Kinect e l’ornitoronzo

Il trucco dovrebbe ormai essere noto, ma ci ricaschiamo sempre: prendi l’annuncio e ammantalo di quel fascino tipico dei film di fantascienza. “Il futuro è ora ed è fantastico!” esclama ogni brandello tecnologico visibile sul palcoscenico, ogni pezzo di culo hi-tech che si agita davanti a una platea di invertebrati che si lasciano ammaliare e plagiare come le cellule dal cancro. Lo spettacolo è conosciuto, ma sempre nuovo per come lo si racconta. L’idea è quella di un dio che consegna ai suoi fedeli imbarbariti dal vitello d’oro le nuove tablet della legge, oppure di un’astronave che ci insegna il significato dell’universo, oppure entrambi, se siete fan di Scientology su Facebook… fate voi. C’è sempre qualcosa di rituale nelle presentazioni (vedi Apple che tenta di trasformare in feticcio ogni peto che produce) e, di conseguenza, c’è sempre qualcosa di inconsapevolmente convenzionale nella ricezione di chi si trova dall’altra parte, qualcosa che preesiste all’essere umano e che lo accompagna in ogni sua interazione. I trucchi sono gli stessi di sempre: una formalità di fondo sempre rispettata, donne, fumi colorati e, principalmente, l’attesa della rivelazione. Una nuova forma di messa che fa da sfondo al banale trasformato in eccezionale. Prendiamo Natal, ribattezzato Kinect per l’occasione: quando venne annunciato, nel 2009, venne accompagnato da Milo, il bambino virtuale di Molyneux e soci. C’era qualcosa di mistico nella perdita del controller fisico associata alla massima espressione della vita virtualizzata, immagine complessiva da film di Steven Spielberg con tanto di controluce spinto. In effetti da allora le speculazioni, più o meno filosofiche, si sono sprecate e Natal è stato ammantato di quell’aura che fa tanto new age o divinità da peplum. Ma il tempo passa e il rito si raffredda se non viene ricelebrato e rinnovato nella sua essenza. È a questo che serve l’E3. Purtroppo, nell’imminenza dell’uscita sul mercato, gli uomini del marketing devono mettere a fuoco con più precisione gli obiettivi dei nuovi oggetti e dall’universale sono costretti a scendere nel particolare, abbandonando le pretese metafisiche per scontrarsi con la materia. In questa fase la nuova divinità inizia la sua inevitabile discesa dai cieli e appare sempre più per quello che è, nel caso di Kinect un Wii senza telecomando marchiato da un lag apparentemente insopportabile. Tutte le ipotesi, i dubbi, le paure, le promesse, le speranze vanno a cozzare con la realtà dei giochi di lancio, ovvero delle copie più o meno spudorate di quanto già visto sulla console Nintendo. I filmati di presentazione non sono ambientati nei Campi Elisi ma nei salotti medi americani, quelli con mommy e daddy che giocano con il piccolo Stephen e lo battono nell’ennesimo ping pong virtuale o nella corsa campestre. Tutti sorridono e si divertono nella piacevole inconsapevolezza del mondo di cui la pubblicità permea i suoi fruitori abituali. Ovviamente, non manca il party adolescenziale con ragazze e ragazzi che danzano davanti a un televisore da 50 pollici ridendo in modo sguaiato e con le facce sempre obnubilate dalla felicità, come se vivessero ne Il Mondo Nuovo di Huxley. L’idea è che la Microsoft abbia prima provato a venderlo a un pubblico che non gli interessava affatto perché troppo strutturato per accettarlo, e che quindi abbia preparato la rivelazione per il pubblico per cui la periferica è stata pensata sin dall’inizio, abbandonando ogni pudore. Tanto sono coscienti di trovarsi di fronte a una stampa specializzata che ragiona per pezzi venduti e che manterrà un profilo basso fino all’uscita sul mercato, accompagnata da una stampa generalista che non capisce nulla di quello di cui scrive e che, quindi, limitandosi a copiare i comunicati dei PR, farà passare l’idea di rivoluzione un tanto al chilo su cui la Microsoft punterà per vendere il Kinect. L’unica speranza per il fallimento di questa ennesima deriva rimane l’inerzia mentale degli utenti, quelli conquistati da Nintendo, ovvero la naturale difficoltà di fargli accettare una religione troppo simile a quella di cui sono già diventati adepti…

Articolo apparso su Babel 24

E3, post mortem

Foto di Permanently Scatterbrained

Ho seguito poco l’E3 perché è una manifestazione angosciante. Prima della fiera sono tutti lì ad ammiccare promesse mirabolanti di annunci shock che, regolarmente, non ci saranno. È da qualche anno che all’E3 non viene annunciato nulla, nuove console comprese. L’E3 vive di autoreferenzialità e tenta di trasformare in evento qualcosa che evento non è. Prendiamo il 3DS di cui eravamo a conoscenza da mesi o i vari Move e Kinect che hanno solo confermato tutte le impressioni (negative) dei mesi precedenti. Da bravi videogiocatori finiamo sempre a parlare del nulla mentre il medium mostra evidenti segni di stagnazione.

Ad esempio è stato notato, ma poco sottolineato, che la maggior parte dei titoli maggiori portati in fiera erano sparatutto all’apparenza piuttosto banali. Quanti ‘Call of Duty’ sono stati mostrati? E quanti ‘Gears of War’? Ho perso il conto. A stupire è la reazione esaltata di quelli che, davanti a cloni di cloni, ancora riescono a spendere parole di giubilo, manco fossero dei PR.

Qualcuno mi dirà che, in fondo, c’era Nintendo. Ma cari ragazzi, Nintendo è parte del problema, non la soluzione. Nel senso che coerentemente con le ultime fiere è riuscita a stupire più dei concorrenti diretti, ma lo fa puntando sempre su un repertorio ben strutturato che ormai si porta dietro da diversi decenni. Poco male se ne esce fuori un Super Mario Galaxy, ma siamo sempre lì ad attendere il prossimo Mario per ridefinire gli standard e per cantarne le lodi. Lo stesso discorso è fattibile per l’ennesimo Zelda, l’ennesimo Kirby e l’ennesimo Metroid. Sono sicuro che saranno tutti giochi bellissimi, ma sono sempre parte dello stesso pantheon che ci portiamo dietro dagli anni ottanta e che da allora non hanno fatto mezzo passo in avanti a livello di immaginario, maquillage tecnologico a parte.

È come se il mondo dei videogiocatori cosiddetti hardcore sia stato congelato in una serie di diapositive e che tutto quello che viene considerato ‘nuovo’ sia in realtà un eterno ritorno senza alcuna prospettiva di futuro.

Siamo vittime di un immenso conformismo che ci spinge a celebrare costantemente ciò che eravamo ricercandolo nei prodotti di oggi. Dietro un apparente cinismo non riusciamo a scardinare nessun discorso, ripetendolo all’infinito. Siamo stanchi del passato perché non lo abbiamo mai superato veramente, ma per non apparire patetici non possiamo che dissimularne il disprezzo. Così eccoci a celebrare la gloria dell’ennesimo travestimento della nostra infanzia, eternamente in attesa come tanti Giovanni Drogo, ormai assuefatti alla vista del deserto.

La critica videoludica è il volto kafkiano di questa stasi. Diventata scarafaggio e persa nelle sue eterne contumelie di nessun conto, auspica il cambiamento ma non fa nulla per incarnarlo, sapendo bene che fare un passo in avanti comporterebbe uno sforzo collettivo sovrumano e il rischio d’incomprensione con i lettori. E così, anche quest’anno, ci siamo dovuti sorbire report scritti da fanboy per fanboy, che non dicono nulla e che sono parola nata morta. Il copione è stato rispettato alla grande e le maschere di serietà e professionalità sono state indossate al momento giusto. Come al solito i danni collaterali sono incalcolabili, ricordando che lì dove puoi leggere più volte la parola cambiamento, c’è qualche Gattopardo di troppo.