e vidi spenta ogni veduta, fuor che de la fiera

Il problema di Dante’s Inferno non è l’aver toccato un mostro sacro della letteratura italiana e mondiale che, soprattutto in Italia, non ha letto nessuno (o quasi) fino in fondo. Non credo che il valore della Divina Commedia in generale, e dell’Inferno in particolare, venga sminuito dal gioco di EA che, essendo nulla e non valendo niente, verrà dimenticato inesorabilmente. In fondo di giochi dedicati all’inferno di Dante ce ne sono stati altri (come dimenticare Dante’s Inferno per C64? Aveva una colonna sonora bellissima…) e nessuno si è scandalizzato più di tanto. Il vero problema della produzione EA è la stupidità, ovvero l’incapacità di prendere la cantica dantesca e riplasmarla in modo intelligente e creativo, riconoscendo la difficoltà della trasposizione ma sfruttando l’unicità del medium videoludico in modo meditato e unico. L’operazione fatta dagli sviluppatori, Visceral Games, che già ci aveva deliziato con la banalità di Dead Space, è stata molto più semplice: prendi Dante, lo trasformi in un crociato (medioevo e crociati stanno sempre bene insieme), trasformi Beatrice in una strappona (l’ideale di donna del maschio occidentale contemporaneo), i nove gironi infernali in un catalogo di brutte illustrazioni fantasy et voilà, hai il tuo bel piacchiaduro simil God of War con tanto di citazione colta nel titolo. Dante ammazza la morte, Dante picchia i demoni, Dante spara a caso versi del poema come se il cul che fece trombetta avesse cambiato regione anatomica e fosse diventato la bocca. Beatrice tiene particolarmente a far vedere le tette e il culo. Insomma, si ha quasi l’impressione che non potendosi confrontare alla pari con l’opera originale, si sia scelta la via dello svacco e delle soluzioni ovvie. Soluzioni a misura di videogiocatori verrebbe da dire (come non notare che la maggior parte dei critici videoludici italiani, citando il testo letterario, non ha azzeccato un termine?) che più di tanto non ci arrivano e che se non ammazzano non comprano.

Il diritto di interpretare le opere degli altri presuppone che gli altri abbiano il diritto di interpretare la tua. Se tu prendi l’Inferno di Dante e lo trasformi in un picchiaduro trash devi accettare che qualcuno contesti la tua scelta. E non è il caso di banalizzare l’argomento con il solito lassismo postmoderno. I problemi generali che nascono in casi del genere sono gli stessi che gli spettatori e i critici fanno emergere quando un’opera letteraria viene ridotta in film. Perché in quei frangenti si bada al linguaggio della traduzione e si vivisezionano le opere per vedere se gli autori della pellicola hanno rispettato lo ‘spirito’ dell’originale, riconoscendo loro comunque la libertà di interpretare, anche di stravolgere in molti casi (vedi Shining di Kubrick), mentre nei videogiochi non frega niente a nessuno? Che senso ha continuare a considerarsi i cugini scemi della cultura mondiale? Fa comodo non uscire dal limbo dell’idiozia in cui siamo stati esiliati ma che non vogliamo lasciare perché in fondo si sta bene?

Perché non riflettere sul fatto che l’industria videoludica non riesce a trovare alternative ai giochi d’azione? Come non ricordare che un’Ultima IV o un King Quest IV vendevano milioni di copie, mentre oggi, nonostante il mercato sia estremamente più ampio, non si riesce a trovare un’alternativa a due / tre generi che hanno tutti la stessa radice? Insomma, perché l’Inferno non poteva essere altro che un picchiaduro senza senso e non si è cercata una via alternativa che riuscisse a proporre al giocatore almeno una parte delle tematiche e del fascino del poema dantesco? Il medium videogioco è veramente così inferiore agli altri media da non poter ambire ad altro che a distruggere e a stuprare? Oltretutto risultando ridicolo per il suo prendersi maledettamente sul serio?

L’atteggiamento generale dei videogiocatori è ormai quello della casalinga che passa le giornate davanti al televisore per divagarsi e ritagliarsi qualche sogno a basso costo. Spesso non si capisce se fugge dagli impegni della giornata o se da una vita mostruosa che non si vuole guardare negli occhi. Rimane il tempo passato davanti a trasmissioni sciocche e degradanti che non richiedono altro che l’accettazione e la celebrazione dell’immagine in quanto tale. Che differenza c’è da chi cerca nei videogiochi solo il divertimento a tutti i costi? Non è comunque una forma di gratificazione umorale che non arricchisce e non mette mai in discussione? Che senso ha arrivare in fondo all’Inferno se non c’è un Paradiso verso cui risalire?

Articolo già apparso su Babel 21

18 commenti su “e vidi spenta ogni veduta, fuor che de la fiera

  1. Rilancio alla frase con cui Karat chiude l’articolo con un una citazione:
    “Come potrebbero i dannati essere tali se non potessero sognare il paradiso?”

    A che serve parlare tanto dei mali del paese se poi gli Italiani votano sempre lo stesso male? A che serve l’analisi critica che se poi l’utente finale cerca altre forme di soddisfazione date dall’ignoranza, dall’incultura o dalla semplice digressione?
    Capire è sapere, sapere è fatica.
    Ma tanta fatica, soprattutto in un medium che vive e aspiri a sentimenti molto meno nobili, è in questo paradosso di fondo che siamo incastrati ormai da tempo.
    Come se ne esce? Non lo so, come si evolverà meno ancora, non starà a noi deciderlo (o forse si, è bello crederlo).

  2. Ci sono anche linee di grigio comunque.

    Magari uno ha già speso energie e ore confrontandosi con sé e con gli altri direttamente o con altri mezzi, e vuole ritagliarsi solo un po’ di intrattenimento intenso, spensierato, e possibilmente originale, con un videogioco.

    Se poi questo gli offre altri confronti ben venga, anzi benissimo, se no lo fa, basta che faccia per lo meno bene la sua parte.

    Questa attualmente è la mia condizione di videogiocatore. Che potrebbe anche cambiare.

    L’importante è che il divertimento non diventi una fuga dalla realtà. Ma se ci pensiamo la noia è il nemico contemporano. Qualunque cosa pur di divertirsi. Ogni tanto bisogna anche sopportare l’angoscia quotidiana connaturata al vivere.

  3. Sì… Mi è piaciuto tanto il tuo pezzo Karat, in fondo anche se non descrivi molto il gioco c’è veramente poco da dire su Dante’s Inferno. Fanculo ai lassisti postmoderni, c’ha pienamente ragione. Giustamente ci si scandalizza, giustamente ci si incazza perché videogiocatori italiani, perché videogiocatori dunque, ma soprattutto italiani.
    Da videogiocatore vedo un plagio plateale del già non-così-innovativo God of War, da italiano un abuso letterario, uno stupro di un’opera essenziale non solo per la nostra lingua, ma per la cultura del mondo intero. Cazzata. Dante’s Inferno relegato nel girone degli eretici.
    Fantastico il cul che fece trombetta che cambia regione anatomica. Peccato il pezzo finisca con troppi interrogativi, dal provocatorio si passa un po’ alla disperazione. Sii ottimista… 😉

  4. Secondo me un punto di forza di questo gioco è stato il periodo d’uscita, molti aspettavano con impazienza re Kratos e hanno alleviato il dolore dell’attesa con il fratello sfigato.

    Per quanto riguarda: “nonostante il mercato sia estremamente più ampio, non si riesce a trovare un’alternativa a due / tre generi che hanno tutti la stessa radice?”
    Credo che sia errato pensare che “più siamo meglio è”, anzi, forse questa espansione del mercato è il vero male perchè si è espanso verso gente che di videogiochi non capisce una mazza, o casualoni ignoranti o bimbiminkia che avrebbero voluto MW2 GOTY…………
    I produttori, ovviamente, guardano solo al profitto e allora tirano fuori merdate che vendono milioni e milioni e i “giochi seri” stentano a sparire dallo scaffale.

  5. Credo bisognerebbe vivere queste cose dalla parte degli sviluppatori per capire come funzionano. Chi non si è mai detto “se lo lasciassero fare a me, sarebbe bellissimo?”. Tutti i wannabe creatori di giochi (come di film, libri, fumetti ect.) pensano sempre al capolavoro della loro vita, mentre chi in quell’ambiente ci vive pensa ad altro. Magari a campare, e poi, forse, in un altro momento, a fare il proprio capolavoro. In altre parole, il mondo dell’intrattenimento è come una macelleria in cui si sa che spesso i clienti si accontentano di poco, l’importante e mangiare tutti e magari pensare anche che si è fatto un buon prodotto o una buona scelta.
    Se si parla di imbarbarimento dei gusti si scade in fretta nell’arroganza, e questo non si può fare. Il consiglio che darei a tutti, invece e per davvero, e di prendere carta e penna e cominciare a buttare giù idee. Magari la propria idea di Dante’s Inferno.

  6. Chi “critica” (non nel senso negativo ma in quello più aulico) un videogioco, ha più dignità di chi lo crea?
    Voglio dire Mereghetti ha più dignità di Sorrentino!?
    Scaruffi ha più dignità di Frank Zappa?
    Eh no perché questo tocca metterlo in chiaro o non se ne esce, chi vale di più, colui che crea qualcosa o colui che da quella cosa che estrapola “più” di quanto non abbia messo chi ne ha dato vita?
    Che i Visceral come tutti i team siano soggetti a leggi di mercato e tutta la compagnia nessuno lo mette in gioco.
    Magari il designer del personaggio manco lo voleva fare Dante’s Inferno, lui sognava di lavorare a un racing game.
    Però il gioco poi va giudicato per quello che è, che offre, non per quello che sarebbe potuto essere ne per quello che aveva promesso.
    E quello che è DI è un action game banalotto, scontato e puerile ma non tanto peggiore di altri prodotti del genere, anzi.
    Si lamenta Karat che voleva di più, fa bene, sacrosanto.
    Ma ha senso volere di più da qualcosa che sappiamo non poterlo dare?
    E non parlo del medium, parlo del team, parlo del tipo di prodotto, parlo della tangibile realtà economica su cui si basano i fatti.

  7. Nevade in generale il tuo discorso sarebbe corretto, ma soprattutto in quest’era videoludica dove la passione sembra passare sempre più in secondo piano a favore del profitto ti rispondo che ci sono casi in cui chi critica “ha più dignità di chi crea” perchè la creazione non è degna di essere chiamata tale.

    Ha dignità una software house che prende un motore grafico già pronto, piazza li una storia copiata e banalizzata, fa programmare il gameplay in un mese e vuole venderti tale assurdità per 70€? Non mi sto riferendo a Dante’s in particolare perchè è evidente che è un prodotto che ha avuto del lavoro dietro, di dubbio gusto a detta dei più, ma comunque c’è stato (E’ un pò come una band metal che viene giudicata da un appassionato di musica classica) ma mi riferisco a titoli come Rogue Warrior, ha dignità chi “crea” un mostro del genere?

  8. Ha dignità se non vuole spacciartelo per qualcosa che non è.
    La situazione di ignoranza rapportata alla qualità dei prodotti non mi sembra diversa da quella di altri settori, Rougue Warrior non ha avuto successo perchè era un gioco che falliva nei suoi elementi cardine.
    Cioè essere un “bel” gioco.
    Dante’s Inferno è comunque un gioco curato, che , banalmente, ma funziona.
    E i giocatori si accontentano.
    Karat mi par di capire spinga il dito nella piaga in questo punto, cioè che il giocatore vuole “quello” e poco più.
    Il fatto che la divina commedia, nella sua interezza, poteva essere sfruttata in modo completamente diverso, interattivo o altro (e questo lo hanno provato a fare con Salomè, riuscendoci o meno è un altro discorso) e si è scelto di adagiarsi nella soluzione più banale.
    Ma era ovvio, fin troppo.

  9. Nevade wrote:

    Chi “critica” (non nel senso negativo ma in quello più aulico) un videogioco, ha più dignità di chi lo crea?
    Voglio dire Mereghetti ha più dignità di Sorrentino!?
    Scaruffi ha più dignità di Frank Zappa?
    Eh no perché questo tocca metterlo in chiaro o non se ne esce, chi vale di più, colui che crea qualcosa o colui che da quella cosa che estrapola “più” di quanto non abbia messo chi ne ha dato vita?
    Che i Visceral come tutti i team siano soggetti a leggi di mercato e tutta la compagnia nessuno lo mette in gioco.
    Magari il designer del personaggio manco lo voleva fare Dante’s Inferno, lui sognava di lavorare a un racing game.
    Però il gioco poi va giudicato per quello che è, che offre, non per quello che sarebbe potuto essere ne per quello che aveva promesso.
    E quello che è DI è un action game banalotto, scontato e puerile ma non tanto peggiore di altri prodotti del genere, anzi.
    Si lamenta Karat che voleva di più, fa bene, sacrosanto.
    Ma ha senso volere di più da qualcosa che sappiamo non poterlo dare?
    E non parlo del medium, parlo del team, parlo del tipo di prodotto, parlo della tangibile realtà economica su cui si basano i fatti.

    Sinceramente? A me di Dante’s Inferno in quanto tale frega poco. L’industria lo ha già dimenticato e a poche settimane dall’uscita è già il nulla che profetizzavo nell’articolo. Quando scrivo di un gioco solitamente non dico di volere di più o di meno, ma analizzo quello che c’è e, visto che non posso fare altro, creo prospettive differenti o mi pongo domande. Sinceramente non mi sento inferiore a un game designer, nel senso che si parla di ambiti così differenti che non credo siano confrontabili.

  10. C’era davvero altro modo? Al di là dell’ambientazione che c’è di videoludizzabile nella Divina Commedia?

  11. Io intendevo un concetto un po differente, che forse mal si sposa con questo esempio in cui concordo nel dire che c’è poco da ponderare.
    Farsi domande è giusto anzi, è necessario.
    Il problema è che per quanto ci si possa spremere c’è poco da tirare fuori di buono da prodotti che non sono nati con le pretese di aver dentro più di quanto non si veda.
    Possiamo stare lì a parlare per ore di come venga rappresentata la morale Dantesca rispetto all’opera e il significato che questa potrebbe assumere se meglio realizzata, o alle rappresentazioni sessuali dell’Inferno, ma resta un punto di partenza labile e vuoto che muore la dove nasce perché gli sviluppatori in primis non avevano manco pensato a inserire alcuni sottotesti.
    Dante’s Inferno è tutto il contrario del cinema di Haneke.
    E’ pura volgarità visiva, in cui nulla è suggerito e tutto è chiaro, lucido e limpido.
    Sto divagando e chiedo venia se mi allontano dal succo del discorso, su cui c’è poco da discutere, E’ un gioco inutile, un occasione sprecata di saper come dici reinterpretare un mito con un altro mezzo.
    Mi viene mente Don’t Look Back Back di Canavaugh e la  differenza di raffinatezza diventa cristallinamente palese.

  12. Ma scusa Maelzel… A parte che l’ambientazione di Dante’s Inferno è pretestuosa a manetta, ma poi ci sarebbero stati molti modi per sfruttare al meglio questa base letteraria… Ma che ne so, visto che i boss sono personaggi come Minosse potevano essere presentati con qualche verso, in modo più epico, o le cutscene potevano richiamare più da vicino i passi della Divina Commedia… Vabbé alla fine si poteva anche fare un gioco completamente diverso, un’avventura grafica per dire, e allora sì che ci sarebbe stata molta più attinenza con l’opera, probabilmente. Volendo di “videoludizzabile” ce n’era.
    Ma non è tanto questo… Tanto a nessuno è mai saltato in mente che Dante’s Inferno sia “il videogioco della Divina Commedia”. Dante’s Inferno è un qualcosa che ti aspetti da questa generazione di videogggiochi, ma che non vorresti vedere, per i motivi che ho già esposto.

  13. E’ un punto di vista viziato dal luogo in cui abbiam vissuto e studiato.
    Se avessero mostrato poppe e culi prendendo ispirazione da Chaucer non lo considereremmo un problema.
    Al di fuori dell’Italia sono incomprensibili riferimenti storici e culturali che noi comprendiamo solo grazie alle note dei commentatori, perché abbiamo studiato a scuola l’opera, figurati loro, americani che si rivolgono ad un pubblico mondiale che potrebbero realizzare.
    Han preso lo strato di lettura più superficiale della commedia (il viaggio) e da lì han costruito un gioco che non banalizza la fonte più di quanto abbiano fatto altri giochi che, però, non ci toccano da vicino.

  14. Simone “Karat45” Tagliaferri wrote:

    E chiediamo anche ai cavalli di scrivere di ippica.

    Ma anche si. Visto che quelli che dovrebbero fare questo lavoro fanno uscire certi capolavori, potrebbe essere un idea.
    Tu ti senti in grado di scrivere solo di “medium videoludico” e di niente altro 🙂 ?

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