Finalmente anche qualcuno dell’industria lo afferma in modo chiaro e tondo; è un discorso che qui in Ars Ludica abbiamo affrontato molte volte, e sinora solo qualche sparuto membro della critica ha avuto il coraggio di prendere posizione in maniera così netta. Alla Develop Conference di Brighton (UK), Jenova Chen, autore di FlOw e Flowers e cofondatore di thatgamecompany, ha rilevato che non solo i giochi, ma anche i recensori, devono contemplare un più ampio spettro di emozioni umane.
Le locuzioni utilizzate in una comune recensione, infatti, sono le stesse da decenni, spaziando dal “suono cristallino” alla “grafica stupefacente”, senza discostarsi di un solo millimetro da uno schema evidentemente inadatto ad esprimere giudizi che vadano oltre la trattazione di un (video)giocattolo. “Le recensioni dovrebbero parlare di come un gioco faccia sentire i suoi giocatori”, puntualizza Chen.
Il giovane sviluppatore cinese appartiene ad una generazione di designer che sta impegnandosi molto per far deragliare dai consolidati binari le capacità espressive dei videogiochi, cercando un modo per rendere più mature le potenzialità del medium videoludico. Ma quale vantaggio si otterrebbe nel concretizzare tali sforzi in un’opera effettiva se poi questa fosse presentata al grande pubblico con un metodo di valutazione inadeguato? Se evoluzione “contenutistica” deve esserci, dunque, è necessario che si realizzi parallelamente: sia da parte di chi i contenuti li produce e sia da parte di chi tali contenuti li divulga.
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In effetti qui su Ars Ludica abbiamo sottolineato più volte l’inadeguatezza delle attuali recensioni rispetto ai videogiochi.
Il problema è che “come fa sentire i suoi giocatori” è molto più soggettivo e personale delle caratteristiche tecniche e dei problemi. Ci può stare come complemento di opinione personale, ma non può e non deve essere la base della recensione.
le recensioni di videogiochi in italia (parlo di quel che conosco bene) sono vittime della sindrome di gianni brera, solo che all’origine non c’è una penna del calibro appunto di gianni brera ma regazzini che ricalcavano le recensioni inglesi scritte a loro volta da regazzini inglesi. figuriamoci, se il giornalismo sportivo oggi è insopportabile con un “padre” di quel calibro, figuriamoci il “giornalismo videoludico” che è praticamente autoformato. le locuzioni sempre uguali, sempre per l’italiano, sono determinate dal fatto che la gente che scrive sulle riviste e i blog italiani raramente è qualcuno che meriti di essere letto, videogiochi o meno.
questo per il linguaggio. i concetti purtroppo sono un discorso a parte, le recensioni in genere sono ferme all’esigenza del voto. sarebbe bello destrutturare tutto, fare un racconto della propria esperienza e così via, ma poi sei costretto in ogni caso ad affrontare domande quali “sì ma è più bello di fifa?” o le solite note monomaniache come “non hai parlato del mipmapping”
c’è anche chi non ha niente da dire al di là di “grafica stupefacente”.
figuriamoci, figuriamoci.