Dove si trova la Mancia?

quixoteC’è poco da fare di fronte al cinismo degli utenti. Come Don Chisciotte si può partire all’attacco dei mulini a vento oppure, in modo più pavido ma sicuramente più realista, ci si può rintanare in un cantuccio e abbandonare ogni tentativo di resistenza. È meglio continuare a tentare e sperare o dichiararsi sconfitti e abdicare definitivamente?

Forse è giusto così. Se i videogiochi non riescono e non vogliono andare avanti, se non hanno alcuna intenzione di mettersi in gioco e di rischiare, è meglio che tornino ad essere dei passatempi leggeri e senza pretese. Il vorrei ma non posso di moltissimi titoli usciti recentemente sul mercato, sempre in bilico tra la voglia di emanciparsi e di affermarsi in senso espressivo e la tensione verso una regressione spontanea nel nulla che si ritiene gli utenti apprezzino sopra ogni cosa (e un po’ hanno ragione, ammettiamolo), è disperante in più di un senso. Meglio allora tornare a giocare senza pensieri, meglio non porsi problemi e andare avanti nell’inerzia attuale, incoscienti e felici con di non poter essere di più, di non volere di più.

La libertà è dolorosa e costa molta fatica, è per questo che nessuno la vuole. La libertà non preesiste, ma si costruisce con lentezza e richiede un processo lungo e articolato che può portare via tutta la vita di una persona… forse anche tutta la storia umana. I gusti personali non sono libertà. Se così fosse per essere liberi basterebbe stilare uno stupido elenco.

Ai videogiochi è richiesta la fatica di superare le basi che li hanno definiti fino a oggi, ma sono in molti a rigettare lo sforzo, a partire dagli utenti che apparentemente sono impegnati in tal senso. Ci si pone sempre la domanda se i videogiochi siano arte o meno, ma difficilmente si tenta di capire che porsi un problema simile rientra nella sfera dell’inutile.

Una domanda del genere nasce dal desiderio, ovvio e banalissimo, per quanto lecito, di dimostrare al mondo che in fondo si sta facendo qualcosa di utile e serio, qualcosa che arricchisce e che può essere associato ad altre attività considerate più nobili per lo spirito come la letteratura, la pittura, il teatro e così via. A pochi interessa veramente comprendere il videogioco e le sue possibilità espressive, che non sono necessariamente in cotraddizione con quelle ludiche, mentre molti sono interessati all’etichetta nobilitante.

Bene, allo stato attuale hanno ragione quelli che considerano i videogiochi come un sottoprodotto culturale, economicamente fruttifero, figlio delle ossessioni tecnologiche della società; hanno ragione perché gli utenti, i videogiocatori, sono inerti. Urlano nel vuoto che non è così, ma non fanno nulla per dimostrare quello che affermano. Il dibattito si riduce sempre più spesso a un urlarsi addosso in cui ha la meglio chi parte dalla posizione più forte, perché dall’altra parte non ci sono strumenti di contrasto efficaci.

A che serve urlare tanto? Sgolarsi e sgretolarsi per qualcosa in cui non si crede veramente o, almeno, per cui non si ammette la necessità di creare un apparato teorico in grado di sostenere certe tesi? Il problema non è neanche la mancanza di studi sui videogiochi, il problema è che questi sono concentratissimi a leggerli dal punto di vista socio/antropologico. Se si è fortunati si finisce a studiare saggi in cui le parole più usate sono ‘montaggio’ e ‘inquadratura’, una specie di invidia del pene tra media in cui uno ruba le parole all’altro e cerca di trasformarle a suo uso e consumo. In altri casi ecco spuntare Coleridge e, perché no, Huizinga e Callois, che stanno bene un po’ con tutto e fruttano applausi appena li si nomina.

Di fronte a questa catatonia, alla paura di affrontare i significati e di prendere posizione davanti a quello di cui si fruisce, fobia tutta postmoderna che spesso produce letture critiche che sono mere registrazioni di fatti tecnici inerenti alle opere, bisogna scegliere se continuare a cercare, finendo inevitabilmente per apparire ridicoli, oppure se regredire completamente, abbandonando le domande e le pretese e tornando a uno stato primevo in cui ci si lascia andare a qualsiasi stimolo colorato che viene messo davanti agli occhi.

7 comments on “Dove si trova la Mancia?

  1. forse abbiamo solo bisogno di un david griffith del videogame o di una tale of tales con più soldi e più campagna pubblicitaria.
    in fondo sta tutto li, non puoi mica pretendere che qualche articolo su blog sparsi per la rete e qualche sperimentazione indie sconosciuta ai più convincano improvvisamente il mondo intero che il videogioco è arte.

    poi l’arte vera e propria non c’entra nulla, quella viene da sola è c’è solo bisogno di tempo. alla fine un mario galaxy è cento volte più artistico di tutti i filmati di metal gear messi insieme tanto quanto i film di buster keaton e di charlie chaplin erano cento volte più artistici di tutti i mattoni di griffith.
    però spiegaglielo tu alla gente dell’epoca che una comica di dieci minuti va considerata “arte”.

  2. Karat, donde deriva questo pessimismo? In fondo, è pur sempre stato così.

    I videogiochi si stanno sdoganando anche per la critica, comunque, anche se questa sembra più ricercare l’etichetta piuttosto che la sostanza, come dici tu.

  3. Karat, semplicemente bisogna accettare che sono prodotti diversi per target diversi. Così come lo sono Michael Bay e Nanni Moretti nel cinema.
    …però nel cinema sono quelli che si autodefiniscono colti&impegnati ad insultare, a sentirsi soli contro un mulino a vento, a spalare merda contro chi vorrebbe solo divertirsi.
    Personalmente dopo una giornata di lavoro, non ho nessuna voglia di sorbirmi un prodotto “impegnato” dove impersono l'”adulto che affronta problemi adulti”; non mi serve: adulto lo sono e di problemi ne ho già tanti di mio (mutuo casa, stress da lavoro, fidanzata discoccupata, ecc.)
    Dal mio punto di vista sbagli per presunzione: “se la massa non si interessa a certi prodotti che mi piacciono è colpa della massa”.
    Non ti coglie il dubbio che produzioni troppo particolari e autoreferenzali possano non interessare? O magari anche infastidire per la loro pretesa di essere un di più che poi nei fatti è solo un coacervo di mancanze?

    Quando finalmente la nicchia del prodotto impegnato raggiungerà una massa tale da interessare anche una major, usciranno dall’indie.

  4. @fleym: Karat parla di autorialità e capacità espressive, cose non legate all’impegno sociale o ai contenuti filosofici di un’opera.
    Se vuoi vedere un film dopo una giornata di duro lavoro sotto il sole magari non ti verrà in mente di mettere su qualcosa di Sokurov, se non per conciliare il sonno, ma ci sono film validi E con alto valore d’intrattenimento.

    Tarantino, Mann, Nolan, ecc. fanno ottimi film con grande cognizione del mezzo cinematografico, e di certo non annoiano.

    La stessa cosa dovrebbe esserci nei videogiochi. Dovrebbero esistere i Sokurov (The Graveyard), i Bay (Assassin’s Creed) e i Mann (non mi viene in mente nulla).

    Si, ammetto che gli esempi fanno schifo. 😛

    PS: Uhm ho mandato il commento ma non l’ha pubblicato. Mhm.

  5. No, come esempio penso regga 😀
    Il punto è che nel cinema i Kubrick sono rarità (ottimi film di pubblico e critica), altrettanto è nel videoludico.

    La mia critica è dovuta al fatto che in entrambi i mondi i prodotti con più spessore o tematiche difficili sono nicchie di mercato. Non è che lamentandosi perchè Transformers o Gears of War hanno più successo di Mann o Graveyard la situazione cambi.
    Anzi dal mio punto di vista è meglio se non cambia. Per due ovvi motivi:
    -maggior pubblico richiamerebbe a frotte tutti coloro che si sono buttati sul mercato casual: è ovvio se qualcuno stampa soldi che venga imitato.
    Comincerebbero ad uscire valanghe di prodotti mediocri che banalizzerebbero le tematiche.
    – di riflesso diventerebbe troppo mainstream: dividendo il pubblico in “pro” e “contro” senza un serio dibattito.
    Riducendosi come buonadomenica o altri programmi di tivù spazzatura.
    Parlano dell’eutanasia: omicidio o accanimento terapeutico. La discussione scivola presto nel litigio tra fazioni prive (volutamente? ) dei requisiti minimi di conoscenza del problema e partendo da presupposti assunti per ignoranza o sentito dire. Mai che senti uno staff medico discutere sul fino a quando è possibile considerare il paziente vivo di suo e quando sono solo le macchine, come nel caso Englaro.

    Non a caso invece qui con toni pacati e cognizione se ne discute: The Path devi cercarlo per sapere cos’è, non ci si può improvvisare il mughini\sgarbi della situazione.

  6. Sono d’accordo con Karat.

    Ho creduto molto nei videogiochi, ma da ex-developer ed ex-giornalista voglio affermare che i videogiochi sono limitati.

    Per quale motivo?
    Potenzialmente hanno possibilità maggiori rispetto a cinema e musica e quant’altro, ma il budget necessario, le ore di lavoro necessarie, il numero di persone necessarie per portare a termine un prodotto Maturo e Completo sono fuori dalla portata di chiunque, anche di EA (forse non di Sony, Microsoft e Nintendo, ma di nessun altro…)

    E se nessuno può investire tutto quel tempo e denaro nel creare modelli poligonali e intelligenze artificiali, allora tanto vale tornare alle orgini e farci trasportare dalla fantasia degli indie.

  7. In effetti Fransut ha ragione.

    E comunque l’arte nasce dal temperamento artistico di una persona, se lo possiede o lo sa coltivare. Non è che qualcosa diventa “artistico” a posteriori, per il nostro gusto personale. Se chi l’ha creato non voleva esprimere con quei mezzi e non con altri, qualcosa che gli premeva dire, comunicare o rappresentare, cosa c’è di artistico?

    semmai dic reativo. altrimenti quando invento una campagna pubblicitaria realizzerei un prodotto artistico, e invece neanche per sogno.

    anche perché i videogiochi sono finalizzati alla vendita e al rispetto di limiti di produzione che cozzano contro la libertà espressiva di un artista. Sono senza dubbio prodotti creativi, e alcuni anche di grande valore. Ma come opere d’arte io proprio non li ho mai visti.

Leave a Reply