Red Dead Redemption

Sviluppato da Rockstar San Diego | Pubblicato da Rockstar Games | Piattaforme Xbox360, PS3 | Rilasciato il 21 maggio 2010 (EU)

Il principale filo conduttore che caratterizza i western moderni (raggruppati piuttosto malamente nella definizione di “anti-western”) è un quasi sistematico rifiuto di tutti gli stereotipi e le principali formule estetiche costruite dai grandi maestri del passato, con Sergio Leone in cima alla lista. Tralasciando nostalgiche riproduzioni (come il remake di Quel treno per Yuma) e disilluse analisi con pretese più o meno storiche (Balla coi Lupi), il genere ha presentato visioni davvero interessanti, che spaziano dal totale rifiuto degli inutili formalismi classici (Gli Spietati, di Clint Eastwood) alla costituzione di genuini legami umani inseriti in un mondo arido e ancora minaccioso (Appaloosa di Ed Harris).

Red Dead Redemption si distingue per una scelta alquanto originale: conserva l’immaginario tradizionale ma lo ripropone in una linea temporale diversa, collocando la trama nel 1911; tale sfasamento crea una dicotomia passato – futuro di grande impatto.

Il mondo sta cambiando: automobili, asfalto e pistole automatiche stanno sostituendo cavalli, revolver e fucili Winchester; la civiltà e il progresso si stanno finalmente spostando verso ovest, seguendo quei percorsi tracciati prima dagli uomini e poi dalla ferrovia, e vediamo tutte queste cose cercare di imporsi in tutti i modi come alternativa al West canonico, fatto di anarchia, terre selvagge e abilissimi pistoleri.

In questo scenario si muove il protagonista John Marston: orfano, noto rapinatore e assassino, ex criminale incallito ritiratosi a vita lavorativa, costretto da due agenti federali a cercare e uccidere i suoi ex compagni fuorilegge: se si rifiuterà, gli agenti uccideranno sua moglie e suo figlio. Una premessa semplice e molto simile a quella già raccontata in San Andreas, con importanti differenze però: mentre Carl Johnson (CJ) cerca in tutti i modi di evadere dalla mentalità “From the hood” tipica dei ghetti neri della California, Marston abbraccia, seppur solo per necessità, il suo passato in maniera totale, cosciente (anche se non da subito) che ciò è obbligatorio per il conseguimento del suo obiettivo. È interessante, anche solo per un semplice accostamento, notare le affinità tra Marston e William Munny, il protagonista del sopracitato Gli Spietati (interpretato dallo stesso Eastwood): entrambi padri di famiglia, ex pistoleri e criminali ora redenti (ma fino ad un certo punto) anche grazie all’aiuto delle rispettive mogli, idealizzate fino ad essere considerate esempi di rettitudine.

Anche se basterebbe solo questo background a rendere solida la trama, per fortuna la storia segue il trend più maturo iniziato con GTA4, alternando semplici routine narrative con sezioni emotivamente molto forti, le quali aumenteranno di intensità fino allo splendido finale (sicuramente uno dei migliori della storia videoludica). Un consiglio a Rockstar però: basta estendere artificiosamente la trama con personaggi inetti, stereotipati e inutili. Lo si poteva sopportare ai tempi di GTA III, ma ormai questo tipo di comicità ha incominciato seriamente a stancare, minando i vostri titoli sia in termini di longevità che in termini narrativi. Dateci un taglio.

Da un punto di vista ludico, RDR corregge in larga parte i problemi dell’ultimo titolo della serie GTA: gli spazi aperti e alcuni accorgimenti tecnici (come la presenza di un cavallo sempre a portata di tasto) facilitano l’esplorazione senza niente togliere alla caratterizzazione delle tre aree di gioco (New Austin, Nuevo Paradiso e West Elizabeth); anche le attività secondarie hanno subito una riorganizzazione: salti e piccioni sono stati sostituiti da quattro differenti sfide ambientali (Raccoglitore d’erbe, Predatore, Pistolero e Cacciatore di tesori) che richiedono un impegno più stimolante nell’esplorazione; specialmente la caccia al tesoro, la quale metterà alla prova la conoscenza spaziale del giocatore e il suo spirito di osservazione, sfruttando al massimo la componente free roaming del titolo.

Anche il gunplay ha subito un importante miglioramento: innanzitutto l’accesso alle armi è stato semplificato con l’introduzione di una ruota di selezione richiamabile con la pressione di un tasto dorsale; inoltre la rudimentalità degli strumenti di offesa e l’ampliamento dell’arsenale in congiunzione con la trama (le armi diventeranno a mano a mano più potenti e precise) crea un senso di evoluzione davvero piacevole, rendendo meno monotoni i combattimenti, arricchiti anche grazie all’introduzione del Dead Eye (una variante del Bullet Time), il quale risulterà indispensabile per chi deciderà di rinunciare alla mira automatica, oltre ad aggiungere una certa spettacolarità agli scontri.

Prima di concludere, non si può non accennare alla disastrosa gestione che ha subito il titolo e ai diversi problemi affrontati dalla divisione Rockstar di San Diego. Tralasciando lo scandalo delle “Rockstar Wifes” e il licenziamento di oltre 40 dipendenti all’indomani dell’uscita di RDR, è facile notare interferenze da parte della direzione di New York: l’inclusione di inutili personaggi comici, ingombranti in questo contesto, e l’imbarazzante pochezza della tanto decantata modalità multiplayer Free Roam (la quale è diventata un mero pretesto per una deprecabile politica di DLC) denotano, ancora una volta, come sia ancora difficile trovare un accettabile sistema produttivo-direzionale capace di garantire uno sviluppo organico per titoli ad alta production value.

In conclusione: Red Dead Redemption continua la tradizione del free roaming alla maniera di Rockstar, proponendo un vivo e interessante mondo di gioco in cui la trama principale costituisce ancora il focus primario dell’esperienza ludica, nonostante la qualità delle missioni secondarie e delle attività sia migliorata rispetto ai precedenti titoli della compagnia. È un peccato che la maturazione generale della storia (data soprattutto da una rielaborazione filmica più approfondita) sia ancora controbilanciata da vizi storici e cattive abitudini, che per fortuna risultano ancora accettabili e non minano eccessivamente l’esperienza di gioco.

Note Finali: Questa recensione è stata scritta dopo un playthrough (percentuale di completamento: 100%; modalità di mira: Esperto; piattaforma: Xbox360). Durante l’esperienza sono stati notati diversi bug fastidiosi (soprattutto riguardanti compenetrazioni e strani comportamenti dei cavalli) ma niente che abbia precluso il completamento di obiettivi o missioni; si consiglia comunque di salvare spesso per evitare cattive sorprese.

3 comments on “Red Dead Redemption

  1. > basta estendere artificiosamente la trama con personaggi inetti, stereotipati e inutili
    Qualche esempio ?

  2. @mackdk

    Come per esempio il cercatore d’oro matto, l’ubriacone irlandese, l’antropologo cocainomane. Tutti questi personaggi potevano benissimo essere omessi poichè, a mio avviso, stonano con l’atmosfera e sono inutili in termini narrativi

    @ Monops

    Ho usato la parola bug nella sua accezione più generica, avrei voluto usare la parola glitch ma non ero sicuro che sarebbe stata capita

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