miei post non riguardavano solo l’opportunità o meno delle definizioni. Anche secondo me una definizione buttata lì non serve a nulla. Quello che volevo sottolineare è invece che non mi pare (a differenza di altre volte) che nel tuo articolo vi fossero quelle “idee forti” che tu accusi gli altri di non avere. Ho l’impressione (come ho già detto) che tu non ti sia voluto “sporcare le mani” esponendoti con opinioni che fossero solo tue o che comunque riflettessero il tuo pensiero. Comunque sarò felicissimo d’essere smentito.

    è da quando è nato questo blog che provo a dare un’idea di come intendere i videogiochi come arte…

  19. Ovviamente io non sono molto sveglio però, pur seguendovi da un bel po’ (postando solo negli ultimi tempi e di rado) non ho capito benissimo quale sia, esattamente, la tua idea in proposito. Forse mi sono perso qualche articolo. Sarebbe bello comunque se tu potessi mettere insieme, in maniera sistematica, tutte quelle idee che magari hai disseminato nel corso degli anni nei tuoi vari articoli e farne così uno scritto organico e compiuto che possa far emergere, con inequivocabile chiarezza, le Tue “idee forti”. Mi rendo conto che comunque non sei tenuto a farlo, con questo blog hai già contribuito moltissimo, ed in maniera sempre preparata e stimolante, alla formazione di un’idea di vedeogioco come arte.

  20. L’articolo è alquanto interessante da un punto di vista retorico: volendo semplificare, abbiamo una persona acculturata che non ama i videogiochi, pensa che guardando degli screen possa valutarli e si diverte a proporre un atteggiamento decostruttivo anzicchè costruttivo (la stessa tecnica venne implementata quando rispose la prima volta a Clive Barker). D’altronde se un intellettuale affermasse domani che il cinema non è arte, Ebert se ne guarderebbe bene dal rispondergli, limitandosi probabilmente a rinfacciarli tutto il tmepo storico in cui il cinema ha acquisito “valenza artistica”.
    Da notare come la tesi “affermativa” di Ebert “Nessuno ha mai citato un titolo degno di essere accostato ai grandi lavori artistici” sia subdola: chi è il soggetto indicato da Ebert ? Un critico ? Un videogiocatore ? Un non-videogiocatore ? Il pubblico ? La massa ? Lui forse ? E’ chiaro che ognuno in questo blog sarebbe capace di proporre un simile accostamento, ma la casaliga di Voghera potrà mai affermare che il suo Wii Fit o il Brain Training sono arte ? Brian Ashcraft ha scritto (in maniera del tutto opinabile) una lettera ad Ebert con cui concludeva: “Ricordati che non sei un critico di videogiochi”: Essere dei critici è condizione necessaria e sufficiente per affermare che “il videogioco è arte”, o che “questo videogioco è arte” (ricordandoci che un’affermazione del genere è del tutto soggettiva) ?

  21. Come fai intendere anche tu, Mr Rud, affermazioni come: “Nessuno ha mai citato un titolo degno di essere accostato ai grandi lavori artistici”, in difesa della tesi che: “i videogiochi non sono arte”, siano del tutto campate in aria, prive di qualsiasi rigore analitico o, semplicemente, logico. Credo che soffermarsi troppo sulle parole di Ebert sia davvero tempo sprecato.

  22. “Credo che soffermarsi troppo sulle parole di Ebert sia davvero tempo sprecato.”

    Non per forza: seguo Ebert da parecchio e nelle sue recensioni ha spesso citato i videogiochi in maniera quasi positiva. Mi pare che in una sua recensione ha scritto qualcosa come: “Da tutta l’eccitazione continua di un videogioco, senza il disturbo di doverlo giocare”, Per non parlare del fatto che il critico incomincia il suo articolo affermando che “il “mai” in fondo non è altro che un tempo molto lungo”. Da ciò io capisco che in fondo Ebert sa che prima o poi i videogiochi saranno considerati arte. Quello che ha fatto con Barker e la Santiago, per come la vedo io, non è altro che una critica ai “portavoce” della cultura del videogioco, rei di un elitarismo prematurio. Diamine, persino il fumetto e la televisione (facenti parte del novero delle arti) hanno difficoltà ad essere riconosciute (non sto parlando della tv generalistà italiana, quella è irrecuperabile); quindi perchè il videogioco, ultimo in ordine cronologico, deve sfregiarsi così presto di tale titolo ? Come ha fatto votare Simone, la fotografia che accompagna l’articolo è emblematica: se il pubblico dei videogiochi non è ancora abbastanza maturo, portare avanti la tesi del “videogioco come arte” è un esercizio futile, visto che i larga parte dei giocatori, dei critici e degli (perchè no) sviluppatori non hanno ancora raggiunto un grado di conoscenza abbastanza elevato.

  23. Beh, se Ebert intende quel “mai” in maniera non perentoria e definitiva, ma semplicemente come “tempo molto lungo”, il discorse cambia totalmente e si può quindi trovare un terreno di confronto.

  24. Semplicemente perchè, dal momento che noi videogiocatori spendiamo un mucchio di tempo dietro i videogiochi, vorremmo che il nostro impiego di tempo venisse “nobilitato” dalla qualifica di “attività culturale”. Conferendo l’aura sacrale di “Arte” all’oggetto del nostro interesse vorremmo, in realtà, nobilitare noi stessi; “banale” ma comprensibile. Ecco perchè credo che dovremmo lasciar perdere concetti indefiniti (ed indefinibili) come quello di “Arte” e concentrarci sui singoli videogiochi. Come ho già detto dovremmo avere la pazienza d’ascoltare cio che gli autori di questo o quel videogioco desiderano dirci (ripeto, sempre che abbiano qualcosa da dire e questo capita sempre più di rado), senza stare troppo a pensare se quella sia arte o meno. Solo così, io credo, l’indistria videoludica potrà crescere. Dovremmo essere più esigenti e agli autori di videogiochi chiedere un maggior investimento di idee e un più convinto coraggio espressivo.

  25. E quando dico che dovremmo chiedere agli autori di videogiochi un maggior investimento di idee non alludo solo a ciò che pertiene al gameplay o al level design, ma soprattutto alla loro personale visione del mondo, della società e dell’uomo. Se i videogiochi riusciranno a fare questo sono convinto che lo status di “Arte” verrà da se.

  26. se voglio esprimere la mia visione del mondo della società e dell’uomo non faccio prima a scrivere un libro? in tutto questo l’aspetto interattivo si mette un pò d’ostacolo…

  27. @ Simone “Karat45” Tagliaferri:

    Ovviamente sono d’accoro al 100%. Non era mia intenzione affermare il contrario. Dicendo che “lo status di “Arte” verrà da se” non intendevo certo dire che la potenzialità espressiva dei videogiochi debba essere lasciata allo stato brado, ma piuttosto che, invece d’impegnarci in unna discussione su concetti impossibili da definire in maniera oggettiva come “Arte”, bisognerebbe valutare singolarmente i videogiochi, sostenendo solo gli autori che hanno qualcosa da dire (e, come ho già detto, non solo in termini di mero gameplay).

  28. @ P6:

    L’interazione, se usata con coscienza, è uno strumento potentissimo per creare un forte senso d’immedesimazione nello spettatore e quindi coinvolgerlo attivamente nel processo di costruzione del significato di un’opera. Ovviamente il discorso sull’interzaione è molto complesso e non sono sicuro di disporre degli strumenti teorici adeguati per un compito simile. Per me, comunque, l’interazione, dovrebbe in qualche modo corripondere all’interpretazione, ovvero l’autore dovrebbe mettere il giocatore nella condizione di compiere le azioni che corrispondono alla sua personale interpretazione della vicenda narrata. Ovviamente queste sono solo opinioni personali, il concetto d’interazione meriterebbe studi molto approfonditi. Anche perchè, come giustamente fai intendere tu, l’interazione potrebbe, se usata male, mandare a gambe all’aria la possibilità dell’autore di esprimersi liberamente.

  29. Brumaio wrote:

    Semplicemente perchè, dal momento che noi videogiocatori spendiamo un mucchio di tempo dietro i videogiochi, vorremmo che il nostro impiego di tempo venisse “nobilitato” dalla qualifica di “attività culturale”. Conferendo l’aura sacrale di “Arte” all’oggetto del nostro interesse vorremmo, in realtà, nobilitare noi stessi; “banale” ma comprensibile. Ecco perchè credo che dovremmo lasciar perdere concetti indefiniti (ed indefinibili) come quello di “Arte” e concentrarci sui singoli videogiochi. Come ho già detto dovremmo avere la pazienza d’ascoltare cio che gli autori di questo o quel videogioco desiderano dirci (ripeto, sempre che abbiano qualcosa da dire e questo capita sempre più di rado), senza stare troppo a pensare se quella sia arte o meno. Solo così, io credo, l’indistria videoludica potrà crescere. Dovremmo essere più esigenti e agli autori di videogiochi chiedere un maggior investimento di idee e un più convinto coraggio espressivo.

    @ Brumaio:
    BOH!
    Mi sembra riduttivo dire che “noi” abbiamo bisogno di un riconoscimento artistico per “nobilitarci” o cose del genere, ma chissenefrega. Oltretutto avrebbe ragione Ebert allora.
    La cosa che mi infastidisce è che ancora si fa fatica a capire cosa e dove sia l’arte nel videogioco. Va ricercata nella sua unicità: proprio in quell’interazione che potrebbe “infastidire” una narrazione (ma neanche tanto, vedi cose tipo Heavy Rain, ma pure MGS…).

    A parte che non è vero che di arte del videogioco se ne è sempre parlato. Anzi. Se ne parla da quando esistono i full motion video!! E’ questo il punto… Ma allora il videogioco è un multimedia QUINDI un contenitore che incorpora le varie “arti” (visiva, cinematografica, musicale etc.) oppure può (e sottolineo può, e aggiungo in rari casi) essere un qualcosa di artistico nella sua multiformità?

    Chiaramente propendiamo per la seconda tesi, ma è chiaro che il capolavoro videoludico non può e non deve significare soltanto “bell’aspetto visivo” o “bella musica” oppure “belle sequenze cinematografiche”. La colonna portante è l'(inter)azione, anche nei videogiochi meno movimentati. Il resto è tanto importante ai fini dell’esperienza quanto poco rilevante dal punto di vista di “quello che si deve fare”.
    Perché se quello che “dobbiamo fare” non è interessante (ed è proprio qui che scatta la molla artistica del game design, creare quel qualcosa, quella motivazione nel giocatore da rendere il tutto interessante) casca il palco.

  30. @ Mario Morandi:

    Io non ci vedo nulla di male nel cercare di nobilitare il tempo che s’impiega in qualcosa che ci procura piacere, lo trovo perfettamente “umano”.

    Mario Morandi wrote:

    La colonna portante è l’(inter)azione

    Sono perfettamente d’accordo con te. Penso anch’io che lo specifico del linguaggio videoludioco, ovvero ciò che maggiormente caratterizza il videogioco e lo differenzia da qualsiasi altro mezzo espressivo, sia proprio l’interattivita.

  31. Brumaio wrote:

    Per me, comunque, l’interazione, dovrebbe in qualche modo corripondere all’interpretazione, ovvero l’autore dovrebbe mettere il giocatore nella condizione di compiere le azioni che corrispondono alla sua personale interpretazione della vicenda narrata.

    è qui il guaio. se ci pensi è un controsenso. se io game designer ti do la possibilità di controllare il partigiano o il soldato nazista (tanto per fare un esempio) non posso veicolare un messaggio perchè mi devo mettere in una posizione amorale. se voglio dire la mia sulla storia ti devo dire pure chi impersonare.

    il punto è che per me è molto più interessante la possibilità di scegliere del solito autore che ti deve andare a spiegare come la pensa su tutto.
    se il videoludo non viene considerato arte… beh, per certi versi è anche meglio: avrà meno condizionamenti culturali per evolversi. il guaio è la stupidità della maggior parte del pubblico giocante…

  32. Brumaio wrote:

    @ Mario Morandi:
    Io non ci vedo nulla di male nel cercare di nobilitare il tempo che s’impiega in qualcosa che ci procura piacere, lo trovo perfettamente “umano”.

    Beh, un attimo, alla fine il discorso era “per sentirci meglio noi”, a me questo non interessa.
    Mi interessa che la bellezza oggettiva di certi videogiochi venga compresa e riconosciuta, non per me, che i videogiochi non li creo, ma per chi li fa, per chi ha avuto delle idee e delle “visioni di gioco” che sono meritevoli di essere riconosciute come “artistiche”.

    Il grosso “problema” nel discorso videogioco è che, rispetto al cinema o alle altre forme d’arte, è molto più eterogeneo. Certo, un film di Vanzina e uno di Tarantino non sono esattamente della stessa pasta, ma perdio, FUNZIONANO allo stesso modo. Esiste comunque sempre un qualcosa che è raccontato in una sequenza audiovisiva temporale più o meno articolata.

    Se mettiamo in fila Tetris, Metal Gear Solid e Second Life (ma se non lo consideriamo vg, metti anche World of Warcraft), che cosa pensiamo?
    Sono titoli completamente diversi, perché FUNZIONANO in modi diversi, perché richiedono da te competenze diverse, compiti diversi. Ma è proprio qui che s’innesca il discorso chiave del videogioco, è proprio qua che si scatenano le sensazioni uniche (a volte quasi tattili) e caratteristiche del medium.

    (Anche) per questo è difficile costruire un discorso critico-addemico intorno al videogioco. Pittura, scultura, cinema, fotografia, hanno delle regole. Che poi possono essere stravolte, creandone di nuove, etc, ma il critico ha ben presente certe regole che si sono create e osservate con il passare del tempo.
    Le regole del game design? Mica possono essere le stesse per un gioco di guida o un gioco puzzle.
    Anche se, con buona volontà, si possono trovare degli elementi in comune e partire da lì.
    Per esempio, siccome il videogame richiede la partecipazione attiva da parte del giocatore, siamo consapevoli che il giocatore va sempre motivato. Questo in ogni videogioco. E come si fa? Da qui si può analizzare il videogame da un punto di vista critico, riguardo all’arte del game design.

    MIkami ad esempio disse che una lezione di game design per lui fu “creare un senso di libertà in uno spazio ristretto”.
    Questa “regola d’oro” va benissimo per gli action adventure et similia, ma se dovessimo applicarla a un racing game, a un gestionale o a un puzzle?

    Eppure le possibilità espressive del videogioco sono proprio interessanti proprio perché, ipoteticamente, si può fare tutto, o quasi.
    Per esempio la vedo dura creare il videogioco “autobiografico”, tanto per dirne una. Anche se è possibile (che ne so, simil Phoenix Wright, Heavy Rain, etc).

    Certo bisogna accettare il fatto che la narrazione nel videogioco non è essenziale ai fini del suo funzionamento. Nel cinema sì; i due medium sono profondamente diversi da questo punto di vista, e a volte la fruzione del videogioco assomiglia di più alla musica (con cui possiamo “interagire”: ballando, cantando etc).

    Sono pensieri interessanti ma come sappiamo è difficile che abbiano spazio nella “critica” soffocata e soggiogata dal marketing con cui abbiamo a che fare.

  33. Sono d’accordo con Nevade che parla di problemi con la messa a fuoco del punto di vista, ma io aggiungerei proprio che è sbagliato il punto di vista del signor Roger Ebert.Non credo siano i giocatori a dover stabilire (parlo in linea di massima) se un gioco sia arte o meno; i videogiocatori  sono soltanto i fruitori, a volte inconsapevoli del videogioco stesso, al punto che con gli attacchi al sig R.E. non fanno altro che dargli ragione.Questo giornalista sarà anche molto influente, ma ha un gran gusto per la polemica perchè sa che porta gente e lettori, e proprio per questo stuzzica una categoria ormai molto nutrita di persone adulte ormai, che si sentono un po’ attaccate dall’immagine del nerd occhialuto come stereotipo del videogiocatore (che a me ispira cmq grande simpatia…ma io so’ strana).
    Anche Toulouse-Lautrec faceva le locandine pubblicitarie che oggi sono delle opere d’arte, ma allora nessun critico aveva la lungimiranza (o paraculaggine) di definirla arte.
    E poi macchecefrega se i videogiochi sono arte o no?Perderebbero il loro valore?Sarebbero meno divertenti?Non credo proprio, quindi R.E perde un sacco di tempo.

  34. Roger Ebert è un critico intelligente e preparato, e oltretutto non è nemmeno così elitario nei suoi atteggiamenti come tanti suoi colleghi; è anche dotato di senso dell’umorismo e della misura. A sentire le esternazioni fatte da ‘sta cretina, supponente e fastidiosa come una caramella all’ortica, trovo che sia stato bravo a contenersi e a non mandarla al diavolo.

    Per come la vedo io, il videogioco non è arte, è un mezzo: per Ebert tramite tale mezzo sembra non darsi la possibilità di espressione artistica, ottimo, è un’opinione buona come quella di chiunque altro. Rimane da definire cosa sia l’arte, ma né lui né questa simpaticissima signorina si premurano di fornircene una definizione sensata… forse perché non ne esiste una che vada bene davvero, tanto meno quella di wiki? Mah.
    Per conto mio, penso che tale definizione sia superflua e inutile: videogioco da venticinque anni, ormai di fornire una patina “seria” e “culturale” alla mia prinicipale passione mi importa poco. Forse il videogioco sarà considerato davvero Arte (e Ebert in realtà non sembra del tutto contrario a questa promozione, mi sembra) quando i videogiocatori smetteranno di cercare in questo mitico status una giustificazione a quello che a parenti/amici/familiari sembra una perdita di tempo.

  35. Secondo me non è tanto un problema di “approvazione” quanto di far rientrare le cose in una certa misura: non credo che qualcuno (e mi riferisco soprattutto a madri e ragazze, ma gli esempi possono essere altri) abbia mai affermato che Uomini e Donne, o Facebook, o Amici siano arte (forse l’ultima si, ma rimane “arte” da pezzenti); credo che non sia tanto il fastidio di sentirsi dire “perdi tempo con i videogiochi”, quanto il farsi dire questa frase da persone che perdono il loro tempo in attività per noi assai più deprecabili, ma poichè tali attività sono massimizzate, diventano “socialmente accettabili”. Un esempio potrebbe essere fatto con un esperimento: immaginatevi se una persona non giocatrice ricevesse nel suo profilo facebook gli aggiornamenti farmville di un suo amico e quelli di World of Warcraft di un altro conoscente: il suo atteggiamento sarebbe, in generale, diverso, anche se entrambi sono videogiochi. E’ il doppio standard che da fastidio, non tanto la critica. Perchè una mia amica fan di Harry Potter storce il naso dandomi dell’infantile quando le dico che sono fan del Signore degli Anelli ? Perchè due prodotti appartenenti all’imaginario fantasy vengono valutati in modi così diversi (e non sto parlando di gusti, ma di percezione generalista dell’opera) ? Per quanto mi riguarda ho smesso di affermare “i videogiochi sono arte” da un pò di tempo, oramai mi limito a sussurrare “c’è qualche videogioco che potrebbe essere considerato arte”, incominciando da quì, ho fatto lo stesso cambiamento con film, libri, musica e fumetti, convincendomi che quando si parla di arte, non sono tanto importanti le affermazioni, quanto le discussioni

  36. P6 wrote:

    è qui il guaio. se ci pensi è un controsenso. se io game designer ti do la possibilità di controllare il partigiano o il soldato nazista (tanto per fare un esempio) non posso veicolare un messaggio perchè mi devo mettere in una posizione amorale. se voglio dire la mia sulla storia ti devo dire pure chi impersonare.

    No, non credo sia un guaio perchè continuerà a persistere lo “sguardo” di un autore che selezionerà ciò che mi farà vedere e ciò che mi nasconderà, ed ogni cosa mi sarà mostrata attraverso il filtro di questo “sguardo” che è poi la morale dell’autore, la sua visione della vita, del mondo e dell’uomo. Quello che cerco di dire è che una liberà assoluta è impossibile perchè tutto ciò che osserviamo sullo schermo è frutto di una scelta, di una “selezione” da parte dell’autore. Comunque, ripeto, il concetto di “interazione” è tra i più controversi e meriterebbe studi approfonditi.

    Mario Morandi wrote:

    Certo bisogna accettare il fatto che la narrazione nel videogioco non è essenziale ai fini del suo funzionamento.

    Si, hai perfettamente ragione. Ma, come dici tu stesso, questo in ogni caso non sarebbe un limite ma una potenzialità del mezzo videoludico. Anche se, quando di deve sostenere la “narratività” o meno di un mezzo espressivo andrebbe usata sempre molta cautela. Molto spesso, ad esempio, si definiscono alcuni film non “narrativi” (un esempio potrebbe essere quello di Kiss di Andy Warhol o Le ballet mecanique di Leger). A mio parere, però, non esiste un film non narrativo perchè ogni singolo fotogramma della pellicola è, per me, la “promessa” di un racconto che potrebbe realizzarsi o meno. Si potrebbe fare lo stesso discorso con i fotogrammi di un videogioco? Mi rendo conto che è un discorso “debole”, ma con ciò volevo solo sottolineare come persino il concetto di narratività non sia poi così ovvio.

  37. Mario Morandi wrote:

    Brumaio wrote:
    Certo bisogna accettare il fatto che la narrazione nel videogioco non è essenziale ai fini del suo funzionamento. Nel cinema sì; i due medium sono profondamente diversi da questo punto di vista, e a volte la fruzione del videogioco assomiglia di più alla musica (con cui possiamo “interagire”: ballando, cantando etc).

    Solo una nota: il concetto è ovviamente sensato, così come è netta la distinzione dal cinema, però, proprio perché il videogioco è vario come tu giustamente lo descrivi poco più sopra, questa affermazione mi sembra un po’ limitata, o quantomeno applicabile solo a determinate categorie di videogioco.

    Poi magari dipende anche da cosa intendi, però davvero, anche senza voler arrivare a un Heavy Rain, la narrazione non è una componente fondamentale in certe avventure grafiche, in certi giochi di ruolo? Nel momento in cui pieghi e modelli le meccaniche e i modelli d’interazione anche sulla base di ciò che vuoi raccontare e di ciò che vuoi far raccontare al giocatore con le sue azioni, non stai rendendo la narrazione parte integrante del funzionamento del gioco?

    Senza contare poi la narrazione messa in piedi dal giocatore stesso con le sue azioni, quella che va a costruire le mille storie non previste da chi il gioco lo crea. Quella narrazione che c’è sempre stata, anche quando i videogiochi eran fatti con quattro pixel e nella maggior parte dei casi nessuno voleva infilarci una storia.

    Il punto è alla fin fine quello da te ben espresso: c’è talmente varietà che diventa anche un po’ difficile far generalizzazioni.

  38. cercando la definizione di narrazione:

    – esposizione verbale o scritta di un avvenimento

    la narrazione nei videogiochi non esiste.

  39. Ti aspettavi che ci fosse scritto: “esposizione multimediale di un avvenimento”?

    Magari fra 100 anni.

    Per ora quella definizione taglia fuori anche i film.

  40. Beh che Flower sia stato creato per ambire a lenire il testosterone dei giocatori di COD non so, ho i miei dubbi.
    Che i fini artistici ci siano è indubbio, che i risultati siano sempre tangibili e/o riusciti è un altro.

  41. P6 wrote:

    cercando la definizione di narrazione:

    – esposizione verbale o scritta di un avvenimento

    la narrazione nei videogiochi non esiste.

    Sul concetto estremamente complesso di narrazione sono stati scritti migliaia di libri ed esiste persino una disciplina che la studia (la narratologia). Non penso, dunque, che uscirsene con una scarna definizione sia l’approccio più corretto, a maggior ragione se non ci si prende nemmeno la briga di argomentarla. In ogni caso, non so quale sia la fonte, ma questa definizione mi pare alquanto carente. Infatti rimarrebbe totalmente fuori il modello di narrazione per immagini che è proprio del cinema.

  42. Scusa Matteo se ho ribadito ciò che avevi già detto, ma non avevo ancora letto il tuo messaggio 🙂

  43. ok. la definizione non è un granchè, era per rendere l’idea.
    che il cinema vada tenuto dentro non mi pare tanto palese. prima di tutto il cinema come il teatro è una rappresentazione. poi c’è il montaggio, che è un linguaggio astratto, e allora possiamo parlare di narrazione (ibrido narrazione-rappresentazione?)

    ma per esserci una narrazione deve stare pure un autore che ne ha il totale controllo sulla storia.
    il game designer invece progetta uno scenario in cui POSSONO succedere alcune cose prestabilite così come possono non succedere o in cui può addirittura succedere qualcosa di imprevisto e imprevedibie (se il gioco è molto complesso. sennò è un bug). è una storia in cui il protagonista può fare di testa sua senza però diventare un altro autore: non è più una storia.

    di solito per fare la “storia” si castra il gioco: ho una storia in cui l’eroe salva il mondo? se non lo salva, game over. ho una scena in cui il protagonista va a destra? se va a sinistra trova un muro. l’eroe della mia storia non spara mai agli innocenti? se il giocatore lo fa (e tanto lo farà) non succede nulla. oppure game over.

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